LE RELAZIONI TRA GUERRA E CRISI CLIMATICA ED ECOLOGICA

 

Giù le armi

Una serie di webinar di EMERGENCY, riflessioni per evitare la mobilitazione bellica della cultura e delle coscienze.

È iniziata una nuova guerra, una guerra che appare più vicina di tante altre. Questa volta, ben più di altre, il nemico è riconoscibile e condannarlo, difendersi con le armi, sembra una reazione istintiva. Una reazione che, però, finisce per dare più importanza allo scontro che al porre fine alle ostilità.

A pagare, come in ogni conflitto, sono le vittime, le persone innocenti.

È questa la logica della guerra, delle armi, della violenza, che la politica sceglie di perpetrare, dimenticandosi quello che la storia ci ha insegnato.

Per esorcizzare la guerra il tavolo della pace è l’unica possibilità.

Perché anche questa volta, si tratta di scegliere da che parte stare. Altre armi vuol dire altre vittime.

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La trascrizione integrale dell’intervento di Roberto Mezzalama per “Giù le armi”

La trascrizione integrale dell’intervento di Roberto Mezzalama per “Giù le armi”

Buongiorno, grazie per questa opportunità. Oggi vi parlerò delle relazioni tra guerre e crisi climatica ed ecologica, che sono delle relazioni piuttosto complicate e che richiederebbero delle analisi molto complesse e approfondite. Quindi oggi, senza nessuna pretesa di completezza, mi limiterò ad esplorare tre aspetti, che considero fondamentali in questo contesto così complesso.

Il primo riguarda l’importanza del settore militare nelle emissioni, soprattutto di gas a effetto serra, che sono la causa principale della crisi climatica ed ecologica; il secondo sono gli effetti dei conflitti armati; il terzo, perché si fa la guerra in relazione al petrolio, alle fonti fossili di energia e quindi, la relazione inversa, cioè la causa della crisi climatica che diventa anche la causa dei conflitti armati.

Gli effetti delle attività militari in tempo di pace sono già degli effetti importanti e, tra l’altro, secondo gli accordi internazionali i Governi non sono soggetti a dei vincoli di misurazione e di comunicazione delle emissioni di gas a effetto serra del settore militare. Alcuni governi lo fanno, altri non lo fanno. Quindi è difficile ricostruire il vero peso di questo settore, soprattutto quando si considera che gli eserciti molto grandi sono in Paesi che non hanno una particolare trasparenza come la Russia, la Cina, ma anche la Turchia, che è un Paese Nato ed è il secondo esercito della Nato. Negli Stati Uniti questi dati sono disponibili e quindi si sa che il Dipartimento alla Difesa americano, il Pentagono – che è la più grossa organizzazione militare a livello globale e anche la singola organizzazione globale che consuma più combustibili fossili nel mondo – utilizzerà quest’anno 82,3 milioni di barili di petrolio, che sono l’equivalente del consumo annuo della Finlandia, che è uno Stato di quasi 5 milioni di abitanti.

Tra il 2001 e il 2017 si è stimato che il Dipartimento di Stato americano abbia emesso 1,2 miliardi di tonnellate di CO², che sono più o meno il consumo annuo, o meglio, le emissioni annue di 257 milioni di macchine, che sono esattamente il doppio di quelle che circolano negli Stati Uniti.

A livello europeo siamo messi un po’ meglio, comunque il settore militare emette – al netto del Regno Unito – più o meno 8 milioni di tonnellate l’anno di CO², a cui però bisogna aggiungere anche quelle che arrivano dalle aziende che sono impegnate nelle attività militari – per l’Italia, ad esempio Leonardo, ma anche altre aziende – e, quindi, se mettiamo insieme tutto quanto arriviamo a emissioni di CO2 che sono di quasi 25 milioni di tonnellate l’anno, che corrispondono più o meno a circa 14 milioni di autovetture oppure al 10% delle emissioni dell’Italia. Emissioni molto significative.

Le emissioni dell’apparato militare italiano sono poco più di 2 milioni (tra 1 milione e 2 milioni e mezzo) che comunque coincidono, vuoto per pieno, alle emissioni di una città come Torino, quindi non così piccola.

