IL MIO RICORDO di MARIA BOLLA
Ho conosciuto la signora Maria Bolla quando ho deciso di passare a insegnare materie letterarie dalle medie alle superiori.
Là, tra le tante circolari e informazioni che si trovavano sul tavolo in sala insegnanti, ho scoperto che l’ANED (Associazione Nazionale ex Deportati nei campi di sterminio nazisti) bandiva un concorso e accompagnava studenti meritevoli nel pellegrinaggio ai campi di sterminio.
Così ho iniziato a far partecipare i miei alunni e sono andata ad accompagnare i vincitori della mia scuola.
Sono stata 5 volte a Mauthausen, poi ad Auschwitz, Birkenau,Terezin.
La Maria era piena di vita, inarrestabile, camminava sempre, perché stava facendo qualcosa in cui credeva e soprattutto pensava che sapere serve perché quelle mostruosità non si ripetano.
L’essere umano è sempre essere umano sia in forma di uomo che di donna o qualunque sia il genere cui sente di appartenere, sia che sia nato in un luogo che in un altro, quali che siano i suoi colori, la sua altezza, o qualsiasi altra caratteristica.
Sua figlia Licia scrive in una testimonianza:
Maria Bolla non sarebbe potuta essere diversa da com’era e da quello che rappresentava, perché è nata e cresciuta in una famiglia che ancor prima della sua nascita era antifascista. Il nonno della mamma è stato un membro del partito socialista a Savona, e un convinto antifascista.
Allora, dato che parliamo di donne, ci si può chiedere freddamente cosa c’entri fascismo e antifascismo con la donna. A me è rimasta in mente una frase goliardica che pronunciavano i fascisti ridendo: "Le donne non le vogliamo all'università ma le vogliamo sdraiate sul sofà". Cioé le donne servono solo per il divertimento dei maschi e per figliare così ci sarà più carne anche per la guerra.
Dunque, Maria ha iniziato ad assumere le sue responsabilità familiari fin da piccola a causa dell’arresto della madre e della deportazione del padre in un campo di concentramento.
Il documento di Licia da cui ho tratto le notizie l’ho pubblicato sul mio blog dove potrete leggerlo.
C’è anche un altro documento che tratta proprio della figura della madre, la partigiana Teresa Sevesi Bolla (anche questo lo troverete sul blog).
Teresa non sopportava la miserabile considerazione della donna che avevano i fascisti, seppure era un tempo in cui le donne non erano certo paritarie rispetto all’uomo (sempre che ne esista uno). Aveva collaborato alla Resistenza come pure suo padre. Arrestata, gravemente ammalata in carcere, liberata il 17 aprile del 1945, torna a casa dai suoi figli grazie a un passaggio in bicicletta di Valerio Bacicalupo. Quindi, aderisce al PCI e all’associazionismo femminile.
Noi siamo, non c’è niente da fare, i nostri genitori, li abbiamo non solo nella mente e nel cuore ma nel DNA.
Maria Bolla ha avuto la fortuna di nascere da una famiglia di alti valori morali e civili, della donazione di sé per aiutare gli altri quale che sia la situazione che si è costretti a vivere. La sua storia non avrebbe potuto essere diversa.
Infatti, da giovanissima faceva già parte della FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana), e inoltre è stata molto attiva nell’UDI a Savona e a Genova, nelle lotte per le rivendicazioni femminili, per il riconoscimento della parità di salario, per il diritto di famiglia, per avere gli asili nido, e poi ancora per la legge sul il divorzio, la legge 194 etc.. Alla fine degli anni Sessanta, venne nominata nel consiglio di amministrazione delle Opere sociali, dove si attivò per cambiare radicalmente la struttura degli ospizi, e del collegio per i minori.
Scrive sempre Licia:
Ricordo quando da bambina l’accompagnavo al Santuario, nell’ospizio che si affacciava sulla piazza c’erano ancora le camerate con tantissimi letti, lei fu una delle artefici della trasformazione. Fu lei a voler trasformare il collegio di Villa Rossa in comunità per minori, si passava ad una visione di comunità più piccole, con un ottica completamente diversa, strutture più simili alle famiglie.
Dal 1974, alla morte di suo papà, divenne Presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati. Così come io l’ho conosciuta, ha messo davvero il cuore per tutto il tempo della sua vita.
Maria era una persona molto intelligente, curiosa, se non aveva potuto studiare a suo tempo, l’aveva fatto poi per tutta la vita, leggeva, si informava, discuteva.
Gli ultimi tempi li ha dedicati a terminare un progetto a cui lavorava da molti anni, la stesura del libro:
“Il dovere di Testimoniare, una scelta politica 1943-1945”.
In questo libro sono riportate le testimonianze dei deportati delle Provincie di Savona e Imperia: principalmente la Provincia di Savona ha avuto deportati politici, con rari casi di deportazione razziale, non essendo presente a Savona una comunità ebraica, che invece era presente ad Imperia.
La dottoressa Rosanna Cervone, sua affezionata collaboratrice e amica, ha operato insieme con lei alla stesura di questo progetto dedicato principalmente agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Lo scopo era di far conoscere che cosa sia stata la deportazione nazifascista, le cause e le conseguenze. I testimoni ormai sono casi rarissimi, è evidente che bisogna avere dei testi nati dall’esperienza vera per fare informazione e chiarezza su quel periodo.
Perché non si ripeta.
Se lo cercate ci sono alcune biblioteche che lo hanno tra cui quella della Diocesi di Savona e quella del Liceo Artistico Martini di Savona (basta guardare in internet).

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