domenica 25 agosto 2019

sabato 24 agosto 2019

LE (AUTO)CENSURE DELL'OCCIDENTE DISTRATTO di Padre Mauro Armaino


                                             Le (auto) censure dell’Occidente distratto

Lo riconosco, un mese in patria non è molto. Appena 30 giorni in un calendario che dipende dalle circostanze e dall’attesa del visto per il ritorno nel Niger, scaduto ancora prima di partire per inavvertenza.  Del Sahel e del Niger, almeno finora, nessuna traccia in televisione, nei giornali e nei discorsi. Abbiamo smesso di esistere entrambi e con noi la sabbia e i morti quotidiani ad opera degli imprenditori della guerra e i bambini dei poveri che hanno, ormai da tempo, smesso di andare a scuola. Gli insegnanti minacciati perché considerati fiancheggiatori dell’Occidente che soprattutto con la scuola ne perpetua il colonialismo culturale e politico. Malgrado la vicenda delle navi coi migranti salvati dalle acque libiche in attesa di attraccare a Lampedusa quanto accade a monte, anzi nel deserto, è stato cancellato. Le (auto) censure sono le più pericolose e, come avvenuto anche in altre epoche, potrebbero condurre ad ulteriori derive un continente che fatica ad assumere le conseguenze dei principi che propone e spesso impone agli altri.

L’insostenibile censura di quanto costituisce la realtà, che è sempre processo da interpretare, voluto o inatteso, di scelte operate nella contingenza del tempo. Non si dice più nulla dei migranti cancellati dai radar prima che raggiungano, a migliaia, i campi di detenzione in Libia. Si è dimenticato, colpevolmente, che adesso le frontiere europee sono scese anche da Agadez nel Niger, verso la costa atlantica. La gente del posto non è più libera né di restare né di partire. Quanti, a proprio rischio e pericolo, cercano ancora di partire, sono intruppati nei campi di ‘accoglienza detenuta’ gestiti dall’OIM. Quest’ultimo, delle Migrazioni Internazionali, ha fatto la propria Organizzazione e cioè il business in nome dell’Occidente che lo finanzia. Che i migranti siano ormai dei criminali da fingere di fermare alle frontiere è fatto conosciuto ed accettato da quelli che contano. Delle politiche Europee che da decenni e in particolare, per quanto riguarda il Sahel, dal 2015, incontro intercontinentale della Vallette, non ci sono più tracce. Eppure è in conseguenza di tali politiche che poi appaiono le navi salvatrici di persone che l’Occidente condanna e poi spinge al naufragio.

La gente non è libera di partire né libera di restare perché lo smantellamento delle economie locali e la rapina sistematica e coerente delle risorse impedisce o rende almeno problematico il restare. Dalla pesca sulla costa ai minerali, per passare all’agricoltura, il sistema di spogliazione globale continua ad infierire nello spazio saheliano. Ciò accade con la complicità delle élites locali, da tempo acquistate dal sistema e membri subalterni delle classi dominanti internazionali. Ottenere visti e permessi di soggiorno è una missione ritenuta dai più impossibile e la sola via che rimane da percorrere per farsi accettare come nuovi schiavi dell’Occidente è il cammino nel deserto o altre rotte impossibili che durano anni. Queste cose non si dicono più a causa di questa censura che, come una coltre di fumo, impedisce di cogliere la storia e si limita alla cronaca da manipolare secondo gli interessi dominanti. Si censura il ‘politico’ come ambito privilegiato di costruzione sociale comune e ci si ribatte sulla gestione amministrativa e romanzata della politica.

La censura intesa come complice occultamento del reale porta come conseguenza l’insopportabile tradimento dei poveri. Essa comincia dagli occhi, asserviti alle mercanzie e le pubblicità dominanti e coinvolge allo stesso tempo le orecchie, preda dei cellulari, che ne ritmano l’ascolto. Si cammina guardando lo schermo e ascoltando e parlando in continuazione in immaginari dialoghi a distanza mentre i volti reali della gente scompaiono frantumati dall’assenza. L’auto censura, ancora più ingiustificabile coinvolge i mezzi di comunicazione, i cittadini comuni e gli imprenditori sociali e religiosi. Assimila e colonizza l’ambito politico, educativo ed economico delle società dell’Occidente. Lo smascheramento di questa omertà è il primo passo verso la redenzione. Il secondo si chiama rivolta, ossia la conversione ai volti.

