NON SOLO CRUSCA Messaggio per il 2020 di Enrico Parravicini

31-12-2019
“Ma come c…. parli?”
Perbacco !!! Mi sembra solo ieri che mi accingevo a scrivere il messaggio di auguri per il 2019 … ed eccomi nuovamente alle prese con quello per il 2020. Questo mio ormai consueto appuntamento di fine anno, iniziato il lontano 31 dicembre 1998 con il messaggio augurale per il 1999, è giunto alla XXII edizione, traguardo che, allora, pareva assolutamente irraggiungibile, anche perché non era nelle mie intenzioni stabilire un rapporto fisso e costante nel tempo con questa tradizione, limitandomi invece ad un episodio isolato ed occasionale; ma la spontaneità e la naturalezza con le quali alcuni eventi trovano in sé le motivazioni ad esistere, hanno fatto il miracolo. Ancora una volta, però, mi trovo a dover fare una necessaria premessa, a beneficio soprattutto di chi mi legge per la prima volta: se qualcuno si attendesse di trovare nel mio messaggio spunti di dibattito politico, religioso o sociale, offerti dagli avvenimenti del trascorso 2019, ebbene … si fermi a questo punto nella lettura, non vada oltre, accenda il televisore e si metta alla ricerca dei discorsi augurali del Presidente della Repubblica, del Papa, del Presidente del Consiglio o dei vari attivisti che sembrano oggi rappresentare un indirizzo di pensiero impostomi e dal quale, nell’impossibilità oggettiva di combatterlo efficacemente, mi onora solo la distanza.

Il 31 dicembre 2011, in occasione del XIV messaggio augurale, quello per il 2012, pubblicai uno scritto dal titolo “Non solo Crusca”, nel quale lanciavo invettive esplicite all’indirizzo dello scempio culturale e formale che si sta facendo della lingua italiana; ho deciso di riproporre quel testo, aggiornato ed adattato a questi tempi; sarebbe stato meglio se gli otto anni trascorsi da allora mi avessero consentito la rappresentazione di una situazione di evoluzione, ma, ahimè, ci troviamo di fronte ad una involuzione preoccupante negli strumenti del linguaggio, ulteriormente amplificata dal proliferare dei social network, che hanno ormai sdoganato ogni abominio linguistico, legittimando la mortificazione della lingua italiana, della grammatica, della sintassi, della stessa ortografia, in nome di una non meglio definita libertà di espressione. Alla radice di tutto questo, vi sono, a mio avviso, cinque motivi:
·   l’inflazione di parole straniere, soprattutto inglesi;
·   l’utilizzo di neologismi non accreditati;
·   il ricorso sempre più frequente a luoghi comuni;
·   l’ignoranza volontaria della punteggiatura e dell’uso della maiuscola
·   il cosiddetto linguaggio “bimbominkia”.

L’inflazione del vocabolario inglese non è peccato recente, ma ristagna nella nostra cultura da qualche decennio, avendo trovato però oggi un quanto mai favorevole terreno a prolificare. La diffusione di Internet quasi costringe a subire determinate espressioni, che sono solo un sudario profumato per occultare cadaveri scomodi: una volta un disoccupato diceva “sto cercando lavoro”, oggi può dire “frequento un job posting” e nessuno capirà che è alla disperazione, immaginandolo invece in un salotto elegante ed esclusivo. Mi sono chiesto spesso per quale motivo una azienda a capitale italiano, con maestranze italiane, con sede legale in Italia e clientela quasi esclusivamente italiana debba imporre la lingua inglese quale lingua ufficiale per le comunicazioni di servizio e per quale motivo le riunioni della dirigenza di tale azienda debbano essere condotte in inglese e ancora per quale motivo un gruppo di lavoro all’interno di tale azienda debba produrre la propria documentazione in inglese. E se un disgraziato, magari con padronanza assoluta della lingua italiana, o magari insignito dell’onorificenza di “Cavaliere ai meriti letterari”, si arrischia ad esprimersi nell’idioma che fu di Dante e del Manzoni, venga trattato come un paria, o, per dirla con Enzo Jannacci, “guardato come si guarda un fantino”. 

