IL MONOLOGO INTERIORE di Giuseppina Montemezzani




 Nel mio corso LEGGERE E SCRIVERE... PER DIVERTIMENTO che tengo a Quiliano (UNIQUI, notizie al link I CORSI PER TUTTI A QUILIANO (DUE SONO MIEI) (senzafine.info)abbiamo provato anche a scrivere un MONOLOGO INTERIORE. (nota della blogger)


MONOLOGO INTERIORE di Giuseppina Montemezzani

Pablito era un bel ragazzotto di circa ventotto anni, non aveva mai saputo chi gli avesse messo quel soprannome, all'anagrafe il suo nome era Paolo Bertolotto, nato a Parigi, da quando aveva ricordo si era sempre sentito chiamare Plabito. Non sapeva nulla dei propri genitori e a mala pena ricordava uno stanzone affollato di tanti bambini. Non aveva memoria della sua prima infanzia. Dalla strada, i tombini, scantinati e poi l'abbaino erano state le sue case, sempre temporanee, come temporanei erano i compagni che si alternavano nella sua vita. Era diventato adulto con molte difficoltà. Aveva conosciuto diverse città della Francia, Inghilterra, Spagna e Messico. In Italia si era soffermato alcune volte per breve tempo. Da poco aveva accettato di andarci solo per condividere un abbaino con un estraneo, del resto era meglio avere la pancia piena! Vedeva i suoi anni passare senza avere dato un senso vero alla propria vita. Si accorgeva che ultimamente gli capitava spesso di osservare giovani coppie a passeggiare insieme e baciarsi, invidiava le loro intimità, come invidiava ragazzi e ragazze scherzare e ridere tra di loro e anche coppie con bambini. 

In una delle tante passeggiate sul lungo Tevere, Pablito maturò la decisione di “piantare le tende”, come gli diceva Morgan, un amico temporaneo, - Certamente! - pensava Pablito - Ho un nome italiano e questa è la mia patria! - diceva tra sé con tono incisivo. Ma come mettere in pratica i buoni propositi! - Ho fatto di tutto e ho fatto di niente, maledizione! - Questo l'aveva detto ad alta voce con il viso abbassato e contratto dalla preoccupazione. Non si era accorto che con il piede sbadatamente aveva urtato contro la ruota di una carrozzina con dentro un bimbo. - Ehi!!- sentì gridargli contro - Mi scusi tanto, ero soprappensiero - Una voce femminile di rimando: - Ma quale soprappensiero brutto ubriacone! - Pablito alzò il viso per guardarla, ma non la vide, perché i suoi occhi sgranati e un po' allucinati si erano posati dietro a lei. Aveva appena percepito i suoi passi veloci andarsene, la sua attenzione era stata catturata da un reticolato con affisso un cartello. Su di esso incredibilmente a caratteri cubitali si leggeva: Il Circo Polti cerca personale di manovalanza e specializzato. - Un posto è mio! - disse Pablito a voce alta e risoluta.

Era arrivato il giorno che avrebbe potuto dare una svolta positiva alla sua vita, il suo giorno fatale, quello che poteva mischiare le carte in suo favore. - L'ho agognato a lungo! - pensava Pablito dopo essere stato assunto e aver dato prova delle sue capacità, aver ripetuto infinitamente il suo numero. Aveva fatto amicizia quasi con tutti, era cordiale e felice, sotto a quel tendone tutto era frizzante, dall'aria agli abiti stravaganti e colorati, dai trucchi alle parrucche, le grandi scarpe, tutto sembrava magico. L'andirivieni di tanti personaggi mascherati davano allegria. E Pablito non si aspettava tanta bellezza e le formiche che sembravano brulicagli sotto i piedi erano complici della sua felicità.

Ma ora era arrivato l'orario dello spettacolo, seppur vestiti con colori sgargianti tutti erano seri e un po' tesi. Pablito era il quarto in scaletta e seguiva con attenzione l'esibizione dei suoi compagni.

Il primo numero... Fantastico! Come come pure il secondo, gli applausi lo confermavano, gli attori erano bravi e affiatati tra di loro. - Speriamo, speriamo! - pensava in cuor suo supplicando se stesso.

Dopo il numero della cavallerizza sarebbe toccato a lui, lo sguardo si era appoggiato su se stesso per assicurarsi che l'abbigliamento fosse in ordine. Indossava una calzamaglia nera e sul torso nudo un corto gilet fosforescente color rosa fuxia che avrebbe tolto appena arrivato in cima al palo, i braccialetti abbinati al gilet li avrebbe lasciati cadere formando una sorta di spirale, avrebbe mantenuto le scarpe leggere e dei larghi bracciali sui polsi anch'essi fosforescenti. Il suo doveva essere un numero di effetto con movimenti ben calibrati. I piedi e le braccia dovevano essere leggeri come piume al vento e il corpo sinuoso come un fiume. Si era distratto un attimo dal numero della cavallerizza per pensare ai passaggi che dovevano essere perfetti. Entrare in scena, inchinarsi per il saluto, aspettare l'applauso del pubblico mentre pian piano calava il buio sotto il tendone. All'attacco della terza nota il suo numero doveva cominciare seguendo la musica.