Il settore militare anche in tempo di pace è un settore che emette molte quantità di gas a effetto serra, che consuma molti combustibili fossili.
Li consuma nei suoi mezzi: l’aviazione è l’arma che di gran lunga consuma più combustibili. Si stima che quest’anno l’aviazione americana sparerà 5 miliardi di dollari di combustibili. E poi ci sono ovviamente tutte le basi, gli edifici, le infrastrutture che vanno mantenuti. Si calcola che tra l’1 e il 6% delle terre emerse in realtà siano dedicate ad attività militare. E in questi posti, poi, dove si svolgono esercitazioni e attività di utilizzo di armi ci sono effetti anche diversi da quelli delle emissioni di gas a effetto serra come l’inquinamento da idrocarburi, l’inquinamento da sostanze organiche o da metalli, ogni tanto anche l’inquinamento da sostanze radioattive, quindi grandi quantità di materiali pericolosi che vengono emessi durante le esercitazioni, che prevedono spesso esplosioni, incendi…

E quindi è chiaro che aumentare le spese militari anche in tempo di pace significa anche aumentare le emissioni che sono legate alla produzione delle armi, allo stoccaggio, alla manutenzione, alle esercitazioni, alle manovre militari…

Quindi, per dare anche qui un paragone, si stima che le spese militari siano state di 2 miliardi di dollari nel 2021. Eppure, durante la Cop 26 a Glasgow, i Paesi sviluppati non sono riusciti a trovare 100 milioni per costituire un fondo con cui compensare i Paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. C’è da dire anche un’altra cosa, che almeno l’esercito americano è impegnato a ridurre i suoi consumi. Lo fa per ragioni strategiche, non solo per ragioni ambientali, perché comunque la dipendenza dal petrolio, come più è un problema e quindi c’è un progetto di investimento, c’è un programma di investimento di parla di 750 milioni di dollari per passare a energie rinnovabili, inclusi biocombustibili e motori elettrici per far andare avanti i mezzi militari, probabilmente non quelli critici per le emissioni, però, questo è anche un altro processo in corso nell’ambiente militare.

Cosa succede durante le guerre, durante i conflitti armati? Le cose ovviamente peggiorano moltissimo. Intanto per i mezzi militari, che sono alimentati a fonti fossili e che spesso sono tenuti negli hangar o nei magazzini e che vengono utilizzati di continuo. Degli 1,2 miliardi di tonnellate di gas a effetto serra di cui parlavo prima, cioè dal 2001 al 2017 (per l’esercito americano si è scelto il 2001 perché sono partite le cosiddette Guerre al terrore di Bush), pensate che 1/3 di quelli sono stati emessi direttamente durante le attività di combattimento. Quindi 400 milioni di tonnellate di CO² sono state emesse durante i combattimenti, soprattutto in Iraq e Afghanistan. E poi, ovviamente, quando si combatte si usano esplosivi e questi rilasciano, nel corso dell’esplosione, degli incendi gas a effetto serra, inquinanti, organici, inorganici… Si polverizzano metalli, inclusi, metalli pesanti. È anche il caso di uranio impoverito. Si sterilizza il suolo perché le esplosioni causano temperature elevatissime e quindi si sterilizza il suolo e si uccidono milioni di animali.

Si è stimato che durante i conflitti in Asia e in Africa fino al 90% dei vertebrati terrestri vengano uccisi direttamente dalle attività belliche e poi anche indirettamente, perché in genere i soldati si dedicano anche alla caccia. Insomma, ogni tanto da quelle parti restano anche senza vivere e quindi questo è successo in modo ampio.

crateri che vengono lasciati dalle bombe modificano il suolo, spesso espongono la falda superficiale, gli inquinanti che sono rilasciati durante le esplosioni. E proprio l’esempio più noto da questo punto di vista è quello della guerra del Vietnam, perché si stima che l’esercito americano lì abbia sganciato più di 7 milioni di bombe, e non solo in Vietnam, ma anche in Laos e in Cambogia. Queste hanno sconvolto il paesaggio e molto spesso non è stato possibile ripristinare le condizioni precedenti, ripristinare le coltivazioni perché la circolazione della parte superficiale era stata completamente stravolta e, in alcuni casi, come ripiego sono stati poi trasformati in stagni per allevare dei pesci.

Un altro esempio famoso di disastro ambientale legato a un conflitto è quello che è successo durante la prima guerra del Golfo quando, in seguito all’invasione del Kuwait, gli iracheni hanno fatto saltare in aria 800 pozzi di petrolio e 600 di questi hanno preso fuoco e si stima che le emissioni generate da questi incendi siano state pari al 3-4% delle emissioni globali di quell’anno. Questo è un po’ la proporzione di quello che è successo. E lì, invece, dai pozzi che non hanno preso fuoco si sono fuoriusciti costantemente enormi quantità di idrocarburi che hanno coperto quasi 200 chilometri quadrati di suolo. E ancora adesso si sta cercando di bonificare questi terreni a 30 anni di distanza.

