MIGRANTI

 

Migranti sulla “rotta del demonio”, per un posto in paradiso

REPORTAGE. Al confine tra Colombia e Panama, la selva del Darién ferma la mitica strada panamericana ma non la marcia di chi arriva da sud. Da tutti i sud. In fuga ognuno dal suo inferno. Qui devono vedersela con i paramilitari e i serpenti, la sete, i fiumi impetuosi e i trafficanti che se cadi nel fango per 50 dollari extra ti tirano su. Una tragedia umanitaria e politica. E gli Usa sono ancora lontani


Un fiume nel fiume. Migranti provenienti da diversi paesi sudamericani e non solo guadano uno dei tanti corsi d’acqua che attraversano la foresta del Darién - Ap

Simone Ferrari, YAVIZA (Panama)

«Questa selva è la rotta del demonio. Anzi, è il demonio in persona. Ma se cadi nel fango, c’è sempre qualcuno che ti tira su. Per 50 dollari». Quando parla del Darién, Timoteo abbassa il tono della voce e lascia cadere lo sguardo verso terra. Ha 24 anni ed è uno dei tanti afrocolombiani arrivati giovanissimi a Panama per fuggire dal conflitto armato. È arrivato a 8 anni ed è cresciuto in una comunità indigena embera nella giungla panamense, dove lo chiamano el indio negro.

La casa di Timoteo galleggia sulle sponde del Chucunaque: uno dei tanti fiumi che irrompono nella selva del Darién con l’impeto di un oceano. Da queste parti, a Yaviza, si dice che i fiumi siano carichi di pioggia e di morte.

«Da qualche anno, periodicamente il Chucunaque ci consegna dei cadaveri», racconta. Sono corpi di migranti, provenienti da tutto il mondo e diretti verso gli Stati Uniti, divorati dalle intemperie della selva. Spesso sono altri migranti a recuperarli. Li seppelliscono in cimiteri improvvisati lungo il cammino. Altrimenti ci pensa il Senafront, la polizia di frontiera panamense, che in questa regione ha due compiti: dare la caccia ai migranti o recuperarne i corpi, imbalsamati nel fango. «Pochi giorni fa ne hanno trovato uno a pochi metri da qua. Era sommerso in una pozzanghera. Il fiume gli aveva portato via tutto. Non sappiamo chi era, da dove veniva, con chi viaggiava», racconta Timoteo, una delle tante persone che provano a dare assistenza ai migranti arrivati a Yaviza dopo aver affrontato i pericoli della selva e del paramilitarismo.

Yaviza è l’ultimo villaggio dell’America Centrale raggiungibile via terra provenendo dagli Stati Uniti. La celebre rotta panamericana, che dall’Alaska si estende tra i deserti messicani con l’ambizione di arrivare in Patagonia, incontra una breve ma ineludibile interruzione a ridosso della foresta del Darién: una frontiera naturale che rende impenetrabili con mezzi di superficie i 266 chilometri di confine terrestre tra Panama e la Colombia. 

È però in direzione contraria, dalla Colombia verso nord, che la densità della foresta lascia spazio ad alcuni sentieri frastagliati ed impervi, percorribili solo a piedi, in dieci giorni di cammino. Negli ultimi anni, la selva del Darién si è trasformata in un disperato corridoio di speranza per chi sogna gli Stati Uniti. Oltre 200.000 persone hanno attraversato la foresta nel corso del 2022. Nei picchi di settembre e ottobre, quasi 2.000 persone al giorno. Un quinto di loro sono bambini. Più della metà arrivano dal Venezuela. Alcune decine di migliaia dall’Ecuador e da Haiti. Tanti altri fuggono da conflitti e ferite imperialiste ben più lontane: Eritrea, Burkina Faso, Senegal, Angola. Ma anche Siria, Afghanistan, Bangladesh, Uzbekistan, Nepal. Atterrano in Brasile, dove i voli dalle grandi capitali dell’Africa centrale hanno costi più abbordabili, o in Ecuador, dove gli accordi internazionali con diversi paesi africani e asiatici permettono di entrare nel paese senza necessità di visto. 

Dall’Ecuador, si dirigono via terra fino al Nord della Colombia, a Necoclí, dove la tragedia umanitaria e politica del Darién trova le sue radici. Necoclí è un villaggio di pescatori incastonato nel golfo caraibico dell’Urabà, culla del narcoparamilitarismo colombiano. Da oltre due decenni è il Clan del golfo a mantenere il controllo della regione, dopo aver spodestato negli anni Novanta la guerriglia delle FARC in uno degli scontri più feroci del conflitto colombiano.

A Necoclí il Clan del Golfo stabilisce dove e quando i migranti possono imbarcarsi verso Capurganá, porta d’ingresso del Darién. Nonostante il recente arresto del primo comandante Otoniel, estradato negli Stati Uniti, il Clan continua a rinforzare il proprio potere territoriale attraverso la gestione di due enormi reti di traffico internazionale: la cocaina e gli esseri umani. Per evitare complicazioni, i paramilitari hanno creato canali separati per i due mercati. Così, i carichi di droga verso gli Stati Uniti e l’Europa sono spediti dal porto di Turbo, a poche decine di chilometri da Necoclí, dove invece trovano il loro punto di partenza le rotte marittime dei migranti.

