DELITTO E CASTIGO di Fernando Sorrentino (Argentina)

 

Fernando Sorrentino



Delitto e castigo



Titolo dell’originale in spagnolo: “Crimen y castigo”


1) “Crimen y castigo”, revista El Malpensante, n.º 237, Bogotá, febrero de 2022, págs. 36-43.

2) “Crimen y castigo”, Estrafalaria: ficción irredenta, Madrid, Editorial Reino de Cordelia, 2022, págs. 73-90.


Traduzione di Enzo Citterio







Fernando Sorrentino


1. Aristocrazia amministrativa

Al compimento dei miei diciotto anni subii essere un impiegatuccio in una compagnia di assicurazioni, il cui nome, ispirandomi a Cervantes, non voglio rammentare.

Il diavolo mi pose sotto l’egida di uno degli uomini più stupidi esistiti al mondo. Sotto l’influsso di una malinconica baldoria iniziai, in partenza, col fingermi discepolo del signor Vuoti affinché questo manager — diligente nella sua nullità, ridicolo nella sua severità — immaginasse che io aspirassi a diventare una persona come lui in un luminoso futuro. Comunque, questo mio istrionico inizio, come si vedrà più avanti, non diede alcun frutto.

La concomitanza della piccolezza fisica del signor Vuoti con il vestire sempre con i definiti abiti a doppio petto gli conferiva un aspetto di figurina da cartolina, come fosse ritagliata da una rivista di “comics”.

Si presentava come “vicedirettore” della Sezione Direzione di Produzione. Per quanto mi riguardava, uno dei suoi manifesti propositi consisteva nel “modellare” la mia personalità. Obiettivo, dichiarò tristemente, che non aveva potuto ottenere con “il signor Podestà”, discolo e insensibile impiegato quarantenne, la cui testardaggine lo rendeva inetto a ogni modellamento. In cambio, non avendo io neanche raggiunto le due decadi di vita, il signor Vuoti mi considerò argilla adatta per esercitare il suo ruolo di Pigmalione.

Fra le tante regole, c’era quella di lavorare con giacca e cravatta. Oltre al perfido signor Podestà e una signorina di nome Evelaidina, eternamente di malumore, si contavano quattro impiegati principianti: una ragazza dai modi edulcorati, due giovincelli della mia età ed io. Essendo la nostra prima incursione nel cosiddetto “mercato del lavoro”, la dama ed i tre cavalieri avevamo appena ultimato la scuola secondaria. Nonostante questa quasi-adolescenza, ci era vietato trattarci in modo informale in azienda: dovevamo rigorosamente darci del lei, come richiesto da un’atmosfera di aristocrazia amministrativa. Ma, appena ci si trovava sul marciapiedi, era legalizzato l’uso dell’infetto tu e delle sue forme verbali corrispondenti.

In quei tempi non esistevano i computers né le e-mail ne, infine, le tante meraviglie tecniche che ora ci permettono di comunicare con un minimo di impegno e in pochi minuti. Per inviare la corrispondenza cartacea si utilizzavano i servizi della posta argentina.

Per qualsivoglia ragione operativa o forse per qualche latente vocazione poetica, il signor Vuoti inviava settimanalmente tra le venti e le trenta lettere a diversi “produttori di assicurazioni”, residenti in diversi punti della dilatata geografia nazionale.

E a me toccava, in questi impegni, svolgere lavori che, essendo fastidiosi e noiosi, erano ben lontani dall’affascinarmi.

Non ho difficoltà a dichiarare che, grazie alle Accademie Pitman, io ero, e continuo ad essere, un eccellente dattilografo, al tatto, con le dieci dita, con velocità e assoluta precisione. Il signor Vuoti era solito consegnarmi una lettera scritta di suo pugno. Io, cambiando i dati del destinatario, dovevo copiarla, per il tramite di una Olivetti, venticinque o trenta volte al fine di inviarle allo stesso numero di destinatari.

Le missive del signor Vuoti non suscitarono mai la mia ammirazione.

Il suo stile si abbeverava all’arcaismo cerimonioso (Molto signor mio), nel salamelecco (non sfuggirà al suo elevato criterio) e nel barocchismo burocratico (compilare il detto documento). Aveva le sue proprie regole ortotipografiche (ecelente, eficasia, cosistesso, capage, qesto, rapido, piu assai) e si mostrava equanime con la punteggiatura, che spargeva a casaccio fra le parole del testo. Altruisticamente, correggevo questi spropositi di grafia, ma non la sintassi, poiché capivo che “lo stile definiva l’uomo”.