Nelle guerre moderne è abbastanza frequente che vengano presi di mira, in modo più o meno volontario, obiettivi industriali come impianti chimici, siderurgici, petrolchimici, per incidere sulla fornitura di materiali all’esercito nemico. Un caso famoso è quello del bombardamento della Nato della Serbia nel 1999, quando è stata colpita la raffineria di Novi Sad. E, le Nazioni Unite, hanno stimato che siano uscite 50.000 tonnellate di petrolio, in parte bruciate, in parte sono andate a contaminare il terreno circostante.

E questo, se veniamo all’attualità, è esattamente quel che sta succedendo in Ucraina. Continuano ad arrivare notizie di attacchi a impianti industriali o depositi di carburante. E l’Ucraina è un Paese industrializzato, soprattutto nella regione del Donbass dove ci sono la gran parte dei combattimenti.

Il ministero dell’Ambiente ucraino stima che ci siano oltre 23.000 siti nel Paese che hanno o sostanze tossiche o rifiuti tossici stoccati. E qui è probabile che alcune decine di questi siano già stati danneggiati, con il rilascio conseguente poi delle sostanze tossiche. È il caso di una fabbrica da bombardamento a nord dell’Ucraina da cui si è liberata una nuvola di ammoniaca che ha interessato un raggio di due chilometri e mezzo. E così, come è noto, anche il caso dei combattimenti tra una centrale di Chernobyl che hanno provocato il sollevamento di polveri radioattive. E pare ci siano stati anche degli effetti sui soldati russi che erano stati esposti a questa polvere radioattiva.

C’è un altro effetto dei conflitti, che durante le guerre crollano le strutture che reggono la vita civile. Tra queste ci sono anche le infrastrutture e le istituzioni che si preoccupano di proteggere l’ambiente.

Durante la guerra civile del Congo, ad esempio, c’è stato un crollo della popolazione dei gorilla perché i guardiani del parco non potevano più fare il loro lavoro e spesso erano stati anche uccisi e quindi c’è stato un effetto molto diretto. Poi pensate a tutti gli impianti di presidio dell’ambiente, come gli impianti di depurazione delle acque, gli impianti di smaltimento dei rifiuti, le discariche, gli impianti di compostaggio, gli impianti di bonifica di siti contaminati, sono tutti a rischio di danni fisici, ma anche di abbandono da parte di chi è stato richiamato a combattere o semplicemente non può rischiare la vita per andare a farli funzionare. E quindi qui siamo di nuovo di fronte a tutta una serie di fenomeni di inquinamento secondario, se vogliamo il rilascio di gas a effetto serra secondario, che però sono estremamente importanti e che colpiscono alcuni comparti ambientali in particolare, ed espongono anche la popolazione poi a degli effetti secondari.

Perché poi? Le acque non depurate, i rifiuti non smaltiti. Come dire, gli impianti di bonifica non funzionano, poi al fine generano altro generato inquinamento. E qui voglio introdurre un altro elemento, a costo di sembrare molto, molto cinico. Durante questi periodi di conflitto cosa succede? L’altra cosa succede è che si fermano le normali attività, diciamo così, civili e normali attività produttive. E quindi c’è un contraltare a tutto questo. Quest’anno stimiamo che il PIL, si stima che il PIL dell’Ucraina crolli del 35-40%. Questo provocherà anche un crollo delle emissioni di gas a effetto serra, che però, e questo è il motivo per cui, per citare questo fatto, spesso queste diminuzioni legate ai conflitti vengono più che compensate dal dagli investimenti e dalle attività di ricostruzione che hanno luogo dopo la fine del conflitto. E quindi, come dire, alla fine il bilancio netto di tutto questo è un bilancio gravemente negativo. E qui voglio ribadire, al di là e al di sopra di tutte le sofferenze umane, ciò che queste attività di guerra comportano.