Nelle poche strade che organizzano il villaggio di Necoclí si ascoltano decine di lingue. Una piccola Babele in cui i commercianti si sono rapidamente adattati alle esigenze dei viaggiatori di passaggio: vendono tende, scarpe, cucine da campeggio, medicine, prodotti antizanzare. Tutto l’indispensabile per affrontare dieci giorni in una delle giungle più dense del mondo. Sull’imbrunire, mentre un gruppo di giovani afgani si gode alcune ore di mare caraibico prima della traversata, una famiglia ecuadoriana cerca un albergo per riposare fino all’alba, quando si imbarcheranno per Capurganá, a quasi due ore di motoscafo. Racconta uno di loro: «Abbiamo visto decine di video di persone che hanno attraversato il Darién. L’hanno fatto loro, possiamo farcela anche noi».

La tappa successiva, Capurganá, condensa tutte le contraddizioni della regione. Costeggiando il mare cristallino del golfo dell’Urabá, alcuni gruppi turisti europei vengono accompagnati da guide locali a visitare La Miel, Panama. Attraversano la frontiera in mezz’ora di cammino, su una scalinata di sabbia. A poche centinaia di metri, presso il molo del villaggio, migliaia di migranti sono ricevuti dai ‘coyotes’: altre guide locali, che si occupano però di chi non ha un passaporto valido per entrare legalmente a Panama. Affiliati al Clan del Golfo, i coyotes stabiliscono quale rotta dovrà intraprendere ogni migrante, a seconda della disponibilità economica. Chi può pagare (almeno) 500 dollari ha diritto al viaggio ‘express’: qualche ora di motoscafo al largo della frontiera, in un percorso non esente dal rischio di essere arrestati dalla polizia marina, che riduce però a un paio di giorni la durata del cammino nella selva prima di raggiungere Lajas Blancas, primo centro abitato panamense. 

Chi ha meno soldi a disposizione è costretto al tragitto più lungo e periglioso: dieci giorni di cammino tra le montagne fangose del Darién. Chi accompagna i migranti difficilmente si fa scrupoli. Se una persona cade nel fango con le valigie, i coyotes chiedono fino a 50 dollari per aiutarla ad alzarsi. Situazioni di questo tipo divengono frequenti nei pressi del monte della Llorona, uno dei punti più critici del cammino: dieci ore di salita ininterrotta nella fanghiglia. Una cifra anche più alta è pretesa per aiutare i migranti ad attraversare i frondosi fiumi della selva, uno dei pericoli maggiori del Darién: se pagano, vengono portati in spalla. 

Le persone più anziane o con patologie spesso non reggono la fatica del viaggio, e scelgono di tornare indietro. In alcuni casi si separano dalla famiglia, affidando i propri figli ai coyotes. Alcuni migranti denunciano che le guide scelgono appositamente tragitti più impegnativi, per poter poi vendere loro più acqua e prodotti di sopravvivenza. Altri segnalano che i coyotes si appropriano delle loro valigie, fingendo di aiutarli a trasportarle per pochi spiccioli, per poi sparire nella foresta. Altri ancora raccontano che le guide non rispettano i patti; li abbandonano a metà strada, lasciandoli dispersi nella giungla, soprattutto nel versante panamense. Poco più della metà del tragitto, infatti, si realizza in territorio colombiano, sotto la vigilanza del Clan del Golfo. Ma una volta superata la frontiera, paradossalmente, i rischi divengono maggiori, soprattutto per le donne. I coyotes affidano i migranti a guide panamensi, che non fanno parte di organizzazioni armate ma spesso si accordano con gruppi di criminalità comune che derubano e violentano le migranti. 

Lo racconta nel dettaglio un volontario di Medici Senza Frontiere, da tempo attivi a Metetí, in uno dei tre centri di ricezione dei migranti di Panama. Riusciamo a intervistarlo fuori dal centro, dove la polizia non permette l’accesso ai giornalisti: «Registriamo un caso di violenza sessuale al giorno. Spesso avvengono negli stessi punti, dove gli aggressori sanno che le persone si fermano a dormire». Aggiunge: «Quasi tutti i migranti arrivano in condizioni di salute disperate. Nelle salite della selva devono lasciare indietro le cose pesanti, tra cui le bottiglie, e sono poi obbligati a bere acqua del fiume. Arrivano intossicati e con gravi problemi alla pelle, per il sole e per le punture degli insetti. Alcuni muoiono per il veleno dei serpenti, o per le piene dei fiumi nella stagione delle piogge. Altri perché vengono derubati delle medicine». 

Dopo alcuni giorni di recupero nel centro di prima accoglienza, dove si registrano continui casi di discriminazione delle autorità panamensi verso le persone venezuelane, i migranti vengono obbligati dalle autorità di Panama a dirigersi in Costa Rica, tramite bus governativi da 40 dollari a biglietto. Tanti di loro, derubati nella foresta, sono costretti a farsi inviare soldi dai parenti nei loro paesi di origine. Superato l’inferno del Darién, si preparano a un’altra traversata, altrettanto dolorosa ed estenuante: le due frontiere del Messico. A pochi chilometri, nella piazza centrale di Yaviza, nel sud di Panama, dove Timoteo dà assistenza ai migranti in viaggio, risalta una scritta incisa sul legno, dolorosa e beffarda: «La natura non fa nulla invano». Gli Stati Uniti sono ancora lontani.


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