IN UNA BIBLIOTECA di Giulio Marra (in ricordo della tragedia del Vajont)



E’ la storia di un incontro tra un sopravvissuto e un bambino morto nel disastro del Vajont. Il sopravvissuto ha vissuto una vita sportiva ma sempre segnata dal tragico episodio. Vita sportiva e ricordo si mescolano costantemente. Il bambino non può rispondere alle domande o ai racconti del sopravvissuto, in realtà il fratello maggiore.

Chi scrive ascolta il loro dialogo e si limita a fornire la struttura del loro incontro. L’immagine scelta è quella di un libro intonso, chiuso dal fango, trovato tra le macerie, che non riesce ad essere aperto in un dialogo tra i due protagonisti: in altri termini la prima e l’ultima copertina, tra l’inizio di una vita e la fine di una vita, che i due fratelli avrebbero potuto vivere e condividere. Immagino che il sopravvissuto abbia trovato un libro prezioso sul luogo della scomparsa biblioteca, come nella storia del villaggio di Guaca raccontata alla fine.

Le citazioni hanno la funzione di creare e di restituire il senso e il valore della comunità. La voce narrante si mescola a quella del sopravvissuto.



A memoria



Vorrei lasciare

mura piene di felicità

Di voci, di canti

D’assordanti cantilene

E di lacrime, che si srotolano

Come disegni di un arazzo

di gigli e rose

E di risa come ali d’uccelli

Alle finestre del cielo,

Mura che parlano con altra voce

Che ridono con altre risa,

Mura desolate e solitarie

disegni della memoria

Esse ora sono,

Vorrei che non si sentisse

Che il tempo è passato

lasciando il segno

Indelebile

Dell’addio,

Vorrei che l’oblio non fosse

Una dimensione della mente,

Vorrei che l’uomo e le sue arti

Servissero all’eternità,

Come giocolieri in un circo

lanciano aste e cerchi

Senza mai cadere,

Così cadono i sogni

in ragnatele, sospese

fra terra e aria,

Vorrei che non si dimenticassero le parole

dette tra queste mura

Canti e preghiere, fruscii di sillabe

Storie che forgiano il cuore,

Folate di vento tra rami d’autunno

Solo queste io sento

Andare e venire,

Mentre i quieti sogni d’aracne

Incorniciano gli angoli

Di mondi circolari,

nelle luci spente del tramonto

usciremo in punta di piedi

con parole già spese

e nessuno saprà che siamo vissuti qua

tutti, senza la pena

di rincorrere la felicità,

che la vita vi è passata fata morgana

d’ombre e luci, ormai

per magia le foglie rinsecchite corrono

come un tempo alla porte e alle finestre

per chiedere armistizi

all’effimero,

oasi di verde e fiamme,

nessuno risponde all’appello

ma le mura,

Ritte e ferme come inconcussi

Testimoni agitano nel silenzio

Ombre del tempo che fu.




IN UNA BIBLIOTECA CHE NON CONOSCO



“Mi senti?. Mi senti? Mi sei vicino?”. Mi guardai intorno, cercando la provenienza di quel flebile sussurro. “Vicino?” mormorai tra me e me. Pensai che un bambino mi stesse chiamando, di nascosto. Succedeva così ogni volta che mi avvicinavo a quell’angolo di casa. “Ehi, tu… mi senti?” e ogni volta avevo un sobbalzo. “Mi senti?” . Feci attenzione. La flebile voce sembrava provenire da un libro azzurrognolo, del tutto intonso, rimasto tra le macerie della mia piccola biblioteca. Lo vidi. Lo raccolsi. Lo tenni tra le mani. Ma chi era quella voce, che ogni giorno mi aveva cercato? Eh si, perché ogni volta che sentivo quella voce succedeva qualcosa dentro di me. Potenza della voce. L’anima reagisce ai luoghi dove passa, a un luogo che non ho mai dimenticato, a un luogo dal quale mi chiedo perché mi sono discostato, a un luogo che ho perso e sentito per tanto tempo lontano. Percorriamolo dunque quel luogo. Dall’inizio alla fine. Sulle ali ambrate della nostalgia, di una lenta nostalgia, di nessun colore e di tutti i colori, di nessun mezzo e di tutti i mezzi, di nessun ordine e di tutti gli ordini. Ci avvicineremo con passo incerto?

Faremo come Astolfo che cerca

Il senno di Orlando sulla Luna?



