DONNE CON LE GONNE LUNGHE di Laila Cresta, I CAPITOLO da leggere

 




Donne con le gonne lunghe - Narrazioni 29 –

Donne con le gonne lunghe di Laila Cresta (delos.digital)


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Da metà '800 a metà '900: Donne che leggono, e non sono mai andate a scuola. Donne che amano profondamente, e sono profondamente oneste, a modo loro. In un mondo che sta cambiando. "Donne con le gonne lunghe" di Laila Cresta


Sono le donne della parte parmigiana della famiglia di mia mamma. Quando una persona ha la fortuna, come l'ha avuta la zia Irene, di morire a quasi 100 anni col cervello a posto, diventa una leggenda familiare.

Qui si parla della zia e delle sue nipoti, Erminia, Zoella e Dirce Brianti, che era mia nonna. E dei figli di questi nipoti. Su tutti i personaggi però, svetta quello di zia Irene. Io la adoravo! Ha allevato i figli di suo fratello e poi quelli delle sue nipoti. Era una vera matriarca, e una mamma meravigliosa che non ha mai avuto figli. Con tutto quello che le dicevano in paese però (Fontanellato, PR) era lui che non poteva averne: impotentia generandi.



Donne con le gonne lunghe



Romanzo storico famigliare



Cap. I – Irene


La Rocca bellissima e misteriosa di Fontanellato, in quel di Parma, si erge, piacevolmente rilevata, in mezzo a un grande, bellissimo fossato di acqua risorgiva. Non tutti i castelli hanno conservato il fossato colmo: l’acqua dolce di questo però, è di origine naturale, emersa spontaneamente nella piana alluvionale. Il nome stesso di questa cittadina nella campagna emiliana parla dell’acqua del castello: anche se, propriamente, il fontanile sarebbe un affioramento provocato dall’uomo, mentre la risorgiva è spontanea.

All'estremità meridionale della Rocca, i Conti avevano impiantato un giardino pensile che a Irene piaceva tanto. Si apriva verso l'esterno attraverso arcate ricavate nella muratura. Per i padroni del castello, era un luogo di pace e di amene passeggiate, in un piacevolissimo percorso fra alberi e fiori.

Fra tutte quelle del giardino però, la pianta che a Irene piaceva di più non era un arbusto da fiore, ma un vero albero, davvero regale: il cosiddetto Spaccasassi, il Bagolaro.

In quella seconda metà di Ottocento, quel Bagolaro era già una pianta imponente: si vedeva spuntare dall’interno della Rocca, appena oltre la cinta di mura più esterna, vicino al fossato. Probabilmente spontaneo, il Bagolaro era alto una ventina di metri, e dal suo tronco liscio e dritto nasceva una grande chioma tondeggiante, ricchissima di foglie che avevano proprietà curative: la cuoca del castello le usava per preparare tisane, infusi e decotti per i problemi intestinali.

A Irene, quell’albero bellissimo e così utile piaceva davvero molto. Inoltre, durante le Feste di Natale, il Bagolaro della Rocca brillava di luci e di addobbi e, rispecchiandosi nel fossato, creava un’atmosfera da fiaba.

Che il cosiddetto albero di Natale fosse un Bagolaro come qui, oppure un grande ramo di alloro come a Genova, un ginepro come nel basso Piemonte, o l’abete rosso, secondo Irene non cambiava poi molto: un bell’albero ricco di fronde, decorato e illuminato, è sempre uno spettacolo che fa sorridere di piacere. Ovviamente, ricco di addobbi e di luminarie com’è, l’albero di Natale è sempre stato un oggetto da signori, ancor più se di dimensioni così grandi, ma quando Irene vedeva il Bagolaro rutilante di luci le pareva fosse anche un po’ suo: dopo tutto, ci volevano il suo lavoro e quello degli altri domestici perché i conti Sanvitale potessero vantarsi del loro magnifico albero!


Irene e altri servitori portavano all’aperto gli addobbi che, durante l’anno, erano conservati in un ripostiglio nel castello.

Due uomini appoggiavano una lunga scala al tronco, e la tenevano ferma, spostandola al momento opportuno lungo la circonferenza dell’albero, mentre un bambino si arrampicava su di essa e fra i rami, svelto come uno scoiattolo. A Irene, veramente, quello era un passaggio del lavoro che piaceva proprio poco: temeva sempre che il bambino potesse perdere la presa sulla scala e schiantarsi al suolo, parecchi metri più in basso.