                                                                                        Mauro Armanino, Genova, agosto 019
Padre Armanino con la famiglia italiana.

venerdì 23 agosto 2019

SCUSATE L'ATTESA spettacolo teatrale Casa di Reclusione di Saluzzo




Sono Ufficialmente aperte le Iscrizioni per lo spettacolo SCUSATE L'ATTESA
 
" Per tutto c’è un tempo: un tempo per cercare e uno per perdere, un tempo per amare e uno per odiare, un tempo per parlare e un tempo per tacere.
In carcere il tempo è morto.
E allora non mi rimane che aspettare. "
 
Modalità di prenotazione:
compila il
modulo on-line
scrivi a
info@vocierranti.org (mail pre-compilata)
oppure chiama 
+39 380 175 83 23
+39 340 37 32 19

giovedì 22 agosto 2019

Di ciò che sta accadendo in Kashmir sappiamo troppo poco, ed è esattamente ciò che voleva il governo indiano

Dal 5 agosto ogni giorno gli abitanti del Kashmir protestano contro la revoca dello status speciale, ma per colpa dell'isolamento imposto a più di 12,5 milioni di persone non sappiamo quasi nulla di quello che succede


https://www.elle.com/it/magazine/a28756090/kashmir-cosa-succede-news/
Molti musulmani del Kashmir temono, ed è un po' il segreto di pulcinella, che Nuova Delhi voglia cambiare la demografia della regione, trasformandola da islamica ad indù, e il metodo sarà banalmente trasferire lì, che piaccia a entrambe le parti o meno, un'abbondante fetta di popolazione di fede induista. Una sorta di Risiko giocato sulla pelle delle persone, per un disegno politico che pare voler rendere l'India uno stato religioso indù, proprio come il contendente del Kashmir, quel Pakistan che da sempre lo vorrebbe tutto per sé, è uno Stato islamico. Nel 2020, ebbene sì, i capi di stato si dannano l'anima per imporre la dottrina religiosa alla loro popolazione, ma c'è forse da stupirsi, quando negli USA uno Stato decide, sempre in base a precetti dogmatici, di rendere illegale l'aborto? Sta di fatto che il piano di Nuova Dehli è palese agli occhi dei kashmiri: "Presto inizieranno a stabilirsi non musulmani nel Kashmir" - ha detto sempre a The Atlantic Muzamil Bashir, uno studente universitario di 23 anni, nel centro di Srinagar- " e non avremo altra scelta che accettarlo e non possiamo neanche opporci. Ora siamo schiavi".
Gowhar Nazir, 28 anni, docente all'Università del Kashmir, ha affermato che prova un senso di tradimento: "Siamo stati traditi dal governo indiano, è una macchia sull'India democratica e il giorno più nero per India e Kashmir". Pochi giorni prima della decisione dell'India di revocare lo status speciale, il governo aveva, inoltre, ordinato a tutti i turisti e i pellegrini del Kashmir di lasciare lo Stato, parlando di un'imminente minaccia alla sicurezza. I leader politici del Kashmir sono stati portati dalle loro case in un centro di detenzione temporanea, dove rimangono in isolamento. Il blackout della comunicazione ha aggravato la frustrazione e la rabbia e il senso di impotenza e ingiustizia. Ahmad, uomo d'affari, racconta che è tutto fermo; non c'è contatto con familiari o amici e non c'è modo di chiedere aiuto, e che la crisi ha colpito l'economia già fragile del Kashmir. Il turismo, la linfa vitale della regione, è a un punto morto."Hanno costretto i turisti ad andarsene, quindi come possono funzionare i nostri affari?". Ma oltre all'economia, c'è altro, e pure più grave, come racconta Wired Italia, riportando la testimonianza di Gurshabad Grover, funzionario del Center for Internet and Society di Bangalore: "Le reti per le telecomunicazioni sono infrastrutture critiche e stavolta [il loro blocco] ha avuto un impatto decisivo sul funzionamento del Kashmir: alcuni report indicano che le linee di comunicazione non sono accessibili neanche per ospedali e cliniche: il risultato è che il personale si sta arrangiando non si sa bene come e con quali risorse per soddisfare le esigenze sanitarie”. Insomma, tutto molto violento, tutto molto grave, e perfettamente riassunto da un'altra preziosa testimonianza raccolta dalla rivista statunitense: "Il blocco delle comunicazioni ci ha spinti all'età della pietra", ha detto Areeb Ashraf, 26 anni, ingegnere civile - "Uno dei miei zii è stato ricoverato in ospedale, ma la sua famiglia non sa in quale struttura si trova. Qualunque cosa stia accadendo in Kashmir in questo momento è straziante. Questo non dovrebbe succedere da nessuna parte, questo non è il modo di creare, dovesse essere quella la volontà, integrazione. Se vuoi essere mio amico, devi offrire amicizia. E l'amicizia non si crea con attacchi militari e blocchi di comunicazione".

