LO STATO COLONIALE DI ISRAELE

 L’ultimo esempio della violenza dello Stato coloniale di Israele – l’atto di pirateria in acque internazionali per sequestrare le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla che cercavano, pacificamente, di consegnare aiuti umanitari a Gaza – non dovrebbe essere soltanto, ancora una volta, motivo di indignazione morale e condanna civile. È anche l’occasione per una riflessione politica più profonda. Ad eccezione della Spagna, i governi nazionali e l’Ue si limitano a sollevare obiezioni retoriche e si rifiutano di adottare misure concrete.

Presentata come una cauta posizione diplomatica, questa è invece una profonda strategia politica. Invariabilmente giustificata con il vuoto linguaggio del diritto israeliano all’autodifesa (nei confronti dei palestinesi colonizzati?), e paralizzata dal senso di colpa per l’Olocausto, qualsiasi obiezione pubblica alle azioni omicide di Israele viene immediatamente condannata come antisemitismo. Quindi, la Spagna è antisemita, e anche la Cina.

Nel frattempo, in patria, i commentatori si trovano alle prese con dilemmi morali mentre difendono Israele, oppure mettono semplicemente da parte ogni finzione e abbracciano una vocazione messianica volta a sostenere gli insegnamenti biblici secondo cui la forza fa diritto. Per molti di noi, questa sceneggiatura è ormai esaurita.

Nonostante la violenza repressiva dei governi occidentali contro le proteste che insistono sul fatto che i palestinesi hanno diritto ai diritti, è in atto un cambiamento epocale. Le proteste popolari da Los Angeles a Londra, da Città del Capo a Giacarta e Seul pongono una serie di questioni politiche che mettono in luce l’emergente regime autoritario sia di Israele che dell’Occidente.

La brutalità della polizia a Berlino o a Londra contro chi si oppone alla politica coloniale letale dello Stato sionista è solo la forma più visibile dell’attuale gestione della crisi da parte dello Stato cosiddetto democratico. Oggi assistiamo all’erosione della democrazia in processi e procedure indissolubilmente legati al genocidio a Gaza. In altre parole, lo Stato di Israele non è l’eccezione che vorremmo credere che sia. È un laboratorio della modernità, non solo nella sua esecuzione coloniale o come banco di prova per armi e sistemi di sorveglianza da esportare, ma come modalità di governo che le istituzioni della governance occidentale, nella loro indifferenza e doppiezza, hanno finito per accettare. Viviamo ora in un universo orwelliano dove la guerra è buona e la pace è cattiva.

Come sostengono Sandro Mezzadra e Brett Neilson in The Rest and the West, viviamo sotto regimi di guerra. Ciò è sostenuto dalla razzializzazione strutturale del pianeta sotto il dominio occidentale, in cui alcune vite contano molto più di altre per garantire la brutale riproduzione del capitale. Israele ha praticato la pulizia etnica e il genocidio sin dai suoi esordi. Non si tratta di un’aberrazione storica o politica. È anche la nostra storia. È la sintesi concentrata del colonialismo occidentale, dei suoi metodi e del suo linguaggio, il tutto condensato nell’assalto capitalista al resto del mondo. Questo è fondamentalmente ciò che la Palestina ci insegna.

Come ha affermato l’autrice palestinese Adania Shibli, la Palestina è la nostra maestra. Ciò che si sta svolgendo nel Mediterraneo orientale da diversi anni (in realtà, da molti decenni) ha capovolto e stravolto la nostra cultura e le sue giustificazioni politiche, mettendo a nudo un corpo sempre più in via di decomposizione.

Continuare a difendere Israele, le sue fondamenta coloniali, il suo progetto razziale e le sue pratiche genocidarie significa proprio difendere l’Occidente come bastione dell’ideologia suprematista. Negli ultimi giorni, la Corte suprema degli Stati uniti ha annullato una legge con le conseguenze di smantellare le conquiste di Martin Luther King e dei movimenti per i diritti civili degli anni ’60, Significherebbe il ritorno del regime di Jim Crow.

Molti stati del Sud si sono immediatamente attivati per attuare questa possibilità. Come disse James Baldwin al suo interlocutore bianco in tv negli Stati uniti: «Cosa farai adesso? Ci sterminerai?». Come diceva Malcolm X, non viviamo in una democrazia, ma in un’ipocrisia. 

Il commento della settimana

Iain Chambers



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