Qualcuno dei domestici le aveva raccontato che una volta fosse davvero successa, quella cosa così triste, e le aveva descritto le condizioni del bambino, morto dopo una caduta di più di venti metri, con una sorta di compiacimento, come chi si faccia ascoltare per mettersi al centro dell’attenzione.

Quel bambino era stato, le avevano detto, il figlio dello stalliere. Dopo la disgrazia, il pover’uomo aveva lasciato il lavoro e si era messo a vagare fra i campi e i paesi dei dintorni, parlando a tutti del suo bellissimo bambino, così speciale, che era volato in cielo con quello del Conte. La gente lo conosceva, e cercava di convincerlo a mangiare qualcosa, a bere un bicchiere di Lambrusco, o a mettersi al riparo dal maltempo.

In cielo con quello del Conte, ripeté Irene fra sé, quando glielo raccontarono! Già: gli affreschi della Stufetta del castello avevano evidentemente colpito anche lui, come chiunque. Dopo la disgrazia però, pareva che il pover’uomo ne fosse addirittura ossessionato.


Qualcuno aveva detto a Irene che estufa significasse qualcosa come serra, ma la Stufetta era una piccola stanza senza finestre, pare usata dalla contessa per lavarsi, anche se il buio profondo in cui era immersa non rendeva molto probabile quest’uso, secondo Irene. Anche la seconda spiegazione che aveva letto (ci andava la contessa per ripensare al suo bambino morto) poteva essere, naturalmente, solo una motivazione a posteriori, non poteva certo spiegare il perché fosse stata costruita, parecchi secoli prima, quella stanza buia, e quale fosse stata la sua destinazione d’uso, prima degli affreschi e prima della morte del piccolo Sanvitale.

A Fontanellato si diceva che il Parmigianino l’avesse affrescata, nel ‘500, mentre si nascondeva alla persecuzione che subiva per gli interessi esoterici e alchimistici che condivideva col Sanvitale: anzi, la gente diceva che il Conte avesse tenuto il pittore nascosto nella Rocca proprio per aiutarlo a sottrarsi alla persecuzione, e che lui avesse affrescato il piccolo ambiente per passare il tempo, e per ringraziarlo dell’ospitalità.

Serra o no, in quella stanzetta le uniche piante erano quelle che il pittore aveva affrescato lungo tutti i muri, dipingendo gli elementi architettonici tipici di un gazebo: aerei archetti a sesto acuto sostenevano un graticcio color legno che sorreggeva una siepe, e più in alto, c’era una spalliera di rose bianche.

La gente diceva che quella stanza fosse rimasta chiusa e inutilizzata per molti anni, e che quando fu riaperta, sul pavimento ci fosse stata ancora la cera disciolta delle candele che l’artista aveva usato, si diceva, anche per dipingere gli incantevoli e incantati affreschi che erano lungo le pareti della Stufetta. Ripensandoci, Irene era rimasta un po’ sorpresa: ma, possibile? Le candele disciolte potevano essere state ancora lì, dal ‘500? Con tutto il personale che c’era alla Rocca? Irene aveva finito per dirsi che magari anche conti di un’epoca molto più recente potessero aver acceso quelle candele, e quindi magari anche loro avevano avuto quei misteriosi interessi di cui lei non capiva niente! Una cosa però la sapeva: erano affari che non piacevano alla Chiesa, e infatti aveva perseguitato il pittore, che non era protetto da un titolo nobiliare e dalle mura di un castello, come il Sanvitale. Il nonno di Irene glielo aveva sempre detto, di non fidarsi dei preti, e lei non se lo era mai dimenticato.

Comunque, non era così strano che ci fossero candele disciolte, in una stanza buia, ma cosa ci andavano a fare? Tutto sommato, rifletteva Irene, l’ipotesi più plausibile pareva proprio quella che, ufficialmente, rifiutavano tutti: strane pratiche, strani esperimenti, portati avanti dal Sanvitale, in un ambiente protetto dagli sguardi di chiunque, e dalla luce del sole.