Tenni quel libro tra le mani. Era il veicolo di una voce, di un affetto perduto! “Giriamo queste pagine una ad una” pensai e mi rivolsi alla voce che mi parlava nel cuore. Dissi: “Caro, stammi vicino come non lo sei mai stato, prendimi per la mano, noi due soli, perduti in una piazza, larga, uno slargo, un vuoto che si addensa. “Mi senti?” e la voce nel cuore mi rispondeva: “Gira ognuna delle pietre sottosopra e sotto troverai quello che cerchi. Ogni pietra una pagina, ogni pagina una pietra. Cominciammo nel buio, finiremo in pieno sole? Ci saranno tra la notte e il giorno i rossori dell’alba? Ci saranno ceste di fiori, di uva e di limoni e lassù in cielo un volo di aquiloni”. Immaginai che si ergesse così ogni parola da ogni pagina di quel libro che tenevo tra le mani, come risveglio del mondo mio. E lo esortai con l’affetto di cosa amata: “Non dire addio, stammi vicino e chiedimi ancora: Mi senti, mi senti?”. Mi bastava sentire quelle parole per rispecchiarmi nel mare del tempo che avevo dinanzi, nell’acqua che rimugina, che parla, che scalpita, che rode sotto i piloni dei ponti, che fa andare lontano nella Grecia antica, nelle barche perdute sopra il mare furioso, in quelle di vela latina scivolanti sullo specchio. Quante pagine dovrò sfogliare per arrivare alla fine o all’inizio? E intanto parliamo io e te. Da quanto non parliamo, quante pagine ignote sono passate! Seguiamo il consiglio del poeta, che impone alla realtà le sue apparenti incoerenze,

Ma non ragionare! L’indagine è quella che offùscati il lume.

Inchinati sopra il volume, ma senza voltarne le pagine

(Guido Gozzano, Nell’Abazia di San Giuliano)

“Non lo conosco! Non la conosco questa pagina” sentii la voce nel cuore. E, guardando quel libro intonso, immaginai di rispondere: “Il nostro tempo si svolge tra le due copertine, che parola suggestiva! La prima copertina di una madre e poi le pagine musicali della vita che si svolge. Le note vanno, vanno senza fine. Entriamo nel mondo e passiamo. Tutto passa, tutto passa, tutto si trasforma! Ma noi pensiamo di rimanere sempre gli stessi, di sentire come sempre, di amare come sempre, di ricordarci l’un l’altro, da copertina a copertina. Non ricordi quella casa, “in quelle ore bruciate” e

sotto l’ombrello di trine una mimosa,

che fioria la mia casa ai dì d’estate

co’ suoi pennacchi di color di rosa

(Giovanni Pascoli, Romagna)


“Non la conosco, non la conosco! Non ho avuto il tempo! Mi sarebbe piaciuto” sentii.

“Non hai avuto il tempo, ma allora tu che dici di essere senza tempo parla con me. Mi senti, mi capisci? Avvicinati a quest’angolo, a questo libro lasciato intonso. Dentro ci sono i sogni e i talenti. Tuoi e miei. Dentro c’è anche una canzone”.

“Non la conosco, non la conosco!”.

“E io vorrei che tu potessi ricordare una corsa, un sorriso, il nostro sorriso “e perdersi nel verde


e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,

gettarci l’urlo che lungi si perde

dentro il merïdiano ozio dell’aie;

(Giovanni Pascoli, Romagna)



Da quell’angolo rimasto sconsolato io so che quella sera in cielo c’erano le stelle. Un bambino guardava alla finestra aspettando il papà che ritornasse e guardando le stelle diceva che non ce lo vedeva lassù tra le stelle. “E’ un angelo e gli angeli non si vedono” qualcuno spiegava. “Vorrei aprire questo libro alla prima pagina e parlare con te, piccolo caro, una riga qua e una riga là come una dolce musica che passa da corda a corda; io ero un giocatore di calcio nelle speranze che tu non avrai mai. Già, i fantasmi non esistono. Percorrono i cieli della mente senza mai vivere. Oh, si, i fantasmi non esistono. Eppure i fantasmi siamo noi. I fantasmi sono le immagini allo specchio del nostro cuore lacerato, bugiardo, vile e generoso. Tutto è sincero alla copertina del nostro libro, ma alla fine? Dammi poeta, tu che conosci il luogo del tuo cuore, la forza di chiedere e di parlare, fammi sapere

d’una villa chiusa e abbandonata

da tempo immemorabile, segreta

e chiusa come il cuore d’un poeta

che viva in solitudine forzata.

(Corrado Govoni)



Potrò mai uscire da quella solitudine forzata? Potrò mai aprire questo libro intonso?”.

“Non la conosco! Io non la conosco più la tua casa!”.

“Ti racconto una storia. La storia di un’asinella, e so che la capirai, piccolo caro, e mi aprirà il cuore. Era un’asinella docile e gentile, messa in vendita per denaro, legata a una cordicella, dal pelo marroncino e dal muso bianco. A chi sarebbe andata? Chi si sarebbe mai interessato a un’asinella? Chi avrebbe alzato per lei gli occhi dal dolce caffè mattutino? Un’asinella senza tentennamenti, fiduciosa, come ogni essere accomodato al proprio destino. Un’asinella senza documenti, un’asinella perduta, sconosciuta, chi l’avrebbe mai trovata alzando lo sguardo dal caffè mattutino? Esistere non esistere, essere e non essere, chi mai la cercherà, chi la troverà se andrà perduta e morirà? Il sedicente proprietario sparisce nel nulla, non risponde al telefono, quale la sua onestà? L’asinella l’aveva rubata, così la speranza. Come all’asinella, la stessa cosa è successa ad ognuno di noi, resi irriconoscibili e sconosciuti.”



