sabato 31 agosto 2019

LIGUSTRO un grande artista ligure con gli occhi alle meraviglie del Giappone

L I G U S T R O

Giovanni Berio, noto in arte come Ligustro, è nato a Imperia nel 1924.

Si dedica dal 1986 esclusivamente allo studio della xilografia policroma giapponese e delle sue tecniche Nishiki-e in uso nel Periodo Edo realizzandone la stampa a mano sulle preziose carte prodotte in Giappone ancora con antichi metodi artigianali.
La tecnica Nishiki-e usata da Ligustro consiste nell’avere, per ogni stampa, molti legni incisi che vengono poi stampati singolarmente. Per questo motivo ci possono essere stampe con lo stesso soggetto, ma con colori differenti. In conferenze e dimostrazioni pratiche ha illustrato al pubblico questo genere di arte e la sua storia affascinante.





In data 9 maggio 2015 si è svolta, presso la sala convegni della Biblioteca Civica Leonardo Lagorio di Imperia, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone e della Fondazione Mario Novaro, l’apertura della sala dedicata al Maestro Giovanni Berio in arte LIGUSTRO quale traguardo successivo dopo l’importante donazione (legni incisi, corrispondenza, calligrafie giapponesi, libri ed opere d’arte personali e di altri autori, l'archivio completo di una vita artistica) del Maestro alla Città di Imperia. La sala è fruibile pubblicamente, come punto di riferimento di eccellenza, per consultare tutto il materiale donato per approfondimenti personali ed eventi divulgativi.
Ligustro si spegne serenamente l'11 dicembre 2015, circondato dall'affetto dei suoi cari e dei molti amici: dal suo amato Giappone, racchiuso nel piccolo studio di Imperia Oneglia, Ligustro lascia straordinarie idee da intuire e fantastiche opere da ammirare.

EMAIL: ligustro.italia 
ATgmail.com


https://www.academia.edu/                    LIGUSTRO Type to search for Papers, People, Research Interests and Universities

https://archive.org        LIGUSTRO Type to search for Papers

CANTARENA 1
https://drive.google.com/open?id=0BzhGKK3dGqo5ZzZqQTVabVJCR1U

CANTARENA 2
https://drive.google.com/open?id=1V-YklOLM_vs6Kb2eG2qo1Cb26yaR10GS

CANTARENA 3
https://drive.google.com/open?id=1VvH29tpcSSr55nsrZKxyXsK_roEtt4iy

CANTARENA 4
https://drive.google.com/open?id=1YwHMR2C_1dGb7k9Bx57UObc2VaOgDUHp





venerdì 30 agosto 2019

APPELLO AL PAPA PER IL KASHMIR di Zahoor Ahmad Zargar


Zahoor Ahmad Zargar (https://it.wikipedia.org/wiki/Zahoor_Ahmad_Zargar), leader della Comunità Islamica Italiana, Kashmiro di nascita, da sempre impegnato attivamente per la pace e i diritti umani, ha inviato un appello a Papa Francesco perché rivolga, pubblicamente, un pensiero alla popolazione del Kashmir privata improvvisamente e unilateralmente dal Governo indiano della libertà e dei diritti della persona.

La storia del Kashmir sotto occupazione indiana è molto complessa. Come sappiamo, dopo la fine della colonizzazione inglese, l’India si è divisa tra India e Pakistan. Allora, lo stato di Jammu e Kashmir, che aveva un suo proprio re, è stato lasciato libero. A quel punto, però, dei gruppi tribali appoggiati dal Pakistan hanno invaso il Paese. Il re, impaurito e senza armi adeguate, ha chiesto l’aiuto dell’India per difendersi. Il conflitto, da allora, non è stato mai definitivamente risolto, nonostante le guerre tra India e Pakistan. Una parte del Kashmir è rimasta sotto il Pakistan e una parte sotto l’India, che ha garantito delle autonomie e un Parlamento legislativo, escludendo da quel Parlamento locale solo le questioni di politica estera, difesa e moneta. Nel tempo, ci sono state numerose risoluzioni ONU, mai prese in considerazione, che invitavano India e Pakistan a permettere un plebiscito tra la popolazione, considerando anche il principio di autodeterminazione dei popoli. Negli ultimi trenta anni, tra l’altro, sono morte nel Kashmir occupato dall’India circa centomila persone. Più di diecimila persone, inoltre,  mancano all’appello perché, uscite per andare al lavoro oppure arrestate,  non sono mai tornate a casa. In Kashmir, ci sono migliaia di vedove chiamate mezze vedove perché non sanno più nulla del loro marito. Dal 2012, i soldati indiani usano contro chi protesta le “pellet gun”, pistole, proibite negli altri Paesi, che sparano pallini che colpiscono viso, occhi, e altre parti del corpo, rendendo  le persone, specialmente i giovani, anche se vive, disabili per tutta la vita.