I miei compiti, anche se estremamente noiosi, erano molto semplici e un paramecio o un’ameba potrebbero concretizzarli con esito consacratorio. Nonostante ciò, l’ideale del signor Vuoti si trovava in un orizzonte lontano: raggiungere la citata aristocrazia amministrativa della quale io avrei potuto — forse — arrivare ad essere un invidiato integrante.

Devoto a questi principi, il signor Vuoti tentò di convincermi che i managers e i capi costituivano una élite di semidei, verso i quali dovevo sentire la venerazione più profonda. La verità è che davanti a tutti loro al completo, e anche ognuno singolarmente, mai il bagliore alterò il mio ritmo cardiaco. Ancora peggio, li consideravo, in maggior o minor misura, una caterva di pelandroni.

Il mio fervore non sembrava al signor Vuoti tanto veemente quanto lo esigevano le giustizie divina e umana. Secondo quanto potei notare per i rimproveri che mi rivolgeva frequentemente, lo indisponeva l’incertezza di un nuovo fracasso creativo: la mia personalità, paragonabile a quella del signor Podestà, continuava ad essere tanto riprovevole quanto lo era prima di ingressare nell’azienda.

Al pari di don Chisciotte a Sancho e di Martín Fierro ai suoi figli e a Picardía, il signor Vuoti considerava meritorio consigliarmi. Dei suoi consigli ne ricordo due:

1) Signor Sorrentino: dica sempre “signore” a tutti. 2) Signor Sorrentino: sia umile.

Per quanto riguarda il primo, non ne vedo la necessità; per il secondo, credo che identificasse umile con sottomesso o strisciante o abietto.

Se il signor Vuoti era il “vicedirettore” della sezione, doveva esistere un “direttore”. E, effettivamente, esisteva. Salvo che, comunque divinità, la sua presenza risultava più spirituale che fisica. Ignoro quali fossero le sue funzioni, ma le presumo importanti e indispensabili, poiché quando, unicamente una volta alla settimana, faceva “atto di presenza” in ufficio, il signor Vuoti, davanti a questa epifania, si liquefaceva in uno stato emozionale confinante con la catatonia e forse anche con la catalessi.

In quei fausti momenti il direttore — primo cognome, spagnolo, concludente in zeta; secondo cognome, basco, iniziante con zeta — si presentava in coppia con un figlio suo, un babbeo di una trentina di anni (nel mio rione lo avremmo classificato come coglione allegro), sovrappeso, occhi un po’ sporgenti. Sghignazzando, questo uomo felice si lanciava a scherzare stentoreamente con i nostri semidei minori, che chiamava farisei, e a questa provocazione essi rispondevano con il nomignolo di filisteo: torneo di arguzie che li portava a un condiviso estasi intellettuale. La settimana seguente si ripetevano esattamente la scena, gli scherzi, gli sghignazzamenti, fino a raggiungere le proporzioni di una tremenda baraonda, incompatibile, certamente, con la aristocrazia amministrativa.

A me non disturbavano assolutamente quelle manifestazioni di stupidità; al contrario: mi colmavano di una maligna felicità, poiché quella baraonda di grida e caos collideva con i principi aristocratico-amministrativi preconizzati dal signor Vuoti. E questi assisteva, impotente e intimidito, rattrappito e imbronciato, a quella invasione festiva contro la quale lui mancava del minimo potere di repressione: solo un sacrilego poteva osare di censurare il germoglio del semidio principale della sezione.

Questo nobiluomo indossava sempre un abito scuro e ostentava un aspetto “degno”, “cavalleresco” e “signorile”. Dato che aquila non capit muscas, riteneva improprio occuparsi di piccolezze: in una occasione gli udii porre alla zuccherina ragazza il seguente enigma: “Mi dica, signorina, realizzato si scrive con due esse o con due zeta?”.

2. La lezione del batrace

Il capufficio era parte integrante con l’ideale di aristocrazia amministrativa. Semidio minore, sottoposto del signor Vuoti, anelava ottenere la sua approvazione.

