ESSERE NEL QUI ED ORA...

 


di         PAOLO D'ARPINI

Ch'an e Zen.  Oggigiorno qui in Occidente, non è che vi siano molti luoghi in cui questa meravigliosa "dottrina", che è anche prezioso stile di vita, possa essere appresa da un insegnante che sia un adepto nella pratica.

Ebbi la buona sorte nella mia vita di poter conoscere due insegnanti italiani di questa disciplina  buddista. Il primo, di scuola Zen giapponese, risiedeva in un piccolo ashram laico a Scaramuccia e si chiamava Gigi Mario. Parecchi anni fa con lui partecipai ad una seshin di tre giorni con meditazioni, sia da seduti che camminando in collina, intervallate dal lavoro nei campi ed altre pratiche comunitarie. Dopo 72 ore senza sonno e sfiancato dallo sforzo costante non c'è meraviglia che alla fine uno abbia una sorta di "satori", anche se questo termine sembra esagerato, rispetto alle esperienze di discepoli che per anni ed anni praticano con i loro maestri nelle condizioni più "disastrose". Comunque alla fine della seshin tutti i partecipanti realizzarono il valore della vita quotidiana. Il senso della noia era scomparso.

Con l'altro maestro, Alberto Mengoni, di scuola Chan cinese,  ebbi una frequentazione più continuativa ed amichevole. I nostri incontri avvenivano più che altro a tavola, durante le visite che lui ed i suoi allievi mi facevano quando ancora risiedevo a Calcata. Il suo insegnamento, oltre al classico zazen,  è basato sul  radicamento nella vita quotidiana e sull'osservazione continua, senza tendere a "consolazioni" di vario genere, ivi comprese quelle religiose.

A parte l'incontro con  questi "compagni di viaggio"  già da parecchio tempo anch'io mi  stavo dedicando con impegno alla pratica spirituale. Un percorso iniziato nel 1973  con il mio maestro tantrico, Swami Muktananda, che risvegliò in me  "l'esperienza" diretta del Sé. In seguito, come forma di apprendimento esperienziale delle varie discipline,  mi dedicai allo studio del sistema indiano advaita  e del sistema cinese, dall'I Ching sino al confucianesimo ed al taoismo.

Ma una cosa è certa: l'apprendimento di nozioni, od anche la pratica meditativa,  non conduce all'illuminazione. Questa  non è una conseguenza della ricerca bensì è la nostra vera natura intrinseca, che va riconosciuta liberandosi dalle identificazioni esternalizzanti. Ed  in verità se qualcuno chiedesse “Cos’é il Ch’an?” -o lo Zen, che è la sua filiazione giapponese- sarei tentato di rispondere che “sicuramente non è quel che stiamo facendo”, ovvero che esso non può essere né descritto né letto né pensato. Può essere sì “trasmesso”, attraverso l’esempio,  ma solamente se e quando l’osservatore è in grado di farlo proprio, come avvenne a Mahakashyapa che si illuminò osservando il Buddha sollevare un fiore, in risposta ad una domanda filosofica.

Insomma il Ch’an e  lo Zen sono espressioni che stanno a indicare “l'esperienza del Sé, diretta, naturale e spontanea” come in verità fu quella del Buddha che, abbandonati tutti i sentieri e tutti i metodi, infine mangiò, perché aveva fame, e si sedette, perché era stanco, e così ottenne l’illuminazione. Dal punto di vista formale vediamo che il Ch’an, storpiatura del vocabolo sanscrito Dhyan (che vuol dire meditazione), nacque in Cina (nell’epoca T’ang fra il 618 ed il 907 d.C.) come risposta integrativa fra l’esperienza Taoista e quella Buddista. Entrambi questi “sentieri” sono “non formali”, non abbisognano di scritture o regole specifiche, essendo basati sulla scoperta di sé nel Sé. Essendo il laboratorio di ricerca il proprio interno, la mente, l’unica pratica consigliata è quella dell’introspezione…

Non vengono seguiti metodi speculativi piuttosto si cerca di portare l’intelligenza al limite della sua tendenza raziocinante, talvolta attraverso insolubili quesiti o formule astruse sulle quali riflettere. Altra caratteristica esteriore che qualifica i praticanti della meditazione Ch’an è l’auto-sostentamento, cioè i monaci devono seguire una ferrea disciplina e provvedere a se stessi attraverso il lavoro nei campi ed ogni altra attività utile alla sopravvivenza… insomma ci si aspetta che i praticanti non “vivano sulle spalle altrui” con la scusa della religione…

E della religione, direi ogni religione, visto che l’iconoclastia si spinge contro ogni teismo costituito, il Ch’an ha perso ogni odore…. Infatti: “… Se incontri il Buddha per strada, uccidilo” - disse il maestro I-Hsuan - Se incontri patriarchi o arhat sulla tua strada uccidi anche loro (ovviamente, in  senso metaforico… cioè nella nostra mente…)… Bodhidharma era un vecchio barbaro barbuto.. il nirvana e la bodhi sono tronchi secchi utili per legarvi l’asino. Gli insegnamenti sacri sono solo elenchi di regole di fantasmi, fogli di carta buoni per asciugare il pus delle vesciche…”.

Divertente nevvero? Ma questa negazione del formalismo attinge alla realtà del “primordiale vuoto” (o vacuità), nonché all’allegro disprezzo verso ogni perseguimento, verso la sclerosi culturale che si ferma alla forma, sia nella letteratura che nella religione.

Il Ch’an e lo Zen, infatti, puntano a sovvertire il pensiero convenzionale e la conoscenza di seconda mano, in modo che l’illuminazione acquisti significato nell’esperienza personale. Per questo è necessaria una forte disciplina, dato che senza disciplina non è possibile interrompere le “fantasie” acquisitive della mente… e la disciplina deve avere – ovviamente - una duplice valenza… fisica e mentale (”ora et labora” diremmo noi occidentali…).

Per risvegliare la mente, ed indurre i praticanti a superare i limiti del raziocinio, alcuni maestri si specializzarono in stupefacenti indovinelli che venivano sottoposti all’allievo. La domanda poteva essere “In che modo fai uscire l’oca dalla bottiglia?”, oppure “Qual è il suono di una mano sola?”… Ovviamente qualsiasi risposta basata sull’analisi teorica veniva salutata dal maestro con grida e sonore bastonature.

Malgrado l’apparente durezza, l’insegnante Ch’an o Zen è sempre ispirato dalla pura “compassione” e perciò sa riconoscere quando l’allievo è genuinamente penetrato nella profondità del Sé ed in quel caso la sua risposta è un silenzioso sorriso… oppure come disse ad Hakuin il suo maestro: “Entra.. adesso ce l’hai..!”

Paolo D'Arpini



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