sabato 27 maggio 2017

Auguri a tutti i musulmani di un benedetto Ramadan (mese di preghiera e di digiuno) da Religioni per la Pace



RAMADAN MUBARAK !

Auguriamo ad amiche ed amici musulmani un benedetto Ramadan!

L’esperienza di fede, di preghiera, di digiuno diurno e di solidarietà verso i più deboli, che caratterizza questo mese sacro per una parte così numerosa della nostra umanità, dia loro la forza di resistere al male della divisione e delle tensioni create da distorsioni mondane ed antagonistiche nell’interpretazione del Sacro Corano.

Possano al più presto ritrovare la piena concordia interna e con gli appartenenti di altre tradizioni religiose e culturali, come già in buona parte avviene da tempo.

Proprio all’inizio del Ramadan in un grande paese a maggioranza musulmana, l’Egitto, si è scatenata l’ennesima violenza da parte dei terroristi legati all’ISIS ai danni di cristiani copti in pellegrinaggio, facendo numerose vittime anche tra i bambini; una tragica strage che in qualche modo colpisce, indirettamente, anche i musulmani degni di questo nome, che vedono diffamata la loro fede da questi orribili gesti antiumani.

Invitiamo tutti ad unirsi in preghiera per le vittime della violenza terroristica ed ideologica, ma anche per la conversione del cuore di quanti sono stati induriti dalle seduzioni del potere mondano.


venerdì 26 maggio 2017

Disegno di Luigi Fiorin, Roma

Un lavoro che può solleticare gli argomenti del blog, dalla Corea del Nord a Trump, passando per la Siria, la Brexit e oltre, la plastica e il carbone.
Luigi Fiorin
www.luigifiorin.it




giovedì 25 maggio 2017

IL CONTO ALLA ROVESCIA E LA CLASSIFICA DEL NIGER di Padre Mauro Armanino

                        
E’spuntata lei, la Repubblica Centrafricana e ci ha soffiato il posto. Eravamo gli ultimi nella lista della classifica dello sviluppo umano. Il Niger è adesso al penultimo gradino della scalinata dei paesi del mondo. Occupiamo con una certa dignità il numero  187, e la RCA, ancora  in preda alle guerra civile, si trova in fondo, al numero 188. Non ci si potrebbe attendere altro da questo paese. Una cinquantina di morti tra i civili in questi ultimi giorni dagli ex ribelli della Seleka  e le armi che si vendono ai vari gruppi antagonisti perché la guerra non finisca mai. Cominciasssimo dal fondo, come sarebbe più logico fare, saremmo i primi della classe, una posizione poco invidiabile. Ci sono i paesi ad altissimo sviluppo, alto, moderato e debole. Immaginiamoci un momento di essere la noiosa Norvegia, seguita a ruota dall’Australia che deporta e abbandona i migranti nelle isole. La Svizzera che si finge neutrale  e la Germania che detta le leggi dell’economia. La Danimarca e poi Singapore e l’Olanda che giocava il calcio totale senza mai vincere nulla. Sono i primi cominciando dall’altra parte, assieme all’Irlanda,  l’Islanda, il Canada e gli Usa di Trump.

Meglio stare tra gli ultimi che arrivano prima. La speranza di vita in Niger si attesta ai 61 anni e poi dipende dal tempo. Al solito le donne hanno un paio d’anni di vita in più per occuparsi dei bambini e anche dei vecchi quando succede. La connessione NET è nel Paese sul due per cento e la popolazione urbana non arriva al venti per cento. La povertà e le disuguaglianze toccano specialmente le campagne con il deserto che avanza. Tagliamo alberi, facciamo legna e arrostiamo la carne di sera lungo le strade di Niamey. Sale il fumo che danza con sensualità nella polvere quando passano le macchine fuoristrada e i taxi numerati. Siamo intanto arrivati a 19 milioni e di questo passo raddoppieremo la popolazione tra 25 anni. Un bel problema verrebbe da dire, visto che ci sono le carestie ad eliminare i poveri. Qui siamo resistenti, ostinati  e non ci lasciamo portar via il messia che arriverà impolverato  per il viaggio tra i prossimi neonati. Ci hanno messi penultimi finchè non cominceremo il conto alla rovescia, un giorno.

