ANDREA PURGATORI

 

La storia prima di tutto. Il giornalismo di Andrea

Con la strage di Ustica si creò un gruppo di lavoro che andava oltre la concorrenza





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Andrea non c’è più e si stenta a crederci. Il dolore per la sua scomparsa è in questo momento più grande di tutto il resto che verrà a mancare, dove il resto sono le infinite variazioni Goldberg che lui ha regalato al mondo: scrittura, cinema, recitazione, giornalismo, amicizia, onestà, rispetto, fiducia…Non ultimo, ironia. Purgatori (per molti di noi era questo, il cognome first of all) è stata la persona più allegra e ottimista conosciuta sul palcoscenico del giornalismo italiano. La sua nota risata era contagiosa. La sua scrittura «all’americana», secca ma precisa come un colpo di Colt 45, poteva sembrare fredda ma era in realtà passionale.
Soprattutto, lui è stato, e lo era già a metà degli anni ’80, il simbolo del giornalismo investigativo.

PRENDIAMO USTICA, Dc9 Itavia sparito dai radar alle 21 del 27 giugno 1980. Andrea era già al Corriere, all’epoca, e quella stessa notte riceve la telefonata di un radarista di Ciampino (i radaristi allora erano militari, con tutto ciò che ne consegue) suo conoscente che gli dice: non fatevi fregare, è stato un missile. E Andrea non si è fatto fregare. Per anni ha tenuto duro, da solo (altri giornali furono più che contenti di sposare la tesi della bomba a bordo), cercando prove. Glielo confermò ad esempio l’allora direttore del Rai, registro aeronautico, Saverio Rana, mostrandogli la ciano con le ultime battute radar del Dc9 catturate da Ciampino, dove si vedevano i famosi tre plot del caccia in manovra di attacco.

Non ha mai mollato. A metà degli anni ’80, intorno a lui e grazie a lui si sono raggruppati alcuni altri giornalisti. C’era Bruno Ruggiero, del Giorno, c’era Vittorio Ragone, dell’Unità, c’era Fiorenza Sarzanini allora al Messaggero. C’era la sottoscritta. Ognuno portava la sua competenza: nessuno sapeva leggere gli atti giudiziari come Bruno, ad esempio, o scovare gli avvocati dei militari poi incriminati, come Fiorenza. Quel gruppo – che Andrea e Marco Risi hanno magistralmente reso nel «Muro di Gomma» – è stata una delle pochissime esperienze di giornalismo investigativo collettivo, forse l’unica, dopo le inchieste su Piazza Fontana.

COME SI LAVORAVA? A un certo punto l’Aeronautica rende pubblica la relazione del capo di stato maggiore, Pisano, sulla loro indagine interna. Settanta pagine di nulla. In due righe, a un certo punto, Pisano scrive: «Non ha trovato riscontro la segnalazione dell’ACC (soccorso aereo, ndr) di Ciampino sulla presenza di una portaerei americana». Alla faccia! Quindi c’era stata una segnalazione! In un allegato si trovano due nomi, legati a quelle due righe: il capitano Giovanni Smelzo di Martina Franca dice al telefono di averlo saputo dal maresciallo Bruschina.
E come lo trovi, un maresciallo con il solo cognome? Lo cerchi, per cominciare. Vorrei che servisse ai giovani colleghi in via di formazione: il giornalismo è ricerca. Piace dire scavo, ma in concreto vuol dire cercare. Questo ci ha insegnato Purgatori.

A forza di cercare, una mattina davanti all’ufficio del giudice istruttore Bucarelli che stava interrogando alcuni radaristi, si cominciò a chiedere, a tutti: conoscete Bruschina ex soccorso aereo (che stranamente non era stato convocato), sapete dove sia? Alla fine uno ci disse: è in pensione, credo viva in barca a Fiumicino.

FURONO necessarie diverse gite al porto di Fiumicino, infruttuose. Finché una mattina, uno dei boss locali si girò e urlò verso un tizio alto, bermuda, t-shirt, seduto nel pozzetto di un cabinato da 11 metri: «Aho’ te cercano». Ed è stato così che il maresciallo Roberto Bruschina venne poi interrogato dal nuovo giudice istruttore Priore, etc etc.

Ora, tenete presente che lavorare su Ustica al tempo voleva dire lavorare da soli. Non c’erano procuratori o poliziotti che ti passavano le carte. Non c’erano manco le carte. Non c’era l’inchiesta penale. Ti dovevi trovare tutto da solo. E spesso, in contrasto con la stessa magistratura. Che ad esempio si infuriò perché leggemmo i registri della capitaneria di Napoli prima di loro, per avere conferme sulla portaerei Saratoga. Già, si era nel 1990 e nessuna autorità li aveva ancora sequestrati.

IL SENSO DEL GRUPPO, dell’idea di Andrea, fu anche in questo. «D’inverno, il lupo solitario soccombe, il branco sopravvive», dice Sansa Stark a sua sorella. Scambiarsi opinioni, riflessioni, ma soprattutto notizie, preservava da brutte sorprese. Querele comprese. Non credo sia una coincidenza che nessuno venne mai querelato, per Ustica.

Ok, finisco qui. Con un’ultima considerazione. Nonostante il nome di Purgatori sia collegato indissolubilmente a Ustica, lui non ha mai fatto un solo gesto per chiedere la primazìa. Ci ha viceversa insegnato che nel giornalismo quel che conta è la storia. Agli occhi del lettore deve apparire la storia che si racconta, non l’autore. E’ la storia la protagonista di un articolo, di un servizio, di un video. L’autore deve stare in secondo piano. Pur essendone il regista. Ciao Andrea, mancherai.


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