mercoledì 21 agosto 2019

COME UN ALBERO NELLA SAVANA di Padre Mauro Armanino

                                                       Come un albero nella savana
                                             Undici mesi di cattività di Pierluigi Maccalli
Il nonno teneva per mano il nipotino e indicava i poderosi alberi del viale. Raccontava che niente è più bello di un albero.
  • Guarda, guarda gli alberi come lavorano!
  • Ma che cosa fanno nonno?
  • Tengono la terra attaccata al cielo! Ed è una cosa molto difficile
Pierluigi mi aveva passato un foglio con questo racconto sugli alberi dopo una mia catechesi sulla famiglia, paragonata ad un albero, nella sua comunità di Bomoanga nel Niger. Amiamo entrambi, da sempre, i simboli. E Gigi di simboli ne usava spesso nelle sue omelie e nelle sessioni di formazione, tanto in Italia durante i suoi soggiorni, che nel Niger. Nella ‘sua’ basilica dedicata allo Spirito tutto era simbolico. Dalla porta d’ingresso alle finestre per finire col granaio e l’altare, nient’altro che simboli da scoprire e celebrare. Adesso l’albero è lui.
Un albero che, come dice il racconto che mi ha passato quasi con pudore per ringraziare, tiene la terra attaccata al cielo. Mai come adesso, radicato nella sabbia della savana da anni e in particolare dopo il suo assurdo rapimento, è un albero che fa di tutto per tenere la terra, questa stolta e drammatica terra del Sahel, attaccata al cielo. 
Li chiamiamo rami in alto e radici in basso. Sono la stessa cosa. Le radici si aprono la strada nel terreno e allo stesso modo i rami si aprono una strada nel cielo. In entrambi i casi è un duro lavoro!
Questo Gigi lo sa e lo vive come mai prima. Ben radicato nel terreno sabbioso del suo popolo e coi rami, le sue braccia sempre aperte, all’incontro con le speranze e le sofferenze dei poveri. Sa bene che molto dipende da lui e da altri che, come lui, hanno solide radici e rami per tenere insieme i pezzi di questo mondo frammentato. Il ‘cielo’ in genere si dimentica o lo si usa solo quando serve come sfondo per i panorami ‘religiosi’ o come giustificazione delle iniquità. Nella sua cattività Gigi sta facendo proprio questo, resiste alla tentazione di lasciar perdere la lotta e abbassare le braccia. Non lo farà perché non è solo.
  • Ma nonno, è più difficile penetrare nel terreno che nel cielo!
  • Eh no, bimbo mio. Se fosse così i rami sarebbero belli dritti.
Guarda invece come sono contorti e deformati dallo sforzo. Cercano e faticano. Fanno tentativi tormentosi più delle radici.
Nella chiesa del centro storico genovese di Santa Maria di Castello c’è un Cristo posto in croce e quasi seduto tra due rami che si divaricano. C’è l’usanza di mettervi attorno le foglie per il periodo pasquale, come segno di vita, una vita che nasce come un germoglio dalla croce. E’ questo il primo albero che continua a tenere attaccate terra e cielo. Proprio quello che Gigi sta facendo da undici mesi in modo unico e non è il solo a praticarlo. E’ una fatica condivisa da altri nel Sahel e altrove dove si tendono le braccia e le mani.
  • Ma chi è che fa fare tutta questa faticaccia?
  • E’ il vento. Il vento vorrebbe separare il cielo dalla terra
Ma gli alberi tendono duro. Per ora stanno vincendo loro.

                                                                                               Mauro Armanino, Genova, 17 agosto 2019

martedì 20 agosto 2019

Intervista di Alessia Mocci a Cristina Zaltieri: vi presentiamo Spinoza e la storia



Nietzsche coglie cinque motivi di consonanza tra il suo pensiero e quello del pensatore olandese: entrambi combattono l’illusione del libero arbitrio, confutano il finalismo di matrice aristotelica, distruggono la concezione di un ordine morale inerente al mondo, mostrano l’interesse come motore di ogni umano agire, negano il male ontologico, insito nelle cose stesse.” – Cristina Zaltieri

“Spinoza e la storia” edito nel maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore è un saggio critico sul filosofo olandese Baruch Spinoza (Amsterdam, 24 novembre 1632 – L'Aia, 21 febbraio 1677) comprendente una ricca selezione di saggi curati da Cristina Zaltieri e Nicola Marcucci, pubblicato nella collana “Il corpo della filosofia”.

Il saggio si apre con l’introduzione “Spinoza. Come pensare altrimenti la storia” di Cristina Zaltieri nella quale sono illustrate le quattro parti che compongono l’ambizioso e ben riuscito progetto corale di nuova rilettura del filosofo olandese seguendo la moderna attenzione riservatagli dai filosofi Gilles Deleuze e François Zourabichvili.

La prima parte, “Alle radici di una storia spinoziana”, inizia con il saggio di Chiara Bottici e Miguel de Beistegui, seguono il saggio di Patrizia Pozzi, il saggio di Francesco Toto, con chiusura di Nicola Marcucci.

