ABITUDINI E RESISTENZE DAL SUD di Padre Mauro Armanino

 Abitudini e resistenze dal Sud

Ci si abitua a tutto, col tempo. Alla guerra come una costante della storia umana scritta finora. Alle armi inventate, prodotte, perfezionate, vendute, usate e esportate. Alle sue conseguenze che sono gli sfollati, i rifugiati, i morti, i cimiteri, le lacrime postume delle madri e il rancore sordo dei padri. Alla violenza sacrificale ufficiale e quella quotidiana come mezzo per placare gli dei nascosti del potere di alcuni e della sottomissione di molti. Alle frontiere come barriere per rassicurare l’inutile certezza delimitativa tra noi e ‘loro’, i barbari che ancora non parlano la ‘nostra’ lingua franca universale. Ai diritti umani scritti, ratificati e applicati secondo le circostanze soprattutto di chi li viola. Citati, insegnati, trasmessi e poi fucilati sul posto, i diritti in questione che si trasformano in bare, croci o piccole colline di sabbia che il deserto dimentica.

Ci si abitua a tutto, col tempo. Alle parole che spariscono e a quelle prese in ostaggio dal potere del momento. A quelle deformate, manipolate, tradite, espropriate, vendute o semplicemente perse sulle strade che non hanno un cuore. Quelle degli inutili proverbi di un mondo andato via col mercato delle merci che hanno colonizzato le parole fino a ridurle in schiavitù. Arruolate nei media comandati a bacchetta dagli stessi che governano il mondo come un’impresa multinazionale per conservare i privilegi di una classe sociale. Alle politiche che hanno smesso di produrre parole che hanno un senso. Si limitano alla gestione amministrativa per allontanare i poveri e i volti oltre il mare che, invece, della politica sono la ragione stessa. Il declino delle parole e quello della politica sono indivisibili perché nati assieme come gemelli. 

Ci si abitua a tutto, col tempo. Alla menzogna sul proprio destino e sul senso delle cose da perdere.

All’abbandono puro e semplice, come inutili cimeli, di ideali e immaginari che hanno fatto sognare generazione di umani. Al progressivo restringimento dell’orizzonte che spinge, come l’utopia, ad andare e rischiare sentieri non battuti e pericolosi. Ad una vita vissuta al ribasso, in difesa, senza in realtà mai abitarla con riconoscente attesa. Alla chiusura del possibile mistero dell’esistenza che potrebbe aprire a paesaggi inediti di un’umanità finalmente liberata dalla paura della libertà. Alle porte chiuse dalla strategia del sospetto e del controllo di tutto quanto non dia garanzie di fedeltà al regime. Alla morte come passaggio obbligato della vita e dunque da censurare come una vergogna o una sconfitta.

C’è ancora, invece, chi resiste come può e ripudia di stare al mondo per abitudine. Dissente dal credere che la miseria, l’ingiustizia e un mondo diviso siano il solo destino da coltivare. Contesta l’ignobile eppure vincente tentativo di naturalizzare le disuguaglianze e divinizzare i privilegi. C’è ancora chi, come tenta di fare Dio, non si lascia ingabbiare da riti, olocausti o templi nei quali mantenere il mondo com’è. Resistono coloro che disertano le promesse di facciata e non si allineano con chi illude con la vendita di un biglietto, a buon prezzo, per un futuro senza storia. Si innamorano senza calcolo, hanno figli nei quali specchiarsi e sanno che né la vita né il corpo sono di loro proprietà. Tessono pazientemente e con tenacia parole antiche da lasciare come eredità al vento.


Mauro Armanino 

Niamey, 12 marzo 2023


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L’8 marzo è stata lGiornata internazionale dei diritti della donna, celebrata per la prima volta nel 1911, in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera. Nel 1908, infatti, 15.000 donne avevano marciato per New York chiedendo orari di lavoro più brevi, una paga migliore e il diritto di voto e, nel 1909, il Partito Socialista d’America aveva dichiarato la prima Giornata Nazionale della Donna. Allora, Clara Zetkin, attivista comunista e sostenitrice dei diritti delle donne, aveva suggerito la creazione di una giornata internazionale. Nel 1910, aveva presentato la sua proposta a una Conferenza internazionale delle donne lavoratrici a Copenaghen e le 100 donne presenti, provenienti da 17 paesi, avevano accettato all’unanimità. Non c’era, però, ancora una data fissa. Durante la guerra, nel 1917, ci fu uno sciopero delle donne russe che chiedevano “pane e pace”. Quattro giorni dopo lo sciopero, lo zar era stato costretto ad abdicare e il governo provvisorio aveva concesso alle donne il diritto di voto. Lo sciopero era iniziato l’8 marzo, perciò quella data è diventata la Giornata internazionale della donna. I colori di IWD (International Women Day) sono: il viola che significa giustizia e dignità, il verde che simboleggia la speranza, il bianco che rappresenta la purezza. Questi colori hanno avuto origine dalla Women’s Social and Political Union (WSPU) nel Regno Unito nel 1908, che ha lottato fortemente per ottenere il voto alle donne con la sua leader Emmeline Pankhurst

L'UDI (Unione Donne in Italia), creata nel 1944, a Roma, per iniziativa di donne appartenenti al PCI, al PSI, al Partito d'Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoroaveva celebrato l'8 marzo nel 1945, la prima giornata della donna nelle zone dell'Italia libera, mentre a Londra veniva approvata e inviata all'ONU una Carta della donna contenente richieste di parità di diritti e di lavoro. Con la fine della guerra, l'8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l'Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosasia perché fiorisce tra febbraio e marzo che perché è un fiore economico, secondo un'idea di Teresa Noce, Rita Montagnana Teresa Mattei. Solo dagli Anni ‘70, però, la Festa è stata accettata ufficialmente. È un po’ difficile, quest’anno, pensare a una Festa quando vediamo ovunque donne e madri colpite dalla guerra, con figli uccisi e feriti, vittime o soldati. A chi possiamo donare la mimosa? Ai profughi che hanno perso casa, lavoro, speranza, o a chi ha mariti e figli a combattere?

I diritti della donna, infatti, possono esistere solo in un mondo pacifico perché non ci sono diritti se la propria vita e quella dei propri cari non sono salve. Possiamo, comunque, lottare per la pace e perché nel mondo si raggiunga la parità di genere, quale che sia il proprio genere.

Per tutta la vita io mi sono impegnata nella società per i diritti delle donne enel 2021, in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 di novembre, avevo voluto che uscisse il libro “Che te ne fai di un’altra femmina?”, una raccolta di storie di donne occidentali e orientali che amano eppure subiscono violenza. In uno dei racconti, avevo persino immaginato un altro Pianeta dove, però, si perpetuava la stessa mentalità terrestre: la donna è un oggetto e come tale può essere distrutta. (qui si può leggere l’estratto: CHE TE NE FAI DI UN'ALTRA FEMMINA?: storie di donne del mondo orientale e occidentale con una puntata su un nuovo Pianeta (RACCONTI DI DONNE) eBook : RUSCA ZARGAR, RENATA: Amazon.it: Kindle Store)

Per l’8 marzo 2022, ho, inoltre, pubblicato “Storia della strega di Savona e altri racconti di violenza”, testo che, come il precedente, fa parte della collana “Racconti di donne”.

In occasione del 25 novembre 2022, è uscito "VOGLIO IL TUO UTERO" sulla maternità surrogata (qualcuno cioè che fa un figlio per altri), un soggetto di cui si parla molto poco, forse, per non dar fastidio a nessuno.

                                                        

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