Zargar, molto preoccupato anche del rischio di un’altra guerra tra India e Pakistan, che sarebbe, questa volta, nucleare, ha, dunque, inviato il messaggio che segue al Papa.





Savona, 27 agosto 2019



Sua Santità, Papa Francesco,

come Lei saprà, improvvisamente, dal 5 agosto 2019, la popolazione del Jammu e Kashmir, occupato dall’India, è sotto assedio. Il Governo indiano ha revocato unilateralmente, senza alcun motivo scatenante, lo status speciale garantito fin dagli anni ’50, e ha diviso lo Stato stesso in due parti, eliminando le autonomie e inglobandolo direttamente sotto il potere del Governo indiano.

Nove milioni di persone sono sotto assedio.

Infatti, è stato istituito un severo coprifuoco che comporta non poter uscire di casa e che i negozi siano chiusi, come le scuole, gli uffici ecc. La gente ha paura: le strade, bloccate con filo spinato, sono zeppe di soldati indiani (più di 700000) che imbracciano armi pesanti  (il Kashmir è il paese più militarizzato al mondo).

Il Governo indiano ha interrotto tutte le comunicazioni: non funzionano le linee telefoniche, né fisse né cellulari, non c’è internet, tutti i mass media sono sotto controllo.

I Kashmiri all’interno del Paese non sanno cosa stia succedendo nel Kashmir stesso, né chi è fuori dal Paese può mettersi in contatto con i suoi parenti e amici per avere loro notizie. Mancano le medicine, le persone non possono andare all’ospedale, se necessario, perché rischiano che gli venga sparato, e, intanto, negli ospedali, manca il personale perché non tutti riescono a recarsi al lavoro anche se di emergenza.

Secondo le stime delle organizzazioni nazionali e internazionali non governative, che cercano di raccogliere con grande difficoltà qualche informazione, le persone incarcerate a scopo preventivo sarebbero 4000, dai 16 anni in su, compreso leader politici di tutti i partiti, persino quelli filoindiani. I giovani, in particolare, vengono prelevati nelle case durante la notte e condotti in carcere senza motivo, se non quello che un domani potrebbero ribellarsi e protestare. I genitori dei giovani maschi sono nella disperazione, tanto più che, secondo una legge, detta PSA, antilibertaria e antidemocratica imposta dall’India, le persone possono restare in carcere fino a due anni senza processo.

È stata, inoltre, soppressa la libertà religiosa: i luoghi di culto sono chiusi e la gente, se non raramente e in minuscole strutture, non può recarsi liberamente a pregare.

La situazione è così grave che i rappresentanti dei Partiti dell’opposizione nazionale indiana, tra cui il Partito del Congresso ( il movimento politico dei Gandhi), sono arrivati all’aeroporto di Srinagar, capitale del Kashmir, per visionare la situazione, che il Governo Indiano aveva definito “buona”.  Essi sono stati respinti e a loro non è stato concesso neppure l‘ingresso nel Paese.

Io vengo da Srinagar, vivo in Italia da più di trenta anni, ormai sono Italiano. Ma i miei parenti vivono tutti là e, dal 5 agosto, non so più nulla di loro, come succede a migliaia di altri Kashmiri che si trovano fuori dal Paese. Non so se i miei cari stiano bene, se possono mangiare, curarsi, se i loro figli siano in salvo o no.

Sua Santità, le chiedo, dato che Lei si è schierato sempre con gli oppressi e ha dato sempre voce a chi non ce l’ha, di utilizzare la sua Diplomazia e di domandare al Governo indiano di togliere tutte le restrizioni dei diritti e della libertà della persona. Desideriamo tutti che il popolo inerme possa tornare a svolgere pacificamente la sua quotidianità.