Raccontato con immagini affascinanti che correvano lungo i muri tutto intorno alla stanza, c’era il mito del povero Atteone, dalle Metamorfosi di Ovidio, diviso come in quadri dalle cornici create dagli archetti. Quando era tornata, saltuariamente, a lavorare nel castello all’inizio del ‘900, Irene aveva pensato che fosse un po’ come in quel nuovissimo giornalino, così particolare, che lei aveva visto recentemente: ah, sì, Il Corriere dei Piccoli, si chiamava! In quelle vignette, pensò Irene, il principio era lo stesso: usare il disegno invece della scrittura per raccontare una storia. Va be’, i disegni del giornalino, per quanto gradevoli, non somigliavano certo ai capolavori del Parmigianino, ma la storia per immagini era davvero una bella idea, pensava Irene, anche per chi non sapeva leggere. Aveva letto che, fra i creatori del Corrierino, ci fosse stata anche la figlia di uno studioso famoso: Cesare Lombroso. Lei lo aveva cercato in biblioteca, ma a dir la verità, non aveva letto il suo libro fino in fondo: purtroppo, pieno di parole strane com’era, ci aveva capito ben poco, e con fatica. Sperava solo che quel tipo avesse torto, nel ritenere, più o meno (se lei aveva capito bene) che la fisonomia di una persona influisse sul suo modo di essere: tutti dovevano potersi riscattare! E a lei sembrava che fosse il contrario: e che fosse il dentro di una persona a influire sulla sua faccia, con gli anni: sulle sue rughe, sullo sguardo dei suoi occhi! Probabilmente però, si diceva Irene, una come lei non ci aveva capito niente, in un libro come quello.


Nelle pitture della Stufetta, lato sud, si vedeva la dea Diana, che voleva bagnarsi a una fonte, e fuggiva dai cacciatori. Sopra il mondo degli uomini in cui si stava muovendo la dea però (e quindi in un altro piano dell’esistenza) era raffigurato un angioletto che doveva prendere il bimbo morto dei conti Sanvitale per portarlo in cielo.

Persino a signori così era successa una cosa terribile come quella, si era detta Irene: come se il bimbo fosse stato il figlio di un qualsiasi stalliere. Anche se, naturalmente, il figlio dei Conti Sanvitale non era morto lavorando! Anzi, Irene notò che il bimbo era evidentemente piccolissimo: il primo figlio avuto dai Conti.

La morte in culla c’era sempre stata, per nobili e plebei, rifletté Irene, e nessuno ne conosceva la causa. Terribile solo pensarci, alla mamma che si china sulla culla del proprio bambino, per trovarlo senza vita!

L’angioletto e il piccino erano due figure tenerissime, e l’angioletto pareva voler consolare dolcemente il bimbo morto, e portarlo con sé, mentre lui si schermiva come non volesse seguirlo. Il piccino aveva il faccino triste, un po’ imbronciato, come chi abbia voglia di piangere:

Per forza – si diceva Irene guardandolo – Lo porta via alla sua mamma! Che grande pittore, quello lì!


Nelle pitture che illustravano il mito di Atteone, si vedeva il giovane cacciatore che aveva sorpreso in un bosco, mentre si bagnava a una fonte, la dea vergine per eccellenza, Diana, la dea zitella, forse la più vendicativa e feroce di tutte. Lo era persino con le sue ninfe: basta pensare a quello che aveva fatto alla povera Aretusa, nella Magna Grecia siciliana, quando, per sottrarla al dio del fiume, la dea l’aveva aiutata trasformandola addirittura in una polla d’acqua. Chissà, si era chiesta Irene quando aveva letto la storia, se la povera ninfa aveva conservato sentimenti e pensieri, anche in quell’orrendo stato di dissoluzione. Terribile, se fosse stato così! E se non li aveva conservati, allora la dea l’aveva proprio uccisa! Altro che soccorrerla!


Anche Atteone era stato pesantemente punito, e Irene pensava che, essendo Diana una dea, non avesse neanche bisogno di essere tanto feroce. Secondo il mito, il cacciatore l’aveva semplicemente vista per caso, ma neanche se lui avesse proprio cercato di usarle violenza la dea sarebbe stata giustificata, secondo Irene: con la sua potenza divina, lei avrebbe potuto sicuramente punirlo in modo che non si azzardasse mai più a molestare una ragazza, anche senza ammazzarlo! Invece, la dea aveva dapprima trasformato Atteone in un cervo, e, secondo Irene, quella avrebbe già potuto essere una punizione sufficiente. Volendo, anzi, lei avrebbe anche potuto dargli una punizione a tempo, e permettere poi che tornasse alla propria vita, quando l’avesse scontata.