Non si sentì voce che rispondesse a queste parole, troppo pesanti, troppo dolenti. Il libro rimaneva muto e non si apriva tra le due strette copertine. Poi, dalla quarta si sentì un’intenzione, una volontà di parlare ancora: “In una delle pagine che vorrei farti aprire…”. E iniziò un racconto di chi nel pieno del gioco scattava e tirava come un furetto senza mai mollare finché un calcio traditore gli spezzò la gamba destra. Molti furono attorno a lui piangenti e disperati. “Quanto dolore una notte, e fu mio padre, mastro carrozziere, che mi tagliò il gesso evitando che la gamba andasse in cancrena. Non c’è sempre un padre che salva. Mio padre non c’è più, e noi? Non c’è sempre un padre che salva. Mi trovai di nuovo tra i pali e tiri su tiri, volavo da un palo all’altro. Quanto vorrei che così fosse ancora! Volerei da palo a palo per afferrarti al volo come afferravo il pallone. Ricordo nei versi immortali del poeta,

Ai confini del campo una bandiera

sventola solitaria su un muretto.

Su quello alzati, nei riposi, a gara

cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo

si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.

(Umberto Saba, Fanciulli allo stadio)

“Non la conosco!” Si sentì una piccola voce dalla prima copertina, lui non aveva avuto il tempo per aprire quelle pagine che rimanevano del tutto intonse. Era da poco arrivato al mondo, era appena entrato nel campo di gioco del mondo, non ne era partito alla fine dei suoi giorni lasciando il posto a un simile se stesso.

“Abitavo in campagna, caro, come avresti abitato tu, se fossi vissuto. Gli alberi! Io ho saputo di quale grande compagnia essi mi erano, mi chiamavano da lontano a ogni folata di vento, leggermente vibrando le foglie dei pioppi, struggenti quelle dei castagni, io m’affacciavo alla finestra e con loro vedevo il susseguirsi delle stagioni della vita, come tu non hai potuto fare. Sono stato loro sempre vicino, ne ho tratto pace e la lenta forza del crescere, noi umane creature cresciamo rapidamente per capire… in quel libro e sulla copertina ci vorrei vedere un albero con le sue chiome d’estate, con l’intrico dei suoi rami esposti al vento d’inverno, lassù sul Toc il mio sguardo arrivava alle cime flessibili, s’inebriava del loro verde scintillante e baluginante alla notte, alla luce della luna. Credi che non abbia sognato di essere rapido, duraturo, persistente, robusto come loro, quando mi lanciavo da palo a palo per afferrare un pallone spinto dal vento? Ho sempre ricordato queste loro radici, affondate nella roccia, sulle ripe scoscese del monte, sono rimasto integro come quelle radici e quelle fronde e quei rami. Sono le radici della vita, sono la linfa per il nostro cuore ferito, per il nostro corpo stanco, per la nostra anima disincantata. Le radici degli alberi non gelano neanche d’inverno anche quando la neve ricopre totalmente i rami ormai spogli. (Alessandro D’Avenia)

“Li ricordo gli alberi, li ho visti anch’io, camminavo con la mamma sulle loro foglie, d’autunno.”

“Allora, aprendo questo libro, le vedresti le foglie che cadono a terra.

Gli alberi sono a terra

cadendo la loro livrea

tinge come fosse il sole che sfogliandosi

cade nell’amaranto delle vie ci si può perdere

non c’è più via e non c’è più campo

sotto la pioggia che incolla passo dopo passo

manti di foglie

mentre più alte, e sole si ergono

le dita degli alberi, così nudi

così improvvisamente spogliati

assassino che taglia quelle dita

puntate al cielo di sogni consumati,

eppure sogni

il vento come un’anima

le porta sulla spalla

e scendono

curiose le foglie di fico dalle dita rugose

caracollando quelle lente dei platani

le foglie ross’antico degli aceri s’adagiano supine

le agili felci seghettato le nuvole sparendo nell’aria

le spatole verdi delle querce ingrigiscono a terra

si struggono eteree quelle crespe del calicanto

e le foglie dei faggi si macchiano di ruggine

si pavoneggiano nei salotti del cielo

i gialli ventagli del gingko biloba

e i cuori languidi dei pioppi e dei legnosi tigli

si mescolano ai dorsi duri degli ippocastani

il nasone del liquidambar è come un vecchio d’oriente

che continua parlare

mente risuona il cassone armonico del liriodendro

e scendono scendono

colori sulla terra, metamorfosi di luce

ma raccogli in tempo dai tronchi

d’argento del kaffir le foglie speziate

prima che i profumi si smarriscono a terra

di castagno e cedro.

T’accompagnino contemplativo nell’inverno

amici che cacciano gli spiriti

e poi nulla rimane se non il robusto lauro

e i campanelli rossi del pungitopo

che profumano d’asparago.



“Li hai scritti per me? Non potrò leggerli!”

“Te li ho scritti io, parla con me, li ho scritti per te, ma anche per me perché anch’io sono perduto. Un sopravvissuto. Per noi il tempo non ha più senso, vero? La memoria prevale. Sono gli alberi che vedevo in paese, lungo le vie e sul monte Toc; quanto mi sono fermato a guardarli! A sentire le fronde, erano fratelli che seguivano i miei passi fino al campo sportivo; ora non si vedono più spazzati via dal destino di uomini incauti. Ma è rimasta la pianta santa, la sequoia di Faè, scorticata dall’onda. Che meraviglia le descrizioni del mio paese, l’ho sempre presente: i suoi colori, i suoi riflessi, il buio profondo delle notti, il profumo dei tronchi tagliati, lo splendore lunare, i venti tumultuosi, i lampi, i tuoni minacciosi, e poi la sua quiete impensabile.

ricordo le mattine d’inverno quando

nemmeno un colore di ramo

si vedeva, coperti da gelida Pazienza

che silenziosa ricama

lenzuoli di brina…

e poi, d’un tratto, era come tutto urlasse in me:

ricordati, sono stato un tempo primavera!