Distinti saluti

dottor Zahoor Ahmad Zargar

Savona

ALTRI CIELI, ALTRI MONDI di Angela Fabbri


Altri cieli, altri mondi


Un tempo
conoscevo un piccolo mondo
circondato da campagne
seminato di alberi.
Ho percorso nuove strade
e visto altri mondi
altri cieli
meravigliosi
neri
e bucati di stelle
su cui si alzavano
le cupole di una grande chiesa
straniera
e una falce scintillante
attraversava il cielo
come nelle Mille e una Notte
In quei tempi nuovi
non mi chiedevo se Dio esiste,
perché esisteva l'uomo.
Esistevo io.
Non sono stata felice
duraturamente
voglio dire.
Perché invece ho vissuto
i momenti più belli della mia vita.
Poi i cieli si sono rimescolati ancora.
Le colline e il faro
si sono sfocati.
E le facce e i discorsi
hanno perso individualità.
Così ho perduto
le nuove strade
e i mondi sono invecchiati
e ho provato
l'irresistibile voglia di tornare a casa.

Angela Fabbri (dal Calendario Helicon 2009)

Torino, giugno 1979

domenica 25 agosto 2019

sabato 24 agosto 2019

LE (AUTO)CENSURE DELL'OCCIDENTE DISTRATTO di Padre Mauro Armanino


                                             Le (auto) censure dell’Occidente distratto

Lo riconosco, un mese in patria non è molto. Appena 30 giorni in un calendario che dipende dalle circostanze e dall’attesa del visto per il ritorno nel Niger, scaduto ancora prima di partire per inavvertenza.  Del Sahel e del Niger, almeno finora, nessuna traccia in televisione, nei giornali e nei discorsi. Abbiamo smesso di esistere entrambi e con noi la sabbia e i morti quotidiani ad opera degli imprenditori della guerra e i bambini dei poveri che hanno, ormai da tempo, smesso di andare a scuola. Gli insegnanti minacciati perché considerati fiancheggiatori dell’Occidente che soprattutto con la scuola ne perpetua il colonialismo culturale e politico. Malgrado la vicenda delle navi coi migranti salvati dalle acque libiche in attesa di attraccare a Lampedusa quanto accade a monte, anzi nel deserto, è stato cancellato. Le (auto) censure sono le più pericolose e, come avvenuto anche in altre epoche, potrebbero condurre ad ulteriori derive un continente che fatica ad assumere le conseguenze dei principi che propone e spesso impone agli altri.

L’insostenibile censura di quanto costituisce la realtà, che è sempre processo da interpretare, voluto o inatteso, di scelte operate nella contingenza del tempo. Non si dice più nulla dei migranti cancellati dai radar prima che raggiungano, a migliaia, i campi di detenzione in Libia. Si è dimenticato, colpevolmente, che adesso le frontiere europee sono scese anche da Agadez nel Niger, verso la costa atlantica. La gente del posto non è più libera né di restare né di partire. Quanti, a proprio rischio e pericolo, cercano ancora di partire, sono intruppati nei campi di ‘accoglienza detenuta’ gestiti dall’OIM. Quest’ultimo, delle Migrazioni Internazionali, ha fatto la propria Organizzazione e cioè il business in nome dell’Occidente che lo finanzia. Che i migranti siano ormai dei criminali da fingere di fermare alle frontiere è fatto conosciuto ed accettato da quelli che contano. Delle politiche Europee che da decenni e in particolare, per quanto riguarda il Sahel, dal 2015, incontro intercontinentale della Vallette, non ci sono più tracce. Eppure è in conseguenza di tali politiche che poi appaiono le navi salvatrici di persone che l’Occidente condanna e poi spinge al naufragio.

La gente non è libera di partire né libera di restare perché lo smantellamento delle economie locali e la rapina sistematica e coerente delle risorse impedisce o rende almeno problematico il restare. Dalla pesca sulla costa ai minerali, per passare all’agricoltura, il sistema di spogliazione globale continua ad infierire nello spazio saheliano. Ciò accade con la complicità delle élites locali, da tempo acquistate dal sistema e membri subalterni delle classi dominanti internazionali. Ottenere visti e permessi di soggiorno è una missione ritenuta dai più impossibile e la sola via che rimane da percorrere per farsi accettare come nuovi schiavi dell’Occidente è il cammino nel deserto o altre rotte impossibili che durano anni. Queste cose non si dicono più a causa di questa censura che, come una coltre di fumo, impedisce di cogliere la storia e si limita alla cronaca da manipolare secondo gli interessi dominanti. Si censura il ‘politico’ come ambito privilegiato di costruzione sociale comune e ci si ribatte sulla gestione amministrativa e romanzata della politica.