E qui vengo al terzo angolo, diciamo, dal quale volevo provare un po’ a guardare: il problema oggi delle relazioni tra attività militari, guerre, conflitti e crisi climatica ed ecologica, che è quello della motivazione perché si fa la guerra. Perché? Perché ci si combatte nel corso della storia? Molto spesso ci si è combattuti proprio per il controllo delle fonti fossili di energia. E durante la seconda guerra mondiale ci sono stati – ma addirittura nella prima guerra mondiale –  dei casi emblematici di due battaglie che si sono svolte intorno a quelle che allora erano le grandi regioni petrolifere: la regione di Ploiesti in Romania e la regione di Baku in Azerbaigian. Ci sono state, prima i tedeschi hanno cercato di controllare Baku, poi i sovietici hanno preso la regione di Ploiesti e hanno lasciato la Germania nazista senza una delle sue fonti principali di idrocarburi e quindi diciamo il combattersi per il controllo delle risorse. Sostanzialmente del petrolio, ma anche in maniera crescente anche del gas. È una costante che abbiamo trovato in conflitti che possiamo trovare nella nostra storia, in conflitti, soprattutto nel secondo dopoguerra, ma anche durante la Seconda guerra mondiale. Anche guerre, come dire dimenticate. Pensate alla guerra del Biafra in Nigeria, dove abbiamo cercato di rendersi indipendente dopo, dopo l’indipendenza della Nigeria. Qui ci sono stati numerosi combattimenti intorno alle alla regione petrolifera di Port Harcourt, nella regione del Delta del Niger, dove ancora adesso che è ancora adesso la capitale petrolifera della Nigeria, dove ancora adesso Eni ha grandi interessi e grandi e grandi basi. Poi c’è, l’ho già citato, forse l’esempio più famoso di conflitto armato contro le risorse petrolifere, che è quello appunto delle due guerre del Golfo che sono appunto iniziate con l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e poi proseguite. Ci sono state due ondate o state due guerre del Golfo guidate dagli Stati Uniti e partecipato a una coalizione nella quale c’era anche l’Italia. L’origine di tutto questo è stata il controllo dei, diciamo così, dei giacimenti petroliferi che stanno al confine tra Kuwait e Iraq. Questo ha scatenato in qualche modo la prima guerra del Golfo e poi ha fatto partire anche tra la prima e la seconda guerra del Golfo. C’è stato una fortissima pressione sul governo americano per prendere il controllo delle risorse petrolifere irachene che erano e sono ancora immense. Ricordo che nel governo di George Bush c’erano ai tempi della guerra al Golfo Condoleezza Rice, che era membro del Consiglio d’amministrazione di Shell Brown, e Dick Cheney, che era stato l’amministratore delegato di Al Barton, forse il più grande contractor petrolifero del mondo. E quindi ci sono sicuramente state forti pressioni per arrivare a questi a queste situazioni. Ma guardate, ci sono anche, come dire, altre guerre dimenticate. È stata una piccola fase della guerra tra il Sudan e il Sud Sudan, che è stata anche legata al controllo di una località petrolifera. Un breve periodo in cui però 100.000 civili hanno dovuto lasciare le loro case. E le tensioni nel Mar Cinese Meridionale tra Cina, Indonesia, Malesia, Filippine sono anche legate al fatto che in quell’area ci sono risorse petrolifere. Ma anche se veniamo al Mediterraneo, le esplorazioni petrolifere intorno a Cipro hanno causato tensioni. Il dispiegamento di navi militari turche nel Mediterraneo occidentale. Fino a cosa? Anche un po’, come dire, folcloristiche. C’è una tensione diplomatica tra la Danimarca e il Canada per il controllo di una minuscola isola nell’Artico intorno al quale c’è petrolio che è stata nominata la guerra del whisky. Poi chi vuole approfondire potrà cercare quindi il controllo delle risorse petrolifere.

È una continua fonte di tensione ed è chiaro che la spinta verso la decarbonizzazione dell’economia, che deriva dal tentativo di combattere i cambiamenti climatici, sta mettendo a dura prova gli equilibri geopolitici che si sono stratificati nel corso nel corso del tempo e quindi anche le relazioni tra Paesi e blocchi, tra i blocchi di Paesi. La transizione ecologica non sarà un gioco a somma zero per tutti. È chiaro che, ad esempio, le ricchissime dinastie del Golfo saranno probabilmente tra i perdenti. E quindi è chiaro che da un punto di vista politico ci siano forti pressioni per anche rallentare, modificare, insomma incidere su questo fenomeno storico.

E quindi, per concludere, credo che tutto questo da portare a riflettere, perché noi siamo in un momento storico in cui la crisi climatica ecologica dovrebbe indurre l’umanità intera a unirsi per trovare una soluzione alla crisi climatica. E in tutto questo una ripresa, un’accelerazione della militarizzazione del mondo è estremamente negativo, estremamente rischioso non solo per i rischi diretti dei conflitti, ma anche perché questo distrae enormi risorse, enormi capitali politici, economici, sociali dall’obiettivo comune e crea poi dei solchi, crea delle divisioni là dove invece bisognerebbe lavorare tutti insieme per trovare delle soluzioni. E quindi questa è, dal mio punto di vista, una riflessione e una preoccupazione principale che tutti dovremmo avere nel considerare appunto il problema dei rapporti delle relazioni tra attività militari, guerra e crisi climatica ed ecologica. Vi ringrazio.



“Giù le armi” è una serie di webinar di EMERGENCY, riflessioni per evitare la mobilitazione bellica della cultura e delle coscienze.

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