NIENTE DIRITTO ALLA SALUTE

 INTERNAZIONALE

Oms, il diritto alla salute è in gravi condizioni

A Ginevra la 76ma assemblea della Organizzazione Mondiale della Sanità. Che resta di quella visione utopica dell’Onu 75 anni dopo?




di      Nicoletta Dentico, GINEVRA



La comunità di salute pubblica internazionale è tutta a Ginevra questa settimana per la 76ma assemblea Mondiale della Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Un evento fortemente simbolico quest’anno. Settantacinque anni fa diventava operativa l’Oms, la prima agenzia tecnica delle Nazioni Unite, e il diritto alla salute era il primo a farsi diritto internazionale vincolante. Un fatto che pochi conoscono, ma che interpreta un’inequivocabile visione, negli anni del dopoguerra. La classe politica sopravvissuta alla catastrofe di due conflitti mondiali, alla follia di due genocidi (contro armeni ed ebrei), alla ferocia di due ordigni nucleari sganciati in pochi giorni su Hiroshima e Nagasaki, non esitarono a incarnare un’aspirazione decisamente utopica, per rinascere dalle braci della distruzione. Cooperare era meglio che farsi la guerra. Realizzare il più alto livello di salute possibile per tutta l’umanità era la strategia vincente per rendere il mondo un luogo più sicuro.

LA COSTITUZIONE DELL’OMS, il cui preambolo si staglia come una delle più alte elaborazioni concettuali di politica internazionale, coniuga salute e pace come condizioni per la sostenibilità e la dignità di ogni persona sul pianeta. Che cosa resta oggi di quella visione?

È in chiaroscuro la lunga storia dell’Oms, certo, ma non possiamo liquidare le molti luci. In sette decenni l’aspettativa di vita nel mondo è aumentata da 46 a 73 anni, con i progressi più significativi nel sud globale. La campagna contro il vaiolo, iniziata nel 1959, ha portato alla sua eradicazione nel 1980: il vaiolo resta la sola patologia della storia estirpata finora.

SIAMO VICINI a eliminare la poliomielite e il verme della Guinea. In 42 paesi è scomparsa la malaria e in 47 è stata debellata almeno una malattia infettiva. Prima che Covid sconvolgesse il pianeta, tubercolosi e HIV erano sotto controllo. La mortalità materna al parto è crollata di un terzo negli ultimi venti anni, del 50% quella dei bambini – anche se un recente rapporto dell’Oms lancia l’allarme di un pericoloso stallo sulla salute materno-infantile dal 2015, a confermare la fragilità di ogni successo anche nell’era della sostenibilità. L’Oms ha saputo esprimere il meglio di sé quando, avvalendosi del suo potere normativo, ha agguantato la piaga del tabagismo e smascherato la lobby del fumo, che negava la sua connessione con il cancro. La adozione nel 2005 della convenzione sul controllo del tabacco segna una pagina memorabile dell’Oms, e rimanda alla storica riluttanza dei governi di usare questa potenzialità enorme in altri ambiti.

NEL 1978, LA PRIMA conferenza internazionale sulla salute pubblica voluta dal direttore dell’Oms Halfdan Mahler ad Alma Ata si incuneava nelle pieghe della guerra fredda per proiettare una politica ispirata ai diritti sociali fondamentali e alla richiesta di un nuovo ordine economico internazionale, con lo storico orizzonte della salute per tutti entro l’anno 2000. Questa pietra miliare della salute pubblica ha ridisegnato la cultura sanitaria nel mondo. Mahler ebbe a definire la Dichiarazione di Alma Ata «un momento sacro» e «un sublime consenso» della comunità internazionale. La sua attualità è intatta.

MA NEL 1981, A POCHI anni da Alma Ata, negli Stati Uniti una nuova patologia del tutto sconosciuta colpiva la comunità gay, salvo poi diffondersi a macchia d’olio su persone di ogni genere ed età. Ci vollero due anni per trovarne l’origine nel virus dell’HIV. Intanto un altro virus si faceva strada, ben più difficile da fronteggiare: l’ideologia dell’economia assolutizzata come mezzo e non come fine ha imposto l’universalizzazione del modello di sviluppo americano, combinato con forme selvagge di deregolamentazione e finanziarizzazione, in tutto il mondo. Il vento del riduzionismo economico ha trasfigurato le politiche sanitarie, ampliando e stratificando le disuguaglianze sanitarie ovunque.

SE È VERO CHE DAL 2000 è aumentato l’accesso ai servizi sanitari essenziali, è altrettanto evidente che la adozione di programmi verticali su singole malattie, basati sull’approccio biomedico di matrice occidentale – l’opposto della visione di Mahler – ha neutralizzato la spinta di molti paesi – anche nel sud del mondo – verso politiche correlate ai determinanti della salute. L’agenda sanitaria neoliberale ha sospinto con forza una declinazione umanitario-medicalizzata della salute, con il preciso intento di aprire le porte ai privati. Una strategia che ha progettato gli interventi e deformato l’impianto dei sistemi sanitari dei paesi in via di sviluppo, asserviti alle priorità dei donatori.

Oggi, il 50% della popolazione mondiale non ha accesso a uno o più servizi sanitari di base, né al personale sanitario. Dal 2000, due miliardi di persone sono costrette a pagare di tasca propria, con sacrifici inenarrabili, i servizi sanitari essenziali: un terzo in più in 20 anni (Oms, 2023).

AUMENTANO INTANTO i bisogni della popolazione mondiale, sotto gli effetti intossicanti del modello di sviluppo imposto dalla globalizzazione sul suolo, l’aria, le acque, sul modo stesso di vivere delle persone. Cresce la popolazione che vive in uno stato di eccezione quasi permanente, discriminata e marginalizzata come se non fosse umana. Cresce la massa di popoli in movimento alla ricerca di una via di salvezza o solo di una vita degna, costretta a scontrarsi con la ferocia di politiche sicuritarie che alterano lo stato di salute fisico e mentale di chi le subisce ma anche lo stato di salute civile e umana di chi le somministra.

IL DIRITTO ALLA SALUTE non gode affatto di buona salute. E neppure l’Oms, sfregiata nel suo mandato costituzionale dalla tentacolare influenza di interessi privati. Ma guai a ritenerla frettolosamente inutile, o spacciata. L’Oms è la somma della volontà dei suoi stati, il mondo sarebbe ben peggiore senza. Così, tanto per cominciare da noi: che fa l’Italia per sostenere davvero questa organizzazione?


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