CORPI INCORONATI DI SABBIA NEL SAHEL di Padre Mauro Armanino

 CORPI INCORONATI DI SABBIA NEL SAHEL di Mauro Armanino

Pensieri sul testo di Renata Rusca Zargar 
  Padre Armanino mi ha mandato le riflessioni che leggerete sotto qualche giorno fa. 
Qui, in Occidente, ma anche in Oriente o, perlomeno, nella fascia centrale del globo, la più produttiva e ricca, siamo tormentati dal nuovo coronavirus che ha fatto migliaia e migliaia di morti e che tanti ancora ne farà (alla fine, poi, i deceduti saranno il doppio delle stime ufficiali). 
Di fronte a tante bare che neppure sappiamo dove mettere, di fronte a persone intubate che si sono addormentate da sole senza neppure la mano di un parente sapendo che, probabilmente, non si sarebbero mai più svegliate, di fronte ai medici e agli infermieri morti per salvare altre vite, mi si spezza il cuore. L'unico motivo per cui oggi non mi vergogno di essere italiana è che la maggioranza di questi sforzi, qui, in questo paese, viene fatta per salvare la vita a persone anziane che sono quelle più colpite dalla malattia. Se, per ipotesi, si svuotassero le terapie intensive dagli anziani, ci sarebbe tanto posto libero e i medici e gli infermieri non sarebbero così colpiti anche loro. Invece, ogni vita è degna di essere salvata perché ogni vita è sacra e ha la sua dignità. 
Eppure, condivido il pensiero di padre Armanino. 
Per noi tutte le vite non sono ugualmente sacre: nessuno ha fatto tanto chiasso per i morti di fame, di malattie per le quali non sono stati vaccinati o non possono pagarsi le cure. Se il coronavirus avesse attaccato solo l'Africa o solo l'America meridionale, non credo che ci saremmo preoccupati più di tanto. Come abbiamo sempre fatto. 
Ciechi e sordi davanti al lavoro dei bambini, davanti all'impoverimento delle loro terre per produrre quello che pare a noi, proni nel vile corteggiamento di brutali dittatori o monarchie peggio che medioevali se ci forniscono petrolio o altro di nostro interesse e ai quali forniamo armi per uccidere popolazioni inermi delle quali non ci importa nulla. 
Salvo, poi, stracciarci le vesti e gridare che non vogliamo qualche poveraccio che preferisce morire in mare piuttosto che morire di fame nel suo paese. Noi, che abbiamo fatto un patto con il diavolo per non soffrire mai e fare il nostro comodo sulla pelle degli altri, allora, ci sentiamo attaccati e li teniamo prigionieri senza farli sbarcare perché possano continuare a soffrire ancora un po'. 
Ora mi dicono che, dopo il coronavirus, sarà tutto diverso. Può darsi, ma io non ci credo. 
Forse, impareremo a non dare più la mano ai conoscenti, ma non sarà un grande sacrificio. 
Non credo che ristabiliremo un po' di giustizia sociale, che faremo pagare le tasse a chi non le paga, in primis le multinazionali, che non accetteremo più corruzione e mafie, che rispetteremo l'ambiente che si sta ribellando, che smetteremo di sfruttare l'Africa e di produrre e vendere armi. 
Credo che, tra un paio d'anni, sarà tutto uguale e solo gli esseri umani saranno diversi tra di loro: ci sarà sempre chi ha tutti i diritti e chi diritti non ne ha. 
Purtroppo, io ho visto solo peggioramenti nella mia vita.                                     