La seconda parte, “Una solitudine condivisa. Tra precursori e seguaci”, prende avvio con il saggio di Augusto Illuminati, seguono il saggio di Guillermo Sibilia, il saggio di Riccardo Caporali, con chiusura di Cristina Zaltieri.

La terza parte, “Contro la lettura astorica”, vede come primo saggio “Spinoza e la storia” di Vittorio Morfino, seguono il saggio di Thomas Hippler; il saggio di Andrea Cavazzini, con chiusura di Homero Santiago.

La quarta parte, “Spinoza oltremoderno”, si apre con il saggio di Ezequiel Ipar, seguono il saggio di Manfred Walther, il saggio di Maria de Gainza, con chiusura di Stefano Visentin.

Cristina Zaltieri è docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Frabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia”. Precedentemente altri suoi lavori filosofici sono stati pubblicati per gli editori Guerini e Mimesis.

A.M.: Ciao Cristina ci siamo conosciute grazie alle pubblicazioni che hai curato sul filosofo francese di origini georgiane François Zourabichvili che si dedicò interamente alla comprensione al commento dell’opera di Baruch Spinoza e Gilles Deleuze. Oggi non ci discosteremo molto dall’argomento, infatti la nostra chiacchierata verterà sulla nuova pubblicazione che hai curato con Nicola Marcucci, “Spinoza e la storia”. Come nasce l’idea di questa raccolta di saggi su Baruch Spinoza?

Cristina Zaltieri: Nel giugno 2013 alcuni studiosi italiani di Spinoza, Raffaella Colombo, Vittorio Morfino, Gianfranco Mormino e Nicola Marcucci convocarono a Milano per un convegno di tre giorni esperti di studi spinoziani da ogni parte del mondo al fine di considerare il complesso rapporto che il pensiero di Spinoza intrattiene con la storia, al di là di un secolare interdetto che nelle interpretazioni tradizionali gravava su tale rapporto. Ne emerse un panorama di studi e di letture variegato e davvero cospicuo che subito si mostrò meritevole di pubblicazione in quanto il tema risultava nella letteratura spinoziana pressoché inesplorato. Ma per alterne vicende, in primo luogo legate al finanziamento della pubblicazione, l’impresa si bloccò fino a quando, nello scorso anno, Silvano Negretto mostrò interesse al testo per la sua collana di filosofia “Il corpo della filosofia”. Nicola Marcucci ed io, che avevo partecipato come relatrice al convegno, ci facemmo carico ben volentieri del lavoro di curatela della pubblicazione.

A.M.: Quali sono − nella diversità dei punti di vista evidenziati nei diversi saggi − i temi e concetti chiave per i quali Spinoza può dirsi interessato al movimento e alle trasformazioni della storia?

Cristina Zaltieri: Spinoza nella sua breve vita ha elaborato una filosofia che ha il proprio cuore pulsante in un progetto di liberazione etico-politica, progetto ben testimoniato dall’Etica e dai due Trattati. Emancipazione, democrazia, libertà, formazione, sono tutti temi che riecheggiano nelle pagine di Spinoza e la storia e che ogni studioso di Spinoza sa essere cari al nostro filosofo. Di certo un interesse per la storia traspare lungo il Trattato teologico-politico ed è presente pure nel Trattato politico; ciò spiega come la gran parte dei saggi raccolti in Spinoza e la storia si riferiscano ai due testi in questione. Nel primo testo Spinoza mostra una profonda conoscenza dei costumi e delle vicende della storia ebraica biblica che fa valere in senso critico nei confronti di una lettura astorica della Bibbia. Nel Trattato politico la disamina dei tre modelli statuali, monarchico, aristocratico e democratico (quest’ultimo purtroppo non affrontato da Spinoza che muore lasciano incompiuto il testo) è arricchita da continui exempla tratti dalla storia delle comunità umane – dei romani, degli aragonesi, degli inglesi, ecc. − ben conosciuta da Spinoza. 

Ora, un progetto emancipativo richiede un confronto con la storia come luogo del divenire umano. Si tratta di capire quali caratteri assuma l’indubbia attenzione di Spinoza per il divenire umano. È questo il tema centrale del testo, declinato in molteplici forme dai vari autori. Ad esempio, Manfred Walther considera la distanza (e anche i punti in comune) tra la concezione spinoziana, che non ammette l’emergere dell’assolutamente nuovo, e la lettura evolutiva. Homero Santiago legge nel more geometrico non l’antitesi ad ogni divenire (come spesso si è detto), bensì la possibilità di dar conto delle trasformazioni nel senso di un’esplicazione di ciò che ogni ente inviluppa in sé, proprio come ogni figura geometrica implica in sé molteplici proprietà. Mariana de Gainza legge in Spinoza una lettura della storia che l’autrice chiama “prospettivismo critico” e che è antidoto ad ogni costruzione di una storia universale.

