LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE SUI MEDIA

 

La violenza
sui media


Cambiare le narrazioni per cambiare il mondo: come media e giornali raccontano la violenza sulle donne e come potrebbero farlo meglio. Ne parliamo con Giulia Siviero, giornalista e attivista esperta in questioni di genere.


La violenza sui media | inGenere

Ricostruire le dinamiche di una violenza in un articolo non è come raccontare un furto in un supermercato. Quando si tratta di stupro, ad esempio, entrano in gioco numerosi pregiudizi che finiscono per mettere la donna che denuncia sul banco degli imputati. Ne parliamo con Giulia Siviero, giornalista e attivista transfemminista che si occupa di questioni di genere e movimenti delle donne per Il Post e L’Essenziale.

Qual è il racconto mediatico che si fa della violenza di genere in Italia? Riconosci schemi e problemi ricorrenti? Se sì, puoi farci qualche esempio?

Ci sono moltissimi errori che vengono fatti sui media quando si parla di violenza di genere. Il primo e più evidente è l’associazione con l’amore, e quindi ecco i famosi titoli che parlano di "amore passionale" o "delitto passionale”. Si romanticizza e sostanzialmente si trasforma il femminicidio, o lo stupro, in una specie di favola nera. Un altro errore è quello di andare sempre alla ricerca di un movente che giustifichi l’atto, così che la violenza, per come viene raccontata, sembra la conseguenza delle scelte della vittima. Questo ovviamente significa distribuire in modo non corretto le responsabilità e regalare un alibi a chi ha commesso la violenza. Poi ancora si parla con molta enfasi sia della gelosia che della separazione, descritta come un evento traumatico voluto dalla donna, e si costruiscono interi articoli sui pareri dei familiari di lui o dei famosissimi vicini di casa. Si può dire, quindi, che nel racconto di un femminicidio o di uno stupro contano moltissimo le opinioni e molto meno le notizie. Infine, un ulteriore errore è utilizzare espressioni che fanno pensare a una fatalità (il famoso “raptus”) e associare il movente a una patologia, facendo riferimento a qualcosa che porta l'aggressore fuori da sé. 

Quando una donna denuncia uno stupro si crea un capovolgimento per cui è chi ha subito la violenza a dover risultare attendibile e difendersi. Perché?

Spesso si descrive l'aggressore in un modo che porta chi legge a provare empatia per lui e, anziché assumere il punto di vista della vittima, si assume, anche emotivamente, il punto di vista dell’aggressore. In questo modo si colpevolizza la donna e si mitigano le responsabilità del reato. Quando si descrive una rapina, ad esempio, a nessuno viene in mente di raccontarla dal punto di vista del rapinatore, nei casi di violenza di genere invece i giornali assumono in pieno la narrazione di chi presumibilmente ha commesso il reato e la mettono direttamente nel titolo, spesso l'unica parte che le persone leggono. C’è, quindi, un fenomeno di vittimizzazione secondaria che trasferisce parte della colpa di una violenza alla persona che l'ha subita. Avviene, ad esempio, quando le vittime di stupro sono ritenute corresponsabili sulla base di valutazioni fatte sulla loro vita privata, usate anche per motivare sentenze o difese in tribunale che sono condiscendenti verso gli autori delle violenze. Tutto questo nonostante la ricerca sulla vita privata e sulle condotte sessuali passate della vittima sia vietata da norme internazionali. 

Nel 2021 l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo proprio per stereotipi sessisti e vittimizzazione secondaria.

Sì, e leggere le motivazioni della Corte è molto interessante perché spiegano benissimo il problema. Riferendosi al caso dello stupro della Fortezza da Basso (Firenze), la Corte suggerisce alle autorità giudiziarie italiane di non riprodurre stereotipi sessisti e di evitare di esporre le donne a vittimizzazione secondaria con parole colpevoli e moralistiche che rischiano di scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia. È tutto collegato: se le donne denunciano ancora molto poco le violenze subite è anche perché sanno che ovunque andranno, a partire dal luogo della denuncia fino al tribunale, saranno loro a essere sotto processo. 

Il primo caso celebre, che ha mostrato a tutti la vittimizzazione secondaria che le donne subiscono quando denunciano una violenza, è stato il documentario Processo per stupro (1978). Quanto siamo o non siamo lontani da quelle dinamiche?

Secondo me siamo andati avanti molto poco. L’impianto che era alla base di quel processo lo vediamo replicarsi continuamente, ogni volta che viene scritto un articolo, e molto spesso purtroppo ancora nelle aule di tribunale. Gli strumenti, però, ora li abbiamo: i movimenti femministi che si sono mobilitati, trasformando quel processo in un processo politico e portando alla luce tutti questi meccanismi, hanno lavorato moltissimo e fanno divulgazione quotidianamente. Così anche i centri antiviolenza, molte giornaliste e associazioni. Si è attivato anche l’ordine dei giornalisti e in alcune redazioni sono circolati degli schemi su cosa si deve scrivere e cosa non si deve scrivere. 

