LE PORTE DI NON RITORNO di Mauro Armanino

 


La porta di non ritorno e altre porte dell’Atlantico

A Ouidah, nell’attuale Bénin dell’Africa Occidentale, le porte visibili sono poco lontane una dall’altra. La prima racconta il luogo del ‘non-ritorno’ per milioni o centinaia di migliaia di schiavi imbarcati per le Americhe durante quattro secoli. La seconda ricorda invece l’arrivo dei primi missionari che sarebbero poi stati sostituiti da altri, nel 1861. Due porte che danno sull’oceano Atlantico, una per una partenza senza ritorno nella schiavitù e l’altra per un arrivo che aveva come missione quella di spezzarne le catene. Davanti alle due porte sta lui, l’oceano che si accampa come può tra un’onda e l’altra delle piroghe che ancora vanno alla pesca. Una porta, quella di non ritorno, preceduta dal sentiero degli schiavi, l’albero della dimenticanza e il muro del pianto, per cominciare presso il Forte Portoghese, dove gli schiavi erano raccolti e venduti. Il governo del Paese ha deciso di trasformare tutta questa area, dalla capitale economica Cotonou fino a Ouidah, una cinquantina di kilometri, in una zona riservata al turismo soprattutto internazionale. Qualche giorno fa la Francia ha restituito allo stato del Bénin alcune opere culturali diventate bottino di guerra durante la conquista coloniale. Arrivano gli oggetti culturali in grande pompa ‘politica’ e nel frattempo si demoliscono centinaia di abitazioni di fortuna. Anche questa è una porta che si potrebbe definire di ‘non-ritorno’ per la povera gente che una volta di più sarà schiava della miseria.

L’altra porta, poco lontana dalla precedente, marca l’arrivo di missionari, alcuni dei quali troveranno la morte per malattie e condizioni di vita difficili. Da una porta di morte all’altra che, tra tutte le contraddizioni della storia coloniale dell’epoca, ha cercato di traghettare vita. Anch’essa di affaccia sull’Atlantico e con pudore scava nel muro la forma del Paese presso il quale ha trovato la terra ferma, la Repubblica del Bénin, chiamata all’epoca del Dahomey. Regni locali che utilizzavano schiavi prima dell’arrivo di arabi prima e occidentali poi, che avrebbero reso il processo ancora più crudele e ‘industriale’ per il ben noto commercio triangolare. La seconda porta, sulla quale sono scritti i nomi dei primi due missionari, si apre ad una terza, invisibile stavolta. Si tratta della porta di coloro che abbandonano il continente e, con piroghe e altre imbarcazioni di fortuna, per cercare altrove ciò che percepiscono di avere smarrito in patria. Sono migliaia i giovani migranti morti nell’oceano Atlantico, nel tentativo di raggiungere e passare l’altra porta, quella dell’Occidente delle isole Canarie, territorio spagnolo. Un’altra porta, per molti, di non ritorno ma invisibile sulle sponde dell’oceano. Per trovarne una simile c’è da cambiare di mare e passare dall’Atlantico al Mediterraneo. Si trova nell’isola di Lampedusa, considerata come la ‘porta dell’Europa’, cimitero per molti.

Ci sono poi tutte le altre porte. Frontiere e feritoie che si moltiplicano, crescono, diventano muri di sabbia, di reticolato, di cemento e di ‘sensori’ o come anche a forma di aperture senza condizioni. Le porte, a ben pensarci, sono dappertutto e conservano un fascino difficilmente imitabile da altre strutture architettoniche forse più nobili. Si possono trasformare, d’improvviso, in un magico ritorno al luogo di imbarco, con negli occhi i tanti volti attraversati e sulle labbra il racconto di un viaggio senza fine.



Mauro Armanino, Ouidah, Bénin, 21 settembre 2021


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