FINALMENTE SONO QUI di Renata Rusca Zargar

 

FINALMENTE SONO QUI

Finalmente sono qui, all’aeroporto.

Tra due ore decollerà il mio volo per Tunis e di là, con il solito autobus traballante, raggiungerò Medenine prima, e Hassi Amor poi, il piccolo insieme di case sparse dove sono nata e che ho lasciato definitivamente per venire a vivere in Italia, dieci anni fa.

In questa sala d’attesa, con le mie tre figlie che fanno chiasso, mi sento ancora più estranea e sola di quanto lo sia, ogni giorno, in un paese che non è il mio. Infatti, c’è tanta confusione perché molte persone stanno partendo per le ferie estive. So bene che alcuni europei, marito e moglie, le trascorrono separati, per divertimento. Non capisco come sia possibile che non desiderino stare insieme in ogni momento della vita e che, invece, ognuno guardi ad altre donne e altri uomini…

In Italia, è tutto ordinato e pulito: strade, case, palazzi, non certo come al mio paese in cui la polvere del deserto invade prepotente ogni cosa! Eppure la gente non è felice. Per questo, dopo tanti dubbi e incertezze, ho deciso di seguire la tradizione.

-Mamma, mamma, - strilla la più piccola delle mie figlie, Nashrine, interrompendo i miei pensieri -comprami la cioccolata!-

-Non abbiamo molti soldi da spendere-le rispondo –e il viaggio sarà lungo. Papà è rimasto a lavorare al ristorante per permettere a noi di andare a trovare la nonna che non sta tanto bene e dobbiamo cavarcela da sole.-

Vicino al bar dell’aeroporto c’è un forte odore di caffè. La cosa più sgradevole in Italia è proprio il caffè! Così amaro, duro, ancora adesso, dopo tanti anni, il suo aroma mi fa fuggire! Noi non beviamo questo tipo di caffè ma un altro, più soffice, lungo, che si adatta alla sete del deserto.

Davanti a me, tra poltrone e trolley, si muovono famiglie con bambini di tutte le età: la scuola è chiusa e quindi possono andare in vacanza. Anche le mie figlie sono in vacanza: la più grande, Fatima, ha già dodici anni e ha finito la seconda media. Sta diventando una signorina… Per questo non voglio che impari a comportarsi come certe donne di qui. Ne ho conosciute molte, andando a pulire nelle loro case: alcune hanno un amante, tradiscono il marito e certamente lui tradisce loro. Ciononostante, continuano a vivere insieme, anzi, spesso ambedue si mostrano davanti a tutti come se fossero in pieno accordo! Non voglio che le mie figlie diventino così, un giorno!

Mia madre ha compreso questa situazione e mi sta proponendo, da diversi anni, di seguire, per le mie figlie, la tradizione delle mie sorelle: l’infibulazione, cioè la circoncisione femminile. Una volta, infatti, si è recata presso una parente, a Medenine, a vedere la televisione italiana: è rimasta sconvolta da tutte quelle donne seminude che si agitavano, davanti e dietro, sullo schermo.

-Che libertà è quella, -mi chiede ogni volta che torniamo in Tunisia- quando la donna vende il suo corpo ed è oggetto per tanti uomini? Bisogna tornare alle vecchie tradizioni a tutti i costi. Non appena le tue figlie raggiungeranno l’adolescenza, allora bisogna prepararle e farle diventare adulte.-

Io, però, non sono stata circoncisa. Quando mio padre, che lavorava nell’unica manifattura di ceramica del nostro villaggio, è morto di cancro al fegato, forse, chissà, per tutte le sostanze coloranti usate, la mamma mi ha mandato a vivere con una sua sorella a Medenine.