Il personaggio aveva un nome di battesimo che non lo soddisfaceva. Forse era Nepomuceno o Pancrazio o Epaminonda o Assurbanipal o Eliogabalo o Stupidario, non lo so; ma supponiamo, per sinestesia audio intellettuale, che fosse Stupidario. Allora avrebbe firmato: S. Cicciu Bacchetta invece di Stupidario Cicciu Bacchetta. Chiarisco: sia Stupidario sia Cicciu sia Bacchetta sono inventati per nascondere la sua vera identità.

Appariva orizzontalmente largo e verticalmente breve: retacón come dicono gli argentini o rechoncho come si dice in Spagna ed entrambe le definizioni corrispondono al nostro nanerottolo obeso. La sua scrivania, a modo di panottico da carcere, era situata in un punto strategico dell’ufficio che gli permettesse di vigilare i movimenti di tutti i suoi sottoposti.

Una volta, al ritorno del pranzo, dichiarò, ghiottone e sorridente, che aveva mangiato “una busecca da favola”. La mia immaginazione mi fece identificare la favolosa busecca con l’ingestione di qualche bestiaccia dei campi, per esempio una biscia, una rana o uno scorpione e, per similitudine, associai il viso largo, la pelle verrucosa e gli occhi sporgenti del signor Bacchetta con le stesse caratteristiche proprie del batrace chiamato escuerzo.1

Leopoldo Lugones dedicò a questa creatura un racconto2 che io non elogerei, ma non dedicò, ne potrebbe dedicare alcun rigo, al signor Bacchetta. Per questa opera, i numi del Parnaso scelsero me.

Comunque, non avrei mai attuato quell’opera se non fosse stato per una scatoletta di graffette.

Ricordate che nella nostra sezione ci era vietato utilizzare il pronome tu e le sue corrispondenti forme verbali, ukase che rispettavamo solo quando sapevamo di essere uditi dai semidei.

In qualche momento devo aver interpellato la signorina Evelaidina, che monopolizzava, con cupidigia quasi britannica, l’unica Olivetti elettrica dell’ufficio. Utilizzai, come facevo sempre, non il degnissimo pronome lei bensì il plebeo tu. Questa dama era anche caricata della responsabilità di somministrare, agli altri impiegati, le risorse necessarie per l’espletamento delle loro mansioni.

Le dissi qualcosa come:

— Evelaidina, per favore, puoi procurarmi una scatoletta di graffette?

Non l’avessi mai fatto! La frase fu percepita dal panottico, dal signor Bacchetta.

Sulla soglia di un infarto e adottando un tono baritonale quasi da basso profondo, mi disse:

— Signor Sorrentino, per favore, mi accompagni all’ufficio del signor Vuoti. Devo parlare con lei.

(Il signor Bacchetta non godeva di un ufficio privato. Doveva rassegnarsi a condividere l’ambito generale della sezione. Premio di consolazione: come simbolo di autorità, la sua scrivania era coperta da un vetro, sotto il quale aveva collocato alcune cartoline con assiomi come Non temere di rinunciare alle buone cose per rincorrere la grandiosità o Se lei non trova una soluzione, allora fa parte del problema.)

Il signor Bacchetta (col viso accigliato) e il signor Sorrentino (con le gambe tremolanti di paura) camminarono, per il corridoio laterale, fino all’ufficio del signor Vuoti. Lui non si trovava lì, con la conseguente delusione del signor Bacchetta, che aspirava, evidentemente, a pavoneggiarsi davanti al suo superiore.

Con un gesto autorevole mi invitò a sedere sulla sedia riservata ai subalterni. Lui si sedette dall’altra parte della scrivania, ossia proprio sul seggio del signor Vuoti. E, fissandomi con il suo sguardo di batrace, dichiarò:

— Io non so, né mi interessa sapere, la relazione che lei intrattiene con la signorina Evelaidina…

Da questo intuii che aveva percepito, nella erotica scatoletta di graffette, un indizio di un’appassionata storia d’amore tra la signorina Evelaidina e il vostro servitore. Grande errore. Tre ostacoli determinanti: primo, lo stesso anno della mia nascita coincise con quello in cui lei sfoggiò scarpe con tacco alto per il suo compleanno dei quindici anni; secondo, non potrei mai prendere sul serio una signorina che si chiamasse Evelaidina; terzo, il suo sex-appeal, a dire il vero, superava ampiamente quello della più bella mummia egizia, ma non di moltissimo.