Ci precedono i soliti noti dell’Africa classica dei fumetti e delle statistiche. L’Eritrea, prigione aperta che esporta giovani e coltiva la guerra per evitare la pace. La Sierra Leone che continua a fabbricare diamanti di color sangue e ne inventa uno di 706 carati. Una pietra preziosa che gli specialisti classificano tra le prime quindici più pregiate del mondo. Il Paese, invece, sprofonda al numero 180 della lista, in zona retrocessione non fosse per il Presidente che del diamante ha promesso una vendita trasparente. Nel frattempo custodisce la pietra nei forzieri della Banca Centrale del Paese. Il Mozambico in difficoltà e il Sudan del Sud che dall’indipendenza compra più armi che cibo per la popolazione allo stremo. La Guinea del minerale di ferro da esportazione, coi bambini migranti venduti in Marocco, il Burundi sull’orlo del baratro e il Burkina Faso che non riesce a completare la rivoluzione e si consola col Festival cinematografico premiando ‘Felicité, la felicità che verrà. Il Tchad che ha dilapidato il petrolio nella lotta contro il terrorismo e infine noi, nel Niger, cominciando il conto alla rovescia. Domandatelo ai migranti e vi risponderanno. Inseguono le frontiere dalla parte sbagiata e si trovano anch’essi in fondo alla lista. Producono ricchezza per gli altri e trasformano l’Agadez della storica moschea  in un circo umanitario aperto al pubblico occidentale.

Per un mondo alla rovescia basta cominciare dal fondo. Gli ultimi arrivano dal mare appunto per cambiare la classifica.


domenica 21 maggio 2017

QUALCOSA DI GEOGRAFIA di Angela Fabbri, Ferrara




Stanotte in TV, durante l’intermezzo comico della Littizzetto, ho sentito che la Geografia è sparita dalle scuole italiane.

Se ne fa proprio poca poca poca.

In un mondo che vuol chiamarsi GLOBALE.

E mi affaccio sul ricordo.

Quando, nel 1961, mio fratello Daniele (che frequentava il 1° anno del Liceo Scientifico) doveva improvvisamente fare una ricerca su 2 Paesi africani, nell’ambito del programma di Geografia previsto: PAESI  EXTRAEUROPEI.

E qui cominciò la famosa ricerca del TOGO e del DAHOMEY.

Mamma, Papà, Daniele e io fummo promossi Esploratori, almeno sulla carta.

Togo e Dahomey, non ne avevamo mai sentito parlare.

Unica traccia: Paesi Africani.

Mia madre, maestra elementare e da sempre appassionata di Geografia, fu colpita nel vivo.

 << Sono rimasta indietro! E non me ne sono accorta. 
Bruno! (è il nome di suo marito, cioè mio padre) Dobbiamo assolutamente 
aggiornarci e comprare un Atlante nuovo! Sui miei non c’è traccia di quei 2
Paesi! >>

Il Papà Bruno, divenuto ragioniere lavorando di giorno e studiando alle Scuole Serali,
che parlava perfettamente sia il dialetto ferrarese che l’italiano, ma che veniva periodicamente preso in giro dalla mamma per aver letto un solo libro “L’età preziosa” (libro di cui peraltro si disfò appena possibile regalandolo al figlio grande Daniele quando questi raggiunse l’età di 14 anni), insomma il Papà Bruno aprì la scarsella e sborsò per l’acquisto di un Nuovissimo Atlante (si capiva dal titolo che era davvero recente: Nuovissimo invece che ‘Novissimo’ come gli altri che giravano per casa) che venne scelto in formato portatile, ma spesso come un Vocabolario.

Io, che avevo 10 anni, guardavo da papà a mamma e poi al fratello Daniele, coinvolta come quarto in quell’affascinante partita di ping pong che aveva come premio la scoperta del TOGO e del DAHOMEY.

E in 4 presenziammo all’apertura del LIBRO.

La mamma sfogliò, sfogliò finché aprì la finestra sull’AFRICA. Un’Africa che davvero non avevamo mai visto. Tutta spezzettata in cento colori. Gli stati grossi non c’erano più, mentre c’erano tanti e tanti nuovi nati.