A.M.: Quali sono, secondo te, le fasi storiche fondamentali (e relativi autori più significativi) nelle quali si svolgono e via via mutano le interpretazioni della filosofia complessiva di Spinoza?

Cristina Zaltieri: Quando Spinoza muore, nel 1677, non ha adepti né lettori, al di fuori della cerchia ristretta dei suoi amici; è in odore di ateismo e per un secolo sarà pressoché dimenticato (se si escludono rari commentatori come Pierre Bayle) fino a quando nel 1785 il filosofo tedesco Jacobi rende pubblica una sua conversazione con il grande letterato illuminista Lessing in cui quest’ultimo dichiarava di sentirsi in piena consonanza con il pensiero di Spinoza. Lessing asseriva che le tradizionali forme di religione non gli dicevano più niente, egli riposava ormai su un unico pensiero: en Kai pan, ossia “tutto è uno”. Ne emerse un dibattito che coinvolse i maggiori pensatori del momento e che servì per riportare all’attenzione di tutti il pensiero dell’eretico Spinoza anche se molti dei lettori del tempo, tra cui Kant, stigmatizzarono in Spinoza un razionalismo esaltato, fanatico, privo di alcuna misura e limite, che pretende di spiegare ogni verità metafisica. Le letture idealiste che ne seguirono, quella di Hegel, in primis, se da un lato riconoscevano al pensiero di Spinoza una grandezza indiscussa, dall’altro lo inchiodavano a pensiero della sostanza immota, dove il finito e il molteplice, in quanto effimera apparenza, si inabissano.

Bisogna giungere agli anni sessanta del Novecento per assistere, in terra francese, a un radicale cambiamento di paradigma nella lettura di Spinoza. Ne è esponente significativo Gilles Deleuze che nelle sue ricerche dedicate a Spinoza, Spinoza et le problem dell’expression (1968) e Spinoza. Philosophie pratique (1981) fa di Spinoza il filosofo della radicale immanenza valorizzando temi quali quello del desiderio, del corpo, della filosofia come cammino di liberazione. Negli anni settanta Althusser e i suoi discepoli, Etienne Balibar e Pierre Macherey, leggono in Spinoza un filosofo rigorosamente materialista, una sorta di precorritore, nella considerazione dell’ideologia, del pensiero di Marx. Ad Althusser dobbiamo la lettura di uno Spinoza portatore di una storia “altra”, una storia policronica e evenemenziale.

Da allora ai giorni nostri Spinoza è sempre più studiato, in tutte le parti del mondo, come dimostra la varietà di provenienza degli studiosi ospitati in Spinoza e la storia. La popolarità di Spinoza ha reso paradossalmente questo filosofo − così difficile e arduo da comprendere − una sorta di esponente della pop-filosofia, citato persino da Vasco Rossi prima di un suo concerto qualche anno fa. Questa popolarità di Spinoza dà ragione a Deleuze che, mentre lo definiva “il principe dei filosofi”, lo chiamava anche il “filosofo dei non filosofi” perché il suo pensiero rende possibile una sorta di approccio “affettivo”, selvaggio, ai suoi concetti.

A.M.: Perché le interpretazioni raccolte sul saggio “Spinoza e la storia” sono differenti da quelle tradizionali?

Cristina Zaltieri: Spinoza, accompagnato in vita come dopo la morte, dall’aura negativa del pensatore che fu maledetto dalla sua stessa comunità di appartenenza, esecrato da tutte le chiese, isolato dalla cultura ufficiale del suo tempo, ritornò ad essere oggetto di attenzione, anzi di una vera e propria Spinoza Renaissance, nel contesto del Romanticismo tedesco. Ora, sia i detrattori sia gli entusiasti adepti del filosofo dell’Etica, lo lessero, in quel contesto, come colui che considerava la totalità del reale, incarnata nella Sostanza infinita, come immobile, dunque senza storia, abbandonando il divenire dei singoli modi, uomini, esseri animati o cose, alla conoscenza immaginativa. Questa è una lettura di Spinoza che è durata più di due secoli e che ha inibito una ricerca in direzione dei possibili apporti della filosofia di Spinoza per pensare la storia.