Mai più quel boato e quel ghiaione e il bagliore di luce, ma non di luna piena. C’è un’osteria nel vicolo accanto alla chiesa, quella notte tirava il vento, il cielo era mosso, i carri erano fermi nelle stalle, i taglialegna versavano e bevevano vino rosso, cantavano vecchie canzoni, si sentivano fino alle case più lontane nelle quali li aspettavano le donne con i bambini. Era il mio paese. Quegli alberi e quelle foglie me lo ricordano. Il mio paese coperto di fango e macerie!



S’è aperto uno squarcio di cielo quando

L’albero è caduto, ma come milite

Mutilato alza due dita rimaste in segno di ironica

Vittoria, lassù nelle chiome assenti

si sentono grida di bimbi e di uccelli,

rumore di chiome al vento

La memoria resiste


Sul campo, per le parate e i voli da un palo all’altro venni soprannominato “Il gatto volante”, e in questa stagione della vita ho nella mia mente una partita. Il campo era impossibile, coperto di neve e fango, il pallone quasi non rimbalzava. Lo capisci perché me la ricordo? Così fu ridotto il nostro povero paese, neve e fango! Quale dio potrà mai fare rimbalzare il pallone della nostra gioventù? E, anche se un arbitro decidesse di giocare, quale mai piede dei cinque rimasti potrà scendere in campo? Nemmeno Penche che faceva gol in terreni impossibili. Io ero tutto infangato, sporco e bagnato, qualcuno mi abbracciò, mi sollevò, mi salvò e non mi mollava più. M’apparve miracolosa la statua di legno di una regina, teneva in una mano una lumaca, che si sentiva sicura in quella mano possente. Anch’io lo ero. Grazie a Mondo e a Luca per avere avuto l’idea di cercare i giocatori sopravvissuti il 9 ottobre 1963. Sergio è uno dei cinque, inseparabile amico, per fare memoria e non dimenticare.


Prima il fragore dell’onda

Poi il silenzio della morte

Mai l’oblio della memoria.


“Perché mi racconti queste cose?”.

Già, a te non sono capitate, e mai capiteranno. Mai. Ma la mia mente corre da una copertina all’altra, come vorrei aprirtelo questo libro, come vorrei che tu potessi leggere quello che c’è scritto! Gli uomini, le storie, certe storie che mi sono impresse nel cuore. In una pagina troveresti la storia di un rogo scoppiato in una stalla. C’erano pecore inermi, poverine, e nulla ha potuto il soccorso, sono morti due agnellini e una pecora, loro madre. M’immagino che un agnellino sia tu? Perdonami il confronto. Ma quel fumo denso e nero mi colora la memoria. Alla vista delle fiamme, la titolare ha rischiato la vita per salvare le pecore nella stalla, ma tre hanno trovato la morte. Erano le 22.39 quando le fiamme cominciarono a divorare ogni cosa. Le bestiole sembrano impazzite, in pochi istanti la stalla diventa una camera a gas. La temperatura è insopportabile, l’aria è pesante e irrespirabile. Il fuoco è arrivato dall’alto del tetto e inghiotte tutto al suo passaggio. Molte delle pecore sono state salvate dal disastroso incendio, ahimè non come la gente nel nostro paese.

Ma da quel nido, rondini tardive,

tutti tutti migrammo un giorno nero;

io, la mia patria ora è dove si vive;

gli altri sono poco lungi; in cimitero.

(Giovanni Pascoli, Romagna)

O anima senza conforti, e pensa che solo una fede

Rivede la vita, rivede il volto dei poveri morti.

(Guido Gozzano, Nell’Abazia di San Giuliano)



Chi risalirà alle cause del disastro? Delirio di grandezza. Si tratta di un uomo che non accetta i limiti della propria condizione, rappresenta l’immagine più triste dell’uomo non consapevole delle proprie fragilità.

Nel mese di ottobre del 2018 ci siamo incontrati, con S. Messa al cimitero monumentale di Fortogna, e con la deposizione di un trofeo offerto dagli amici di San Biagio e Roncade, opera di un carissimo sportivo e amico fraterno, Mario Gobbetto da Roncade, definito il Michelangelo del cemento. Lo stesso, con la mia collaborazione metallica, eseguì un centinaio di dighe in miniatura che donammo ai cittadini di Longarone a ricordo della tragedia del 9 ottobre 1963. A tutti i visitatori del museo di Fortogna due opere da noi realizzate hanno provocato e provocheranno una stretta al cuore.



Mamma, la ricordo, la ricordo nostra madre!



