venerdì 30 novembre 2018

LE RACCOMANDATE DEGLI ALTRI di Renata Rusca Zargar


Mio marito, malauguratamente, ha un cognome straniero e abita con me in via Pietro Scotti, una via che incrocia via Bernardo Forte, a Savona. Non so se sia questa la causa scatenante, ma capita, da anni, che, qualche volta, i postini lascino nella nostra buca delle lettere la posta di persone dal cognome straniero (molto diverso dal nostro) che abitano in fondo a via Forte, ad alcune centinaia di metri.
All’inizio, ho pensato che, magari, si trattasse di qualche giovane aspirante postino che faceva uno stage o un tirocinio e mi dispiaceva che, andando a protestare, avrei potuto fargli passare un guaio o fargli rischiare, addirittura, di non essere, magari, assunto. Così la posta l’abbiamo consegnata sempre noi ai destinatari (si tratta di farsi aprire il portone da sconosciuti, spiegare come mai abbiamo noi la loro posta mentre ci guardano male. D’altra parte, l’art. 15della Costituzione recita:La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.”).
Dato che gli errori continuavano, ho messo un grande biglietto sulla mia buca delle lettere rivolgendomi ai “Gentili postini” e spiegando che siamo in via Pietro Scotti (cosa che sanno benissimo, visto che lasciano la nostra posta). Mi hanno risposto sotto anche con una battuta:”Quali postini?”, perché, forse, sono al corrente che, non essendo giovane, sono un soggetto classico da prendere in giro.
Ora è arrivato l’ennesimo avviso di una raccomandata non nostra. Mi chiedo che cura abbiano le Poste Italiane delle raccomandate.
Così, dato che mi trovavo vicino alla Posta Centrale, sono entrata e, visto  che avrei dovuto fare la coda (!!!) in qualsiasi sportello, mi sono rivolta, con l’avviso della raccomandata non mia in mano, alla prima persona della Consulenza che, in quel momento, non aveva nessun cliente.
Dunque, ho saputo che loro non possono farci niente, che io devo rivolgermi al luogo dove partono i postini, cioè piazza Aldo Moro, oppure all’ufficio postale di Corso Tardy e Benech, che è l’ufficio (lontanissimo, scomodo, senza parcheggio, con code di ore) dove la nostra zona, purtroppo, ritira le raccomandate. 
Cioè, io devo perdere tempo e fatica perché le Poste non si fanno carico di un loro errore! Devo farmene carico io, che, fino a oggi, ho pensato a quei poverini che, magari, aspettavano la posta o le raccomandate e gliele ho consegnate, invece, che buttarle a casaccio come fanno loro!
Questa è l’Italia, questi sono i lavoratori!
A tali postini e impiegati delle Poste (e anche dirigenti, se le regole sono che non si fanno carico dei loro problemi), per favore, diamogli il reddito di cittadinanza, così staranno a casa in pace senza più  fare danni.

http://www.liguria2000news.com/savona-gentili-postini.html

giovedì 29 novembre 2018

MI PRESENTO di Carla Saettone; COME TRASCORRO LA MIA GIORNATA DA CASALINGA di Letizia Monti

Ecco due lavori delle meravigliose alunne del mio corso "Leggere la letteratura classica per divertimento" a Quiliano.


MI  PRESENTO
di Carla Saettone

Sono Carla Saettone e, visto che non so che cosa scrivere perché ho tante cose in testa ma non so come metterle sulla carta, vi voglio raccontare una storia. Quando ero una ragazzina non mangiavo ed ero magrissima. Dopo tante cure ricostituenti servite a niente, i miei genitori avevano deciso di portarmi a cambiare aria. Mi hanno portato a Plodio, un paese della Valbormida, in una famiglia che aveva 3 figli e con me e mio fratello eravamo 5 bambini molto vivaci e più o meno della stessa età. Abbiamo fatto amicizia  con altri bambini delle cascine vicine che tenevano molti animali nelle stalle e  tutti i giorni portavano le mucche al pascolo. Un pomeriggio, hanno convinto anche me e mio fratello ad andare con loro a pascolare le mucche. Devo dire che è stata un’esperienza unica, non ripetibile, anche se pensandoci adesso mi viene da ridere. Quel pomeriggio vi assicuro che non ridevo affatto perché, al ritorno dal pascolo, si andava in discesa. Io ero davanti anziché dietro e tranquilla stavo scendendo di corsa dalla collina quando anche le mucche si sono messe a correre dietro di me. Vi assicuro che non è stato piacevole, mi sono presa una paura del diavolo anche se poi è finito tutto bene. Al ritorno a casa ci siamo presi un po’ di rimproveri dai nostri genitori con la promessa di non ripetere più quell’esperienza. 


