TEMPI DI GUERRA

 Tempi

di guerra



Nel suo ultimo libro, Tempi di guerra, Maria Luisa Boccia parte dall'invasione Russa dell'Ucraina per tessere una riflessione femminista sulla politica, sulla pace e sulle guerre degli ultimi venti anni




Tempi di guerra | inGenere


Maria Luisa Boccia è una femminista, una filosofa politica e una politica che ha vissuto con passione e impegno il complesso passaggio d’epoca che il mondo sta attraversando. Basta forse questo per spiegare l’origine del suo Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista uscito con Manifesto Libri proprio a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina. Un testo che attraverso cinque saggi tesse una riflessione sulla politica, sulla pace e sulle guerre degli ultimi venti anni dal Kosovo all’Iraq all’Ucraina. Uso la parola tessitura poiché l’autrice torna più volte su questi temi affrontandoli da angolazioni diverse e in dialogo con pensatrici e pensatori diversi.  

Già nella parte introduttiva “Le parole per dirla”,  Boccia utilizza la ricchezza e la varietà delle sue chiavi interpretative per sottrarsi alla retorica del discorso pubblico sulla guerra e della “normalizzazione” della guerra. L’invasione russa e la reazione Ucraina “armata” dalla NATO sono per Boccia un danno grave al nostro linguaggio e al nostro pensiero, così come lo è per l’Europa dimenticare gli orrori dell’Ex Jugoslavia dopo la caduta del muro di Berlino del 1989.

È dunque importante ripensare la centralità di quell’evento che ha segnato la disgregazione dell’Urss e la fine dell’equilibrio bipolare. Boccia cita Pietro Ingrao che per motivare il suo dissenso sulla partecipazione dell’Italia alla prima guerra del Golfo nel 1990 denunciò la violazione dell’articolo 11 della Costituzione e il ripudio della guerra.  

Rimuovere la parola guerra significa tacere il “ripudio”. Non a caso l’autrice sottolinea che ancora oggi solo gli ucraini nominano la guerra per mostrare la violenza dell’invasore e motivare la loro reazione. Non lo fa la Russia che descrive l’invasione come un’operazione militare speciale, né la Nato che chiama “aiuti” gli armamenti forniti all’Ucraina senza accettare di essere partecipe alla guerra e noi italiani con loro neghiamo di essere in guerra.  

Una presa di posizione forte che Boccia lega alla postura femminista sui conflitti con cui lancia la sua sfida alla logica schmittiana dell’antagonismo tra amico e nemico e dell’uso della violenza e della guerra come fondamento della politica. L’autrice si domanda, inoltre, con le parole di Hanna Arendt e Carla Lonzi quale sia l’utilità e l’efficacia di combattere violenza e guerra assumendone la logica.

Il tema viene approfondito nel secondo e, per chi scrive più intrigante, testo dal titolo “Il problema della pace e le vie della guerra” che riflette attorno alla “guerra preventiva” in un confronto ideale con Norberto Bobbio. Pensare la pace come un’esigenza della politica e non come un’imposizione dell’etica è il problema che Bobbio si pone quando interroga l’antropologia hobbesiana dove il “terrore tra uomini capaci di darsi la morte”  genera sia il conflitto, sia la convivenza pacifica, sia l’equilibrio tra stati. Il pacifismo giuridico di Bobbio, infatti, affida la costruzione della pace all'istituzione di una comunità politica sovranazionale fondata sul diritto, capace di superare lo “stato di anarchia”  in cui gli stati sovrani ricorrono alla guerra per risolvere le proprie controversie e perseguire una “politica di potenza”. 

A Bobbio, tuttavia, l’autrice rimprovera di non porsi una domanda ulteriore, ovvero se esista un’alternativa a questa politica di potenza, un’altra modalità costituente delle relazioni e delle istituzioni. Boccia osserva che le pratiche femministe hanno depotenziato il patriarcato attraverso conflitti gestiti al di fuori della logica del più forte, mostrandosi più efficaci del “pacifismo giuridico”. Quelle pratiche hanno saputo guardare all’impotenza e alla vulnerabilità degli individui in relazione e non più chiusi nella loro autonomia autarchica, come una potenzialità costituente della politica.

C’è sintonia con Judith Butler e Rosi Braidotti in questa riflessione che coinvolge anche il ruolo dell’Europa nel nuovo scenario della globalizzazione. Un’Europa “impotente”, come la definisce Etienne Balibar, e piace a Boccia che coglie le numerose assonanze di Balibar con il pensiero femminista. A iniziare dalla parola oltre. Come Balibar intende porsi oltre la politica di potenza dell’Europa senza negare il valore della storia europea, così Boccia la applica all’emancipazione per dire l’esperienza di una generazione di femministe degli anni settanta. Porsi oltre l’emancipazione ha significato uscire dall’assimilazione senza rinnegare i conflitti che ne hanno segnato l’evoluzione.

Il percorso del femminismo intreccia, così, costantemente le vicende mondiali delle ultime decadi e l’autrice sottolinea il potere costituente della guerra del Kosovo. Costituente perché apre una fase nuova nelle relazioni internazionali con il primo conflitto dopo il '45 deciso dalla Nato e non dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e perché molto della sua riflessione prende avvio dal 1999.

