TEMPI DI GRANDE RARITA'

 


EDITORIALE

da

L’Avvenire dei lavoratori

3 novembre 2022 – e-Settimanale della più antica testata della sinistra italiana

Organo della F.S.I.S., Centro socialista italiano all’estero, fondato nel 1894 / Direttore: Andrea Ermano

Redazione e amministrazione presso la Società Cooperativa Italiana - Casella 8222 - CH 8036 Zurigo

 

TEMPI DI GRANDE RARITÀ

 

di Andrea Ermano

 

Immaginiamo i nostri nonni o bisnonni durante la Prima guerra mondiale: il freddo, gli stenti e i bombardamenti degli eserciti belligeranti, i cecchini costantemente pronti ad abbatterli con una fucilata. Questa la condizione dei “Soldati” di cui scriveva Ungaretti: Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie.

    E pure ai nostri nonni o bisnonni sarà capitato una mattina, forse dopo una lunga notte di guardia, di assistere al momento in cui il chiarore sconfinato del nuovo giorno li andava man mano investendo. Di certo, accadde a Ungaretti come si desume dal componimento più conciso della letteratura italiana – M’illumino / d’immenso –, pubblicato in Allegria di naufragi nel 1919.

    Dal sito “scuola e cultuura” apprendo che i due versi «sono preceduti da un’indicazione di luogo e tempo: Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917; la località è situata nella pianura a sud di Udine e la data ricorda che il poeta ha scritto questa lirica mentre ancora era al fronte, combattendo come soldato semplice nel corso del penultimo anno di guerra».

    Ora, però, noi qui abbiamo utilizzato un migliaio di battute per esprimere quel che il poeta sigilla in poche sillabe: grande, grandissima rarità della Parola lirica.

    Lo insegnava Umberto Eco, che la Poesia è come una persona gentile la quale azzannasse un Pit Bull. Non succede mai. Ma la volta in cui accadesse, farebbe notizia molto di più di quanto non potrebbe il morso di un cane al polpaccio mio o tuo o di un nostro simile.

    È la regola generale della notizia, tanto più importante quanto più inattesa, improbabile, unica.

    Così, la Poesia appare paragonabile a un trafiletto che diventa titolo in prima pagina e non si spegne con il passare del tempo, ma addirittura cresce, esce dal giornale e si sparge.

 

Dopodiché, non solo la Poesia, ma anche le altre muse, Storia inclusa, potrebbero in fin dei conti rivelarsi meno immortali di quanto molti non credano. E basti pensare a questa sfera terraquea, sovrappopolata e surriscaldata, su cui noi tutti affanniamo le nostre vite. Che cosa ci minaccia? Che ne sarebbe delle nostre vite nel caso in cui si scatenasse una Armageddon, come si dice oggidì?

    Per rispondere attingendo a una fonte davvero neutrale, citiamo la ministra della difesa elvetica, Viola Amherd, che in Ucraina reputa “sussistente” il rischio termonucleare – vuoi in seguito a un eventuale “incidente”, vuoi a causa di un “atto intenzionale”. Lo leggiamo sull’agenzia SWI (swissinfo.ch). E tuttavia le probabilità che ciò accada non sono al momento elevate, ci rassicura la ministra bernese.

    A parte che non riusciamo a tirare alcun sospiro di sollievo, noi stiamo attraversando strani giorni, che vengono da molti paragonati alla “Crisi dei missili di Cuba”, tanto più che – come rivelato da fonti vicine al Pentagono (vedi) – in Ucraina sono ormai presenti sul terreno consiglieri militari statunitensi.

    Ferma restando la nostra netta condanna dell’invasione putiniana ai danni di uno stato libero e sovrano, lasciateci tuttavia sperare che russi e americani non entreranno in diretto contatto (leggi “conflitto”), configurando un casus belli tra due superpotenze atomiche.

 

Si ha quasi pudore a parlare del Belpaese. In una recente intervista sulla riedizione del suo libro A Mosca l’ultima volta, Massimo D’Alema fa notare che proprio non si capisce come le leadership di centro-sinistra abbiano consentito alle destre di conquistare tre quinti dei seggi parlamentari con il 43,8% dei consensi espressi, pari a 12’300’244 voti.

    Se Letta, Conte e Calenda si fossero alleati avrebbero raggiunto 14’261’681 voti, pari al 50,5% dei consensi, come emerge dai dati elettorali, assommando PD (7’337’975 voti), M5S (4’333’972 voti), Azione (2’186’747 voti) e UP (402’987 voti).

    Colmo dei colmi, le tre principali forze del centro-sinistra avevano governato insieme durante tutti questi anni, ma poi se ne sono andate ciascuna per conto proprio, mentre la coalizione di destra raggruppava le due formazioni di governo (FI e Lega) insieme a quella d’opposizione (FdI).