Ricordo che, invece, mia sorella più grande, Nura, anni prima, aveva avuto la sua festa. Le donne anziane si erano riunite in una casa vicina alla nostra da dove giungevano suoni di tamburo e canti. Io ero stata tenuta lontana, ma avevo sentito Nura gridare e piangere a lungo. “Mi era stato detto – ella mi aveva raccontato, qualche tempo dopo - che ci sarebbe stata per me una grande festa: sapevo che in breve sarei andata sposa e ne ero felice. Avrei lasciato la nostra misera capanna ai margini del deserto per vivere in una vera casa, in città, con l’acqua corrente. Pensavo solo che non sarei dovuta più andare ad attingere al pozzo sotto il sole cocente, trascinando i secchi nel sentiero polveroso! O, addirittura, come si fa spesso, scavare sotto le pietre e la sabbia per trovare quel poco d’acqua, quando le piogge sono troppo scarse! Tu non lo ricordi, perché eri nata da poco, ma nostra sorella Shamima è morta a tre anni di diarrea. Il medico aveva detto che si era ammalata a causa dell’acqua e io avevo assistito a tutta la sua lunga e tremenda agonia, quando i suoi occhi enormi e neri bruciavano, implorando aiuto, nel suo misero corpo stremato. Finalmente, tutto ciò per me sarebbe finito! E poi tutti si occupavano di me, si complimentavano, dicevano che sarei divenuta donna. La festa si sarebbe tenuta in un’altra casa dove c’era già chi suonava il tamburo e chi cantava. Le donne giunte a festeggiarmi erano molte e questo mi rendeva ancora più gioiosa. Poi, improvvisamente, alcune di loro mi avevano afferrata con forza, mi avevano spogliata dalla vita in giù senza badare alla mia umiliazione e mi tenevano ferma con le loro robuste braccia. Intanto, continuavano a cantare, sempre più forte, mentre il ritmo dei tamburi diveniva più assordante e veloce. La donna più anziana aveva un rasoio tra le mani e sapeva maneggiarlo con grande abilità: avevo provato un terribile dolore nella zona dei genitali e il sangue aveva iniziato a sgorgare. Per giorni e giorni la ferita mi aveva doluto e non riuscivo neppure a stare seduta.”

Passato qualche mese, Nura era andata sposa. Non ci vedevamo più molto, e non avevo più pensato alla “festa”. Un giorno, riordinando nelle vecchie valigie in cui tenevamo i nostri pochi abiti (allora a casa non avevamo nessun armadio né altri mobili), avevo trovato un biglietto con dei versi molto tristi:

Una bestia ferita io sono

e voglio restare nella mia tana

in silenzio

a morire.

Ti ho pregato tanto, o Dio,

di lavare il mio sangue rappreso

di alleviare questo male profondo

come la morte.

Ed è solo una fredda risposta

la Tua

in questa solitudine compatta

della mia morte.”

Non sapevo di chi fossero quelle parole e certamente avrei chiesto informazioni a Nura, quando fosse venuta a trovarci. Poi, papà si era ammalato, tutto mi era passato di mente travolti, com’eravamo, da una simile angoscia e, infine, io ero andata a vivere con la zia. Certamente, l’esperienza di mia sorella non era stata piacevole, ma erano passati parecchi anni e ora le tecniche sicuramente non sarebbero state le stesse.

-Vedrai, - insiste mia madre anche quando ci sentiamo per telefono- sarai contenta di continuare com’è giusto che sia! Nella nostra famiglia, le donne sono state sempre al loro posto. Le tue figlie non correranno dietro ai ragazzi e si comporteranno bene. Presto troveremo per loro delle buone famiglie ove maritarle…-

-Mamma, mi scappa la pipì!- mi tira, intanto, l’abito Nashrine per essere accompagnata al gabinetto.