Un sussulto dal pubblico e Pablito riprese l'attenzione: Nina la cavallerizza aveva messo un piede in fallo! Per fortuna si era ripresa subito, certo lei era brava! -Ma se fosse accaduto a lui?!- pensava. Tutte le sue certezze si frantumarono come un bicchiere infrangibile caduto a terra in piccolissimi pezzi. Tutto a un tratto un turbinio di emozioni gli invasero la mente e il corpo, sicuramente non sarebbe stato in grado di rimediare in qualche modo, non sarebbe mai stato all'altezza di Nina, pensava tremante, forse era meglio uscire dalle scene prima di farsi cacciare con un calcio nel sedere. - Perché aveva creduto di essere tanto bravo! - L'ansia lo attanagliava. I pensieri scorrevano vorticosamente nel suo passato e già si rivedeva nelle piazze ad esibirsi con un “ipotetico” Morgan, miserabile come sempre, alla meglio uno scantinato o un abbaino in convivenza, rivedeva i suoi numeri, tanti e diversi. Si ricordava di Morgan,  quando suonava l'armonica a bocca mentre lui danzava con un abito a pois azzurro e blu attillato, sapeva di essere bravo con la danza, ma comunque era costretto a indossare un ridicolo cappello rosso con sopra una molla dove all'estremità di essa vi era una vistosa margherita che danzava con lui. I due ragazzi dovevano lasciare ai passanti che si raggruppavano il libero arbitrio di interpretazione, ossia se ridere e capitava spesso, o apprezzare la danza e la musica.

I suoi pensieri si susseguivano vorticosamente e come cavalli imbizzarriti trapassavano la sua mente impedendogli di ragionare, e tornavano a rovistare nel passato i vecchi ricordi, a quando si incontrava con gruppetti di ragazzi madonnari come lui, e a quanto era faticoso comperare o reperire gessetti colorati che alle volte barattava con monili o conchigliette ornamentali da mettere alle orecchie, al collo o ovunque piacesse. Sapeva dove trovarli, solitamente i madonnari si radunavano nelle piazze o sotto le gallerie, sui marciapiedi, nelle sagre di paese o adiacenti alla chiesa principale, e se la fortuna era dalla loro parte capitava di assistere a manifestazioni, teatrini di burattini, o divertimenti simili. In quelle occasioni ci si poteva sbizzarrire con più entusiasmo in quanto le persone erano più numerose e di conseguenza anche le monetine che tintinnavano nei loro contenitori. A Pablito piaceva molto esprimersi con disegni di Madonne o immagini sacre, in quelle occasioni respirava aria di complicità pur non conoscendosi tra di loro. Capitava che talvolta piovesse, così che, alla mattina successiva i ragazzi, tutti guidati dallo stesso destino si ritrovavano come in una processione a rimirare i propri dipinti ormai sbiaditi e spenti. Gli uni vedevano negli altri la stessa espressione malinconica e lo stesso dolore mentre si sentivano graffiare il cuore. Pablito ne contava quattro di graffi, ricordando disegni e località in cui erano avvenuti. In quei frangenti si soffermava a pensare a quanto era bella la natura, buona, generosa e al contempo crudele. Alle volte era difficile avere un riparo, spesso bastava un po' di calore su di un molo riscaldato dal sole o su una spiaggia ancora tiepida e a rimirare le stelle, i senza dimora conoscevano le costellazioni. Capitava che qualcuno rompesse il silenzio - Vedi Sirio? E' la stella più luminosa, è quella che vedi per primo nel cielo alla sera, se impari a riconoscerla ti accorgerai che è una stella bianca azzurra, fa parte della costellazione del cane maggiore e la vedrai fino al mattino poco prima del sorgere del sole, la vedi? E' proprio li, sul prolungamento della Cintura di Orione, guarda! - E un'altra voce di rimando:  – Ma di che parli povero fesso! Che c'entra la cintura di Orione! É Venere la stella più luminosa! La puoi perfino vedere anche di giorno! - Altri parlavano di costellazioni in generale. Questi per di più erano discorsi da madonnari, non c'era il tempo per stringere amicizie, e comunque a Pablito piaceva ascoltare. Nelle notti intense e buie per l'assenza della luna, si riusciva a vedere il cielo talmente nitido e concavo da sentirsi risucchiare nel vuoto, in quei casi nessuno parlava, chissà forse qualcuno o forse tutti nel concavo del cielo stellato rivolgevano un pensiero di speranza.

