LA RICETTA DELLA FELICITA'

 

Una ricetta
per la felicità

Al terzo anno di pandemia, dopo un'ondata di dimissioni che ha riguardato in tutto il mondo soprattutto chi non ha retto al sovraccarico di cura e di lavoro, cerchiamo di capire se e quanto siamo felici. Dati, e programmi della lavatrice, alla mano




Questo febbraio che sembra infinito inaugura il terzo anno di pandemia, un momento che potrebbe sembrare poco adatto per parlare di felicità, e invece forse sono proprio i momenti difficili quelli migliori per ragionare su cosa ci rende felici, e chiederci se il nostro concetto di felicità cambia quando cambiano le circostanze. Se, in qualche modo, possiamo quantificare la felicità.

La prima cosa, la più facile e anche la più scontata per sapere se le persone sono felici è chiedere. Ci ha pensato l’Unione europea con Eurostat ed ecco cosa hanno risposto le persone in Europa, il dato purtroppo è pre-pandemico, quindi legato a una situazione un po’ più serena di quella che stiamo vivendo ma utile per capire come eravamo quando le nostre vite sono cambiate. 

In Italia non siamo proprio felicissimi e le nostre teorie sul sole e il buon umore forse sono un luogo comune se, insieme alla Grecia, siamo in fondo alla classifica. Ai primi posti: Belgio, Olanda, Austria, Finlandia. Il freddo!

Ma possiamo uscire dalle sabbie mobili della percezione (come fanno queste olandesi a pensare di essere felici in un paese in cui la cosa più buona da mangiare sono le patatine?!) e spingerci un po’ oltre, alla ricerca di dati più oggettivi. Esiste, per esempio, un rapporto delle Nazioni Unite che si intitola World happiness report. 

Nel 2021, prendendo atto dello stravolgimento globale dovuto alla diffusione del Covid19, il rapporto è stato modificato e ora integra nuovi parametri per rispondere alla domanda “cosa significa essere felici quando fuori c’è una epidemia globale?”. Come dire, non possiamo proprio fare finta che non stia accadendo, se cambiamo noi cambia anche quello che consideriamo felicità.

Per esempio, il nuovo rapporto introduce tra i nuovi indicatori la fiducia, intesa come quanto le persone ripongono fiducia nell’operato del governo, fiducia nella società e nella “benevolenza degli altri”. Insomma, come diceva la Blance di Un tram chiamato desiderio, quando le cose diventano complicate abbiamo bisogno di confidare nella gentilezza degli sconosciutiPer cui siamo più felici nei luoghi in cui si pensa che gli altri agiscano nell’interesse collettivo. Anche il World happiness report chiede alle persone se sono felici, ma in aggiunta i ricercatori che lavorano a questo rapporto hanno attribuito un punteggio per il reddito pro capite, per la corruzione, per l’aspettativa di vita, le pari opportunità intese come libertà di scelta, e il sostegno sociale. In questa classifica l’Italia è al 28 posto a livello globale, e indovinate chi è in cima? Sempre la Finlandia.

Ora, da femminista, una domanda che davvero mi interessa è quanto la felicità e la parità di genere siano legate. Siamo più felici quando c’è più parità? C’è una correlazione tra parità di genere e felicità? In altre parole, tutta questa fatica per liberarci dal patriarcato, gli stereotipi, i ruoli, cercare di autodeterminarci in un contesto fortemente patriarcale sono un “tendere” verso la felicità? 

Purtroppo, la risposta non è semplice né tantomeno lineare. Le ricerche ci dicono che sì, i paesi dove c’è maggiore parità sono anche più felici. Ma, c’è un grande ma. Nel 2009 faceva scalpore l’articolo di due ricercatori, Betsey Stevenson e Justin Wolfers, in cui venivano analizzati i dati sulla felicità delle donne statunitensi, per arrivare a scoprire che prima del femminismo se la passavano meglio, e che dagli anni Settanta in poi è stato tutto un declino di felicità. Mentre nella società le donne prendono sempre più spazio, entrano in massa nel mercato del lavoro, nelle università, nelle carriere, prendono la pillola, escono da sole, insomma, le donne sono sempre più infelici? Ingrate. 

Qui vorrei fare una digressione e sottolineare che negli studi sulla felicità viene spesso evidenziato come, insieme alla libertà sessuale, il lavoro salariato, l’educazione, giocano un ruolo fondamentale nell’emancipazione delle donne gli elettrodomestici. Personalmente mi infastidisce moltissimo quando le pubblicità di detersivi e aspirapolveri hanno come protagoniste donne che sono felici di fare tutto bene e in fretta, e inserire gli elettrodomestici in un discorso sulla felicità è una cosa che istintivamente trovo maschilista. Ma prendiamoci il tempo di una passeggiata nella storia della lavatrice.