La gente spinge con disinvoltura i carrelli zeppi di valigie e borse, chiacchierano, salutano i parenti. Come sempre, insieme, le mie tre figlie corrono, saltano, ridono… creano tanta confusione. Fatima sta diventando una bella ragazza: è piuttosto alta, come molte tunisine e come me, le sue gambe sono diventate lunghe e snelle, il corpo si è fatto flessuoso, i capelli lunghi e ricci stanno legati a fatica. -Devi far loro indossare l’hiyab. – mi ricorda ancora mia madre -Ormai i capelli di Fatima sono quelli di una donna.-

Lo so, Fatima passa molto tempo a pettinarsi, a guardarsi allo specchio, mi spia per imitarmi. Ricordo ancora il periodo della mia adolescenza: anch’io ero curiosa di tutto, volevo conoscere il mondo degli adulti, essere “grande”. Ma so di ragazze italiane di quattordici anni, e anche meno, che hanno già avuto rapporti sessuali con dei maschi. E questo mi terrorizza! È molto difficile mantenersi onesti in una società dove i valori morali delle donne non esistono più. Eppure, noi dobbiamo vivere qui, in Italia, perché al nostro villaggio manca tutto, persino l’elettricità, e non c’è lavoro. Intanto, cercheremo di risparmiare un po’ di soldi e poi torneremo a casa. Magari metteremo su un negozio di ceramiche a Medenine…

Ma per ora ciò non è possibile.

Quando partiamo, mamma? Mi annoio in questa stanza.- chiede Nashrine.

-Manca poco, ormai.- rispondo.

-La nonna ci aspetta all’aeroporto?- domanda, invece, Shamima.

-No, certamente, la nonna ci aspetta a casa e starà già preparando il couscous che vi piace tanto.-

Non c’è niente di più buono che il cibo della propria casa e della propria infanzia. Il villaggio, come sempre, sarà mobilitato al nostro arrivo, tutti accorreranno a salutarci e recheranno qualche piccolo dono: dei datteri, della frutta secca, delle caramelle. Come sempre, li lasceranno cadere sulle nostre teste in segno di buon augurio, ci abbracceranno, ci chiederanno le ultime novità della nostra vita. Anche noi abbiamo portato le piccole cose che ci hanno richiesto: qualche pezzo di sapone italiano, uno shampoo, della liquirizia. Insieme prenderemo il tè e parleremo nella nostra lingua. Finalmente! Poi seguiremo la tradizione del nostro villaggio.

La zia, invece, mi diceva sempre: -Non ti farò toccare da quelle macellatrici! L’hanno fatto a me, tanto tempo fa, e mio marito, ogni volta, mi procurava un dolore insopportabile. Mi avevano tolto tutto, senza pietà. Perché? Io amavo mio marito che mi era stato scelto da mio padre. Ma egli si era stancato perché gridavo e piangevo ogni volta che si avvicinava a me. Infine, mi aveva proposto di accettare in casa una seconda moglie. Ma io non avevo voluto. Come avrei potuto sopportare di vederlo davanti ai miei occhi con un’altra, quando io non potevo essere la moglie che lui desiderava? Così avevamo divorziato. Lui, che è un brav’uomo, mi aveva lasciato molto denaro con il divorzio. Sapeva bene che nessun altro mi avrebbe voluta e che non avrei potuto tornare da mio padre che era tanto povero! Vedi, non mi è mancato nulla: ho la mia casa, vestiti, oro, tutto il necessario, ma ho sofferto tanto la solitudine e ora ci sei unicamente tu per me. Non ho potuto avere figli miei, a causa di quel trattamento infame, e non permetterò che succeda anche a te!-

Poi, era giunto Saleb: mia madre, al villaggio, mi aveva promessa a lui e c’eravamo sposati. Lentamente, la prima notte dopo il matrimonio, egli si era accorto della mia integrità. Ne era stato felice. Non desiderava, infatti, mi aveva confessato in seguito, una moglie mutilata… Ma io avevo sempre vissuto in Tunisia, ero protetta dalle nostre abitudini, dalla società, la zia vegliava come una madre su di me…