Non resta nulla, resta un vuoto

Muore per sempre un tempo della mia vita

Un campanello da suonare, dovunque,

in qualsiasi momento,

una corsa veloce, lassù, uno sguardo

sempre uguale e la sicurezza che c’è

sempre qualcuno

che si sa, che ci conosce

meglio di ogni altro. Una storia

di avventure segrete, una sorgente

continua di rivelazioni sconosciute

che ci creano ancora piano piano

ingenuamente. Poi il futuro si arresta

e si rimane traditi, non finiti,

piccoli bimbi che non sanno,

a una spanna dalla mano che ci era tesa.



“Chi era?”

“Allora tu mi senti, allora cominci a sentirmi, sono riuscito a voltare una pagina, una alla volta, pagina dopo pagina per ricordare nostra madre.”

“Ti sento, ti sento anch’io.” Come risento le parole rimaste nel quaderno di Marinella rivolte alla mamma: “… ogni anno è la festa della mamma e io le regalo sempre qualcosa con i miei soldi come l’altr’anno le ho regalato una sottoveste col mio poco risparmio e il babbo un fazzoletto da testa, la mamma non sapeva più come ringraziarci. Io voglio tanto bene alla mia mamma e anche al babbo, non saprei proprio a chi voglio più bene”.



Mi ritrovai lontano, a casa di un amico. La mamma di Valerio, non la nostra, mi venne incontro; era freddo e mi mise i piedi nel forno, poi mi diede una scodella di caffelatte con biscotti, e poi! Pensai subito di tornare a casa, mi prese una tale malinconia ricordando il paese, mia madre, mio padre, i parenti, gli amici. Ma quale povero paese, una massa bianca che arrivava fino al Piave! Solo ieri



Eri ancora Vicenza,

non ti eri ancora capovolta (Azneciv

ora il tuo nome a specchio dello stagno del cuore).

(Fernando Bandini, Ieri)



Sognai. Mi trovavo da solo a camminare lungo una strada sconosciuta, senza orientamento, senza riferimenti, senza strade, senza angoli conosciuti. Sentivo latrati. Centinaia di cani ringhianti mi inseguivano. Iniziai a correre all’impazzata ma loro, come rocce, come pietre irrefrenabili, catapulte, mazze, siluri mi tallonavano - a un certo punto calò il silenzio. Dietro di me era apparso miracolosamente un alano, tanto grande da sembrare un cavallo, che bloccava l’orda dei cani inferociti, dandomi così la possibilità di salvarmi. Corsi via con il cuore in gola, i lampioni oscillavano in via Roma, mi sembrò di volare volai, di essere trascinato finii, in un giardino delle case alte del paese verso il bosco, in una buca, passai la notte, il mattino dopo mi trovarono, una mia mano si muoveva fuori dal fango, mi abbracciarono, mi salvarono. Sono nato una seconda volta. Nel sogno mi trovai nella chiesa del paese. C’era un organista che suonava, presi posto nella navata centrale, aspettando di sentire brani di musica sacra. L’incubo è un vuoto, e non mi lasciava. A un tratto sentii una voce provenire da un piccolo altare sul lato destro, una voce cavernicola che urlava e bestemmiava: - Vai via, vai via! - Sembrava provenire da un pozzo. L’altare era quello di S. Vicinio, un santo che pregava con un collare come fosse un giogo e, all’estremità, pendeva un grosso macigno, così faceva penitenza. Ero solo, ebbi paura, il campanile mi sembrò un urlo silenzioso verso il cielo. Il monte Toc era ancora là, alto, immenso. Immensa l’onda superava la cime della montagna.



In quella buca sognai, ripensai. Nel mio silenzio

Ho scritto

Lettere piene d’amore:

non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita.

(Giuseppe Ungaretti, Veglia)



Tutto mi pareva naufragato, travolto, soffocato, consumato dal tempo. Ma l’amore è più forte della morte. Nell’attimo del naufragare nel mare del tempo, in quell’attimo ci aggrappiamo all’amore come il naufrago al salvagente. Solo l’amore può trasformare il naufragio in allegria, perché solo in quell’istante si scopre che da soli non ci si salva. C’è un’allegria in ogni naufragio: è l’amore di cui abbiamo bisogno (Alessandro D’Avenia). Ed ecco che una figura femminile mi apparve alla fermata dell’autobus: fu una luce, un’apparizione, era giovane e bionda, seguii l’autobus finché lei scese a Roncade, mia seconda patria. Un momento indimenticabile e, vedendola da vicino, dissi tra me: Che giovane! Io ho 24 anni, mi darà del nonno! Era destino, era forse il Dio greco capriccioso e creativo che mi spingeva verso di lei, che mi faceva osare, sperare. La mia vita cambiò, dovetti riformulare il mio spazio giorno dopo giorno e riformulare la parola conoscere e la parola dimensione. Ci sposammo dopo tre anni e fino al 1978 mi ha sempre seguito, in ogni spostamento c’era lei. Ferrara (Spal), Forlì, Porto San Giorgio nelle Marche, anni spensierati e felici. Grazie Eleonora, per tutti Lola!

Per Lola



Se non fossero rossi i tramonti

Cosa faremmo di quel velo d’azzurro

dell’ultima tersa parte di cielo,

del rosa che s’accende d’arancio e affonda

nella brace dell’ultimo sole,

dal cupo oriente l’alta notte s’avvicina

ma sono ancora luce

quei tremori sfilacciati e le armonie

che vanno sfumando

Nel buio dei campi, nel silenzio

Il drago della notte avanza

Ed è una gola di fuoco

In fondo al cielo.