“… Mi sono interrogata con altre, nel gruppo Balena, (così chiamato in contrasto alla  mistificatoria “Missione Arcobaleno” decisa dal Governo D’Alema) sulle pratiche più efficaci di lotta per la pace” (si legge a pagina 9). Quella guerra ha stretto i fili della politica identitaria,  nazionalista e populista e i governi europei, avvallando il diktat della Nato e bombardando Belgrado, accettarono con uno “slittamento di linguaggio” la definizione di ingerenza umanitaria” e l’uso di parole “omicide” che non consentivano di comprendere quanto stesse accadendo.

L’autrice si domanda se popololingua e terra, possono davvero “suturare il taglio della differenza” e la pratica di relazione che implica. Dirla "umanitaria" o "preventiva" o "in nome dei diritti delle donne" non ha alleggerito, nel corso degli anni, la crudeltà delle guerre né il fatto che sempre è stato un atto di dominio e di violenza del più forte. Quindi, già nel testo del 2003 Fra pace impolitica e politica guerriera Boccia si domanda “che fare” per “tener vivo e operante un “altro ordine di senso”, una questione che torna come possibilità di costruzione di alternative sull’impotenza dell’Europa e sulla capacità delle donne di far vivere la funzione positiva dei conflitti esprimendo odio e amore per l’altro.  

Su questo l'autrice costruisce il saggio “Pensare la guerra. Lottare per la pace” dedicato all’invasione russa dell’Ucraina, contenuto nel volume appena pubblicato. Una nuova guerra in cui siamo immersi, dove il rischio del ricorso al nucleare rende impellente risolvere “altrimenti” i conflitti. Interrogandosi su quali pratiche potrebbero essere efficaci per ottenere la pace, Boccia mette insieme proposte di ieri, dalla Virginia Woolf di Pensieri di  pace sotto un’incursione aerea alla Simone Weil dell’interposizione di forze di pace, alle parole di Nadia Fusini e di Luca Casarini che oggi auspicano una butleriana alleanza dei corpi per invadere pacificamente l’Ucraina. Boccia si augura che un’imprevista variabile umana tolga centralità alla politica di potenza e induca i grandi imperi americano, russo e cinese a fermare il conflitto.

Sembra un’utopia, ma non lo è. Avendo voluto e vissuto il gruppo Balena, con l'autrice condivido l’urgenza di proporre modi alternativi per costruire la pace, poiché questa guerra rappresenta un pericolo che mette a rischio la convivenza umana.

Tuttavia, a partire dal lavoro che ho svolto nelle istituzioni nazionali e nelle Nazioni Unite per sottrarre l’umanità al comando della globalizzazione capitalista, non posso negare che alla sua articolata lettura mi viene da porre alcune domande sulle potenzialità istituzionali per costruire un “altro” ordine di senso, che sappia andare oltre il pacifismo giuridico. Forse la “costituzione della terra” che Luigi Ferrajoli propone potrebbe essere un’idea percorribile se rivista alla luce del femminismo transnazionale, o meglio potrebbe essere un’alleanza possibile per confliggere senza uccidere l’altro a partire dalla consapevolezza dei limiti del pianeta e della necessità della cura.

Maria Luisa Boccia, Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista, Manifesto Libri, 2023


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SONO UNA DONNA CHE SCRIVE STORIE DI DONNE

Durante tutta la vita mi sono impegnata nella società per i diritti delle donne enel 2021, in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 di novembre, avevo voluto che uscisse il libro “Che te ne fai di un’altra femmina?”, una raccolta di storie di donne occidentali e orientali che amano eppure subiscono violenza. In uno dei racconti, avevo persino immaginato un altro Pianeta dove, però, si perpetuava la stessa mentalità terrestre: la donna è un oggetto e come tale può essere distrutta. (qui si può leggere l’estrattoCHE TE NE FAI DI UN'ALTRA FEMMINA?: storie di donne del mondo orientale e occidentale con una puntata su un nuovo Pianeta (RACCONTI DI DONNE) eBook : RUSCA ZARGAR, RENATA: Amazon.it: Kindle Store)

Per l’8 marzo 2022, ho, inoltre, pubblicato “Storia della strega di Savona e altri racconti di violenza”, testo che, come il precedente, fa parte della collana “Racconti di donne”.   LEGGI L'ESTRATTOhttps://www.amazon.it/STORIA-DELLA-STREGA-SAVONA-racconti-ebook/dp/B09TWT76SL?asin=B09TWT76SL&revisionId=d91d1211&format=1&depth=1

In occasione del 25 novembre 2022, è uscito "VOGLIO IL TUO UTERO" sulla maternità surrogata (qualcuno cioè che fa un figlio per altri), un soggetto di cui si parla molto poco, forse, per non dar fastidio a nessuno. LEGGI L'ESTRATTO: https://www.amazon.it/gp/product/B0BMGWRKKP?notRedirectToSDP=1&ref_=dbs_mng_calw_2&storeType=ebooks&asin=B0BMGWRKKP&revisionId=be36a2df&format=1&depth=1


                                                        

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