Saleb, mio marito, non sa ancora il vero motivo del mio viaggio. Per questo ho voluto anticipare la partenza ed egli, dopo averci accompagnate a Genova, è tornato a lavorare, come sempre, a Vado Ligure dove viviamo. Ci raggiungerà a settembre e torneremo poi tutti insieme in Italia. Ma finora non ho voluto parlargli di questo problema, ho paura di affrontare con un uomo questo argomento e non so se si opporrebbe o no…

- Non ti preoccupare di nulla, - afferma convinta mia madre, ogni volta che le esprimo i miei dubbi- Saleb sarà contento, alla fine anche lui capirà che ora, più di prima, è necessario seguire questa pratica. –

Su di un tavolino è appoggiata una bella rivista colorata, forse dimenticata da un viaggiatore. Sfogliandola, mi capita proprio sotto gli occhi la fotografia di un’avvenente donna velata, dai penetranti occhi scuri. L’articolo, scritto in ordinati caratteri neri proprio accanto alla fotografia, si intitola: “Sesso- Discussioni: La clitoridectomia”. Non posso fare a meno di leggere, anche se un po’ a fatica, dato che comprendo meglio il francese dell’italiano: “La maggior parte degli studiosi si trovano d'accordo nel classificare la circoncisione femminile in tre tipi base: la circoncisione, che consiste nella recisione del prepuzio della clitoride e cioè la forma più blanda perché preserva la clitoride e le parti posteriori più ampie delle piccole labbra, la clitoridectomia o recisione che è la pratica più comune e implica la rimozione dell'intera clitoride insieme con tutta o una parte delle piccole labbra e, infine, l'infibulazione che è la forma più severa di questa pratica. Il termine deriva dal latino fibula, la spilla utilizzata per agganciare la toga romana. La fibula era usata inoltre per prevenire il rapporto sessuale tra gli schiavi; veniva fissata attraverso le grandi labbra delle donne e attraverso il prepuzio degli uomini. L’infibulazione comporta il taglio della clitoride, delle piccole labbra e delle grandi labbra. Le rimanenti estremità delle grandi labbra sono quindi cucite insieme in modo tale che l'orifizio vaginale venga chiuso. Durante il processo di guarigione viene inserita nella vagina una scheggia di legno per poter permettere il passaggio dell'urina e del sangue mestruale. A seconda dei differenti costumi, la ferita viene cucita con filo di seta o per suture (in Sudan) o con spine di acacia (in Somalia). Le ceneri usate per controllare l'emorragia, in special modo nelle aree rurali dell'Africa occidentale, sono spesso causa di infezioni violente. In seguito all'operazione, le gambe della ragazza vengono legate e viene così immobilizzata per diverse settimane finché la ferita della vulva non guarisce. La prima notte di nozze la cicatrice dei genitali deve essere defibulata per consentire la penetrazione. Generalmente, in seguito ad ogni nascita la reinfibulazione viene praticata per restituire al corpo della donna la sua ‘condizione prematrimoniale’. La più antica fonte conosciuta che registra l'uso è l'opera di Erodoto (484-424 a. C.). Egli afferma che la recisione era praticata dai fenici, dagli ittiti e dagli etiopi, come pure dagli egiziani (cioè fin da più di 4000 anni fa). Lo scopo era quello di far diminuire il desiderio sessuale femminile. La circoncisione viene messa in pratica da animisti, atei, cristiani, ebrei e musulmani in più di ventisei regioni del continente africano, in alcune zone della penisola araba, in Asia e, secondo alcuni autori, la pratica è stata riscontrata anche tra le tribù aborigene dell'Australia. La tradizione è una giustificazione ampiamente sostenuta per il persistere della circoncisione, viene data per scontata e porta con sé la sua stessa validità e lo status quo non è mai messo in dubbio. L'usanza è profondamente radicata ancora in quelle aree in cui predominano la povertà, l'analfabetismo e precarie condizioni sanitarie e laddove lo stato socioeconomico delle donne è basso. Le donne, infatti, devono lottare quotidianamente per sopravvivere e per soddisfare i fabbisogni primari. Quindi, crescono con l'idea che una ragazza non circoncisa sia inaccettabile e non sarà chiesta in matrimonio, che è quasi l'unica soluzione per assicurarsi un futuro. Dunque, la sofferenza fisica è preferita all'ostracismo destinato a una ragazza non circoncisa. Questo spiega perché le donne siano le più convinte sostenitrici della pratica e perché le sofferenze e il rischio di gravi infezioni siano spesso viste come preferibili alla condizione di essere una reietta non circoncisa. La clitoridectomia, inoltre, fino a poco tempo fa era praticata come rimedio chirurgico alla masturbazione sia in Europa che negli Stati Uniti. Le donne che hanno subito e tuttora fanno subire alle loro figlie la mutilazione sessuale sono circa 100 milioni in circa 30 paesi diversi. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità alla mutilazione sessuale è dovuta circa la metà delle 500.000 morti di donne e dei quattro milioni di decessi di neonati che si verificano annualmente nel Terzo Mondo durante la gravidanza o l'allattamento.”