COME  TRASCORRO  LA  MIA GIORNATA  DA  CASALINGA

di Letizia Monti

Il primo lavoro è fare un buon caffè che gusto molto volentieri. Dopo aver riordinato la casa, via con la borsa della spesa e, mentre sono in giro a fare spese, scambio due parole con amici e conoscenti. Al ritorno,  in cucina con pentole e pentolini per preparare un buon pranzetto sempre molto apprezzato dai miei tre mangioni (figlia, genero e nipote), specialmente da Paolo che lo dimostra sempre con un grazie e un bacio. Pomeriggio all’AUSER per una partita a carte e chiacchierare con cari amici. Finalmente giunge la sera, vado a letto con un buon libro da leggere e a poco a poco vado nel mondo dei sogni. Mi sono ricordata che da 25 anni faccio volontariato usando non pentole e pentolini, ma pentole e pentoloni. 

ITALIA di Angela Fabbri


                                         ITALIA



ITALIA, Paese di Santi, di Navigatori, di Poeti.


Italia, Paese di AVVOCATI.


L’ITALIA cantata IERI.


E quella di OGGI.


Senza MEDICI  OSPEDALIERI.


(Angela Fabbri, Ferrara 14 novembre 2018)

sabato 24 novembre 2018

da Padre Armanino, Niamey, Niger: GIORNI DI SABBIA. OSTAGGI E SCOMPARSI NEL SAHEL


                                       Giorni di sabbia. Ostaggi e scomparsi nel Sahel

Gli antichi avevano capito tutto. I giorni si misurano con la sabbia. Non c’è nulla di più naturale e consono che contare il tempo con la sabbia che scorre, come in una clessidra, dall’alto al basso. Col tempo si imparò ad usare l’acqua che, in modo più preciso, marcava le ore del giorno e della notte. La sabbia e l’acqua si assomigliano. In entrambi gli elementi la vita si nasconde e per momenti scompare alla vista dei più. Alcuni per qualche mese, altri per sempre. La sabbia del Sahel è fatta di giorni che scorrono dei quali si perde la memoria e nessun calendario ha saputo, finora, contarli.

Fanno 500, i giorni di sabbia per 39 persone, ragazze per la più parte, rapite nella regione di Diffa, nel sud-est del Niger, pure lui fatto di sabbia. Quasi tutte avevano meno di vent’anni dal giorno della sparizione, il 2 luglio del 2017. Oltre un anno senza notizie apprezzabili e con la consueta fedeltà è solo la sabbia che continua a scorrere e contare le ore e i mesi di assenza dal villaggio di Ngalewa. Per l’amico missionario Pierluigi Maccalli sono giusto due i mesi che la sabbia ha messo da parte per abitudine. Anche in questo caso non c’è che lei, la sabbia, a rimanere come testimone del tempo.

Nel Sahel abbiamo tutti la stessa sabbia che seppellisce sommersi e salvati. Non ci fa mai mancare la sua sottile e pervasiva presenza. Potremmo sparire da un momento all’altro, inghiottiti dal mare di sabbia che non si stanca di contare. Dal 7 gennaio del 2016 una signora svizzera è scomparsa a Tombouctou nel Mali e ad aprile del 2015 è un agente di sicurezza di origine rumena ad essere rapito nel nord del Burkina Faso. Un anno dopo è la volta di un medico austriaco, preso con la sua signora poi liberata, nel nord-est del Paese dove operava da diversi anni. E la sabbia rimane a guardare.