Nei saggi raccolti in Spinoza e la storia si va oltre la tradizionale accusa volta a Spinoza di un rifiuto della storia e si assume ciò che il testo stesso di Spinoza, in particolare i due Trattati, chiaramente esprime: un interesse per la storia, considerando le peculiarità della storia pensata à la Spinoza. Ne emerge una storia in cui costantemente è al lavoro l’imprevedibilità del desiderio che sfugge a ogni incanalamento (Bottici – de Beistegui). Una storia che assume dal toledot, storia generativa ebraica, caratteri singolari e carnali, legati al passaggio madre/figlio, senza possibilità di uno sguardo universale e oggettivo, quale la storia dominante nella cultura platonico-cristiana – di ispirazione erodotea – esige (Pozzi). Una storia in cui non è agente un soggetto libero e autodeterminantesi ma un automaton, ossia un soggetto sociale che si esprime in pratiche determinate (Toto). Si deve considerare che alla base della concezione spinoziana del tempo, sta la lettura epicureo-lucreziana che lo vede come una pluralità di ritmi, una policronia (Illuminati), restando il tempo privo di valenza ontologica, mero ausilio dell’immaginazione, mentre è la durata, sempre singolare, del modo finito che ogni ente è, a scaturire dalla potenza della sostanza, ad avere quindi una realtà ontologica (Sibilia).

A.M.: “Nietzsche e Spinoza contro la moderna formazione dell’umano” è il titolo del tuo contributo che chiude la seconda parte del saggio. Cito dal testo: “Sia Spinoza sia Nietzsche rifiutano di considerare degni di valore concetti quali quelli di «perfezione» o «imperfezione», «ordine» o «disordine» attribuiti agli enti, poiché entrambi vi leggono il segno di una riduzione delle cose alla misura dell’uomo, al criterio del proprio utile.” Quali sono in breve gli elementi di fondo che si ritrovano nei due filosofi?

Cristina Zaltieri: Nietzsche incontra Spinoza almeno dieci anni dopo i suoi esordi filosofici, come testimonia la famosa lettera a Franz Overbeck del 31 luglio del 1881. Ne rimane estasiato, finalmente non si sente più totalmente isolato, si sente legato a Spinoza in una solitudine a due, come egli stesso racconta. Nietzsche coglie cinque motivi di consonanza tra il suo pensiero e quello del pensatore olandese: entrambi combattono l’illusione del libero arbitrio, confutano il finalismo di matrice aristotelica, distruggono la concezione di un ordine morale inerente al mondo, mostrano l’interesse come motore di ogni umano agire, negano il male ontologico, insito nelle cose stesse.  Si potrebbe dire che Nietzsche legge in Spinoza un suo antecedente in quanto maestro del sospetto, impegnato a distruggere i falsi idoli della nostra tradizione di pensiero. In realtà, nella mia ricerca, intendo evidenziare che i punti di contatto sono ben più numerosi, alcuni non considerati affatto da Nietzsche che spesso condanna in Spinoza un atteggiamento ascetico, un razionalismo esangue che in realtà non c’è. D’altra parte come ha recentemente mostrato lo studioso Maurizio Scandella, Nietzsche non lesse di prima mano Spinoza ma si affidò alla lettura offerta da Kuno Fischer nella sua storia della filosofia di impostazione hegeliana. Nel mio lavoro mi interessa in primo luogo la comune lettura “energetica” della realtà: per entrambi l’essenza di ogni ente è potenza. La formazione dell’umano è letta da entrambi come pieno dispiegamento dell’essenza/potenza che definisce ognuno di noi e che richiede un percorso singolare: entrambi contrastano l’idea di una formazione dell’uomo mirante all’utile da conseguire il più velocemente possibile e fondata su modelli universali pre-costituiti. Infine entrambi vogliono combattere i moralisti, i maestri che giudicano e condannano in nome di passioni tristi (disprezzo per l’uomo, odio, risentimento…) al fine di una vita che sia davvero liberata e finalmente umana.

A.M.: Poco più avanti troviamo “[…] l’aggettivo «duplice» si presta a due letture: in primo luogo dice l’innaturale naturalità di cui l’uomo è affetto in quanto animale che crea per natura l’artificio, che contravviene alla natura modificandola. Dunque, non ha senso, per Nietzsche, il motto stoico «vivere secondo natura» poiché la vita umana è ‘innaturale’, ossia è natura che si fa sforzo, artificio, tentativo di dar forma e stile alla forza”. Che cosa ci fa pensare che l’artificio − la possibilità di intervenire sulle “cose” − non sia esso stesso dato dalla Natura essendo una nostra capacità “innata”?

Cristina Zaltieri: Hai colto perfettamente il senso di ciò che chiamo “naturale innaturalità” dell’uomo: è la nostra natura quella di essere innaturali, ossia di produrre tecnicamente continue protesi del nostro corpo, dal bastone acuminato con cui ai primordi del tempo umano il primitivo suppliva alla scarsa forza delle sue mani per uccidere l’animale, fino al computer, protesi della nostra mente, della nostra memoria. Questo carattere dell’uomo era perfettamente colto ben prima di Nietzsche, dal sofista Protagora come testimonia il mito a lui attribuito e narrato nel dialogo di Platone, il Protagora. In tale mito Epimeteo è incaricato dagli dei di distribuire i doni divini a tutti gli esseri viventi. Egli li esaurisce tutti (denti aguzzi, artigli, zampe veloci…) attribuendoli agli animali e, quando giunge all’uomo, non ha più doni da offrirgli. L’essere umano avrebbe dovuto soccombere nella lotta per la vita se non fosse intervenuto il titano amico dell’uomo, Prometeo, che ruba a Efesto il fuoco e lo dona all’uomo insieme all’entechne sophia, alla tecnica. Protagora nullifica, migliaia di anni fa, tutte le lamentazioni, ancora inutilmente presenti, sulla tecnica che snatura l’uomo. In verità la tecnica, l’artificio, anche quello educativo, è la nostra innaturale natura.