Improvviso, folgorante, un ricordo lontano: -Un giorno, - mi aveva raccontato la zia- un uomo andò dal Profeta Muhammad (la pace e la benedizione di Dio su di Lui) e gli disse di essere stato assai ignorante e di non aver mai avuto nessuna conoscenza e guida come tanti altri che usavano adorare gli idoli e, per loro, uccidere i figli con le proprie mani: “Una volta, avevo una figlioletta dolcissima che mi abbracciava stretto quando tornavo a casa dal lavoro e nei cui occhi brillavano le lacrime quando mi allontanavo da casa. Se mi sentivo stanco e dolorante, dopo una giornata di duro lavoro con gli animali, mi appoggiava la sua tenera manina sulla fronte per darmi conforto. Ella non aspettava altro che la coccolassi e le parlassi e mi amava con la tenerezza e l’abbandono fiducioso e sincero dei piccoli innocenti. Un giorno la chiamai e la invitai a seguirmi. Lei, correndo sulle sue gambette, orgogliosa di andarsene fuori di casa con il padre, mi veniva dietro, affannata e allegra come per un nuovo gioco, finché non giungemmo vicino a un pozzo molto profondo. Aveva le guance rosate per la corsa, mi guardava con i suoi occhi grandi e neri sorridendomi e attendendo qualcosa di splendido da me... Io la presi per la mano e la gettai nel pozzo. ‘Padre!’ fu l’ultima parola che udii pronunciare, mentre mi supplicava di salvarla.” A quella storia, peraltro assai comune a quei tempi, il Profeta pianse tanto a lungo da bagnare la sua barba. Da allora, ogni uomo che seppellisce vive le sue figlie, le getta nei pozzi o fa loro del male è considerato vile, crudele e deve essere punito!-

È come se un velo scuro finalmente cadesse dai miei occhi: come ho potuto credere che avrei lottato per un domani migliore, facendo del male alle mie stesse figlie? Non seguirò mai questa tradizione: la zia, dal cielo, dove si trova ormai, mi approverà e mi aiuterà a insegnare, giorno dopo giorno, che si può essere differenti, onesti, sinceri anche senza impedire ai nostri sensi di provare intense emozioni. La donna è una veste per l’uomo e l’uomo è una veste per la donna, è scritto nel sacro Corano. “Le vostre spose per voi sono come un campo” e in un hadith il Profeta (la pace e la benedizione di Dio su di lui) ha invitato esplicitamente a compiere preliminari affettuosi prima dell’atto coniugale.

-Presto, bambine. Torniamo a casa. Non prenderemo quell’aereo e andremo in Tunisia quando anche papà potrà venire con noi. Oggi l’esistenza della nostra famiglia è cambiata. Dovremo essere forti per imparare davvero a vivere in questo Paese senza false paure, conservando orgogliosamente la nostra diversità, ma abbandonando certe orribili tradizioni del passato.-

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