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La riforma della giustizia serve alle donne?


La riforma della giustizia, approvata con legge di revisione costituzionale, sulla quale siamo chiamati tutti a dare il voto per confermarla o meno, riguarda, come noto, aspetti organizzativi della magistratura.

In particolare, senza entrare troppo nel dettaglio, la riforma prevede la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per la magistratura giudicante (i giudici) e uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri), oltre a un’Alta corte disciplinare per i magistrati ordinari.

La riforma non definisce l’assetto definitivo dell’organizzazione della giustizia, che sarà il risultato dell’adozione di ulteriori successive norme.

Quel che possiamo affermare fin da ora con certezza è che tale riforma non risolve i molteplici e risalenti problemi della giustizia, tra i quali, soprattutto, tempi troppo lunghi.

Sappiamo anche già che PM e giudici, pur avendo una carriera unica, assumono funzioni diverse –giudicante o requirente – che, nei fatti, vengono mantenute tutta la vita. 

Pertanto, possiamo affermare fin da ora che un problema di separazione delle carriere non esiste.

Sappiamo anche che la percentuale delle assoluzioni (il giudice non accoglie le richieste del PM) dimostra l’inesistenza del pericolo di connivenze tra i due magistrati.

I pubblici ministeri e i giudici, oggi al servizio della legge in maniera paritaria, perché entrambi, pur con compiti diversi, hanno l’obiettivo unico di ricercare la verità, ad esito di questa riforma e delle altre che

sicuramente succederanno, prenderanno strade diverse?

Soprattutto, la nuova figura di pubblico ministero, che, con questa riforma, si comincia a delineare, al servizio di chi sarà? A quali interessi e logiche risponderà?

L'impossibilità di rispondere a questa domanda, unita all'impossibilità di individuare le ragioni recondite di questa riforma non può che creare disorientamento in tutti i cittadini.

In particolare, però, ci chiediamo se essa possa o meno mettere in pericolo le ragioni delle donne, quando si tratti di portare in giudizio fatti di maltrattamento o violenza maschili.

Ebbene, sul punto, una considerazione pare già possibile.

Innanzitutto, ipotizziamo che il PM sia, per l’effetto di questa riforma e delle altre che sicuramente seguiranno, tenuto ad esercitare l’azione penale secondo obiettivi che, in qualche modo, rispondano a

logiche di consenso.

Già questa sola ipotesi non può tranquillizzare le donne, che non hanno mai avuto il consenso generale dalla propria parte, come dimostra il fatto che hanno sempre dovuto lottare per ottenere norme che le riguardassero.

Ma non solo. È di questi giorni l’adozione in commissione giustizia di un disegno di legge ‘stupri’ che prevede che sia la donna a dover dimostrare di aver fatto di tutto per fermare l’uomo, al quale, al contrario, è riconosciuta una presunzione di libertà di disporre del corpo di una donna.

Ed ancora. Sono ancora udibili gli echi di quella che, nei processi per maltrattamento o violenza sulle donne, usiamo definire vittimizzazione secondaria.

Se tutto ciò è ancora possibile, è solo perché il consenso generale rispetto alle donne continua ad essere molto debole e le rivendicazioni delle donne sono costantemente messe in discussione, minimizzate, zittite.

Pertanto, se il pubblico ministero dovrà rispondere, un giorno, al consenso generale, pensiamo forse che si preoccuperà di perseguire gli uomini attori di violenza e maltrattamenti sulle donne? O pensiamo che, invece, si preoccuperà di perseguire altri reati, quelli che, agli occhi della maggioranza, costituiscono la vera emergenza?

Leggendo la storia degli ultimi 80 anni, la risposta non può che essere negativa. Nel maschilismo generale, infatti, v’è da temere che i reati contro le donne diventeranno secondari, non urgenti, e che, di

conseguenza, per le donne diventerà ancora più difficile, rispetto ad oggi, querelare e denunciare gli autori di violenza ai propri danni. I tempi della giustizia potrebbero allungarsi ancora di più rispetto ad oggi, le misure cautelari – le sole che possano effettivamente proteggere le donne – meno utilizzate.

Riteniamo, in conclusione, che la giustizia vada sì riformata, non nel senso previsto dall’attuale legge di revisione costituzionale, ma nel senso di maggiore efficienza e preparazione. 

Ed invitiamo le donne, in particolare, a votare NO al referendum costituzionale perché il rischio per la nostra sicurezza e

autodeterminazione è molto alto.


UDI-Unione Donne in Italia

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