— Per strada — proseguì — lei è libero di comportarsi come vuole…

(Caspita, che notizia!)

— Ma qui — aggiunse —, nell’ambito aziendale, lei deve rispettare le regole stabilite.

A questo punto considerò di avere raggiunto il climax dell’eloquenza, si entusiasmò con il suo discorso e continuò, con pleonasmi a ripetizione, reiterando gli stessi argomenti.

Contrito e imbarazzato, gli promisi che da quel momento mi sarei convertito in paladino dell’osservanza delle linee guida dettate dai superiori e, credo perfino che, in un eccesso di satira, gli sono stato grato per la lezione ricevuta.

— Molto bene, allora — concluse l’escuerzo —. E ora si torna in ufficio, che c’è molto lavoro.

— Ha ragione, signor Bacchetta. C’è molto lavoro e vado a dedicarmici subito — risposi, mentre pensavo “Perché non te ne vai a fare in culo, gigantesco imbecille interplanetario?”.


3. Il delitto

I mesi trascorsero… Giunse il momento di sapere che esattamente il 30 di novembre sarebbe stato l’ultimo giorno nell’azienda assicurativa. Avevo già ottenuto un impiego come correttore di bozze nell’Editorial Argentus Fabulator e lì avrebbe iniziato, il primo dicembre, il mio nuovo avatar. Mi proposi di accettare con savia rassegnazione i futuri spropositi che trovassi sul mio cammino nel mio attuale purgatorio.

Ciò nonostante…

Nella seconda settimana di novembre ci fu un certo episodio.

L’orario di ingresso in azienda era, a quei tempi, a mezzogiorno. Avevo appena finito di realizzare non ricordo più quale pratica in qualche punto vicino a via Córdoba angolo via Esmeralda. Verso le undici, non sapendo cos’altro fare, mi diressi verso il viale Corrientes, timbrai il mio cartellino nel registratore presenze e salii al terzo piano.

L’ufficio era deserto. Mi sedetti, misi la mano nel mio portadocumenti e ne trassi un romanzo, già iniziato, che mi affascinava: Delitto e castigo, nella edizione della Biblioteca Mundial Sopena. Credo che riuscii a leggere otto o dieci pagine; dimentico dell’ufficio e forse del mondo, ero assorbito nelle peripezie di Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov.

Dal nulla apparve, davanti a me, stravolto dall’indignazione, proprio il signor Vuoti! Accigliato, lo sguardo duro, la bocca in un rictus di furore, non poteva dar credito alla scena che si presentava davanti ai suoi occhi sconcertati: l’impiegato Sorrentino, molto pacifico, che si dedicava alla lettura.

Dopo qualche prologo severo, mi disse, con un tono di voce abbastanza più alto di quanto tollerabile:

— Lei non è in azienda per leggere libri; è qui per lavorare!

Timidamente gli feci presente che mancavano ancora una quarantina di minuti a mezzogiorno.

— Non importa! Nel momento in cui entra in ufficio, lei deve iniziare a lavorare, è quello il suo dovere!

Accettai il suo rimprovero, in silenzio riposi il libro e iniziai a lavorare, ma — meditai — quell’aggressione era completamente ingiusta. Solamente una volta in tutta la mia vita mi ero messo a leggere in ufficio e nemmeno ero in orario di lavoro. Questo fatto aveva scatenato, in Vuoti, la collera e il maligno piacere di maltrattare il prossimo. Mi aveva consigliato di essere umile e lui, invece, si comportava con una superbia da energumeno.

Fino a quel momento avevo sofferto non pochi dispiaceri e disagi, che tuttavia non mi avevano preoccupato troppo. Inclusa la assurda lezione che mi aveva impartito S. Cicciu Bacchetta apparteneva al campo dell’umorismo o del grottesco, quindi non mi fece arrabbiare.

Ma ora l’umiliazione e la mortificazione mi provocarono reazioni fisiche: un’ondata di calore mi salì dal torace, accese di rossore il mio viso e mi provocò una violenta traspirazione causata dall’ira e dall’impotenza. Provai odio e quell’odio era diretto verso il signor Vuoti.

Il sopruso meritava, da parte mia, l’esecuzione di una rappresaglia. Quale e come attuarla erano incognite.

Passarono quattro o cinque giorni e l’episodio forse fu dimenticato dal signor Vuoti. Ma non da me: l’affronto mi era sempre ben presente.