La censura intesa come complice occultamento del reale porta come conseguenza l’insopportabile tradimento dei poveri. Essa comincia dagli occhi, asserviti alle mercanzie e le pubblicità dominanti e coinvolge allo stesso tempo le orecchie, preda dei cellulari, che ne ritmano l’ascolto. Si cammina guardando lo schermo e ascoltando e parlando in continuazione in immaginari dialoghi a distanza mentre i volti reali della gente scompaiono frantumati dall’assenza. L’auto censura, ancora più ingiustificabile coinvolge i mezzi di comunicazione, i cittadini comuni e gli imprenditori sociali e religiosi. Assimila e colonizza l’ambito politico, educativo ed economico delle società dell’Occidente. Lo smascheramento di questa omertà è il primo passo verso la redenzione. Il secondo si chiama rivolta, ossia la conversione ai volti.

                                                                                        Mauro Armanino, Genova, agosto 019
Padre Armanino con la famiglia italiana.

venerdì 23 agosto 2019

SCUSATE L'ATTESA spettacolo teatrale Casa di Reclusione di Saluzzo




Sono Ufficialmente aperte le Iscrizioni per lo spettacolo SCUSATE L'ATTESA
 
" Per tutto c’è un tempo: un tempo per cercare e uno per perdere, un tempo per amare e uno per odiare, un tempo per parlare e un tempo per tacere.
In carcere il tempo è morto.
E allora non mi rimane che aspettare. "
 
Modalità di prenotazione:
compila il
modulo on-line
scrivi a
info@vocierranti.org (mail pre-compilata)
oppure chiama 
+39 380 175 83 23
+39 340 37 32 19

giovedì 22 agosto 2019

Di ciò che sta accadendo in Kashmir sappiamo troppo poco, ed è esattamente ciò che voleva il governo indiano

Dal 5 agosto ogni giorno gli abitanti del Kashmir protestano contro la revoca dello status speciale, ma per colpa dell'isolamento imposto a più di 12,5 milioni di persone non sappiamo quasi nulla di quello che succede


https://www.elle.com/it/magazine/a28756090/kashmir-cosa-succede-news/
Molti musulmani del Kashmir temono, ed è un po' il segreto di pulcinella, che Nuova Delhi voglia cambiare la demografia della regione, trasformandola da islamica ad indù, e il metodo sarà banalmente trasferire lì, che piaccia a entrambe le parti o meno, un'abbondante fetta di popolazione di fede induista. Una sorta di Risiko giocato sulla pelle delle persone, per un disegno politico che pare voler rendere l'India uno stato religioso indù, proprio come il contendente del Kashmir, quel Pakistan che da sempre lo vorrebbe tutto per sé, è uno Stato islamico. Nel 2020, ebbene sì, i capi di stato si dannano l'anima per imporre la dottrina religiosa alla loro popolazione, ma c'è forse da stupirsi, quando negli USA uno Stato decide, sempre in base a precetti dogmatici, di rendere illegale l'aborto? Sta di fatto che il piano di Nuova Dehli è palese agli occhi dei kashmiri: "Presto inizieranno a stabilirsi non musulmani nel Kashmir" - ha detto sempre a The Atlantic Muzamil Bashir, uno studente universitario di 23 anni, nel centro di Srinagar- " e non avremo altra scelta che accettarlo e non possiamo neanche opporci. Ora siamo schiavi".
Gowhar Nazir, 28 anni, docente all'Università del Kashmir, ha affermato che prova un senso di tradimento: "Siamo stati traditi dal governo indiano, è una macchia sull'India democratica e il giorno più nero per India e Kashmir". Pochi giorni prima della decisione dell'India di revocare lo status speciale, il governo aveva, inoltre, ordinato a tutti i turisti e i pellegrini del Kashmir di lasciare lo Stato, parlando di un'imminente minaccia alla sicurezza. I leader politici del Kashmir sono stati portati dalle loro case in un centro di detenzione temporanea, dove rimangono in isolamento. Il blackout della comunicazione ha aggravato la frustrazione e la rabbia e il senso di impotenza e ingiustizia. Ahmad, uomo d'affari, racconta che è tutto fermo; non c'è contatto con familiari o amici e non c'è modo di chiedere aiuto, e che la crisi ha colpito l'economia già fragile del Kashmir. Il turismo, la linfa vitale della regione, è a un punto morto."Hanno costretto i turisti ad andarsene, quindi come possono funzionare i nostri affari?". Ma oltre all'economia, c'è altro, e pure più grave, come racconta Wired Italia, riportando la testimonianza di Gurshabad Grover, funzionario del Center for Internet and Society di Bangalore: "Le reti per le telecomunicazioni sono infrastrutture critiche e stavolta [il loro blocco] ha avuto un impatto decisivo sul funzionamento del Kashmir: alcuni report indicano che le linee di comunicazione non sono accessibili neanche per ospedali e cliniche: il risultato è che il personale si sta arrangiando non si sa bene come e con quali risorse per soddisfare le esigenze sanitarie”. Insomma, tutto molto violento, tutto molto grave, e perfettamente riassunto da un'altra preziosa testimonianza raccolta dalla rivista statunitense: "Il blocco delle comunicazioni ci ha spinti all'età della pietra", ha detto Areeb Ashraf, 26 anni, ingegnere civile - "Uno dei miei zii è stato ricoverato in ospedale, ma la sua famiglia non sa in quale struttura si trova. Qualunque cosa stia accadendo in Kashmir in questo momento è straziante. Questo non dovrebbe succedere da nessuna parte, questo non è il modo di creare, dovesse essere quella la volontà, integrazione. Se vuoi essere mio amico, devi offrire amicizia. E l'amicizia non si crea con attacchi militari e blocchi di comunicazione".

