ABBIAMO UN PREMIER DONNA, AVREMO UNA PREMIER?

 

Abbiamo un premier donna, avremo una premier?

a cura di Betti Briano

Riportiamo l’articolo pubblicato sul N.4 del periodico “I Resistenti” dell’ANPI di Savona e Provincia. Al di là dell’attualità Il tema riveste interesse storico, politico e culturale in generale, ma necessità particolare riflessione tra le donne e nel femminismo. Eredibibliotecadonne si è fatta promotrice di una discussione aperta in presenza ed anche su questo blog, a partire dal presente contributo (ndr).

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Le elezioni del 25 settembre ci hanno indubbiamente consegnato una novità nella storia del paese, anzi una doppia novità impersonata da un unico soggetto: il primo Presidente del Consiglio di sesso femminile, la prima volta che un(a) rappresentante della destra post-fascista diviene capo del governo della repubblica.

La prospettiva della vittoria annunciata di Giorgia Meloni pur riattizzando la rancorosa querelle sui successi delle donne di destra aveva suscitato aspettative e consensi non solo negli ambienti di destra ma anche in un certo femminismo orientato alla competizione coi maschi e sensibile alla retorica dei ‘soffitti di cristallo’. In effetti, quando era ancora in odore di candidatura, la Sig.ra Meloni si nominava al femminile ed anzi, avendo intuito il vantaggio nei consensi che poteva derivarle, aveva molto enfatizzato il fatto di essere donna: indimenticabile il mantra “sono una madre, sono cristiana,….” recitato in più lingue; l’autobiografia sapientemente confezionata e data alle stampe (Io sono Giorgia, Rizzoli 2021) in tempo utile per la scadenza elettorale, già prefigurava la narrazione dell’underdog, focalizzando il racconto sullo svantaggio patito a causa dell’assenza paterna ma trionfalmente risalito grazie alla forza delle donne della sua famiglia, quella forza che le avrebbe consentito di affermarsi nel mondo dei maschi. Di qui il generarsi in sovrappiù dell’illusione di una leadership femminile che oltre a mandare in frantumi il famoso soffitto di cristallo avrebbe potuto portare il punto di vista di donna e di madre nel governo del paese. Evidente ed anche incauta la messa tra parentesi della natura fallica e fratriarcale, estrema e dichiarata, della cultura politica nella quale si è formata una leader che coerentemente ha nominato il partito da lei fondato ‘fratelli d’Italia’.

Le illusioni infatti si sono rivelate ben presto tali; le prime esternazioni ed i primi gesti da premier sono bastati a disvelare non solo la strumentalità dei precedenti richiami al ‘femminile’, ma un autentico disprezzo per le donne, per quelle stesse lotte e conquiste di libertà, che hanno consentito a lei di poter aspirare a quella posizione. L’aver imposto la denominazione della carica al maschile- Il Presidente- non è infatti questione nominalistica ma sostanziale, poiché la rivendicazione di indeclinabilità dei ruoli di prestigio che sono storicamente stati ricoperti da uomini, rivela semplicemente che si ritiene il prestigio appannaggio dei maschi e non è certo un reverente omaggio alla neutralità della funzione, come vuol far credere chi sostiene tale indirizzo o anche chi banalizza la questione. La negazione del femminile,  in quanto percepito da Meloni proprio come ‘diminutio’ della dignità della funzione, è stata confermata da una ‘politica dell’immagine’ mirata ad iconizzare la desessualizzazione del ruolo ricoperto; la sostituzione delle precedenti mise colorate e alla moda nelle prime apparizioni istituzionali con completi di foggia maschile scuri ed austeri, da parte di una politica non certo propensa ad omaggi al principio della fluidità di genere, non può che significare simbolicamente la dismissione di attribuzioni ritenute appartenenti al genere femminile per assumere quelle maschili in quanto all’altezza della funzione da ricoprire. Se proprio si vuole minimizzare ( come in effetti fanno in troppi) lo schiaffo inflitto  dal(la)Presidente del Consiglio con tale postura ad una generazione di donne che si è battuta per oltre mezzo secolo perché il femminile si rendesse visibile ovunque ed il maschile cessasse di essere la misura universale del meglio cui le donne dovevano conformarsi, si pensi almeno al danno nei confronti delle giovani che, pur avendo  davanti agli occhi un mondo nel quale le donne sono effettivamente ovunque e scalano orgogliosamente in quanto donne i vertici delle professioni come della cultura, della scienza e dello sport, vedono che invece per arrivare ai vertici dello stato occorre ‘divenire’ maschi.

Un altro schiaffo alle donne, meno evidente ed anzi contrabbandato come conquista, è stato inferto con l’istituzione del Ministero della famiglia e della natalità. L’idea aberrante e retrograda di politiche mirate all’aumento della fecondità familiare si scontra col fatto che è venuta meno da tempo l’accettazione da parte delle donne del destino riproduttivo loro assegnato dalla società patriarcale ed è  unicamente il desiderio libero di divenire madri a orientare le donne alla riproduzione, desiderio che difficilmente può essere indotto da incentivi sociali ed economici; e qualora si volessero davvero affrontare l’insicurezza e la precarietà esistenziale che si ritiene costituiscano ostacolo alla maternità, non basterebbe di sicuro l’impegno di un intero governo e neppure di più legislature altro che un ministero di secondo piano. L’assegnazione d’altronde al suddetto ministero di Eugenia Roccella, militante pro-life impegnata da tempo in campagne antiabortiste, costituisce una esplicita indicazione di quali pratiche il nuovo governo intenda attivare attraverso il ministero dedicato per ‘aiutare le donne’ e promuovere la natalità, diciamo pure a dare figli alla patria.

Che dire poi del punto di vista materno alla luce dei primi provvedimenti del governo? Un decreto anti-assembramenti che rappresenta uno stigma nei confronti delle realtà giovanili e di modalità di aggregazione e culture evidentemente non conformi al modello ‘Dio, Patria e Famiglia’, come del resto preannunciato con l’approccio muscolare nei confronti delle contestazioni studentesche; la ripresa di pratiche persecutorie con la migrazione proveniente da sud, col particolare accanimento nei confronti di quei ‘baldanzosi’ giovani, pur figli di madri che desiderando per loro un vita migliore li lasciano partire, i quali, non essendo né bianchi né cristiani, osano violare i sacri confini ed attentare al nostro benessere; gli stessi condoni al mondo no-vax non possono certo essere iscritti ad una politica attenta in primo luogo alla cura e alla conservazione della vita.

Per il momento è del tutto evidente che la novità di una donna a capo del governo si scontra con la vetustà dell’imprinting identitario che ha preso il governo ed era d’altronde illusorio aspettarsi qualcosa di diverso da una persona che è stata svezzata e cresciuta in un ambiente nel quale dominava la cultura della forza e delle maschie virtù, l’ideologia nazionalistica della difesa della patria, dei confini, delle radici cristiane ed ove vige uno sguardo rivolto ad un passato ‘glorioso’ anziché aperto alle possibilità del futuro. Esattamente il contrario del cambiamento che ci si aspetta dalla femminilizzazione delle posizioni di potere; il che rende ovvia la risposta all’interrogativo posto dal titolo.


Abbiamo un premier donna, avremo una premier? | eredibibliotecadonne (wordpress.com)

Commenti

  1. Grazie per la pubblicazione. Betti

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  2. Secondo me non basta essere donne per cambiare la politica degli uomini, chi comanda è altrove. Bel articolo grazie, un saluto

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