NAZISTI

 

Passo dopo passo torna il Nazismo. L’Afd in Turingia propone di escludere i disabili dalle scuole pubbliche (A. Tarquini)




Lo spettro del ritorno del nazismo in Europa, con i suoi orridi fantasmi tra cui l’eliminazione dei deboli e dei diversi sembra materializzarsi in Europa, in Ucraina e nei paesi baltici come ingiustificabile reazione all'”imperialismo” russo, e purtroppo anche in Germania, che fu la sua culla.

Björn Höcke, leader della destra radicale tedesca dell’Afd in Turingia, emerge nuovamente come un simbolo di preoccupazione in Europa. L’esponente politico ha dichiarato guerra a quello che lui definisce l’ “ideologia inclusiva” nelle scuole, proponendo l’isolamento delle persone con disabilità fisiche o psichiatriche, etichettandole come un “fattore di stress” per gli altri studenti.

Queste dichiarazioni suscitano timori e rievocano dolorosi fantasmi del passato. L’Associazione tedesca dei genitori cattolici Ked non ha esitato a collegare queste parole a politiche naziste. Marie-Theres Kastner, la presidente, ha sottolineato che Höcke sembra voler definire chi sono le ‘razze padrone’ e cosa sia la vita ‘indegna’, evocando l’orribile “Azione T4” nazista, che ha portato all’uccisione di 200.000 persone disabili.

Inoltre, Höcke ha esplicitamente criticato il Monumento all’Olocausto di Berlino, definendolo una “vergogna”, e nei suoi scritti ha parlato della “sostituzione etnica”, proponendo la “remigrazione” dei migranti. “Questo linguaggio e queste idee mostrano una tendenza inquietante verso una visione estremista, che non dovrebbe avere spazio nella società moderna”, commenta il sito “Orizzonte scuola”.

“Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese”. Con queste parole, pubblicate nel “Mein Kampf” nel 1925, Adolf Hitler identifica fin dal principio della sua azione politica quella che sarà una delle priorità del futuro regime nazista: il programma eugenetico per l’eliminazione dei disabili di “razza ariana”.

“Il nazionalsocialismo non è nient’altro che un’applicazione della biologia”. Ovvero la messa in pratica, su scala politica, economica e finanche sanitaria, del principio che esistono vite “degne” e altre che invece sono “indegne” di essere vissute. Tale lapidaria ammissione del gerarca nazista Rudolf Hess, risalente al 1934, poco dopo la presa del potere da parte di Hitler, illumina la prassi dell’eutanasia di Stato nel Terzo Reich, sancita dalla celebre “Operazione T4”, chiamata così dall’ufficio al numero 4 di Tiergartenstrasse, nel quartiere di Charlottenburg, a due passi da Berlino, dove il Führer sancì – siamo nel 1939 – l’eliminazione fisica degli infermi e dei malati di mente da parte della burocrazia statale germanica. Una conseguenza logica, del resto, delle posizioni che il caporale austriaco aveva già fatto presenti in tempi non sospetti, nel suo Mein Kampf del 1925, in cui si augurava un impegno dell’ente pubblico per “l’annientamento delle vite che non valgono la pena di essere vissute”. Proseguiva Hitler: «Lo Stato deve fare in modo che solo chi è sano generi figli e che sia scandaloso mettere al mondo bambini quando si è malati o difettosi».

Secondo le stime più accreditate, i bambini rapiti dai nazisti furono circa 400mila, di questi circa 250mila furono quelli “germanizzati” e dati in adozione. Le conseguenze furono famiglie spezzate che non riuscirono a riunirsi neanche dopo la fine della guerra, decine di migliaia di minori rapiti e poi uccisi nei lager, altre decine di migliaia costretti a una nuova vita costruita su menzogne che avrebbe portato loro infiniti traumi. Sofferenze psicologiche condivise anche dai bambini nati all’interno del programma Lebensborn, che crescendo dovettero maturare la consapevolezza di essere figli di un esperimento eugenetico voluto da un regime e condiviso dai propri genitori biologici.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale offrì al regime la possibilità di far entrare anche il programma iniziato con la sterilizzazione forzata nella sua fase finale, quella dell’uccisione dei disabili. Hitler e gli altri responsabili del programma erano stati infatti consci del fatto che, in tempo di pace, per le prevedibili resistenze dell’opinione pubblica, sarebbe stato impossibile mettere in atto le uccisioni di massa. Dal 1939, senza però mai propagandarne la realizzazione, gli indugi vengono invece meno: quello eugenetico diventa il programma “eutanasia”, al quale viene dato il nome convenzionale di “Aktion T4”, abbreviazione di “Tiergartenstrasse 4”, via e numero civico di Berlino dove era situato l’ufficio centrale che coordinava le azioni di sterminio.