4. Una notizia sensazionale

Il venerdì 27 novembre S. Cicciu Bacchetta convocò i componenti della Direzione della Produzione a una riunione nel salone dove svolgevamo il nostro lavoro: doveva comunicare a tutto il personale una notizia che, come aveva anticipato, ci “avrebbe riempito di immensa allegria”.

Si formò una specie di paraninfo composto, in piedi, dal signor Podestà, la signorina Evelaidina, i giovincelli della mia età e io.

Di fronte a noi, su una immaginaria pedana, si disposero i semidei della sezione e anche lo stesso direttore, questa volta, non so se per fortuna o per disgrazia, senza la compagnia del suo germoglio babbeo.

Il signor S. Cicciu Bacchetta disse “Silenzio, per favore” e ripeté che doveva comunicare a tutto il personale una notizia che ci avrebbe riempito di immensa allegria.

Nella mia bassezza, supposi che la buona novella consistesse in un aumento di paga per il personale subalterno.

— Ma sarà meglio — aggiunse Bacchetta — che sia il nostro caro signor contabile Vuoti chi la comunichi a voi.

(Prevedibile e inevitabile uso erroneo dei pronomi, con la aggravante di introdurre il tu nel sacro recinto del lei).3

Bacchetta diede un passo di lato e, con riverenza affettata, suggerì al signor Vuoti che occupasse il proscenio.

Sorridente, il signor Vuoti rivelò che l’azienda l’aveva incaricato di realizzare un complesso per il tramite commerciale-amministrativo nella città di Burlington, Vermont, negli Stati Uniti. Per tale motivo, sarebbe partito verso il suo destino entro un paio d’ore. Portata a termine la missione, avrebbe approfittato per salutare un suo fratello, residente a Boston, nel Massachusetts, che era, inoltre, proprietario del più prestigioso ristorante di quella città.

Non so se sono un malpensante o il mio udito mi ha giocato un brutto tiro, ma giurerei che, invece di Massachusetts, pronunciò Masaciutes.

Tutti i presenti (io non fui un’eccezione) ci congratulammo con lui, gli stringemmo la mano; la signorina Evelaidina, con occhi lacrimosi, gli stampò un casto bacio nella guancia sinistra; il direttore gli assestò nella schiena tre o quattro pacche paternali e, dopo, scambiò con il signor Vuoti un abbraccio che strappò applausi.

Della parte oratoria pronunciata come chiusura dal direttore, mi rimase impresso questo frammento: “per fortuna, avremo il contabile Vuoti nuovamente con noi il lunedì 7 di dicembre, disposto, come sempre, a dare il meglio di sé in favore dell’impresa e del suo personale”.

Conclusa la riunione, ritornammo alle nostre scrivanie. Non avevo ancora finito di sedermi, quando il signor Vuoti mi chiese di accompagnarlo nel suo ufficio privato. Prevenuto, mi sono detto: “Vediamo con quale cazzata salta fuori adesso”.

Ripetendo la scena della lezione del escuerzo, si accomodò sul suo soglio e mi invitò a sedermi sulla sedia del subordinato. Ancora sotto gli effetti della commozione, il suo sembiante non era severo bensì affabile e pieno di empatia.

— Lei già saprà, signor Sorrentino — sorrise con bocca, naso e occhi —, che per alcuni giorni non eseguirò i miei lavori nella nostra azienda.

Sostituì il suo sorriso con un viso compunto, come dando ad intendere che la notizia mi avrebbe spezzato l’anima. Ho scoperto, per l’aggettivo nostra, che io ero uno dei proprietari dell’azienda.

— Sfortunatamente, questo mio viaggio, imprescindibile e urgentissimo, fu deciso poche ore fa, cosa che ci ha messo in imbarazzo, poiché io ho un compito imprescindibile e urgentissimo che ho bisogno di assolvere, al più tardi, il prossimo lunedì 30. Perciò, mio stimato signor Sorrentino, mi permetto di appellarmi ai suoi validi servizi di veloce dattilografo.

Mi porse un foglio:

— E’ il testo di una lettera che ho bisogno di inviare ad alcuni amabili gentiluomini, produttori di assicurazione, che vivono in diverse città del paese. So che lunedì sarà il suo ultimo giorno di lavoro e che lei partirà in cerca di nuovi orizzonti, e le auguro la miglior fortuna per il suo futuro professionale. Se non sono indiscreto, potrebbe farmi conoscere il settore del suo futuro impiego?