A.M.: Che cos’è la Bildung e perché “entrambi i filosofi condividono un progetto di Bildung che resta isolato nel contesto di una modernità protesa a formare nel modo meno dispendioso e più veloce individui utili e docili alle richieste dello Stato e del mercato; entrambi avvertono il pericolo della cattiva educazione che vedono in tal senso agire nelle diverse società a cui appartengono.”?

Cristina Zaltieri: Uso il termine tedesco Bildung perché è equivalente a ciò che i greci chiamavano paideia e perché è utilizzato con grande profondità teoretica da Goethe che è il vero tramite tra Spinoza e Nietzsche. Goethe era spinoziano, si potrebbe dire non per scuola, ma per natura di pensiero e Nietzsche, amandolo e facendo propria gran parte della sua riflessione, si è nutrito di pensiero spinoziano ben oltre il suo cosciente e tardivo entusiasmo per Spinoza di cui ho prima parlato. Bildung, ci spiega Goethe, è termine legato a Bild, che è forma mobile, non fissa come invece in tedesco è Gestalt. Dunque Bildung dice una formazione dell’umano che non è legato a un modello universale e stereotipato e che si addice perfettamente a ciò che intendono sia Spinoza che Nietzsche quando riflettono su tale tema. Spinoza nell’Etica si scaglia contro i cattivi maestri che invece che firmare l’animo dei discenti, frangono, distruggono la loro singolarità. Ancor oggi questo monito severo contro l’omologazione nell’educazione (che è appunto la distruzione della singolarità) deve farci pensare. Nietzsche è sconcertato, da parte sua, degli esiti nefasti che egli legge all’esordio dell’educazione di massa e che consistono nel ridurre l’uomo a moneta corrente, ossia a merce il più presto possibile pronta ad essere utilizzato nel mercato. I veri maestri non sono coloro che ci abbandonano all’istinto del gregge (presente per pigrizia, per inerzia, in ognuno di noi), ma sono coloro che ci indicano la nostra vera natura, che ci aiutano a dispiegarla appieno. Lo scopo di ogni educazione autentica è proteggere quel nucleo ineducabile che è la nostra propria singolarità. Si tratta di riflessioni che sembrano purtroppo poco o per niente frequentate dalle nostre istituzioni scolastiche.

A.M.: θαυμάζω. Thaumàzein. Nel Teeteto, Platone indica nel pathos della meraviglia il principio primo. Aristotele parte dall’idea che la meraviglia possa far stimolare alla ricerca delle cause ultime. Contrari Nietzsche e Spinoza. Ma trasportiamo questa diatriba ai nostri giorni e consideriamo quanto la psiche umana sia confusa da orari da rispettare, notizie che si accavallano ed alle quale non si riesce a trovar il tempo per creare connessione. Il mondo virtuale che ha modificato l’attività giornaliera del mondo fisico per un’esaltazione della maschera o dell’Io. In questa insicurezza del vivere è possibile che la meraviglia di veder il tramonto od il sorgere del sole senza il bisogno di scattare una fotografia da inserire su un profilo social, possa portar la capacità di interrogarsi? L’uomo riesce ancora a chiedersi: ma perché avviene? Se la meraviglia può portare nuovamente il dubbio a quel punto ci può essere l’ascesa alla pace, al bene, al silenzio?

Cristina Zaltieri: Per quanto concerne la lettura che Spinoza offre della meraviglia rimando al bel saggio di Nicola Marcucci contenuto nel libro. Ricordo solo che per Spinoza l’admiratio è il nostro atteggiamento mentale di fronte a ciò che non colleghiamo a nulla di già esperito, di fronte all’insolito, o meglio, a ciò che pensiamo, immaginiamo, lo sia. Per questo non ha valenza conoscitiva, ci fa sospendere qualsiasi connessione e relazione e ha il potere di ingigantire le passioni che accompagnano l’emergere dell’insolito. Nietzsche poi propende per concepire l’inizio del pensiero piuttosto che dal tradizionale thaumàzein, da un trauma, da una ferita che richiede il pensiero come farmaco, come rimedio. Quanto alla meraviglia che tu identifichi piuttosto con la contemplazione, con il raccoglimento, con il tempo del pensiero, mi trovi del tutto in sintonia con la tua preoccupazione: è triste e disumano che le nostre vite non trovino più modo di ospitare un po’ di vuoto, di silenzio, di tempo da perdere che poi è quello che nutre il nostro pensiero critico e la nostra creatività.