Molto simili ed irrimediabilmente connessi con gli inglesismi, sono i neologismi, frutto di bovine italianizzazioni di termini stranieri di origine per lo più tecnica o tecnologica: Clickare, per il gesto di selezionare con il mouse di un personal computer un elemento determinato di una certa maschera di dialogo; linkare, per inserire un punto di collegamento ipertestuale fra due elementi appartenenti ad ambienti virtuali diversi o distanti; bannare, per nascondere un certo elemento, escludendolo da un determinato contesto; sortare, per ordinare determinati elementi secondo una regola alfabetica, numerica, temporale o di qualsiasi altra valenza; sharare, per condividere un documento con altri lettori che ne possano essere interessati; ma il neologismo più sgradevole resta sempre bypassare, per escludere, ignorare, tagliar fuori. E mi fermo qui perché sto soffrendo troppo.

Il ricorso smodato a luoghi comuni è spesso alimentato da un giornalismo dozzinale, purtroppo oggi imperante e seguito con indolenza mentale dalla massa, che preferisce utilizzare il termine “preconfezionato”, piuttosto che impegnarsi nella selezione di vocaboli appropriati e coerenti con il pensiero da esprimere; questi luoghi comuni restano poi radicati nel debole patrimonio culturale dell’utente occasionale, che li riutilizza a sproposito e, non percependone l’originario esatto significato, li associa a concetti spesso estranei all’intenzione primaria. Così abbiamo “le indagini che vengono affidate agli 007 ministeriali” (e quando mai 007 si è occupato di indagini, essendo un agente operativo?); abbiamo “il territorio”, parola della quale si abusa abbondantemente, essendo ormai presente (e a sproposito) in ogni contesto discorsivo; ora ci mitragliano di “equità”, che, traendo spunto dalle attuali situazioni economiche, si sta estendendo a macchia d’olio, invadendo aree dialettiche che le dovrebbero restare ignote; e ancora “le bollicine”, odiosa espressione che vogliono sostituire alla blasonata parola “Champagne” (troppo elitaria?) o, anche semplicemente, “spumante “ (troppo nazional – popolare?); e che dire dello “spread”? Ma qualcuno delle decine di milioni di Italiani che pronuncia ormai cinque volte al giorno questa parola, sa esattamente che cosa sia uno “spread”? Quanti sanno che cosa siano il mercato secondario o il rendimento effettivo a scadenza, elementi dai quali ha origine la tanto discussa e temuta mobilità dello “spread”? In questo desolante contesto, colgo l’occasione favorevole per far notare agli amici giornalisti che “attestare” ed “assestare” sono due vocaboli dal significato profondamente diverso: attestare significa dichiarare, certificare, testimoniare, garantire la veridicità di una affermazione, mentre assestare (più usata la forma riflessiva assestarsi) significa stabilizzare, rendere solida e temporaneamente stabile una posizione; quindi “lo spread si è assestato …..” non attestato, come invece predicano i nostri giornalisti televisivi, che, evidentemente, oltre a non capire nulla di finanza, non conoscono neppure l’italiano. E poi la reiterazione di parole inflazionate, come “cittadini”, “ecosistema”, “pianeta”, “sostenibile”, “protezione dei dati”, “sicurezza” … è insopportabile. Ascoltando un notiziario radiofonico o televisivo di qualsiasi opinione, se avessi un euro per ogni volta che viene pronunciata una di queste parole, avrei risolto tanti problemi finanziari.

Nella mia classifica dei peccati di linguaggio, gli errori di ortografia, di grammatica e di sintassi sono secondi solo all’odiato linguaggio “bimbominkia”, di cui parleremo fra breve. L’inosservanza quasi totale della punteggiatura (soprattutto di punteggiatura cosiddetta di respiro, come i due punti ed il punto e virgola), il perduto uso delle lettere maiuscole, non solo dopo i punti fermi, ma anche (e doppiamente esecrabile) nella declinazione di nomi propri, la mancanza degli a capo, degli a linea, dei rientri testuali all’inizio di nuovi paragrafi; la preferenza che viene ormai riservata al discorso diretto, perché quello indiretto comporta l’uso di subordinate sintatticamente ostili e la conoscenza anche solo rudimentale della consecutio temporum; il mancato utilizzo di condizionali e congiuntivi (peccato ormai storico degli Italiani); la confusione totale fra accenti ed apostrofi (po’ si scrive con l’apostrofo, non con l’accento, perché è una parola che deriva dal troncamento di poco) e, nell’ambito degli accenti, la totale trascuratezza riservata alla differenza fra accenti acuti e gravi. Tutto ciò è disgustoso.