mercoledì 21 agosto 2019

COME UN ALBERO NELLA SAVANA di Padre Mauro Armanino

                                                       Come un albero nella savana
                                             Undici mesi di cattività di Pierluigi Maccalli
Il nonno teneva per mano il nipotino e indicava i poderosi alberi del viale. Raccontava che niente è più bello di un albero.
  • Guarda, guarda gli alberi come lavorano!
  • Ma che cosa fanno nonno?
  • Tengono la terra attaccata al cielo! Ed è una cosa molto difficile
Pierluigi mi aveva passato un foglio con questo racconto sugli alberi dopo una mia catechesi sulla famiglia, paragonata ad un albero, nella sua comunità di Bomoanga nel Niger. Amiamo entrambi, da sempre, i simboli. E Gigi di simboli ne usava spesso nelle sue omelie e nelle sessioni di formazione, tanto in Italia durante i suoi soggiorni, che nel Niger. Nella ‘sua’ basilica dedicata allo Spirito tutto era simbolico. Dalla porta d’ingresso alle finestre per finire col granaio e l’altare, nient’altro che simboli da scoprire e celebrare. Adesso l’albero è lui.
Un albero che, come dice il racconto che mi ha passato quasi con pudore per ringraziare, tiene la terra attaccata al cielo. Mai come adesso, radicato nella sabbia della savana da anni e in particolare dopo il suo assurdo rapimento, è un albero che fa di tutto per tenere la terra, questa stolta e drammatica terra del Sahel, attaccata al cielo. 
Li chiamiamo rami in alto e radici in basso. Sono la stessa cosa. Le radici si aprono la strada nel terreno e allo stesso modo i rami si aprono una strada nel cielo. In entrambi i casi è un duro lavoro!
Questo Gigi lo sa e lo vive come mai prima. Ben radicato nel terreno sabbioso del suo popolo e coi rami, le sue braccia sempre aperte, all’incontro con le speranze e le sofferenze dei poveri. Sa bene che molto dipende da lui e da altri che, come lui, hanno solide radici e rami per tenere insieme i pezzi di questo mondo frammentato. Il ‘cielo’ in genere si dimentica o lo si usa solo quando serve come sfondo per i panorami ‘religiosi’ o come giustificazione delle iniquità. Nella sua cattività Gigi sta facendo proprio questo, resiste alla tentazione di lasciar perdere la lotta e abbassare le braccia. Non lo farà perché non è solo.
  • Ma nonno, è più difficile penetrare nel terreno che nel cielo!
  • Eh no, bimbo mio. Se fosse così i rami sarebbero belli dritti.
Guarda invece come sono contorti e deformati dallo sforzo. Cercano e faticano. Fanno tentativi tormentosi più delle radici.
Nella chiesa del centro storico genovese di Santa Maria di Castello c’è un Cristo posto in croce e quasi seduto tra due rami che si divaricano. C’è l’usanza di mettervi attorno le foglie per il periodo pasquale, come segno di vita, una vita che nasce come un germoglio dalla croce. E’ questo il primo albero che continua a tenere attaccate terra e cielo. Proprio quello che Gigi sta facendo da undici mesi in modo unico e non è il solo a praticarlo. E’ una fatica condivisa da altri nel Sahel e altrove dove si tendono le braccia e le mani.
  • Ma chi è che fa fare tutta questa faticaccia?
  • E’ il vento. Il vento vorrebbe separare il cielo dalla terra
Ma gli alberi tendono duro. Per ora stanno vincendo loro.

                                                                                               Mauro Armanino, Genova, 17 agosto 2019