Suor Gloria, di origine colombiana, è stata presa nel sud del Mali nel mese di febbraio del 2017. Ancora nel Mali Sophie, di nazionalità francese, è stata portata via da Gao, città dove viveva dal 2000. Nel Niger è un umanitario tedesco, operatore dell’ONG Help, ad essere preso in ostaggio l’11 aprile di quest’anno nei pressi della frontiera col Mali. Invece è nel mese di settembre scorso che tre persone, di cui due straniere, sono scomparse nel Burkina Faso. Entrambe lavoravano per conto di una miniera d’oro. La sabbia conta le ore, i giorni, le settimane e financo gli anni. La vita è un miscuglio di sabbia.

Il vento e la sabbia cospirano per passare il tempo coi viventi, scomparsi, ostaggi e cittadini del Sahel. Ecco perché, in fondo, le sparizioni non ci stupiscono più di tanto. Anche i cittadini sono tra gli scomparsi del Paese. Viventi, presenti e scomparsi sono fatti della stessa sabbia che tutto livella e misura. Gli anni e i mesi sono come un giorno solo e non parliamo delle ore. Qui il tempo si misura sul presente e arrivare a domani potrebbe essere considerato un successo. Il vento, assieme alla sabbia fano in modo da sparigliare progetti, storie e parole. Pure queste ultime sono trafitte dalla sabbia.

Siamo da essa sedotti, abbandonati e infine salvati. Scomparsi da tempo nella sabbia, ostaggi della follia e del calcolo, rapiti dalla distratta e colpevole indifferenza del sistema globalizzato. Cittadini come mercanzia da scartare dopo le rituali elezioni  cofinanziate dalla comunità internazionale. Inghiottiti da sabbia e silenzio prima ancora di essere portati via a scopo di lucro e intimidazione. Nel Sahel i primi a scomparire sono i comuni cittadini, i contadini e i bambini di strada. Sono questi ultimi  che portano in giro i ciechi per mano e, a loro nome, mendicano ai crocevia. Invisibili ai più.

La sabbia da sola non farebbe nulla senza il vento. E’ lui che porta lontano ostaggi, scomparsi e giorni da contare che non passano mai. La sabbia li accarezza e li lusinga senza preoccuparsi di mantenere le promesse. Tutti i cittadini del Sahel lo sanno a menadito. Non c’è vento che non porti la sua verità e insieme la sua menzogna . Ecco perché hanno imparato a fidarsi solo della sabbia, anche per contare i giorni.

                                                                                                  Mauro Armanino, Niamey, novembre 2018

IL SEGRETO DI EVA, mostra a Genova, fino al 31-12-2018

 IL SEGRETO DI EVA 
VI tappa Genova-
Museo di Sant’Agostino
21 novembre - 31 dicembre 2018

ART Commission in collaborazione con il Festival dell’Eccellenza al Femminile e il Museo di Sant’Agostino di Genova presenta la
VI tappa del collettivo d’arte contemporanea tutto al femminile
 IL SEGRETO DI EVA.

La mostra sarà inaugurata nell’ambito del Festival dell’Eccellenza al Femminile,  mercoledì  21 novembre alle 16.30 presso i il deposito lapideo del Museo di Sant’Agostino.
La mostra curata da Virginia Monteverde e per la presentazione critica da Viana Conti,  torna a Genova dopo quasi tre anni, da gennaio 2016 a oggi è stata infatti presentata in altre città italiane : Varese, Vercelli e Siracusa e lo scorso maggio anche all’estero nella capitale greca,  Atene.

