CALCATA

 


di PAOLO D'ARPINI

Mi sono accorto che praticamente in questo mio blog (https://paolodarpini.blogspot.com/) manca quasi completamente la descrizione della storia o delle storie su Calcata. Certo trattandosi di un posto che paragonai ad una delle "città invisibili" di Italo Calvino non sta bene parlare di Calcata in termini storici... e però un riferimento evocativo del luogo va anche fatto. Questa memoria vuole essere una testimonianza "altra" su alcuni aneddoti di vita di "un'altra Calcata".

Spesso ho paragonato Calcata e la valle del Treja ad una scenografia in cui è possibile rappresentare storie e leggende del passato oppure di un ipotetico futuro post-tecnologico. Ciò è sicuramente vero in termini lati ancor oggi in cui Calcata viene utilizzata per svolgervi gli ultimi riti di una società decadente che ha bisogno di un teatrino finto che sembri vero. Ricordate il divertente articolo del corrispondente embedded Saul Arpino “Il padiglione delle carabattole”? Potete ancora leggerlo qui:  http://www.circolovegetarianocalcata.it/2008/08/06/il-corrispondente-sauro-arpino-presenta-il-padiglione-delle-carabattole/.

Ma nel periodo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso il “villaggio del sabato” era ancora un paesino in via di abbandono, gli abitanti originari stavano tutti trasferendosi nel nuovo centro a monte, la sensazione generale era che la vecchia Calcata stesse per crollare da un momento all’altro, tutti (meno gli anziani che non sapevano rassegnarsi… ricordate “Furore”?) pensavano solo ad abbandonare il borgo, che non stava più in linea con i tempi moderni (alla Charlot), per un ipotetico nuovo e più comodo vivere (sic).


Fu proprio in quel periodo in cui il forte collante sociale, che aveva tenuto Calcata difesa da ogni intrusione esterna per migliaia di anni, si stava sciogliendo lasciando il posto al senso di “utilizzazione” delle vestigia del passato, un valore in vendita (la stessa cosa che successe con i reperti storici falisci che venivano scavati e rivenduti ai commercianti di antichità). Quella svendita dei valori antichi significava che –siccome il paese ormai stava per crollare- poteva essere ceduto (come fanno i pataccari) al miglior offerente, oppure usato per scenografie cinematografiche ed i suoi abitanti utilizzati come comparse di un mondo immaginato e scomparso.

Si pensava che i “gonzi” fossero gli acquirenti che acquistavano case evacuate oppure che le scenografie il rimborso di un nulla che non valeva nulla ma veniva “pagato” dai cinematografari… (che pagavano la gente non per lavorare ma solo per fotografarla). Le storie ed i film girati in quel periodo fanno parte della gloriosa cinematografia italiana, a cominciare dall’epico film di Monicelli: “L’armata Brancaleone”.


Chi ha visto la pellicola ricorderà la scena dell’ingresso truculento nel paese appestato di Vittorio Gassman (Brancaleone) che poi viene irretito dalla bella dama ultima superstite infetta dell’intera comunità. L’atmosfera irreale e lontana da ogni oggettività poteva essere resa solo nello scenario lunare di Calcata. Un mondo non troppo distante da noi ma ormai  irrimediabilmente corrotto e deteriorato che non possiamo quasi più riconoscere come veramente esistito...

Paolo D’Arpini 









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