    Dulcis in fundo (si fa per dire), la riduzione del numero dei parlamentari ha enfatizzato tutte le distorsioni di un sistema squinternato.

    I tre quinti dei seggi alle destre non aprono ancora al potere di modifica incontrastata della Costituzione, ma pur sempre consentono la nomina di nuovi giudici costituzionali e rispettivamente di nuovi membri del CSM. Il che, in seconda battuta, potrebbe però facilitare una modifica dell’assetto istituzionale italiano.

    Ci auguriamo che il pool di costituzionalisti di cui fa parte Felice Besostri riesca a scardinare in Consulta l’intruglio normativo, come ha saputo fare con il Porcellum e l’Italicum.

 

E veniamo alla svastica del viceministro Galeazzo Bignami (vedi). Avendo egli giurato “di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”, compirebbe un gesto patriottico, e anche coerente con la formula predetta, se semplicemente si togliesse di lì.

    Intendiamoci, gli errori di gioventù si potrebbero anche perdonare. Ma resta un problema ulteriore, che sta nel persistente danno d’immagine inferto a quella Nazione che il Viceministro giura di voler servire incondizionata­mente.

    Proprio un bel servizio.

    Tutti gli avversari e i concorrenti dell’Italia potranno ora utilizzare la svastica di Bignami ogni qual volta parrà loro utile sputtanare il nostro Paese, il suo governo e il popolo che lo ha eletto. O no?

    Né depongono a nostro favore i saluti neofascisti alla tomba di Mussolini in quel di Predappio (vedi). Né aiutano a migliorare l’immagine dell’Italia le manganellate ai dimostranti. E la lista potrebbe continuare.

    Si è capito, invece, fin troppo bene l’apparentemente assurdo polverone sollevato contro i rave parties. Era finalizzato a pompare uno di quei “casi straordinari di necessità e urgenza” per i quali si giustifica ai sensi dell’art. 77 della Costituzione l’uso del decreto legge.

    Decreto legge promulgato dal Governo Meloni in ordine alle nuove “Norme in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali”. In esso si parla non di rave, ma di “invasione arbitraria” di “terreni o edifici altrui, pubblici o privati” commessa “da un numero di persone superiore a cinquanta”, qualora tale “invasione” possa causare “un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”.

    Ma chi stabilirà che cos’è una “invasione arbitraria”? Chi stabilirà che i luoghi invasi “pubblici o privati” non vengano a essere puta caso strade, piazze, stadi, scuole, fabbriche, università eccetera? Chi stabilirà quando una manifestazione di protesta si trasformerebbe in una “invasione”? Chi stabilirà che cos’è l’ordine, l’incolumità o la salute in senso pubblico?

    La risposta a tutte queste domande rinvia in ultima analisi al Governo. In uno Stato ben organizzato è il Governo che vede e che provvede.

 

Il Governo Meloni ha provveduto a mettersi nelle condizioni di stabilire come, quando e dove sussista un rischio di manifestazione-invasione dalla quale, citiamo testualmente: “può derivare un pericolo” (corsivo nostro).

    E c’è chi può e chi non può.

    A Predappio, per esempio, si viola la legge sull’apologia di fascismo, ma non può sussistere alcun pericolo.

    Invece il rischio c’era, o poteva esserci, al rave party sgombrato, alla manifestazione degli studenti manganellati, eccetera.

    Ma, bando alle ingenuità: è sempre stato così. Solo che adesso siamo entrati in una fase più restrittiva per alcuni e più concessiva per altri. Ad alcuni è, infatti, vietato organizzare o promuovere assembramenti con più di cinquanta persone, ad altri è, invece, concesso sanzionare questi organizzatori e/o promotori “con la pena della reclusione da tre a sei anni e con la multa da euro 1’000 a euro 10’000”.

    Galera fino a sei anni per un rave party? Ma che senso ha?! Forse che l’elevatissimo limite di reclusione serva a rendere legittimo un uso massiccio delle intercettazioni e di altre misure di analogo tipo?

    Alcuni lo sospettano.

    Ma la premier ha comunicato tramite Facebook queste alate parole alla Nazione: “Vorrei rassicurare tutti i cittadini – qualora ce ne fosse bisogno – che non negheremo a nessuno di esprimere il dissenso”.

    Non negheremo...

    Giorgia Meloni, il rassicurante Presidente del Consiglio della Repubblica italiano, va complimentata per la rara magnanimità.

        



------------------------------------------------------------------------------------------------------------



IN EVIDENZA (pubblicità)




TUTTI I LIBRI di RENATA RUSCA ZARGAR

in vendita su AMAZON

Commenti

Post popolari in questo blog

LA BELLA MAESTRA DI TAPIS SI ALLENA

LA STRAORDINARIA SCOPERTA DELL'ACQUA