Mi vidi obbligato a fondare una ditta:

— Inizierò con De La Sierra y Marioni Ltd., industria che lavora il granito e fabbrica selciati.

— Eccellente! E’ un’azienda molto prestigiosa: mi congratulo! E mi creda, signor Sorrentino, che sentiremo la mancanza della sua gradita presenza e, perché no, anche della sua perizia di esperto dattilografo.

Ampliò il suo sorriso e batté con le dita medio e indice alcuni colpetti sul dorso della mia mano destra.

— In totale sono venticinque lettere: le commissiono questo compito che so che porterà a termine — piccolo gesto demagogico — con la sua efficienza abituale. Poiché non abbiamo il tempo materiale per redigerle ora, io ho previsto di lasciare firmati i corrispondenti fogli intestati dell’azienda. Conoscendo, come ben conosco, la sua enorme capacità sul lavoro, non ho dubbi che tra oggi e lunedì potrà ultimare l’incarico. Ma preferisco che prima mi dica se crede che potrà ultimarlo in quel poco tempo ristretto; altrimenti, posso passare il compito di portarlo a termine alla signorina Evelaidina, che è piena di buona volontà ma, posso dirlo? — sorrisetto complice — , suole commettere grossi errori.

Poche volte mi sentii così orgoglioso di me stesso:

— Nessun problema, signor Vuoti! Lasci tutto nelle mie mani, con molto piacere attuerò il compito.

Commosso, strizzò gli occhi e disse queste frasi oziose:

— Bravo! Riassumendo: lei trascrive le venticinque lettere, le mette nelle loro rispettive buste e le fa spedire il più presto possibile. Qualche domanda…?

— No, signor Vuoti, ho capito tutto perfettamente. Può stare tranquillo.

Guardò l’orologio, si spaventò un poco, mi strinse la mano ed esclamò:

— Caspita! Deve essere già arrivato il mezzo che mi porterà all’aeroporto di Ezeiza.

Quella fu l’ultima volta che lo vidi.


5. Epistola ai produttori

Scritta a mano con biro blu e in foglio formato lettera:


Gent. Signore,

Ho il sommo piacere. Di dirigermi a lei per farle conoscere una eccellente notizia, la Compagnia ha selezionato la mia umile persona al fine di compiere una difficile missione amministrativa in una impresa collega degli Stati Uniti del Nordamerica, col fine di procurare nuovi investimenti nella nostra azienda e introdurre una importante quantità di nuove tecniche di marketing e know-hows che senza dubbio, ottimizzeranno lo sviluppo del nostro lavoro e riusciranno a raggiungere risultati fondamentali coadiuvanti per il progresso generale della nostra compagnia del suo personale e della nostra comunità.

Come ogni notizia lieta ha un lato negativo che io lamento. Per qualche tempo fortunatamente breve non avrò il piacere di comunicare con lei. Ma desidero lasciarle la sicurezza che il mio invariabile affetto resterà con Lei e sicuramente al mio ritorno potrò avere la tornare a salutarla e compartire una tazzina di caffè.

Come non sfuggirà all’elevato criterio di Lei la mia intenzione è convertire un indesiderabile commiato in qualcosa tanto gratificante come le luci di un affettuoso e nobile ARRIVEDERCI.

Senza altri particolari, la saluto con il mio invariabile attento e amichevole saluto.


Al piede e contro il margine destro dei fogli intestati si leggevano due linee, impresse con un timbro di gomma.

Cont. Angel Vuoti

Vicedirettore della direzione della produzione


E, sopra queste, in inchiostro blu, questa volta di stilografica, la firma del signor Vuoti.


6. Il laborioso signor Sorrentino

Riposi nel mio portadocumenti i seguenti elementi: il foglio con il testo originale; i fogli con l’intestazione e la firma; le buste con il logo e l’isotipo dell’azienda. Alle 19.00 finì la giornata lavorativa e ritornai a casa mia.

Il sabato 28 fu una bellissima mattina di primavera, che invitava a godere dell’aria aperta, del sole e di una passeggiata in bicicletta. Ma io avevo altri compiti.