Nel 1900 una donna passava 58 ore settimanali a svolgere lavoro domestico e nel 1975 queste ore erano scese a 18. Constance Shahan e Amanda Moras, due studiose americane, sono partite dalla storia della lavatrice e l’hanno messa in relazione con il lavoro retribuito delle donne. Una storia interessante. Nell’800 lavare i panni era un’impresa, ci voleva una giornata intera, si scaldava l’acqua nella stanza in cui si lavava a mano e poi si strizzava. Con l’avanzare di una classe media a fine secolo, nelle grandi città, nascono le prime lavanderie e diventa comune il mestiere della lavandaia, all’inizio del 900 la maggior parte delle famiglie borghesi affida il lavaggio dei vestiti fuori casa o a una lavandaia a domicilio. Le lavandaie erano povere, migranti e di colore, il razzismo istituzionalizzato, la segregazione e la mancanza di opportunità ne facevano spesso l’unico mestiere possibile. È l’esternalizzazione del bucato alle lavanderie commerciali che dà impulso alle tecnologie che poi saranno alla base delle lavatrici domestiche.

Con il diffondersi dell’elettricità nelle case tra gli anni 20 e gli anni 30 del Novecento si diffondono anche le lavatrici domestiche, che inizialmente incontrano resistenze in merito alla loro capacità di lavare bene come il lavaggio a mano. Le case di produzione lanciano i locali pubblici con le lavatrici a pagamento, sono luoghi in cui le donne possono provare il lavaggio meccanico. Negli anni 40 durante la guerra le donne entrano in massa nel mercato del lavoro, anche donne che non avevano mai lavorato nel mercato retribuito, come le bianche borghesi, e, dagli anni 50 in poi, aumentano sempre di più le famiglie a doppio reddito e le lavatrici nelle case. Il bucato torna dentro le case e le lavanderie a gettoni diventano le lavanderie dei poveri, di chi non può possedere una lavatrice propria. Oggi la storia sta cambiando ancora, negli Stati Uniti sempre di più chi non ha una lavatrice propria sono i single sia donne che uomini, che vivono nelle grandi città, una fascia di popolazione in crescita. 

La felicità quindi si annida in un programma per capi misti a 40 gradi.

Andando avanti, Stevenson e Wolfers dicono però che, se le tecnologie sono cambiate e la vita delle donne è cambiata, quella degli uomini lo ha fatto molto meno. Per dirla con Mia Martini, gli uomini non cambiano.

Insomma, noi siamo entrate nel mercato del lavoro, ma questo non è corrisposto al fatto che gli uomini siano diventati i nuovi angeli del focolare. Le cose per le donne si sono mosse a velocità diverse: mentre studio e lavoro retribuito sono andati con passo veloce (specialmente negli Stati Uniti), i cambiamenti tra le mura domestiche sono stati molto più lenti. Ed è così che tra le principali motivazioni di infelicità delle donne c’è la tripla fatica di lavorare, prendersi cura dei familiari e della casa. 

E poi c’è un dato aggiuntivo, l’infelicità legata alla consapevolezza. Le donne ora sanno: che vengono pagate di meno, che sono vittime di violenza, che non accedono al potere e che, comunque vada, devono pulire. Le donne sono più consapevoli delle ingiustizie che subiscono. Questo potrebbe spiegare anche perché i paesi dove la parità avanza sono anche i più felici. Non solo perché in queste società le donne hanno più diritti, guadagnano di più, comandano di più, diminuisce la violenza, ma anche perché c’è un cambiamento più profondo che non riguarda solo il modo in cui si comportano le donne ma anche quello in cui si comportano gli uomini. Sono paesi dove non solo si dà più fiducia alle donne quando si parla di governo, ma anche agli uomini quando si parla di capacità di prendersi cura, per esempio dei bambini.

Sapete che in Italia le persone sono convinte che gli uomini non siano in grado di prendersi cura dei figli? E che in Danimarca questa cosa non la pensa praticamente nessuno?[1] 

Possiamo dire che la condivisione del carico di lavoro di cura incide sulla felicità. Ma non basta, dobbiamo guardare anche a quello che succede nel lavoro retribuito. Essere felici al lavoro è importante considerando quanto tempo e quante energie investiamo nei luoghi di lavoro. Questa aspettativa di felicità al lavoro è sicuramente un dato che non è mai stato così ovvio.

Si parla moltissimo in questi giorni di big resignation. A luglio negli Stati Uniti hanno dato le dimissioni 4 milioni di persone. Secondo l’Harvard Business Review sono state principalmentele persone tra i 30 e i 45, quindi lavoratori e lavoratrici a metà strada della loro carriera a lasciare il lavoro. Secondo la rivista, i settori più colpiti dall’ondata di dimissioni sono salute e tecnologia che sono anche stati i più sollecitati durante la pandemia vivendo un carico di lavoro eccezionale e moltissima pressione.