In quel frangente, 2 degli Esploratori furono lasciati a casa:

Io, che dell’Africa ricordavo solo l’Egitto e il grosso Congo Belga.

E mio padre, che andò a leggere i suoi Giornali di Economia e Finanza.

In cucina rimasero mia madre e mio fratello Daniele, occhi sgranati e maniche rimboccate, a stendere sul tavolo di marmo (al posto della sfoglia) le basi di quella ricerca su Paesi di cui, a Ferrara, nel 1961, non avevamo nemmeno sospettato l’esistenza.

E mia madre esclamò << Al lavoro! Adesso non sono più SPAESATA! >>.

Era piena di voglia d’imparare. E la mia l’ho avuta da lei.

NdA

Ai giorni nostri:

Il TOGO è ancora il TOGO.

Il DAHOMEY è diventato il BENIN.

Lo so. Ho fatto una ricerca.


(Angela Fabbri, Ferrara, notte fra 14 e 15 maggio 2017)


LA SPAL IN SERIE A di Angela Fabbri, Ferrara




Oggi, dopo quasi mezzo secolo, la SPAL è tornata in Serie A.

L’ho gridato a mio papà Bruno (classe 1917). Lui non c’è più da molto tempo, ma ci ha giocato da ragazzo (finché non si prese la polmonite) e guadagnava allora le famose 1000 lire al mese.

Sono felice. Per la mia città, per la squadra, per mio padre e anche per me che mi piaceva giocare a calcio con un pallone vero fra le zampe.

A vent’anni, durante l’università, mi scelsero per un ‘provino’ quelli della DALL’OCA, che aveva una squadra femminile.  DALL’OCA era un nome commerciale importante, ma abbinato a una squadra di donne mi suonava piuttosto beffardo.  Di peggio ci sarebbe stato solo se lo sponsor si fosse chiamato GALLINA o DELLE GALLINE…

Mi provarono in attacco. Non so con quale risultato.

Mi provarono in difesa. E qui, armata di un coraggio fuori misura, caricai la centravanti avversaria (che era appunto 2 volte me) per impedirle l’accesso alla porta.

Mi trovai scaricata alle sue spalle, lunga distesa come una rana spiaccicata per terra.

Per anni mi son chiesta come ciò aveva potuto accadere e l’ho saputo solo recentemente da un giocatore << Sai, lei si è chinata, e ti ha lasciato passare sopra con tutto il tuo slancio… >>

Fatto sta che non ne volli più sapere di strapazzare la mia preziosa testa a quel modo.

L’allenatore venne a casa a parlare con mio padre, dicendo che mi voleva in squadra, che ero brava…

Ma, prima che lo facesse entrare, dissi a mio padre di salvarmi, che non volevo più saperne di calcio e corsi a rifugiarmi in camera.

Ai giorni nostri, quando la mia testa per troppo utilizzo impazza per i fatti suoi, mi vien da pensare che forse sarebbe stato meglio se allora l’avessi messa in gioco, anche finendo più volte al giorno raso terra.


(Angela Fabbri, Ferrara notte fra 12 e 13 maggio 2017)


I più grandi complimenti alla SPAL!

sabato 20 maggio 2017

CATENE di Angela Fabbri (Ferrara)


Sento un peso sul collo.

E la testa si china sempre di più.

“ Stai mettendo altre catene… “

Sarà la cervicale.

Ma sento un giogo sul collo che mi china all’ingiù.

“ Liberati dalle tue catene, finalmente! “

Non posso. Non a quest’ora. Il mio vicino di sotto già dorme e oggi si è portato anche la sua ragazza a letto.

Immagina il fragore! Io che mi alzo dalla sedia e frullo le mie catene in giro e poi sopra la testa e le lancio via contro i muri.

E scoppio in un pianto fragoroso come i marosi del mare, ricadendo seduta, la faccia nelle mani che rìvolano delle mie lacrime di tempesta!

Perché scopro stanotte le mie catene, quelle da cui sono stata incatenata e quelle che io ho aggiunto di mia spontanea volontà!

No no. Queste cose della Bestia che ritorna Bella vanno vissute in un castello fatato, ovattato dai boschi innevati, con solo l’orchestra del vento che accompagna.

Mica in un condominio!