Prima che il buio la spenga

Dei raggi rossi voglio fare nastrini,

Di quelli gialli balocchi,

Dell’arancio guance odorose

dell’azzurro trepidante tanti occhi,

Col filo delle nuvole

dorato

Arrotolo il mondo, ma presto!

Una speranza rosa strapperei dagli ardori

svaporanti, presto!

La notte si chiude

E catapultasi in cielo la luna

con i suoi cuccioli d’argento.



“Io non la conosco.”

“Non puoi averla conosciuta, ma nessuno si è dimenticato di lei. E nessuno si è dimenticato di altre amorose donne e amori perduti. Anche loro sono scritti in questo libro. Il nonno Giuseppe vagava con aria triste e spaesata. Un bambino lo chiamò, il nonno si voltò e, sorridendo tristemente, continuò il cammino. Era morto tre ore prima. Sembrava dicesse:



Me ne sono andato

Con gli alberi in fiore

Mi hanno salutato come amico

E non come disertore,

L’albero di melo quest’anno fiorirà

E nuove rose sbocceranno alte sullo stelo

Invernale,

assieme ai ciuffi di fiori d’amarena

E alle pallide albicocche.



E Giancarlo travolto nella centrale di controllo, i sessanta operai... Olocausto! Elvira è morta portando con sé un mondo difficile da raccontare ai nostri figli. Ha affrontato tracolli economici e tempi felici. Faceva i mestieri di casa, curava la sorella più piccola ma imparò anche a fare le pizze, i piatti siciliani da sua nonna catanese e quelli lombardi della madre pavese.

“Non la conosco!”“Non puoi conoscerla, ma queste parole del poeta che fra poco trascrivo sono parole che corrono nell’aria dei grandi abeti di Erto e Casso, parole che si ricordano e, se così non fosse e svanissero anche i ricordi, ahimè, come mani che si amavano e non giungono a toccarsi “fin che sino il ricordo ne consuma e tutto è come se non fosse stato”, ognuno resterebbe



con la sua perduta

felicità, un po’ stupito e solo,

per mondo vuoto di significato.

(Camillo Sbarbaro, Versi a Dina)



Non si perdono i ricordi. Ma io mi chiedo chi siamo, io chi sono? Non c’è possibilità di ritorno a tempi e a persone scomparsi. Siamo stati impoveriti, ci è stata cancellata la memoria, una parte del cervello si è rinsecchita, il passato è diventato sterile e bieco. Siamo gente che non può indulgere nella nostalgia. Ci spinge avanti qualcosa? Qualche Fato che ancora non conosciamo? C’è una sola speranza, la facoltà del cervello che si svincola e crea tutto daccapo. L’arte porta alla vita e la vita all’arte. Lo sforzo disperato che l’uomo compie nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è arte. Per questo ti scrivo tanti versi di poeti con le loro magnifiche incoerenze. Anche tra le copertine di questo libro intonso il tempo si svolge. Vengo spesso in quest’angolo della mia casa dove ho trovato questo libro sigillato dal fango, di cui vedo la prima e l’ultima pagina, e resto a pensare: Siamo qui e passiamo. Il tempo continua, cos’è il tempo? Chi sono io? Ero abituato a volare da palo a palo in ogni partita cruciale alla salvezza della mia squadra, ero abituato a proiettarmi nel futuro e nel passato. Adesso siamo sopravvissuti, prigionieri immobili. Prigionieri dell’incertezza. Qual è il reale me stesso? L’uomo com’è o l’uomo come vorrebbe essere? Mi senti, piccolo caro?

“Non posso rispondere, le tue sono domande alle quali non so rispondere.”

“Lo so, lo so. Ti racconto una mia fantasia: Ho disegnato un foglio bianco con la tua immagine trasfigurata in una collina verde, su cui giocavi con altri bambini guardando una colomba che vola. (Carlo Verdelli) Eri un bambino felice. Ti penso sempre felice, nella piazza, per le strade, per il bosco… La nascita dei bambini! I loro sogni saranno accompagnati dal suono e dalla voce di una ocarina magica che sussurrerà Ninne Nanne. Serviranno a fare un nuovo passo verso la pace cantate da mamma e papà ai loro bambini? Il sogno continua, narra di bambini che giocano. Felici. Tutto sembra cento volte più bello: una passeggiata nel bosco, un panino in pieno sole. Il tempo riprende a correre, la vita a fiorire, un’amica si sarebbe sposata, un’altra era diventata mamma. Cantano filastrocche che raccontano la pace. Quale pace? Non quella impossibile di coloro che vogliono prevedere tutto senza sapere niente, ignorando anche quello che dovrebbero sapere dell’instabile monte Toc. Si tratta di incontrare la morte. La preparazione che possiamo avere nasce da come ci siamo sentiti davanti alle opere d’arte o alla lettura dei poeti: i loro versi parlano di qualcosa che non riusciamo a dominare, parlano di una proiezione nel futuro che non dobbiamo dominare, come una barca che lascia gli ormeggi condotta dalla ingovernabile corrente. Individuiamo un colore come filo conduttore.