Nell’agosto 1939, il governo emanò un decreto con il quale si obbligava il personale sanitario del Terzo Reich a registrare tutti i bambini sotto i tre anni che fossero affetti da disabilità, e dall’ottobre dello stesso anno le autorità cominciarono a fare pressioni sui genitori di questi bambini affinché li affidassero alle cliniche pediatriche statali. Tali cliniche, presentate come strutture specializzate nelle quali i pazienti avrebbero ricevuto cure innovative, erano in realtà i centri operativi dello sterminio: qui i medici uccidevano i bambini lasciandoli morire di fame o tramite iniezioni letali. Presto le uccisioni si estesero a tutti i giovani fino ai 17 anni e in seguito anche agli adulti. A queste strutture di morte vennero affiancati altri sei centri di sterminio, all’interno dei quali le vittime venivano uccise con le esalazioni di monossido di carbonio in stanze camuffate da locali doccia e i loro corpi venivano poi bruciati nei forni crematori: una modalità per le uccisioni di massa che sarà poi ripresa nei lager per lo sterminio degli ebrei. Ai parenti delle vittime venivano poi mandate solo le ceneri dei propri cari, accompagnate da certificati che indicavano cause di morte fittizie.

Anche Joseph Ratzinger, il futuro Benedetto XVI, venne toccato nei suoi affetti familiari dalla macchina di morte del regime nazista contro “i malati o i difettosi”. Il futuro Papa aveva un cugino, poco più giovane di lui, nato con la sindrome di Down. Nel 1941– Joseph aveva 14 anni – alcuni “medici” nazisti vennero nella casa del giovinetto, nella Baviera sud-orientale, e informarono gli zii di Ratzinger sulle nuove disposizioni del Terzo Reich, norme che proibivano ai figli handicappati di rimanere coi propri genitori. Di fronte alle vibrate proteste dei familiari, gli inviati del Reich si mostrarono inflessibili: portarono via il ragazzino e nessuno lo vide mai più. Solo
più tardi la famiglia ricevette la notizia che il piccolo era morto.

Irina Smirnova


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SONO UNA DONNA CHE SCRIVE STORIE DI DONNE




 La bella immagine di copertina è dell’attrice Samina Zargar.


È uscito in questi giorni il nuovo libro di Renata Rusca Zargar “3 Storie di reincarnazione”, anche se sono trascorsi molti anni dal luglio del 1987 quando l’autrice è sbarcata in India soprattutto per comprendere le religioni orientali.

In tali religioni esiste, seppure in maniera diversa, il concetto della trasmigrazione delle anime che, probabilmenteci affascina perché risponde all’intimo bisogno che abbiamo di credere che non sarà tutto finito alla nostra morte. Oppure ci attrae perché soddisfa un innato e semplice desiderio di giustizia: se sei stato cattivo pagherai le tue colpe nella prossima incarnazione. Certo è che la reincarnazione rimane un mistero che non ci sarà svelato e che l’autrice ha scelto di svolgere attraverso la forma del racconto.

Il lettore, dunque, incontrerà animali come un elegante cavalluccio marino e una seppiolina, mentre la vita di Caterina, una ragazza degli anni mille, si intreccerà con quella di una giovane dei nostri tempi nella magica ambientazione di Noli e Spotorno. In fondo, la nostra incantevole Liguria con gli antichi villaggi dei pescatori ben si addice all’eterna atmosfera dell'amore.
Infine, tra le pagine, rinascerà Cecco D'Ascoli, un intellettuale condannato al rogo per le sue opinioni scientifiche che potrebbe essere stato, in un secolo ancora precedente, magari un forzuto invasore longobardo.

Leggere dei racconti significa, appunto, lasciarsi catturare da vicende fantastiche per poi provare a riflettere sugli argomenti importanti che si mescolano nel fondale dell’esistenza umana.


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