(Non spiego altro, ognun scelga le sue)


Angela Fabbri

(Ferrara, notte tra 1 e 2 aprile 2017)

PERSINO I RIFIUTI PRENDONO IL TRENO





 Al netto di tutta la propaganda  politica della campagna elettorale perpetua e della guerra tra i partiti, mi ha incuriosito molto la notizia  che i rifiuti romani siano trasferiti all’estero.
Non in Somalia, come si potrebbe immaginare, in qualche discarica abusiva a cielo aperto, ma in Austria e, probabilmente, pure in Germania.
Ho letto che i rifiuti prendono il treno.
Sperando che i poveri rifiuti non subiscano i “viaggi della speranza” (ben noti ai pendolari con ritardi e soppressione di convogli), ho tirato un sospiro di sollievo.
Almeno, il famoso trasporto su ferro, invece che su gomma costosa e inquinante, mai attuato in Italia, ha avuto la sua realizzazione!

Le domande che mi pongo, però, sono ancora molte. Ad esempio, come faranno i paesi più (non dico civili) avanzati e puliti di noi a farsi carico dei nostri rifiuti? È per caso la politica del buon samaritano?
Forse, no. Infatti, ogni anno, 70mila tonnellate di rifiuti di Roma vengono convertiti dalla EVN a Zwentendorf, a circa 60 chilometri da Vienna, in energia elettrica impiegata in 170mila case in Austria. Più precisamente, i rifiuti vengono bruciati e convertiti in gas che genera vapore; il vapore viene incanalato nella vicina centrale elettrica e convertito in energia.
Se pensiamo che sia assurdo spedire la spazzatura a 1000 chilometri di distanza, dobbiamo, però, capire che l’alternativa sarebbe continuare ad ammassare i rifiuti nelle discariche (già alla canna del gas, in tutti i sensi!) e produrre così emissioni di metano con un forte impatto in termini di emissioni di CO2. È evidente che sia molto meglio inviarli a impianti ad alta efficienza. 
Subito dopo, però, dobbiamo chiederci come mai noi siamo intasati dai rifiuti e gli altri paesi ne facciano, invece, uno strumento di energia e benessere.
L’Ama di Roma paga 100mila euro a convoglio e alla EVN, sempre ogni convoglio, ne frutta 100mila.
Mah!

L’Italia, che è “popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori”, come diceva qualcuno, non potrebbe, magari, divenire, almeno un pochino, popolo di ingegneri e di gente normale di buon senso?


Renata Rusca Zargar

venerdì 19 maggio 2017

da AVAAZ: perché firmare le petizioni

Cari avaaziani,

Ho una confessione assurda da fare. Ho fondato Avaaz, e non firmo molte petizioni.

Ogni volta penso “sì ok, ma che differenza fa se aggiungo anche la mia firma?”, mi sembra di poter fare cose più importanti, come far sì che le nostre petizioni arrivino con forza ai destinatari.

Ma meno male che il resto di noi non fa lo stesso ragionamento. Perché, certo, la 1.035.823esima firma non fa da sola la storia, ma quel milione di firme tutte assieme la possono fare. Quelle firme vengono da un milione di persone che sperano e che ci credono. Che vogliono fare la loro parte, non importa quanto piccola, per migliorare le cose. E senza queste scelte di ciascuno di noi, il nostro movimento semplicemente non esisterebbe.

E nella vita di tutti i giorni è uguale. Ognuno di noi può essere quello che salta la fila, che non vota, che evade le tasse, o ignora un amico in difficoltà. Ma non lo facciamo. Perché?

Perché questo è quello che siamo. Perché è la cosa giusta da fare. Perché siamo cresciuti imparando a voler bene e ad aiutare gli altri. Perché sappiamo che sarebbe un mondo molto peggiore se tutti smettessero di fare la loro parte.

Ho sempre ammirato la decenza delle persone in questo nostro movimento. Per me siete un insegnamento continuo. E riflettendo sul perché firmiamo, ho ripensato al fatto che non firmo molte petizioni. E mi impegno a firmare di più. A fare anch’io questo gesto semplice e collettivo che ci fa sentire uniti agli altri nell’avere speranza, nel prendersi cura, con quel particolare tipo di forza che è possibile solo quando siamo uniti.