Le opere saranno allestite nel deposito del Museo di Sant’Agostino, tra marmi, sculture, resti di chiese e palazzi, testimoni di una Genova antica, ricca di storie, miti e leggende.
Ben si presta dunque questo luogo per il collettivo Il Segreto di Eva  che  con questa mostra propone una visione artistica del mito, della leggenda e del mistero attraverso la sensibilità propria dell'Immaginario femminile.
Un percorso che si dipana seguendo il filo conduttore della fantasia per esplorare le strade del dialogo fra arte e storia, per arrivare alle radici del Genius Loci che cattura e affascina la mente del visitatore.
Le artiste :  Connie Bellantonio, Isabel Consigliere , Carla Crosio, Georgia Fambris, Sabina Feroci, Lory Ginedumont,  Carla Iacono,  Pina Inferrera, Margherita Levo Rosenberg,  Odile Maro, Luisa Mazza, Virginia Monteverde, Paola Rando, Renata Soro.
Le categorie d’arte visiva in cui rientrano, o da cui sconfinano, le artiste in mostra sono la digital art, la fotografia, l’installazione concettuale, oggettuale, simbolica, gestuale, il video, la pittura, la scultura. Sono quindi rappresentate, nel contesto espositivo, la tradizione e l’innovazione, in territori in cui la tecnologia dialoga con la poesia, la dimensione onirica, filosofica, psichica, alchemica, extra e intrapersonale, performativa e scritturale. Si stabiliscono legami e continuità tra le opere delle artiste in mostra, il cui terreno comune è donna.(…) (dal testo  di Viana Conti )
La mostra sarà visitabile fino al 31 dicembre 2018.
Tacco punta tacco, intrallazione ambientale di Margherita Levo Rosenberg

Antonella Colonna Vilasi: IL RUOLO DELL'INTELLIGENCE NELLA COSTRUZIONE DELLA PACE

Cosa sarà nel futuro globalizzato e nell’era del cyberspazio dei Servizi informativi? Alcuni sostengono che la Rete sia già uno dei maggiori teatri di guerra esistenti e c’è chi parla di cyber intelligence affidandole il compito di sviluppare competenze e capacità operative in grado di raccogliere, decodificare, analizzare e disseminare i segnali provenienti della rete che potrebbero rivelarsi di una minaccia (carattere difensivo), oppure di un vantaggio tecnologico, economico o politico (offensivo) agli interessi nazionali.
Per essere davvero funzionale, in un’era d’incertezza quale quella che stiamo vivendo, l’intelligence deve essere in grado di sviluppare e sostenere una strategia per gestire la conoscenza a livello globale, poiché allo stato attuale la conoscenza e la copertura informativa costituiscono un’esigenza vitale per la sicurezza e la prosperità di qualsiasi Paese.

L’Information Revolution ha reso disponibile una grandissima quantità d’informazioni in qualsiasi settore; informazioni che, nella maggior parte dei casi, sono pubbliche e pertanto completamente a disposizione di chiunque.
Sulla base di queste constatazioni è possibile migliorare le funzionalità dei prodotti d’intelligence e risparmiare, nel contempo, miliardi di euro/dollari ogni anno, eliminando la classificazione eccessiva e la segretezza inutile.
Infatti, l’eccessivo ricorso alla segretezza ha prodotto una lievitazione dei costi su tre livelli di analisi: quello del sistema d’intelligence, quello politico e quello funzionale.
In realtà l’intelligence “segreta” non ha nessuna utilità pratica poichè limita i suoi destinatari esclusivamente ad una minima parte della classe politica e, nella migliore delle ipotesi, alle strutture militari ed alle forze dell’ordine, tagliando fuori il mondo degli affari, il mondo accademico, i settori della ricerca, i mezzi d’informazione ed anche il “comune” cittadino........

mercoledì 21 novembre 2018

POESIA DI ANASTASIA: ANIMA


Anima 

Con
Un 
Sensibile tocco 
Mi 
Sciogli 
L’anima 
Che 
Si 
Inchina 
Davanti 
Ai 
Tuoi occhi 
Un 
Amore 
Appena iniziato 
Che 
Sboccia libero 
Come 
Un 
Petalo 
Portato 
Via 
Dal vento 
Aspetto 
In silenzio 
Di 
Poterti incontrare 
Cercare 
Tuoi occhi 
Che 
Illuminano 
Il 
Mio cuore 
Quello 
Che 
Provo 
Per te 
Dolci sensazioni 
Lievi emozioni 
Mi 
Prendono l’anima 
Che 
Ha 
Preso 
Con 
Uno sguardo 
Il 
Mio cuore 
Che 
Ormai 
Ti appartiene