“Che colore?”

“Un azzurrino speranza, ti piace?… E scriviamo ai bambini che verranno dopo di te e dopo di me – quale dolore il pensiero dei bambini mai nati! Non desideravano altro che di essere amati - la imbuchiamo in una nuvola e arriverà a destinazione. Perché sia la speranza di tutti i bambini che la leggeranno, una promessa che trova spazio nella mente. Vedo il mare, che in una giornata limpida si potrebbe persino scorgere lontano dalla cima del monte Toc, ma anche dentro di noi”:

Verde conchiglia dalle aperte valve

pone su di te e il mare sedimenti

marini sedimenti sì seclusi

sogni e pensieri dal mondo esclusi

che quando penso a questi anni crescenti

e al peso che d’ognuno in me rimane

io spero sempre che un dì dimane

io possa al fine confrontarmi a te

e trarre da me sì bella perla

quanta al mondo oggi non c’è

e che il mio stesso cuore per averla

si volga lontano impavido nell’onde

per ritrovare quel dolce luogo donde

nell’oscurità dei tuoi recessi

Pace proceda e d’assopir m’avessi.



“Se mai leggerai, caro, queste righe…”

“La mia pagina non si aprirà mai, mai.”

“Lassù in cielo, come una verde conchiglia...”

“Mai, mai.”

“E’ il mio modo di dirti addio. No. Non ti ho detto addio. Ti ritrovo in ogni pagina. Le lacrime dell’anima sono invisibili ma sono una linfa vitale che stimola il coraggio, la mia sopravvivenza. Quando te ne andasti ti dissi che non ti avrei detto addio. (Mirabella Marabese Pinketts) Non ti dirò mai addio, sei contenuto in questo libro intonso, per sempre tra le copertine, come quel povero bambino chiuso in un telo di morte!

La mia pagina è arrivata, alla fine, la pagina di un sopravvissuto, la mia carriera sportiva è arrivata alla fine. Ritornano i ricordi, le risate, i commenti sportivi, le pacche sulle spalle. Si rideva anche, sai, con Enzo Bearzot che diceva: “La squadra è l’orchestra, il tema musicale è l’avversario, dunque va suonato, ogni volta in modo diverso”. Che bei tempi! Ora la gente delle città ha sempre il muso duro, sembriamo tutti degli estranei, nemmeno in montagna salutano più, che mondo! Rimpiango quei tempi, tutto è cambiato, peccato. Siamo due tram che corrono in opposte direzioni,



anche a noi passeggeri

dalle opposte destinazioni

capita qualche volta di sfiorarci

con brevi occhiate da cui sbucano

malinconia e stanchezza

e un’ombra, solo un’ombra di pietà.

Giovanni Raboni, Andirivieni)



Ma noi no, noi che vivemmo il terrore ci saluteremo sempre e una pagina di questo libro intonso sarà per ognuno di loro: per il mio secondo nella Pro Roncade, Trache – per Fanello - Miccia – Castellan – Pitti – Baino – Tonon Rogna – Penche – Foffo, un grande amico – Gianni Cervellin, addetto alla consegna delle maglie per le gare, e altri. Bibi per tutti. Il calore della nostra comunità è una realtà impossibile da cancellare. Progettare richiede responsabilità, non ci dobbiamo privare dell’orizzonte che sta oltre di noi, al di là del presente, di una prospettiva da comporre con pazienza e con un senso del tempo lungo, che va oltre l’immediato in cui siamo precipitati… li sento



questi giorni di primavera

Immobili, caldi e la bellezza che attende

Dietro l’uscio, con un riso

E all’improvviso



Si diffonde una tale pace in questi giorni, laboriosa

O fermati cervello immenso delle cose!

Madre natura, cauta, doni quest’ora

Per vivere ancora



La vita è dominata dal contrasto e dalla compresenza dei contrari. Io la leggo come un invito a rimettere la negatività come polo che ci spinge in senso opposto. Tutta la paura, l’allerta, il lutto, l’impotenza e la rabbia che abbiamo sedimentato in questo momento della vita devono lasciare il posto al loro contrario. (Alessandra Sarchi) Forza! Assieme si condividono cibi e sapori mescolando il nostro vino in un cin cin, i bicchieri danzano in sincronia a ritmo di musica e danno vita a dei “noi” che sono capaci di trasfigurare gli “io” a cui siamo stati miseramente costretti, di trascinarli in una dimensione di reciproca appartenenza. Ci troveremo in una delle nostre taverne, in un’osteria ancora dai vetri rotti e sporchi, e come scrive il poeta:

Qui

Non si sente

Altro

Che il caldo buono.

Sto

Con le quattro

Capriole

Di fumo

Del focolare.

(Giuseppe Ungaretti, Natale)



Perché a Natale, grazie a Dio, si nasce sempre un’altra volta e, a Natale, della nuova vita ce ne prendiamo cura: un giardiniere guardando un seme immagina la rosa, un maestro guardando l’alunno immagina l’uomo, con questo sguardo profetico e amante troveremo il nuovo in ogni cosa… (Alessandro D’Avenia), un posto, un libro intonso. Saremo fanciulli alati, pronti a spiccare il volo (Lisippo), come nei dolci versi del poeta,



Anch’io tra i molti vi saluto, rosso

Alabardati,

sputati

dalla terra natia, da tutto un popolo

amati.