        Corpi incoronati di sabbia nel Sahel
di Padre Mauro Armanino

Doveva essere seppellita giovedì mattina. Per evitare rischi di contaminazione la sepoltura è stata differita a data da destinarsi. Il suo corpo di sabbia giace in una cella frigorifera della camera mortuaria dell’Ospedale Nazionale, con tariffa doppia rispetto ai nazionali. Angela, morta di AIDS, lascia tre figli nel Paese che aveva lasciato prima di partire in migrazione, il Cameroun. Altre come lei avevano tentato l’avventura in Libia e in Algeria con la segreta speranza di raggiungere, un giorno, l’Europa. Era stata espulsa e assieme ad alcune donne, accolta e protetta in una delle abitazioni gestite dall ‘Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati a Niamey. Giace, silente, nel freddo artificiale della sua penultima dimora terrenale. Prima di tornare alla sabbia dalla quale, come tutti, un giorno era stata generata una cinquantina d’anni or sono.
I nostri corpi sono un incostante composto di sabbia e di vento che viene o va verso il mare. Passa dal deserto e si contamina di polvere con la quale siamo tutti impastati. Di questi tempi sono loro, i corpi, a tornare alla ribalta dopo aver fatto, altrove, esperienza di futile ed effimera dimenticanza. Tornano i volti e tornano i corpi. Quelli che l’epidemia di ebola ha fatto suoi sono stati migliaia. L’ultima in ordine di tempo, nelle Republica Democratica del Congo, ne ha sedotto e poi abbandonato oltre due mila  in un anno. Quella iniziata nel 2013 e poi estesasi in vari paesi dell’Africa Occidentale ne ha generati circa ventimila. Sono passata nel quasi generale silenzio e poi inghiottiti da altri avvenimenti più importanti perché i corpi dei vivi e soprattutto quelli dei morti non hanno la stessa importanza dappertutto. C’è sabbia e sabbia, si sa.
La malaria o paludismo continua la sua pazza corsa all’eliminazione di corpi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2018 i casi di paludismo sono stati stimati a 228 milioni mentre i decessi imputabili alla malltia sarebbero 405 mila. I bambini di meno di cinque anni ne costituiscono il gruppo più vulnerabile col 67 per cento e dunque 272 mila.  L’Africa, per una volta davanti all’Asia del Sud-Est e il Mediterraneo orientale, resta di lontano il continente più toccato col novantadue per cento di casi e cioè circa 200 milioni di corpi colpiti da questa malattia. Ogni cinque secondi c’è un bimbo che perde la vita per fame o in conseguenza di carenze nutritive.  Di tutto ciò, di questi corpi umani di sabbia, nessuno o molto pochi parlano perchè i corpi non si contano alla stessa maniera e la loro scomparsa non detta la stessa reazione dappertutto. Non funziona la stessa tragica contabilità di questi giorni e i mezzi di comunicazione non usano gli stessi parametri. L’industria e l’economia non si sono fermate neppure un giorno.
Bless, è passato stamane e mostrava il braccio nel quale si notava il luogo dove sono state fatte e si faranno ancora altre flebo. Tornato alla sua Liberia di origine è poi ripartito in avventura dalla delusione di quanto ha trovato nel Paese sognato dopo tanti anni di assenza. Né lui né il Paese erano gli stessi di prima. Il suo corpo di bambino soldato era cresciuto per finire in Libia e, dopo un percorso tortuoso, fino all’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni  della capitale Niamey. Dopo qualche settimana d’attesa era nella lista dei partenti per il Paese dal quale era stato abbandonato, forse troppo tardi ha capito di aver sbagliato a lasciarlo. Rimessosi in sesto grazie alle cure mediche giura, sul dio dei migranti, che stavolta tornerà per rimanere nel suo Paese per sempre. Il suo amico si era suicidato e lui aveva informato la sorella.
I corpi perduti nel mare sono in numero imprecisato, non meno di 50 mila dal 1990 fino ad oggi e nel deserto i corpi spariti sono stimati, a difetto, 25 la settimana. Corpi incoronati di spine o forse di alloro per l’ultimo banchetto regale dove tutti i poveri saranno invitati e saranno consacrati signori dell’universo. Corpi confinanti per isolare una vita dall’altra, biopolitiche applicate con rigore per fingere di vivere e ponti levatoi tra una strada e l’altra. Corpi presi in prestito dalla sabbia e dal sistema neoliberale che cerca, invano, di non tradirsi. Il grande inganno era cominciato da tempo e solo una precaria insurrezione di popolo avrebbe fatto uscire i corpi dal sepolcro di sabbia.
                                                                                                mauro armanino, niamey, 29 marzo 2020

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