Anastasia

lunedì 19 novembre 2018

CAMILLA E LA FATTORIA DEL SOLE di Irene Lucia Quarta. Considerazioni e ricordi a cura di Lina D'Amato



uscaLina D'amato è una signora che segue il mio corso "Leggere la letteratura classica per divertimento" a Quiliano. Fino ad ora, non voleva scrivere nulla. Poi, ha letto questo bel libro per bambini e le sono tornati in mente i suoi ricordi. Così, ha scritto questo brano che è una  meraviglia. Io, personalmente, sono anche molto soddisfatta di me perché sono un'insegnante che è capace di stimolare la creatività degli alunni, giovani e meno giovani. GRAZIE, Lina! (Renata Rusca Zargar)

CAMILLA E LA FATTORIA DEL SOLE 
Irene Lucia Quarta, Kimerik, 2017, pagg. 72, euro 13,60
Leggendo il libro di Camilla, il mio pensiero è volato alla mia infanzia. Avevo circa 10 anni, ero molto più monella e testarda di Camilla e anch’io ho cambiato in quel periodo il mio carattere e il modo di pensare con un bello spavento! Il ricordo mi fa sentire ancora tanto a disagio, quanto ero disubbidiente! Ricordo: era l’inizio della guerra e mia mamma pensò bene di portarci al sicuro in un paesino di campagna in Piemonte dove avevamo dei parenti (Cervasca, in provincia di Cuneo). Il mio papà lavorava in Germania. Povera mamma! Con tre bambine! La più grande ero io. Abitavamo in una borgata con la zia vicina. La nostra casa era una bella camera grande al piano terra con dentro tutto, cucina e letti, ma era bella, la ricordo con piacere. Un giorno, la mamma doveva andare a fare la spesa e dovendoci lasciar sole a casa, si raccomandò a me di stare attenta alle due sorelline e giocare nell’aia, dove non c’erano pericoli. Ma io avevo già deciso cosa fare!! I contadini vicini ci davano il permesso di raccogliere le mele che cadevano, perciò, pensai bene di farne provvista e metterle sulla stufa per farle cuocere (la mamma ce le faceva sempre). Allora, io caricai la stufa di legna, sotto c’era ancora un po’ di cenere accesa (la mamma aveva già preparato il pranzo). Cominciai a soffiare per far prendere fuoco alla legna, avrei poi messo sulla piastra le mele, ma il fuoco non prendeva. Così presi dall’armadio la bottiglietta dell’alcol che sapevo… Che spavento! La vampata che uscì dalla stufa diede fuoco subito a una tenda lì vicino, e mi ritrovai con la bottiglietta accesa tra le mani. La gettai subito via ma andò a finire vicino al letto: il copriletto cominciava a bruciare. Lo spavento e le grida anche di mia sorella attirarono i vicini che, in un momento, ci salvarono dal disastro. Ma ora viene il seguito! Povera mamma! Ricordo il suo sguardo! Le sue lacrime! Le sue parole (“Perché? Perché, Lina?)! Scappai via e andai dalla zia, la pregai di tenermi con sé perché mia madre non mi voleva più. Capisco ora tutti i maneggi fatti dalla mamma e zia per farmi capire, e capii! Testarda sono rimasta, però, sono veramente cambiata, non ho mai più fatto cose storte in nessun modo, sono diventata la figlia che voleva mia madre, le ho voluto tanto bene e mi sono fatta perdonare col mio amore grande per lei e per tutta la mia famiglia.