Mi ritrovo, sai, a volare come il portiere che:

su e giù cammina come sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.

Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora

una giovane fiera si accovaccia

e all’erta spia.

(Umberto Saba)

Fra due mesi sarà Natale: Se l’uomo è in parte oggi disumano è perché rinnega la propria fragilità per perseguire il potere, che è incompatibile con l’umanesimo. Io non so se quell’uomo di Nazareth sia un dio venuto sulla terra. Dà un esempio di come debba essere un uomo, espressione della fragilità e della grandezza dell’essere umano (Vittorino Andreoli). Prendiamone esempio, nei limiti della nostra umanità. Mi illudo che questa sopravvivenza possa accadere. Questo è il significato della scultura che ho forgiato, ricorda la tragedia del Vajont sulla copertina di questo libro. Questo il senso della storia che ti sto per raccontare. Un miracolo accaduto?

E’ la storia di un villaggio di pescatori e di un tesoro inaspettato. Yolman Lares una mattina sta tornando dal bagno pubblico alla sua baracca di lamiera nel villaggio di Guaca, sulla costa caraibica del Venezuela, quando vede qualcosa luccicare sulla riva. Dopo aver scavato un po’, scorge il volto della vergine Maria spuntare fuori dalla sabbia. Un miracolo?... Alla scoperta della medaglietta d’oro, tra i duemila residenti di Guaca è tornata la speranza. Ed è iniziata la caccia al tesoro. Alla fine di settembre la ricerca ha portato alla luce centinaia di gioielli in oro e argento, ornamenti e pepite che si sono riversati sulla riva offrendo agli abitanti del villaggio una sconcertante e meravigliosa tregua dal collasso economico. Chi ha trovato un anello d’oro, chi è una catenina, chi un gioiello… Riviviamo il miracolo! Quel triste giorno il parco era pieno di fango, di rami spogli, di desolazione… i bambini però saltellavano emozionati, ogni tre passi si fermavano indicando entusiasti un sasso, una ghianda, un fiorellino sopravvissuto, un pezzo di stoffa colorata, una chiave, una moka, un bottone, una moneta, un orologio … “le lancette... tutte orrendamente ferme su un unico orario. Intorno alle 22 e 45” (Alessandro Borgogno). Cercare tesori era la missione di quella giornata, alle quattro del pomeriggio avrebbero avuto le tasche piene d’erba e di foglie, completamente soddisfatti del bottino. Noi non siamo più bambini e non possiamo tornare a esserlo. Quello che a loro viene naturale a noi costa una fatica immane: accettare la realtà per quello che è, aderirvi, scavare in profondità fino a scoprirci dentro un sasso, un fiore striminzito, un motivo qualsiasi per resistere e andare avanti: una speranza. (Silvia Avallone) Io sono arrivato alla fine della mia carriera sportiva e ho trasformato quella vita, quello che ho imparato da quella vita, e da tutta la vita, in opera, capacità artigiana, modulazione fisica delle mie dita e delle mie mani, e sento che ora si sta aprendo anche per me una nuova stagione di cui, caro, ti vorrei parlare anche se posso solo parlare a me stesso perché tu non ci sei, ma nell’arte, nel pensiero che la crea, nella mente e nelle mie mani tu ci sei e ci sarai sempre, per questo ti rivolgo questi versi che leggerai lassù guardando quaggiù, verso di me.

A volte si volge una pagina senza

Che nulla si sente che muti, un istante

D’inerzia del tempo che scorre come

Nell’ultimo infinito giorno d’estate

E poi d’improvviso si sente che si è fatta

Un’altra stagione, non molto diversa

Non molto infelice, un’altra stagione –

In cui si ama gli altri forse di più, forse

In modo diverso, con uno sguardo all’indietro

Che consuma gli errori e le sciocchezze del passato.

Questa nuova stagione, quella vecchia stagione

Mi è cara per la dolcezza di cui

Mi colma, per la disponibilità che mi apre

Nel cuore, così lontana dalle leggi del mondo

Così diversa dalle passioni impegnate della vita;

e mi è nemica, perché mi coglie all’improvviso

con il suo inevitabile andare, con l’insistente bussare

a quest’uscio aperto ancora al sole.





Preghiera, a memoria



Che il sole non faccia cadere i suoi raggi

Sui pallidi glicini in fiore, e non faccia il calore

Esalare profumi, che il cielo infuocato

non cada al tramonto sui rami

e le pendule foglie del glicine in fiore

e che un’ombra di sera

non spenga la voce e un velo non copra il dolore

degli occhi, oh no, non si perda

il colore e non taccia la voce

dei glicini in fiore, io vorrei

che mai l’intenso profumo cancelli

la voce, l’esile voce,

di un’altra primavera,

ai profumi e alle voci

ritorni la forza del vento d’estate

dai mille lampi e mille tuoni,

che il tempo risuoni

nel profumo dei tigli, e i delicati

caprifogli siano dita leggere e palpiti

soavi della sera

di dolce primavera.



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