Molti economisti e analisti però dicono che queste ragioni da sole non bastano, e che c’è uno spostamento culturale dovuto alla pandemia che ha messo in crisi la cultura di ufficio, gli spostamenti per raggiungere i luoghi di lavoro, e ha fatto emergere il bisogno di un maggiore equilibrio tra orario di lavoro e tempo di vita.

Questo ha a che fare anche con l’identità: se il lavoro è una componente importante della nostra identità, forse dopo la pandemia non è più così centrale. Con la pandemia abbiamo scoperto che vogliamo dare maggiore importanza agli affetti e alla cura di noi, e sperimentato nuovi modi di organizzare e pensare il lavoro sganciati dalla condivisione dello stesso spazio fisico.

Vogliamo andare in ufficio se e quando serve. Certo, una parte di questa sperimentazione ha significato più ore di lavoro (2,5 al giorno in media) e non meno, il diritto alla disconessione è diventato un tema politico e c’è chi chiede di chiudere lo “sleeping gap” per cui le persone con meno garanzie contrattuali che fanno più lavori per vivere non dormono a sufficienza. In quest’ottica non è solo il bisogno di un maggiore equilibrio a mettere in crisi i vecchi modelli, ma il fatto che i lavoratori e le lavoratrici si stanno sottraendo a dinamiche di lavoro a cui non vogliono più sottostare. Slow down and glow up (rallenta e brilla, letteralmente) è diventato un modo di dire diffuso.

C’è un altro dato molto interessante di cui a questo punto mi piacerebbe parlare ed è quello per cui si è più felici dove si lavora meno. C’è una relazione tra tutte queste cose? Parità, tempo, lavoro. Dove c’è più parità c’è più felicità sul luogo di lavoro e, dato interessantissimo, si lavora di meno. I paesi europei in cui si lavorano meno giorni a settimana sono anche quelli più paritari e quelli in cui le persone si dichiarano più felici. Dobbiamo sottolineare che sono anche quei paesi in cui alla riduzione dell’orario non ha corrisposto un abbassamento del reddito. Cosa cambia?

La gestione del tempo. Se per vivere bene ci basta lavorare meno, e tutti e tutte abbiamo più tempo per stare a casa, prenderci cura delle persone care e del nostro spazio, ma anche poter avere tempo libero per noi, tempo per riposare e tempo per partecipare alla vita pubblica, probabilmente anche il tempo che passiamo lavorando è un tempo più sereno, meno stressato da dinamiche di controllo, meno stressato dal dover gestire problemi che non pertengono al lavoro, meno stressato dalla mancanza di lavoro.

Esistono quindi paesi in cui lavori quattro e ti pagano cinque, puoi andare a yoga e quando torni tuo marito ha preparato la cena e ha controllato i compiti dei bambini. La situazione però non è così rosea nel resto del mondo. Secondo il Global gender gap report pubblicato dal World economic forum dopo il Covid19, un'altra generazione di donne dovrà aspettare per la parità. A livello mondiale ci vorranno altri 145 anni per chiudere il divario politico, e 267 per colmare quello economico.

Se quindi abbiamo più possibilità di estinguerci che di raggiungere la parità nel mondo, cerchiamo di capire quale potrebbe essere un obiettivo per l’Italia, dove oggi lavora meno di una donna su due e dove il matrimonio influenza negativamente la possibilità di avere uno stipendio. Per dirla diversamente: non servono i figli, ma a quanto pare basta un uomo per affossare di circa il venti per cento le nostre possibilità di indipendenza e realizzazione personale. Non stupisce che non si sposi più nessuno… 

Allora, non chiediamo la luna se diciamo che un obiettivo ambizioso ma minimo potrebbe essere quello di arrivare, con più di un decennio di ritardo, agli obiettivi che l’Europa si era data, e ha raggiunto ovunque tranne che in Italia e in Grecia, del 60 per cento di donne nel mercato del lavoro entro il 2010.

Sappiamo dai dati che se le donne lavorano le famiglie sono meno a rischio di povertà, si fanno più figli, la ripresa economica accelera. L’indipendenza di una donna è un obiettivo che arricchisce tutti e se il mondo del lavoro diventa più vario, diventa migliore e più vicino alle esigenze di tutti. 

Anche per questo, l’occupazione femminile deve diventare una priorità. Ma per diventare una priorità, le parole non bastano, servono i numeri, serve fissare un traguardo preciso. Come inGenere, nel 2021, in vista degli ingenti investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, lo abbiamo calcolato: per raggiungere l’obiettivo europeo ci servono 1.554.503 occupate in più.

Una ripresa che lascia indietro le donne, ora lo sappiamo, incide fortemente sulla (in)felicità di tutti.

Note

[1] Dati Ipsos


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