Ma veniamo alla ciliegina: il cosiddetto linguaggio “bimbominkia”. E’ questo un linguaggio in uso da una ventina d’anni, inizialmente da parte di adolescenti nella scrittura di SMS o nell’utilizzo di altri sistemi di messaggistica digitale, oppure in forum o chat line su Internet, ma oggi dilagato a vero e proprio fenomeno di costume, che ha travolto anche persone la cui età anagrafica non lascia speranze alla possibilità di millantare un’adolescenza che appartiene ad epoche lontane. Sto parlando di quel becero, demenziale, inelegante linguaggio per cui la x sta in luogo di per, la k sta in luogo di ch, grz sta in luogo di grazie, cmq di comunque, c6 di ci sei e, in genere, in cui le abbreviazioni limitate alle sole consonanti, sostituiscono intere parole, quasi ogni vocabolo potesse essere espresso con la medesima logica di formazione di un codice fiscale, dove in quindici caratteri sono compresi, con codifiche convenzionali, cognome e nome, sesso, luogo e data di nascita Che tristezza, amici miei! Ma vediamo, per alleggerire un po’ il discorso, quale sarebbe stato il risultato se alcuni celeberrimi passi della letteratura italiana fossero stati scritti in “bimbominkiese”, anziché in Italiano.

La prima terzina della Divina Commedia di Dante Alighieri suonerebbe più o meno così:

nel ½ d kammin d ns vita
mi ritrovai x 1 selva oskura
ke la diritta via era smarrita
….

Oppure l’inizio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni potrebbe essere:

ql ramo d lago d co ke volge a 12am …..

E che dire di questa rivisitazione della Pioggia nel Pineto di Gabriele D’Annunzio?

taci su le soglie
d bosco nn odo
parole ke dici
umane ma odo
parole + nuove
ke parlano …..

Certo, tutto questo è perfettamente funzionale alle logiche di una società che ha fatto del risparmio energetico e temporale (ed ora anche culturale) un requisito di sopravvivenza; ma io non lo accetto. 

Alla mezzanotte di questa sera voglio accanto a me un calice di spumante (o un flûte di Champagne) per brindare all’anno nuovo; lascio volentieri le “bollicine” dentro le lattine di Sprite: è il loro habitat naturale. E, prima di lasciarci, dandoci appuntamento al prossimo anno, vorrei citare (citazione poco colta, ma efficace, già anticipata nel titolo del messaggio) le parole pronunciate da Mario Brega in una celebre scena del film Borotalco, di Carlo Verdone, quando sorprende il futuro genero, Sergio, che si esibisce al telefono con un linguaggio che vorrebbe essere pateticamente esclusivo; lo guarda con disprezzo e gli chiede: “A Se’, ma come cazzo parli?”

Bn ann ….. scusate, scherzavo!

Buon anno, buon 2020

ep

Commenti

  1. Bah! Sono un ex informatico e l’inglese (lingua non prevista nei miei corsi scolastici) l’ho imparato sul campo, leggendo manuali che non erano scritti in lingua pura (anche gli Inglesi sono sicura avrebbero da dire la loro) ma in americano ‘tecnico’.
    Mi piace mischiare i linguaggi, lo faccio fin da ragazzina, l’importante è riuscire a comunicare.
    Adesso, alcuni appunti:
    ATTESTARE va bene anche nel caso del famigerato SPREAD, infatti nel linguaggio militare (e non siamo forse sempre tutti continuamente in guerra?) significa ‘fermare temporaneamente le truppe in posizione di attesa’. Così anche lo SPREAD può essere ATTESTATO temporaneamente in attesa di un cambiamento.
    C’è poi un’espressione che disturba molto me: PIUTTOSTO CHE usato come ‘E ANCHE’, mentre
    vuol dire ‘INVECE DI’.
    E vorrei aggiungere alla sua lista di parole usate a sproposito SCAVALLARE (che raffigura solo un cavallo felice che se la corre libero qua e là), usato al posto di SCAVALCARE.

    Riguardo al linguaggio SINCOPATO, be’ se Dante avesse dovuto usare gli SMS x dar qualche notizia della sua Commedia, avrebbe scritto + o – come lei ha riportato. E anche Manzoni.
    D’altra parte ci vuol cervello per poi espandere questi enigmi crittografati. Champollion ci ha messo molto del suo nel tradurre i GEROGLIFICI. Li conosco e so che la padronanza nella comprensione e conseguente espansione del testo richiede anche molta fantasia… Il che ha del meraviglioso.
    Angela Fabbri, da Ferrara, notte fra 2 e 3 gennaio 2020

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