Questo è sufficiente secondo te?

Le resistenze in campo mi sembrano ancora fortissime. È chiaro che ormai non si tratta più di sciatteria, di non conoscenza delle cose o scarsa attenzione. C'è chi, all'interno dei movimenti femministi, si è spinta a parlare di una guerra mossa dai media contro le donne e contro i femminismi. Io credo che ci sia la volontà di marginalizzare le istanze dei femminismi e di silenziarne le lotte, che sia in atto un movimento reazionario che vuole ottenere dai due sessi il comportamento più adeguato, rispetto ai valori che si vogliono continuare a trasmettere all'interno di una società patriarcale. Cioè le donne al loro posto e i maschi al comando. Penso che questo sia dimostrato anche da come i giornali parlano di femminismo, cioè occupandosi solo del femminismo che è funzionale a questa narrazione conservativa. Quindi quello delle femministe “essenzialiste”, che offrono molte sponde agli anti-femministi; il cosiddetto femminismo di Stato, molto rassicurante e concentrato sull’empowerment; o ancora il femminismo dei personaggi famosi, con storie di liberazione individuale che non si inseriscono in una lotta collettiva. Non si raccontano o si raccontano molto male i movimenti intersezionali, che riempiono oggi le piazze del mondo e propongono invece una elaborazione politica molto ampia, complessa e radicale, che mette in discussione tutto il sistema. 

La violenza corre sul web e alimenta la cultura dello stupro. Lo scorso anno Beppe Grillo ha difeso pubblicamente il figlio Ciro, accusato di violenza sessuale, in un video pubblicato sul suo blog. Vuoi raccontarci, dal tuo punto di vista di giornalista, perché è un caso emblematico?  

È emblematico perché in quel video c’è tutto. Grillo concentra in un minuto e mezzo tutti gli stereotipi che abbiamo elencato. Ha confermato che la narrazione che prevale sullo stupro non la stabiliscono le donne, ma l'aggressore o chi sta dalla sua parte. In più, ha usato la propria posizione di potere per delegittimare la persona che ha denunciato. Ha negato gli abusi, facendo leva sul fatto che lei avesse tardato a denunciare e non avesse avuto una reazione consona, e ha banalizzato tirando in ballo la goliardia e definendo i ragazzi “quattro coglioni”. Poi si è anche chiesto perché i quattro non fossero stati arrestati subito, non rendendosi nemmeno conto di come funziona la legge in Italia.  

Che cosa avrebbe dovuto fare la ragazza per risultare credibile secondo questa prospettiva?

Chi nega la violenza pretende che ci sia la vittima perfetta, perché sullo stupro esistono diffuse e radicate aspettative: si urla, si piange, ci si difende con tutte le proprie forze e si denuncia immediatamente. La vittima perfetta è vestita in un certo modo, è sobria, non ha avuto molti uomini e non si trova in certi posti a determinate ore della notte. Solo chi corrisponde al modello che il patriarcato ha assegnato alla donna risulta credibile. 

Hai notato qualche cambiamento nella copertura mediatica delle vicende più recenti? Penso al caso di Alberto Genovese o a quello di Virginia Giuffre e Andrea di York, per citarne due.

Mi sembra che sia cambiato poco. Sicuramente c’è una consapevolezza molto maggiore dal basso. C’è un movimento dal basso che critica determinati titoli, che a volte poi vengono cambiati, però per me il punto critico resta che vengono modificati silenziosamente. Non succede quasi mai, come invece accade su altre questioni, che le modifiche siano accompagnate da scuse o spiegazioni. Sul caso di Alberto Genovese lo aveva fatto il Sole 24 Ore con una breve nota, ma mi pare un caso isolato. A volte, anzi, accade che la modifica sia in senso peggiorativo. C’è stato, ad esempio, un caso che ha coinvolto Repubblica su Instagram nel 2020. Dopo una serie di femminicidi, la testata aveva pubblicato una grafica in cui finalmente poneva la questione della violenza contro le donne su un piano preciso, dicendo che ha radici nel maschile e nella cultura patriarcale di cui tutti gli uomini in qualche modo beneficiano. Questa grafica aveva ricevuto una serie di commenti negativi e di protesta da parte di uomini che si erano sentiti discriminati (è il famoso "non tutti gli uomini”) e Repubblica aveva allora pubblicato un'altra grafica in cui specificava "alcuni uomini”. Secondo me questa è stata una grandissima occasione persa.

 

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Dott.ssa Zarina Zargar Psicologa (@zarina_zargar_psicologa) • Foto e video di Instagram





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