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Fdi e l'inchiesta sulla lobby nera a Milano, Sofia Ventura: "Da Meloni non arriverà mai la condanna del fascismo"


La politologa: "La contraddizione di Fratelli d'Italia è che non vuole tagliare il legame con la sua cultura di origine, che resta quella del Msi"

ROMA - Sofia Ventura, cosa la colpisce di più nell'inchiesta di Fanpage su Fratelli d'Italia?
"La permeabilità. Il rapporto che permane con una certa cultura post-fascista, un legame che anche Carlo Fidanza, il capo delegazione all'Europarlamento, non può fare a meno di coltivare".

Quindi non è solo una fascisteria di pochi?
"Non direi proprio.

Al cospetto di qualche parente infastidito dai simboli pagani e dai saluti fascisti, a Milano, il 30 maggio scorso, di pomeriggio, presso la camera mortuaria dell’obitorio di via Ponzio, in zona Città Studi, una piccola folla di un centinaio di camerati si è ritrovata per rendere l’estremo saluto a Walter Maggi, quarantaduenne figura di rilievo del variegato panorama del neofascismo milanese, già dirigente del Fronte sociale nazionale, poi del Movimento dei socialisti nazionali. La notizia della tragica scomparsa era subito corsa di bocca in bocca. Anche su alcuni siti d’area la “prematura e assurda morte terrena” di Walter Maggi era stata annunciata, accompagnando il comunicato con una “leben rune”, il simbolo della vita utilizzato un tempo dai nazisti. Silenzio assoluto invece sul motivo, non proprio da “guerrieri”, dell’improvviso decesso: un’overdose di cocaina, si sussurra nel giro. A rendere omaggio al feretro, prima della traslazione della salma al cimitero di Lambrate, dove sarebbe stata cremata, anche Adriano Tilgher, il segretario del Fronte sociale nazionale, giunto appositamente da Roma, e persino Stefano Delle Chiaie, il “grande vecchio” del neofascismo italiano, attorniato da alcuni amici calabresi. Il Fronte sociale nazionale, una specie di reincarnazione di Avanguardia nazionale (insieme a Ordine nuovo la maggiore organizzazione dell’estremismo di destra fra gli anni Sessanta e Settanta, sciolta nel 1976 per ricostituzione del partito fascista), al di là dalle apparenze, è tuttora diretto da Stefano Delle Chiaie, detto “caccola” per la sua bassa statura, inquisito e assolto per la strage di piazza Fontana e alla stazione di Bologna, ma soprattutto al servizio, in ben 17 anni di latitanza, del franchismo spagnolo, del generale Augusto Pinochet in Cile e di altre svariate dittature sudamericane.

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