A.M.: Ci sono in programma presentazioni di “Spinoza e la storia”?

Cristina Zaltieri: La prima presentazione di Spinoza e la storia è prevista in Università degli studi di Milano lunedì 24 giugno e vedrà alcuni autori dei saggi contenuti, Vittorio Morfino, Riccardo Caporali, Stefano Visentin, i curatori del libro, Nicola Marcucci ed io, discuterne con Roberto Diodato e Giorgio Mayer Gatti sotto la presidenza di Gianfranco Mormino. Sarà una buona occasione d’incontro tra spinoziani sulla questione della storia.

A.M.: Puoi darci un’anticipazione? Stai lavorando ad un nuovo saggio?

Cristina Zaltieri: Sono impegnata nella scrittura di un testo collettaneo che, a cinquanta anni dalla pubblicazione di Differenza e ripetizione, capolavoro giovanile di Gilles Deleuze, si interroga sull’attualità dell’opera.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Cristina Zaltieri: Direi che dobbiamo concludere con Spinoza, con le ultime parole con cui egli chiude la sua Etica:

“[…] la via che ho mostrato condurre a questo [la vera tranquillità dell’animo] pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare.”

A.M.: Cristina ti ringrazio per questa interessante chiacchierata. Seguo il tuo esempio e saluto anche io con una citazione dell’Etica, dalla parte terza “Essenza ed origine delle emozioni” (Laterza, 2009): “Di quanti hanno scritto sulle emozioni e sulla maniera di vivere degli uomini, i più sembrano trattarne, non già come di cose naturali, conformi alle leggi comuni della natura, bensì come di cose estranee ad essa. Anzi, sembrano concepire l’uomo, nella natura, alla stregua d’un impero all’interno d’un altro impero; credendo che, anziché seguire l’ordine della natura, lo perturbi, poiché avrebbe un potere assoluto sulle proprie azioni, come non determinato da altro che da se stesso.

Written by Alessia Mocci

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/06/12/intervista-di-alessia-mocci-a-cristina-zaltieri-vi-presentiamo-spinoza-e-la-storia/

domenica 18 agosto 2019

RITORNANDO AD ESSERE PIETRA mostra 17-23 agosto


I MULINI SILENZIOSI da Adriano Maini about.me/adrianomaini

Adriano Maini
about.me/adrianomaini


Sono stata bene a Prelà, luogo che vedevo per la prima volta.
I mulini silenziosi nascosti dietro muri di pietra, gli archi dei ponti con le ombre e le sagome di asini carichi, che sono transitati per centinaia di anni; le pietre, tutte quelle pietre che entrano sempre in contatto con le mie emozioni più profonde.
La musica fragorosa dell’acqua che ti segue, ti affianca, ti sorpassa, ti racconta, con affanno, quasi per timore di non essere ascoltata, e allora cattura la luce e si fa catturare dagli sguardi.
Luoghi liguri eppure così diversi dai miei territori.
Non diversi, solo sconosciuti.
Lo sguardo non incontra altro che ulivi.
Roverelle, carpini, robinie sembrano stranieri, che faticano non poco per trovarsi uno spazio.
Pareti di ulivi a volte perpendicolari.
Chiese sperdute, una multitudine, come sentinelle sulle colline, quasi a controllare le valli sottostanti.
Gli abitanti come le case, come le chiese e gli ulivi, anelanti alla luce.
Una valle come un forziere che racchiude e protegge anziché pietre preziose, piccoli agglomerati attorno ad un campanile, come pecore attorno al pastore.
Ovunque guardi scopri manufatti di pietra nei luoghi più difficili da raggiungere.
Aggrappati come capre in salita, in precario equilibrio.
Sembra un desiderio infinito di raggiungere la cima per godere del sole che così difficilmente raggiunge quello che sta in basso.
Ero con Irene.
La gioia di essere immersa nel silenzio, nell’argento, nelle pietre affabulatrici, da leggere come libri, nelle sinfonie dell’acqua, ha ridato una forza che temevo perduta alle mie gambe.
Ho pensato che doveva essere difficile staccarsi da quei luoghi.
A casa invece sono stata investita, ripercorrendoli con il pensiero, da un grumo di malinconia, tristezza, un fastidio di ricordi amari, sconosciuti, ma tangibili. Da cui fuggire, altrove.
Avevo letto che la bellezza è un mondo tradito.
Che si può trovare solo dove gli uomini la hanno dimenticata.

E forse la bellezza sta nei miei occhi che sanno cercarla.

di Gridellino