Così succedeva in una fiaba che aveva letto, dove due fratelli egoisti e una donna malvagia avrebbero dovuto conservare una forma animalesca solo per un certo numero di anni. In quel caso, si trattava dell’incantesimo di un essere magico chiamato Genio, che evidentemente era più umano di una dea: Irene aveva letto la storia nella biblioteca del castello, in un libro che aveva capito essere stato scritto molti anni prima. Quell’edizione però era stata stampata ben pochi anni prima della sua nascita (1864, Edizioni De Angelis).

Invece, nelle pitture del lato nord, si vedeva che Diana aveva addirittura fatto sbranare il povero Atteone dai suoi stessi cani, quei bellissimi levrieri che si trovavano in molti quadri della storia: erano talmente belli, bianchi o quasi, elegantissimi, che neppure mentre sbranavano il cacciatore riuscivano a sembrare delle vere belve, anche se si vedevano i denti spuntare dalle mascelle delicate. Già, pensava Irene: la belva era Diana, non loro! In fondo, essi stessi erano vittime della dea.

Sopra di loro l’angioletto, con un’espressione furba e maliziosa, aveva infine preso il piccolo Sanvitale. Lo sorreggeva per la vita, e il bimbo pareva rassegnato: non si dibatteva più.

Per Irene, gli affreschi che raccontavano il mito erano davvero tremendi, e bellissimi.


Da ragazzina, Irene aveva fatto parte del personale che faceva le pulizie alla Rocca, e poi ci aveva lavorato saltuariamente ancora qualche anno anche nel nuovo secolo, dopo essersi sposata, quando i Conti prendevano del personale aggiuntivo in caso di feste e di ricevimenti: aveva avuto modo di vederli bene, quegli affreschi.

All’inizio del ‘900, il Corrierino era una simpatica novità: quando lo aveva visto la prima volta, c’era una piacevole storia per immagini, così carina da invitare al sorriso continuo. A Irene (fatte le debite proporzioni!) era proprio venuta in mente, in qualche modo, la Stufetta!

Secondo lei, nella storia per immagini di Atteone, non era affatto un cervo a essere sbranato dai cani, ma una dolcissima cerva invece, e la sua aria dolorosa e rassegnata pareva quella di chi si senta colpevole di qualcosa di tremendo. Atteone poi, nella sua forma di transizione da essere umano ad animale, aveva un corpo femmineo, mani leggiadre, e braccia morbide che partivano dalla sua testa di animale! E se quella cerva dolente e dolcissima, si disse Irene, quella cerva così umana nello sguardo e nell’atteggiamento, avesse rappresentato la contessa? È facile, pensava Irene, che una mamma possa sentirsi in colpa, quando muore il suo bimbo piccino!


Mentre il calendario faceva il giro per addentrarsi nel nuovo secolo, nel mondo c’erano state novità entusiasmanti: dalle prime auto, al primo cinema, all’elettricità che illuminava il buio inquietante della notte. Qualcuno addirittura aveva detto a Irene che, in quel nuovo secolo, ci fossero dei simpatici pazzi che cercavano di volare, con un trabiccolo dalle grandi ali. A Irene l’idea piaceva molto: sperava che ci riuscissero davvero, o prima o poi, a fare una cosa così bella!

Tutti coloro che avevano idealità e speranze, anche nella zona di Parma, speravano che il ‘900 avrebbe inaugurato una nuova era di pace e di prosperità, ma per ora, il nuovo secolo era ancora di là da venire: alla fine dell’Ottocento, la situazione non era affatto rosea. Morivano tanti bambini: di fame, di freddo, di febbri improvvise, di mal di pancia, di polio (niente vaccino, ancora!), e addirittura di lavoro, magari in miniera, o addobbando l’albero dei signori! E morivano anche tante mamme, soprattutto di febbre puerperale o di tubercolosi, e anche di malattie banali che il fisico debilitato dalle privazioni non riusciva a combattere e a superare.

Irene non ne aveva, di bambini, e neppure era certa di volerne, benché le piacessero molto: anzi, l’dea la spaventava alquanto.


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DONNE CON LE GONNE LUNGHE di Laila Cresta (senzafine.info)

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