Lina D’Amato

La memoria di Adriano: “Tra le parole e l’infinito” - Bando di concorso

La memoria di Adriano: “Tra le parole e l’infinito” - Bando di concorso: TRA LE PAROLE E L’INFINITO 19ma edizione del Premio Letterario Internazionale di Narrativa edita e inedita     Dopo l...

sabato 10 novembre 2018

IL RAZZISMO CONTRO ASIA BIBI di Renata Rusca Zargar



 Asia Bibi era una povera bracciante agricola, odiata dalle donne musulmane fanatiche del suo villaggio per essere cristiana. Un giorno, nel 2008, l'occasione, per denigrarla e umiliarla ulteriormente, nasce nel mandarla a prendere l'acqua alla fonte e, poi, di asserire che ella non potesse, in quanto cristiana, toccare il recipiente dell'acqua stessa destinato alle donne musulmane. Nella successiva lite che si scatena, Asia viene anche accusata di aver insultato il Profeta Maometto. Da questo evento, deriva l’incarcerazione (le condizioni delle prigioni pakistane le possiamo facilmente immaginare), lo stupro, la condanna a morte per blasfemia.

 Il Pakistan è un paese islamico che ha origine dalla divisione a tavolino dell'India colonizzata dagli inglesi in due parti: il Pakistan a maggioranza musulmana e l'India a maggioranza induista. Il Mahatma Gandhi, che si era battuto per tutta la vita per la liberazione dal feroce giogo inglese, non voleva questa divisione che avrebbe creato, a quel tempo, tanto spargimento di sangue (più di 5000 persone uccise prima della partizione; e più di 500000 morti tra scontri ed esodi di massa con la divisione) e, in seguito, ulteriore settarismo, persecuzioni, uccisioni. Gandhi credeva che le diverse e numerose religioni dell'India avrebbero potuto, come era successo in passato, convivere in pace. Non è andata così. I due paesi si sono separati, con trasferimenti di milioni e milioni di persone da una parte all'altra. Oggi, in Pakistan, circa l’1,58 % della popolazione è cristiano, diviso tra cattolici e protestanti. Il Pakistan, tra l’altro, ha un tasso di analfabetismo tra i più alti al mondo (alfabetizzazione 57,9%, di cui 69,5 maschile è 45,8 femminile) e una popolazione di bambini che abbandonano la scuola seconda solo alla Nigeria.

In questi anni, a fronte di ulteriori condanne della Bibi, ci sono state varie sollecitazioni internazionali da parte di Associazioni umanitarie per la liberazione della donna, oltre all’intervento del Papa e a petizioni di comuni cittadini del mondo. Un governatore e un ministro pakistani, colpevoli di aver chiesto la revisione della legge sulla blasfemia, nel frattempo, sono stati assassinati.

Infine, la Corte Suprema, il 31 ottobre 2018, ha assolto Asia Bibi e ne ha ordinato la scarcerazione.

Da quel momento, si inseguono le notizie, vere o presunte: Asia è libera, è in volo per un paese sicuro, oppure è ancora in carcere, sarà nuovamente processata, ecc. ecc.

Alla notizia della presunta liberazione, manifestanti inferociti sono scesi nelle piazze in Pakistan chiedendo, invece, la sua morte, mentre l'opposizione minaccia di far cadere il governo, ritenuto colpevole della sentenza assolutoria. È una situazione molto difficile e pericolosa.

Noi italiani guardiamo allibiti in tivù le scene di un paese tanto violento e assetato del sangue di una povera contadina cristiana. Un paese razzista, che odia una persona, accusata senza alcuna prova, se non dall'odio delle vicine, perché di religione diversa. Un paese fanatico, dove la religione viene usata, senza conoscerla e senza capirla, per scatenare odio, sofferenza, crudeltà, meglio ancora se contro una donna, inferiore per natura! Un paese che si nutre di slogan senza argomentazioni plausibili.

Noi tutti condanniamo concordemente questi atteggiamenti che ci fanno orrore, perché siamo alfabetizzati e  ci riteniamo un paese evoluto e civile.

Eppure, non passa giorno, in Italia, che qualcuno, a casaccio, non venga picchiato, insultato o peggio, gli si spari, perché nero! Non passa giorno senza che la folla si nutra di slogan senza argomentazioni e non passa giorno che non si voglia impedire alla minoranza islamica che vive in Italia, lavorando onestamente, di avere i suoi luoghi di culto. Non passa giorno che non si denigri tale religione.

