RICORDO DI MARIA BOLLA di Licia Cesarini



RICORDO


Ogni volta che partecipo ad una riunione o ad una iniziativa dell’Isrec, dell’Anpi o dell’Aned, sento ancora di più la mancanza di mia mamma, questo perché oltre a mancare la donna che mi ha messo al mondo manca la persona che ha dedicato tutta la sua vita ai valori che queste associazioni dovrebbero rappresentare.

Come mi è capitato di raccontare in alcune occasioni, Maria Bolla non sarebbe potuta essere diversa da com’era e da quello che rappresentava, perché è nata e cresciuta in una famiglia che ancor prima della sua nascita era antifascista. Il nonno della mamma è stato un membro del partito socialista a Savona, e un convinto antifascista. La famiglia Bolla già negli anni Venti del secolo scorso ha pagato a caro prezzo per le sue convinzioni politiche, infatti i fascisti gettarono una bomba nell’albergo ristorante in Via Monti, così che poi l’attività venne chiusa.

Con l’arrivo della guerra ed i bombardamenti degli alleati su Savona, la mamma con i genitori ed i due fratellini piccoli, si trasferisce a Spigno Monferrato, il nonno lavorava in Ferrania come impiegato e la nonna faceva la sarta e insegnava a cucire. La nonna era una femminista ante litteram, e questo suo modo rivoluzionario e innovativo di pensare la portò a collaborare attivamente con il nonno Dopo il 25 luglio e l’8 settembre, si attivarono per costruire un gruppo di antifascisti a Spigno Monferrato e zone limitrofe. Una notte Maria era già a dormire al piano superiore quando sentì distintamente delle voci e, alzatasi a vedere, vide con i suoi genitori degli uomini armati. In seguito cercò di ricostruire il fatto e giunse alla conclusione che, molto probabilmente, si era trattata di un incontro tra partigiani a cui aveva partecipato anche il famoso discutibile “Biondino”. Purtroppo non abbiamo riscontro o documenti certi di questi fatti, per cui li riporto esclusivamente come li ho sentiti raccontare dalla mamma.

Tra i fatti documentati vi è, invece, il più tragico, che avvenne l’8 febbraio del 1944, quando al mattino i Carabinieri di Spigno al comando di alcune brigate nere fecero irruzione in casa, la mamma ricordava i colpi alla porta e lo spavento mentre distruggevano i mobili, arrestarono la nonna ed il fratello del nonno. La famiglia non era ebrea, per cui i fascisti permisero ai bambini Maria di 11 anni ed i suoi fratelli di 7 e 5 anni, di essere affidati ai vicini. In contemporanea, in fabbrica a Ferrania, si svolgeva l’arresto del nonno. Gli arresti dei nonni, non furono gli unici. In quei giorni vennero arrestate 35 persone legate al loro gruppo, probabilmente a seguito di una delazione.

In seguito la nonna venne reclusa nel carcere di Alessandria e poi trasferita a Torino, da cui uscì solo alla Liberazione, mentre il nonno dopo un primo trasferimento a Torino venne poi deportato in un campo di concentramento in Germania, da cui riuscì a scappare grazie ad un medico francese. Nell’archivio familiare vi è un documento risalente a marzo del 1945, in cui si denuncia il comunista Bolla Bernardo Aldo, nuovamente attivo nelle zone di Spigno-Merana e Piana Crixia.

La famiglia riesce a riunirsi alla Liberazione, ma il periodo di sofferenza fisica e psicologica rimarrà indelebile in tutti e cinque. Una delle qualità che mi ha sempre colpito della mamma era il senso di protezione che aveva nei confronti dei fratelli. Ho trovato alcune lettere scritte dal carcere dalla nonna, in cui si rivolgeva a “Mariuccia” come ad una donnina a cui affidava i fratelli ed ho compreso il loro fortissimo legame.

Da queste vicende nasce l’impegno politico, che non ha mai smesso di essere, dopo la famiglia, l’attività principale della mamma. Da giovanissima faceva parte della FGCI, dove conobbe il suo coetaneo Umberto Scardaoni, con cui era legata da una profonda amicizia, durata tutta la vita.

Gli anni giovanili l’anno vista molto attiva nell’ UDI, unione donne italiane, sia a Savona che a Genova, nelle lotte per le rivendicazioni femminili, per il riconoscimento della parità di salario, per il diritto di famiglia, per avere gli asili nido, e poi ancora la legge sul il divorzio, la legge 194 etc..

Un aneddoto che mi ha raccontato di questo periodo riguarda un albergo che avevano preso in gestione come UDI regionale, a Borghetto Santo Spirito Erano nel pieno della stagione e si erano trovate senza personale per gestirlo, tanto che avevano coinvolto tutti i parenti. Anche mio papà era finito nel weekend a fare il cameriere ai piani, come mi ha poi confermato la Senatrice Maria Grazia Daniele.

Purtroppo l’attività d’impresa non ebbe buon fine. L’albergo venne chiuso, ma erano comunque riuscite ad uscirne con un guadagno perché i portuali genovesi avevano fatto una raccolta fondi per sostenerle, in questo modo avevano comunque potuto finanziare alcune manifestazioni e organizzare un treno per portare le donne savonesi e genovesi a Roma.

Alla fine degli anni Sessanta la mamma venne nominata nel consiglio di amministrazione delle Opere sociali, dove si attivò per cambiare radicalmente la struttura degli ospizi, e del collegio per i minori. Ricordo quando da bambina l’accompagnavo al Santuario, nell’ospizio che si affacciava sulla piazza c’erano ancora le camerate con tantissimi letti, lei fu una delle artefici della trasformazione. Fu lei a voler trasformare il collegio di Villa Rossa in comunità per minori, si passava ad una visione di comunità più piccole, con un ottica completamente diversa, strutture più simile alle famiglie.

Dal 1974, alla morte di suo papà, divenne Presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati. Anche a questa associazione dedicò moltissimo tempo, per tutto il corso della sua vita. Lei che non aveva potuto continuare la scuola, aveva in realtà una cultura immensa, e non ha mai smesso di continuare a studiare e a leggere fino alla sua morte. Negli ultimi giorni di vita, le avevano inviato alcuni libri lei non era più in grado di leggere, e quindi aveva preteso che la sua amica Renata ed io glieli leggessimo.

Gli ultimi tempi li ha dedicati, complice la pandemia, a terminare un progetto a cui lavorava da molti anni, la stesura del libro “Il dovere di Testimoniare, una scelta politica 1943-1945”. In questo libro sono riportate le testimonianze dei deportati delle Provincie di Savona e Imperia, principalmente la Provincia di Savona ha avuto deportati politici, con rari casi di deportazione razziale, non essendo presente a Savona una comunità ebraica, che invece era presente ad Imperia.

Questo libro, che non sarebbe nato senza il lavoro importantissimo svolto dalla Dottoressa Rosanna Cervone, è dedicato principalmente agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.

Nasce dalla necessità di poter far conoscere che cosa sia stata la deportazione nazifascista, e quali ne sono state le cause e le conseguenze. I testimoni della tragedia ormai ci stanno lasciando, per cui è indispensabile avere dei testi che possano essere lo strumento per studiare questo terribile periodo storico.

Il libro è rivolto principalmente agli studenti, perché la mamma è sempre stata convinta della necessità di trasmettere alle giovani generazioni i valori che hanno dato origine alla nostra Costituzione, ossia l’uguaglianza, la solidarietà, la pace, la giustizia sociale.

E ciò al fine di evitare tragedie simili.


Licia Cesarini



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