UNA STORIA DI FEMMINICIDI CHE NON FINISCE MAI di Renata Rusca Zargar

 


UNA STORIA DI FEMMINICIDI

CHE NON FINISCE MAI


Cerco di seguire il meno possibile le notizie riguardanti la povera Saman, a quanto sembra, fatta uccidere proprio dai genitori. Provo orrore a sentire questi fatti di cronaca, come per ogni episodio di femminicidio che avviene qui, in Italia, quando muore una donna ogni tre giorni e molte altre sono picchiate, torturate, violentate.

Purtroppo, la donna è sempre in pericolo.                                             

L’8 giugno, ho ascoltato su La7, il presidente dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia Unione delle Comunità Islamiche d'Italia - U.CO.I.I. (ucoii.org)), dott. Yassine Lafram, che citava la loro fatwa, cioè un parere religioso, riguardo il fatto che l’Islam non ammetta che una persona sia obbligata a sposare chi non vuole.

Certamente è così nella religione.

Sappiamo, però, che in molte comunità straniere è in uso il “matrimonio combinato”.

Mio marito, ad esempio, proviene dal Kashmir e anche a lui sarebbe toccata, dopo aver maritato i fratelli e le sorelle, una donna ritenuta adatta dalla famiglia (ovviamente, io non sarei mai stata proposta dai miei suoceri che, però, in seguito, mi hanno molto apprezzata e ai quali ho voluto tanto bene).

Il matrimonio combinato non è un fatto che riguarda solo la donna perché anche il maschio lo subisce. Questo sistema ha persino dei pregi sociali: la famiglia desidera, di solito, qualcuno che abbia dei requisiti economici e morali, più della soggettiva piacevolezza estetica, perché l’unione, bilanciata, tra due persone simili, possa essere felice. Si cerca di evitare ai propri figli che cadano in mano a individui non per bene, magari senza lavoro o peggio.  Per questo, alle volte, si privilegiano i cugini, perché si sa tutto di loro.

Un tempo, in questo sistema, i fidanzati non si incontravano neppure, si vedevano per la prima volta il giorno del matrimonio. Ora non è così.

I fidanzati proposti si incontrano, magari chattano, poi, se uno dei due non è soddisfatto, si tira indietro. Ci sono persone che sono state rifiutate più volte dal candidato/a.

Ho notato, infine, nella famiglia di mio marito, che alcuni matrimoni combinati sono stati molto felici e altri no, alcuni che conoscevano già il fidanzato/a e che è stato, per amore del figlio/a, accettato dalla famiglia, invece, non sono stati altrettanto fortunati.

Un tempo, qui da noi, il matrimonio andava sempre bene, perché non c’era il divorzio e di solito, la donna piangeva e soffriva, ma rimaneva con il marito altrimenti sarebbe stata mal considerata e, probabilmente, i figli avrebbero perduto il mantenimento.

Ora, forse, ci si separa con un po’ troppa facilità.

Comunque, il matrimonio combinato non appartiene a una religione particolare.

In India, anche i cristiani, gli induisti, i buddisti, seguono le stesse regole.

E non vogliono cambiarle.

Io sono rimasta assai stupita, ad esempio, quando il ragazzo (maschio) di una famiglia cristiana immigrata, un giovane che ha studiato qui e che lavora qui, è stato accompagnato a sposarsi nel suo villaggio di origine. Non potevo credere che, in tanti anni, non avesse mai incontrato in Italia una ragazza degna della sua attenzione!

Questo però, succede spesso: le comunità di immigrati non riescono ancora a mischiarsi con noi italiani, non ne hanno, spesso, ancora le capacità, così rimangono chiuse nel loro gruppo.

D’altra parte, abbiamo visto che anche i matrimoni misti difficilmente vivono a lungo.

Non è un problema di facile soluzione, quindi, ognuno deve fare quello che desidera e prendersi le sue responsabilità.

L’importante è non attribuire a una qualsiasi religione la colpa di usanze tribali e non strumentalizzare qualunque fatto mostruoso che riguarda qualcuno che sia nato musulmano.  Perché l’odio, le fobie, portano con sé altri delitti e altro dolore.

Noi italiani abbiamo avuto il delitto cosiddetto d’onore, per cui si puniva simbolicamente chi uccideva la moglie, persino la figlia, o altri congiunti, per un problema di “onore”. Questa vergogna è stata abolita solo nel 1981. Ed esisteva persino il matrimonio “riparatore”, in cui la ragazza stuprata era sposata dal suo aggressore! Ovviamente, noi non abbiamo mai pensato che questo dipendesse dalla religione cristiana che, come tutte le religioni che ritengono la vita dono di Dio, proibisce l’omicidio.

L’Islam, inoltre, ha fatto molto per la donna, diversamente dalle altre religioni.

Intanto, non ha ritenuto Eva la tentatrice di Adamo ma ha dichiarato entrambi peccatori. Poi, ha detto che le donne “sono una veste per voi e voi siete una veste per loro” (Sura II, v. 187) perché la donna e l’uomo sono di mutuo conforto e protezione l’uno per l’altro. Ai tempi del Profeta, addirittura, era in uso di liberarsi delle figlie femmine, magari seppellendole vive. Il Corano ha condannato e fatto cessare quelle usanze mostruose perché non si può uccidere una figlia. Poi, ha affermato che l’istruzione fosse un diritto di tutti, maschi e femmine, e ha dato facoltà alla donna di disporre di beni e denari propri, rendendola indipendente. Il Profeta ha pure detto che “Il più perfetto nella fede tra tutti i credenti è colui il quale tratta la propria moglie con i modi più gentili.”

Se si seguono le indicazioni dell’Islam, dunque, la donna è diversa ma pari all’uomo.

Certamente, bisogna progredire seguendo queste indicazioni basilari. I tempi, nel bene e nel male, sono molto diversi dal 600 d.C. Come dice spesso mio marito, allora si andava a dorso di asino (o di cammello), oggi sarebbe un po’ strano circolare nel traffico con l’asino.

Bene ha fatto, dunque, l’UCOII a dare un parere religioso sul matrimonio. Per il delitto, naturalmente, tocca, invece, alla legge italiana, agli investigatori, ai giudici, alle forze dell’ordine.

L’UCOII, è una grande organizzazione, trasparente, rispettosa delle leggi italiane, che collabora attivamente con il nostro Governo e lo Stato. In questi anni, si è molto adoperata per l’integrazione della Comunità Islamica italiana anche se non è un compito facile. Infatti, l’immigrazione che noi abbiamo è in gran parte poco istruita e, quindi, in cerca di identità, fa spesso riferimento alle usanze del proprio paese di origine. Spesso manca una conoscenza approfondita proprio dell’Islam.

C’è molto da fare, dunque, nella Comunità, ma abbiamo fiducia e speranza specialmente nelle seconde generazioni che studiano (femmine e maschi) e potranno condurre i musulmani italiani a progredire nei tempi moderni e in questo paese, sempre nel rispetto della propria fede.

 

Renata Rusca Zargar

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