Non è questo razzismo ed emarginazione ancora più grave per noi che siamo andati a scuola e abbiamo studiato?

Noi sappiamo dove ci abbia portati, in passato, il razzismo e la condanna delle altre religioni!

Eppure, le nostre libere elezioni di marzo, sono state vinte essenzialmente su due fronti: uno, il reddito di cittadinanza e l’altro, la lotta agli immigrati. Cioè, la guerra a quei poveretti che scappano, qualche volta dalle guerre, molte altre dalla fame. Oppure scappano da paesi come il Pakistan, dove i diritti umani sono carta straccia.

Tra le persone giustamente scandalizzate dalle tremende torture subite da Asia Bibi, c’è, forse, qualcuno che sostiene, allora, onestamente, che in Pakistan non c’è la guerra ma le persone non sono sicure e dovrebbero avere diritto all'asilo politico? Io non credo.

Perché è sempre facile criminalizzare gli altri senza vedere quello che facciamo noi.

domenica 4 novembre 2018

MACCHINE MORALI

NOTA DIPLOMATICA REAL GEOPOLITICS
2 novembre 2018 — Futuro — Gerente: James Hansen


Macchine morali — Ingegneri e programmatori in tutto il mondo sono impegnati in una corsa all’oro per creare auto autonome che possano girare sulle strade con il traffico umano. Sensori su sensori, computer potenti, servo-meccanismi, tutta la più avanzata tecnologia—e poi quelle maledette vetture trovano qualcuno che non dovrebbe esserci su un passaggio pedonale e lo investono. La difficoltà è che le automobili senza conducente, più di ogni altro tipo di robot, devono simulare il comportamento umano, almeno di chi guida le macchine convenzionali o comunque frequenta le strade. Il caso etico che ne nasce è noto come il “trolley problem”, il problema del tram, e si applica alla determinazione di cosa dovrebbero fare gli automi quando, in un emergenza, tocca loro decidere chi sacrificare: il pedone che sbuca, i passeggeri sul mezzo, su un altro mezzo? E, se le condizioni obbligassero assolutamente a una scelta, è meglio mettere sotto un giovane adulto, un anziano, un bambino, due suore, tre liceali? Gli umani risolvono il problema reagendo a casaccio, con la confusione e il panico. Le macchine robot possono scegliere a mente fredda, ma a far cosa? Bisogna trasferirgli i concetti di etica da chi li possiede, le persone. Ciò è il tema di un grande progetto di ricerca—The Moral Machine—del MIT-Massachusetts Institute of Technology sul comportamento etico alla guida. Ha coinvolto 2,3 milioni di persone intorno al mondo. L’indagine è consistita nell’illustrare con una sorta di videogioco 13 scenari in cui è inevitabile che ci sia una vittima—situazioni rare, ma non impossibili—obbligando i partecipanti a scegliere chi “salvare” tra giovani e vecchi, guidatori o pedoni, femmine o maschi, agiati o poveri, e così via. L’equipe del MIT ha trovato che il mondo si divide in tre macro-gruppi morali: il primo con Nord America e molti paesi europei (Italia compresa) dalla tradizione cristiana, il secondo i paesi come Giappone, Indonesia e Pakistan, con tradizioni confuciane o islamiche. Il terzo gruppo comprende paesi del Sud e Centro America, la Francia e le ex colonie francesi. Il primo gruppo, gli “occidentali”, esprime una marcata preferenza per salvare i giovani rispetto ai vecchi, mentre gli “asiatici” non distinguono per gruppi d’età. Il Sud francofono e latino-americano invece mostra una preferenza per salvare le donne rispetto agli uomini. C’entrano altri fattori. I paesi dalla forte tradizione legalitaria, Giappone e Finlandia per esempio, hanno scelto più spesso di investire chi attraversa fuori dalle strisce rispetto ad altre nazioni meno legalistiche, come Nigeria e Pakistan. Gli scenari che obbligavano a scegliere tra la morte di un uomo d’affari o un senzatetto hanno rispecchiato i dislivelli economici nelle culture. La Finlandia, dalle limitate distanze economiche tra le classi, non ha espresso chiare preferenze, mentre il rispondente medio della Colombia, paese caratterizzato da grandi disparità economiche, non ha esitato a scegliere di investire il povero. Le lezioni sono due. Prima, non è vero che tutto il mondo sia “paese”. Le auto autonome dovranno, semmai, cambiare etica quando passano il confine. La seconda è che non siamo pronti per insegnare il comportamento alle auto senza conducente. Vedono le cose come stanno, non come vorremmo noi. Prima di andare d’accordo con gli umani, i robot dovranno almeno imparare a “venirci un po’ incontro”.