Clicca qui sotto per leggere e unirti a una chat globale e multilingue sui motivi per cui ognuno di noi firma (e manda messaggi, condivide, chiama, dona, manifesta). Questi tempi richiedono da tutti noi un impegno per i bisogni della nostra comunità e del mondo -- trova ispirazione nei motivi per cui firmiamo e condividi il tuo:

Perché firmiamo

So che molti di noi sono ispirati e motivati nel vedere scorrere la lista dei nomi degli altri firmatari sulle pagine delle campagne. Lo sono anch’io. Ora ci troverete anche il mio nome.

Con gratitudine per questa comunità così bella e sorprendente,
Ricken e il team

PS: ovviamente le petizioni sono solo l'inizio delle nostre campagne -- e le campagne di Avaaz sono tra le più efficaci e strategiche al mondo, campagne che non accettano un "no" come risposta e che non mollano mai fino alla fine! Molti di noi vedono solo la petizione iniziale. La nostra pagina delle vittorie racconta come sono andate a finire tante storie iniziate con una semplice firma. 

venerdì 12 maggio 2017

Andare al cinema Considerazioni a margine del film: The circle




SAVONA. Approfittando della promozione “Cinema2day” che consente di andare al cinema il secondo mercoledì del mese pagando solo 2 euro, ho deciso ieri di trascorrervi la mia serata.

Confesso che non sono una grande appassionata di cinema, se si escludono i film storici, e che non metto piede in una sala da anni. La scelta della pellicola è stata orientata da ciò che era possibile alle ore 20 (due chance) e, quindi, ho privilegiato un soggetto, The circle, che, se non fossi stata spinta dalla casualità, non avrei mai scelto.

L’alto volume delle musiche e del parlato, lo schermo grande a cui non ero più abituata, la grafica colorata e moderna che fa apparire in primo piano i messaggi dei social, mi hanno fatto penetrare  nella vicenda. Appassionante.

Il racconto è tratto da un romanzo distopico (contrario di utopia che descrive, cioè, una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista, spesso ambientata in un futuro prossimo, nella quale le tendenze sociali sono portate a estremi apocalittici) di Dave Eggers che, ovviamente, non ho mai letto.

Forse, il film non è quello che i critici si aspettavano (ho letto pareri negativi), eppure sollecita fortemente delle riflessioni alle quali, se si è onesti, non si può sfuggire.

La società tecnologica, i social, le telecamere sempre più piccole e quasi invisibili, tolgono la privacy alle persone, le fanno vivere ogni momento su un palco virtuale con milioni di followers (escluso tre minuti per andare in bagno).

Sembra, appunto, uno scenario apocalittico.

Eppure, questo “controllo” porterebbe a eliminare stupri, violenze, terrorismo, pedofilia… Tutti, essendo super osservati, sarebbero fermati prima di delinquere. La protagonista stessa viene salvata, mentre sta per annegare nella baia, da una telecamerina che la riprende.

Oggi, viviamo in un mondo davvero orribile. Escludendo le guerre e le calamità naturali che distruggono l’umanità, avvengono molti altri fatti atroci.

Ad esempio, dal 2006 al 2016, le donne uccise in Italia sono state 1.740, di solito per mano di un ex compagno, fidanzato o marito. Non parliamo, poi, degli attentati terroristici che falciano vittime del tutto innocenti e casuali…

Forse, a qualcuno, giustamente, darebbe fastidio essere “sorvegliato”.

Ma se ciò potesse servire a salvare altre vite umane, se potesse fermare il dolore delle famiglie di chi viene stuprato, torturato, ucciso, non ne varrebbe la pena?

La protagonista afferma, tra l’altro, che, se sappiamo di essere visti, ci comportiamo meglio, e questa è una verità innegabile. Diceva, molto tempo fa, il Profeta Maometto che una metà della popolazione deve essere soggetta alle leggi per comportarsi rettamente, mentre solo una piccola parte persegue il bene comunque.

Ragionare su questi fatti, che già stanno avvenendo (senza che ne abbiamo il governo), non può farci male.

Fermo restando che, persino nel film, i “padroni” di The Circle, che vantavano tanto l’utilità della trasparenza, mantenevano se stessi e le loro attività nella privacy più stretta!



Renata Rusca Zargar