Pablito pensava mentre i secondi e i minuti passavano veloci, incuranti della sua esibizione.

Quanti lavori inutili e con essi quante monetine! - Non poteva andare avanti così- pensava Pablito solo qualche minuto prima, entusiasta per avere assaporato una vita migliore ed era fermamente convinto.

Era bastato un attimo di lucidità per capire di essere lì come uno stoccafisso che cercava disperatamente di muovere le gambe e i piedi che sembravano incollati al pavimento. Voleva aprire i pugni delle mani ma anch'esse sembravano inchiodate. Il suo corpo non rispondeva più a se stesso. - La mia esibizione !!- Aveva appena fatto in tempo a pensare, poi il lungo sibilo del silenzio e nel silenzio sentiva i suoi pensieri ovattati, chissà forse una coltre di nebbia si era calata su di lui o forse la neve soffice e bianca, sentiva freddo perciò poteva essere tutto.

Era vivo o era morto?!

E se fosse stato vivo perché non svenire! Almeno avrebbe avuto un alibi! Doveva pensare o forse pizzicarsi, ma come? Il torpore era tanto! E se fosse stato in catalessi! Oppure in preda ad una qualsiasi forma di nevrosi o di uno shock emotivo! Pablito ormai esausto si arrendeva all'evidenza, sentiva il respiro pesante e profondo che gli chiudeva la gola, era certo di morire. -Addio mondo - disse tra sé.

Poi il pensiero leggero galleggiava tranquillo nel cielo tra le nuvole chiare, per poi poggiarsi sul cornicione di un vecchio abbaino abbandonato.  Sfiorava la mente il ricordo di averci vissuto solo e libero, per questo erano stati i mesi migliori della sua vita. Nell'abbaino che sentiva tutto suo, tra i tanti occupanti ci aveva abitato un artista. Nella parete di muro di fronte al letto c'era un grande dipinto raffigurante “i papaveri” di Manet, nelle altre pareti c'erano miscugli di dipinti, dai salici piangenti ai papaveri, glicini, rose, ninfee e fiori, ovunque campi di fiori. Curiosamente in basso a destra appena sopra a un piedino inferiore di una piccola credenza di legno scuro, chissà se per modestia, o bisogno di possesso, vi era un piccolo dipinto raffigurante “l'autoritratto di Manet” . Gli artisti! Che strane creature!

Ogni vagabondo ovunque vada lascia una impronta, un pezzo della propria vita. Ed era proprio lì, in quel minuscolo abbaino che Pablito aveva letto libri di psicologia. Tutto gli tornava alla mente - Per la miseria!! Non sono catatonico se sono ancora in piedi, se riesco a pensare a ricordare!- Si fece coraggio ora che sapeva di certo di essere in preda ad un attacco di panico, un terribile attacco di panico che doveva arginare da solo per reagire, doveva scontrarsi assolutamente con se stesso, sguainare con movimento rapido la sua spada e colpire con decisione tutti i tentacoli che lo paralizzavano, colpiva mentre questi si moltiplicavano e le ventose gli succhiavano il sangue, era una lotta fino all'estremo, ma era vivo e non voleva cedere dal momento che aveva capito di combattere contro le proprie paure e che il nemico era il suo subconscio, non voleva arrendersi ma battersi a muso duro senza farsi sopraffare.

Dal fondo di una grande stanza afosa, forse dove anni fa era abitata da tanti bambini, udiva un'eco che ripeteva il suo nome da molto lontano per poi avvicinarsi a poco a poco, fino a scomparire e sentire chiaramente pronunciare il suo nome: Pablito! E una manata sulla spalla: Pablito dai tocca a te!

Poco più tardi, lo scroscio caloroso degli applausi erano per lui. Per quel bel viso fiero con gli occhi velati di lacrime. Sì. Per Pablito.


Giuseppina Montemezzani



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“La Terra si era allontanata solo di poco, quando avevano sentito uno scoppio, un fragore orrendo che aveva scosso persino l'astronave. Quel loro Pianeta che girava da tempo immemorabile intorno al Sole era scoppiato come un'enorme bomba. Fuoco, magma e ammassi di materia disintegrata avevano immediatamente iniziato a precipitare verso un enorme Buco Nero. Tutto era finito in pochi minuti inghiottito là dentro e nessuno ne avrebbe mai più saputo niente.”Un virus misterioso che si propaga con un puzzo sgradevole ha sterminato la popolazione dell’Europa. Gli Umani hanno distrutto animali, piante, hanno inquinato e corrotto ogni cosa per avidità. Così, la Terra scoppierà e sarà inghiottita dal Buco Nero. Solo un piccolo numero di persone meritevoli verrà salvato e condotto dagli Dei Mahākāla e Vetali su un altro Pianeta grigio e fangoso.


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