Le macchine da scrivere dell’ufficio erano Olivetti; la mia, Remington Rapid Riter. I tipi differivano poco.

Iniziai effettuando una prima bozza a matita. La lessi diverse volte, tornai all’inizio, introdussi modifiche. Quando rimasi più o meno soddisfatto, mi dedicai a dattilografare il testo venticinque volte sui venticinque fogli firmati dal signor Vuoti.

Ognuno degli “amabili gentiluomini” riceverà questo messaggio:


Gent. Signore

Mi rivolgo a lei per farle conoscere una eccellente notizia, la Compagnia ha selezionato la mia umile persona al fine di compiere una difficile missione amministrativa in una impresa collega degli Stati Uniti del Nordamerica, col fine di procurare nuovi investimenti nella nostra azienda e introdurre una importante quantità di nuove tecniche di marketing e know-how che senza dubbio, ottimizzeranno lo sviluppo del nostro lavoro e riusciranno a raggiungere risultati fondamentali coadiuvanti per il progresso generale della nostra compagnia del suo personale e della nostra comunità.

Questa notizia mi rende doppiamente felice. Per un certo tempo disgraziatamente breve (tornerò il 7 dicembre) non avrò il dispiacere, la scocciatura e la molestia di comunicare con lei, che è una delle persone più funeste e spregevoli che la mia esistenza mi fece conoscere.

Ma desidero lasciarle la sicurezza che la mia immutabile avversione verso lei resterà per sempre e certamente al mio ritorno voglio avere la felicità di non tornare a salutarla mai più, per cui la prego, anzi le ordino, di non pensare neanche di apparire nella nostra azienda perché, in tal caso, la butterò fuori a calci nel culo.

Senza altri particolari, mi accomiato dicendole che, per me, può andarsene ora stesso a dar via il culo insieme alla sua puttanissima madre.

Cont. Angel Vuoti

Vicedirettore della direzione della produzione


Verso il tramonto finii il mio compito: stampai i destinatari sulle buste dell’azienda, inserii i messaggi, incollai i lembi delle buste con una spugnetta inumidita e riposi le venticinque lettere nel mio portadocumenti. Ero stremato ma con la soddisfazione che conferisce l’adempimento del dovere.

La domenica 29 piovve dalla mattina fino a notte. Lamentai non aver approfittato del buon clima del sabato per passeggiare.



7. Il castigo

Lunedì 30 albeggiò con qualche pioggerella. L’ultimo giorno di ogni mese era la data di ritiro dello stipendio. Essendo la mia ultima giornata di lavoro, appena riscossi il mio salario me ne andai, senza salutare nessuno e senza aspettare che arrivassero le 19.

Uscito in strada, non mi accolsero piogge ne nuvole ma la allegria del sole. Esultante per la libertà, iniziai a camminare per via Corrientes in direzione della città bassa.

Attraversai il viale Leandro N. Alem e entrai nella Posta Centrale. Impostai le venticinque lettere e pagai di mia tasca l’importo dell’affrancatura: considerai questa erogazione uno dei migliori investimenti della mia vita.

Per ritornare alla mia via Costa Rica, salii sull’autobus 93 e viaggiai contemplando dal finestrino la splendida Buenos Aires. Intanto, pensavo a calcolare quante spiegazioni sarebbe stato obbligato a esporre il signor Vuoti al suo rientro dagli Stati Uniti.

Mi sentivo abbastanza contento.



1) Rivista Il Convivio, n.º 88, Castiglione di Sicilia, gennaio-marzo 2022, pp. 30-34.

2) Rivista Osservatorio Letterario n.º 149-150, Ferrara, novembre-dicembre-gennaio-febbraio 2022-2023, pp. 63-68.

1 L’escuerzo è un anfibio anuro il cui habitat è l’Argentina e località limitrofi di Uruguay e Brasile. E’, indiscutibilmente, una creatura molto brutta: ha il corpo grosso, una enorme bocca e occhi sporgenti con due piccole protuberanze sulla testa simili a corna. Il suo nome scientifico è Ceratophrys ornata.


2

El escuerzo”, racconto di Leopoldo Lugones (1874-1938) incluso nel suo libro Las fuerzas extrañas (1906).


3 L’ironia della frase non è traducibile perché vos (tu italiano) e vosotros (voi italiano) è il plurale di vos; per usted (lei italiano) il plurale è ustedes (non traducibile in italiano).



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