INTERVISTA A PADRE MAURO ARMANINO IN NIGER

 

Intervista a padre Mauro Armanino, in Niger



Padre Mauro Armanino vive dal 2011 a Niamey dove si occupa di migrazioni, comunità di quartiere, formazione, oltre a coordinare la presenza sul posto della sua congregazione, la Società delle missioni africane (Sma). Non ha lasciato la Liberia al tempo della guerra civile e ora rimane in Niger.


Il 3 agosto 1960 il Niger proclamava l’indipendenza dalla Francia. Oggi i nigerini come vedono la destituzione del presidente Mohamed Bazoum?

I comuni cittadini sono preoccupati sia per il contesto regionale che minaccia un intervento armato per il ritorno alla «legalità costituzionale», sia per la crescita esponenziale del prezzo del cibo quotidiano. Per buona parte dei nigerini – soprattutto coloro che hanno poco da perdere - quanto accaduto è una relativa buona notizia, perché potenzialmente in grado di rimescolare le carte in gioco. Qui, almeno, siamo coscienti dei nostri limiti e possibilità, mentre altrove si finge che la democrazia sia immutabile e scontata. In questi anni si è socializzata la povertà, privatizzata la ricchezza e generalizzata la gestione corrotta della cosa pubblica per affiliazione partitica. Le elezioni presidenziali del 2021 sono state vinte da Bazoum in modo fraudolento. Da tempo il Niger figura inesorabilmente all’ultimo o penultimo posto nell’indice dello sviluppo umano e, recentemente, anche in quello della povertà multidimensionale. E cresce la stratificazione di classe.

Il malcontento popolare riguarda anche le responsabilità francesi nella diffusione del terrorismo dopo la guerra in Libia nel 2011?

L’Unione africana e il presidente nigerino dell’epoca Issoufou Mahamadou avevano messo in guardia i dirigenti occidentali dall’attaccare la Libia di Gheddafi. Le conseguenze della guerra per l’area sono state disastrose in tutti gli ambiti: economico, geopolitico e della sicurezza. In Niger l’insicurezza legata ai gruppi armati di varia natura, seppur meno drammatica rispetto ad alcuni paesi limitrofi come Mali, Burkina Faso e Nigeria, è tuttora grave all’interno delle cosiddette «tre frontiere», oltre che attorno al lago Ciad. L’operazione Barhkane, guidata dalla Francia dopo la conclusione di Serval nel Mali, trova la sua base in Ciad e soprattutto in Niger. Qui ormai stazionano militari statunitensi, con un aeroporto per droni ad Agadez e basi militari Usa, francesi, italiane e tedesche. Alcuni gruppi della società civile hanno inutilmente tentato di esprimere il loro dissenso (in particolare per l’arrogante presenza francese), ricavandone intimidazioni e arresti.

Un’altra questione acuta è quella migratoria.

Assistiamo da un lato all’esternalizzazione delle frontiere europee, che arrivano fino nel Niger, dall’altro alle espulsioni da parte delle autorità tunisine, algerine e libiche. Ciò comporta, com’è noto, il «parcheggio» di migliaia di migranti al confine con l’Algeria, ad Assamaka, Arlit e Agadez. E tanti altri sono «confinati» nella capitale Niamey perché l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), la cui missione è facilitare il ritorno dei migranti al paese natale, non ha la capacità di farlo in tempi ragionevoli. Dunque questi sopravvivono in condizioni al limite della nuda sopravvivenza. E le ritorsioni economiche da parte della Cedeao (Comunità degli Stati dell’Africa occidentale) rischiano di rendere la vita dei migranti ancora più precaria.

Mali e Burkina, così come Guinea, Algeria, Mauritania e altri, ammoniscono la Francia e Cedeao contro ogni intervento militare. Cosa ti aspetti?

L’accanimento della Cedeao nei confronti di quest’ultimo golpe dipende dalle pressioni di alcuni paesi occidentali che di fatto la finanziano. L’aspetto delle risorse – uranio e non solo – gioca, ma è quello ideologico e geopolitico che mi sembra contare di più. Se l’autonomia di un paese diventa sovranità reale, allora cambia il copione del teatro nel quale anche il Sahel è attore e comprimario allo stesso tempo.


Che cosa dovrebbe fare l’Italia?

Quello che non ha mai fatto finora e che probabilmente, visti i venti che spirano nella penisola e in Europa, non farà. Mettersi con umiltà al servizio del popolo nigerino e non degli ambigui dirigenti dello stesso, imparare ad ascoltare con rispetto un’altra società, storia e cultura. E dissociarsi dall’ottica di ogni tipo di intervento armato finalizzato a ristabilire un regime che di democratico aveva appena il nome.


Si intravede una nuova strada per il Sahel?

Il cammino del Sahel passerà per l’impervia via della rinascita di una classe politica degna di questo nome e cioè capace di mettere al centro della politica e dell’economia il popolo dei poveri: la maggioranza nei nostri paesi. In Niger c’è una marcante presenza giovanile, è il paese più giovane del mondo: questo è un grande segno di possibile speranza, a condizione di creare ambiti educativi che generino cantieri di trasformazione della società. La dignità dei popoli dovrà tradursi in sovranità reale dei cittadini a cui essa appartiene. Infine l’ambito religioso, così importante in questa porzione di mondo, dovrebbe poter realizzare quanto è chiamato ad essere: la profezia di un mondo differente e non la conferma del potere dei potenti.


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