GALERE INDECENTI

 2021 O DELLA MANCATA RIVOLUZIONE DELLE CARCERI




Dal dicembre 2017, la Ministra Cartabia è membro della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto (altrimenti nota come Commissione di Venezia).
 
GENTILE MINISTRA DELLA GIUSTIZIA
 
a leggere il suo curriculum, siamo ai massimi livelli della giustizia, ma non per tutti, il piatto della bilancia sembra pendere sempre di più verso i benestanti e i ricchi. Lei non ascolta, oppure non vuole sentire le grida di dolore che provengono dalle carceri. Le premettiamo che siamo i familiari di una vittima di strage di Stato. In un convegno importantissimo presso il DAP a Roma, diretto dal magistrato Giovanni Tamburino, chiedemmo di intervenire su un ergastolano ostativo,  aveva scontato 30 anni di carcere durissimo, sette all' Asinara nella sezione Fornelli, che abbiamo visitato. Lo andammo a trovare al Due Palazzi di Padova, raccontò la sua storia di ragazzo di strada nella provincia di Catania, con i genitori separati. Il Calvario del carcere ostativo, le condizioni sono pura tortura. Se Lei è ministro della giustizia, lo deve anche a noi che, abbiamo difeso il Paese, manifestando in piazza ,rischiando la vita, fino alla strage delle stragi, quella della stazione di Bologna, ci siamo comportati da Partigiani, abbiamo salvato l'Italia dal Golpe organizzato da Licio Gelli.
Noi siamo una piccola associazione, ma lei non tiene in nessun conto nemmeno ANTIGONE, diretta dal docente universitario, prof. Gonnella, da 30 anni. Lei ha un volto sorridente, rassicurante ma non per tutti. Lei a nostro modestissimo parere deve dare una risposta pubblica nel merito dei ritard, sul disastrato mondo carcerario, deve dirci quanti soldi il governo ha stanziato per ribaltare il degrado delle stutture da Terzo Mondo. I detenuti perdono tutti i diritti? Deve dicercelo chiaramente, non è più tollerabile insistere con l'indifferenza, la negazione di una realtà sotto gli occhi di tutti, altrimenti quelle grida di dolore diventeranno boati. Faccia sue le parole, il monito di un grande italiano, Gino Strada, consumato dalla fatica di salvare quante più vite possibili.


La nomina a inizio dello scorso anno della ministra Marta Cartabia aveva lasciato ben sperare per le sorti del pianeta carcere e giustizia sia per l'alto profilo professionale e sia per essere notoriamente garantista. Una nomina che di per sé oscurava il suo predecessore al punto da far sperare, quantomeno, in un risanamento rapido delle annose questioni che attraversano le 189 carceri italiane. Speranza alimentata anche dalle primissime uscite pubbliche della ministra con parole d'ordine che addirittura prefiguravano quasi una rivoluzione rispetto al passato. A distanza di dieci mesi sembra che la situazione sia sostanzialmente immutata, ferma al palo delle belle parole più che delle azioni concrete con tutti i numeri in crescita dal sovraffollamento ai contagi.
Da parte nostra, nonostante le perduranti limitazioni date dal covid, abbiamo cercato di continuare a sollecitare istituzioni e società rispetto al carcere in generale, e alle situazioni oggettive che ci sono state rappresentate da ciascuno di voi. Decine e decine di denunce che, purtroppo, confermano che il carcere è il grande rimosso dal dibattito pubblico e dall'agenda politica di questo paese. Questo nonostante lo scalpore suscitato dalle immagini crudeli di Santa Maria Capua Vetere che pure hanno fatto il giro del mondo. Ma l'indignazione e lo sdegno, ormai, scorrono sui social-media giusto il tempo di un like. Basti pensare al maggiore sdegno che hanno suscitato nell'opinione pubblica le immagini dei pestaggi piuttosto che la notizia dei 14 detenuti morti durante le rivolte. Ma è una indignazione fugace e presto dimenticata. In queste pagine leggerete una sintesi delle denunce fatte in quest'ultimo anno, dei casi seguiti, dell'immobilità istituzionale a fronte di casi più o meno gravi. C'è la consapevolezza che la strada da percorrere è impervia, oltre che irta di imboscate. Questo non riguarda soltanto un’associazione piccola come la nostra, bensì tutti i fautori e i difensori delle garanzie e dei diritti all’interno del sistema penale. Le immagini di copertina sono una piccolissima parte delle centinaia di striscioni appesi ai balconi e nelle piazze di decine di città durante il primo lockdown quando in tanti scrivevano “andrà tutto bene”. Ma non è andata così, e per qualcuno più che per altri. Quest'anno è particolarmente difficile trovare parole da scrivere in questa sorta di editoriale, ma ci si può allo stesso tempo affidare alla frase del presidente Mao, quando diceva: “grande disordine sotto il cielo, tutto va bene.” Noi siamo nati per stimolare il conflitto, per farlo crescere, e incanalarlo nella dimensione da noi auspicata. Questo vale soprattutto per il carcere, di fronte alla crescente disumanità della detenzione. Quello che si sta consumando dentro e fuori è sotto gli occhi di tutti. Un balbettio indistinto circa le sorti di 55.000 persone inframezzato da rosari di belle parole che non si traducono mai in fatti. Finanche il pronunciamento limpido e chiaro della corte costituzionale sull'ostatività è diventato oggetto di sproloqui mediatici mentre il parlamento sta facendo voli pindarici per evitare di attenersi a quanto sancito dalla corte delle leggi. Per questo continueremo a disturbare il manovratore, a provocare le distonie all’interno del coro dei consensi al governo dei migliori, a ricordare a tutti che, come diceva Dostojevskij, la civiltà di una nazione si misura dalle prigioni. Il barometro ci sembra tendere verso il negativo. La misura, invece, ci sembra colma.
Siamo sempre più convinti che il carcere si potrà superare solo portandolo fuori dagli ambiti degli "addetti ai lavori" e provando a decostruire le giustificazioni poste a fondamento di una istituzione che ha chiaramente fallito la sua missione. Vi invitiamo perciò a stare con noi. Dentro, a fianco, davanti o dietro di noi. Per superare il populismo penale e aprire una nuova stagione dei diritti.
Intanto proviamo a rafforzare i nostri interventi attraverso l'apertura di tre nuove sedi Yairaiha in Sicilia, oltre a quella centrale di Cosenza con sede legale in via Salita Motta n. 9 e lo sportello legale in via Galeazzo di Tarsia n. 23 aperto il lunedì e il venerdì dalle 15.30 alle 17.30.
Di seguito gli indirizzi a cui potersi rivolgere sia personalmente e sia epistolarmente:
Associazione Yairaiha, Via Villa Glori n. 50 c/o Associazione Trinacria - 95126 Catania;
Associazione Yairaiha, Via Scipione di Castro 6 c/o Comitato territoriale Cipressi- 90134 Palermo;
Associazione Yairaiha, Via dei Vespri 13, 96016 Lentini (SR).

Scritto da Associazione Yairaiha-Mario Arpaia 
  

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