da RELIGIONI PER LA PACE: Asia Bibi è libera


Asia Bibi è libera. Dopo otto anni in prigione, trascorsi sopportando un’ingiusta condanna a morte per il reato di blasfemia, mercoledì mattina la Corte Suprema di Islamabad ha prosciolto la 47enne cattolica del Punjab.
Asia Bibi è stata scarcerata poche ore dopo la decisione dei tre giudici e poi  scortata in un luogo sicuro dove attende di essere trasferita all’estero e di riunirsi al marito e ai cinque figli.


 Contemporaneamente migliaia di manifestanti islamisti contrari all’assoluzione hanno bloccato le strade delle principali città del Pakistan, a dimostrazione di quanta violenza può suscitare la religione quando viene vissuta in modo settario, assolutista e politicizzato.

Adnane Mokrani, teologo musulmano, ha affermato in merito: ” Un passo importante, ma non basta. Adesso bisogna cancellare il reato di Blasfemia “.

Di seguito il testo dell’intervista che ha rilasciato al giornalista Marco Ansaldo.

D: Professor Mokrani, a leggere il dispositivo della sentenza su Asia Bibi pare un trattato di grosso rigore giuridico e di tolleranza islamica; in essa si citano Mohammed e Shakespeare. Come ci è arrivata la Corte Suprema del Pakistan, che ha completamente ribaltato il verdetto di colpevolezza della donna?

R: Sì, è stata una bella notizia. Però non è sufficiente. Perché la legge sulla blasfemia è un grande errore.

D: Anche se quello fatto dal Pakistan è un passo decisivo?

R:  Certo. Però non è l’abrogazione della legge, ma la dichiarazione di innocenza di Asia Bibi. Un passo importante, ma c’è ancora molto da fare. Il Pakistan deve andare avanti e fare ora un passo decisivo per abolirla in modo definitivo.

D: I fondamentalisti difendono la cosiddetta “legge nera”. Il Premier pachistano Imran Khan invita alla calma e a rispettare la sentenza, mentre l’esercito si è dispiegato tutte le grandi città per evitare le proteste delle frange estremiste. C’è pericolo per Asia Bibi?

R. La misura non è sufficiente sopratutto perché ora gruppi estremisti possono essere un pericolo per la vita della minoranza cristiana e per la stessa famiglia di Asia Bibi. Penso sia necessario che lasci il Paese.

D: Eppure i suoi avvocati sono tutti musulmani.

R: È vero. Il Pakistan è una società giovane e Asia è stata difesa da tanti legali musulmani dalla mentalità aperta. Anzi è stata una vera e propria rete. Dunque ora speriamo in un’apertura maggiore. Anche perché questa legge sulla blasfemia è una norma che fa soffrire. Ed è  successo, purtroppo con i Cristiani e con i  Musulmani .

D. Ci sono però voluti 9 anni e mezzo per arrivare alla sentenza. Come mai così tanto tempo?

R: Perché c’è una lotta politica in Pakistan. E una grande tensione nazionale ed internazionale. Nove anni e mezzo sono tanti nella vita di una persona. Speriamo davvero che questo provvedimento sia l’inizio della fine di questa legge.

D: Ma come nasceva la legge sulla blasfemia? Ricordarlo può essere utile.

R: Il Pakistan è nato come uno stato laico. E la legge sulla blasfemia è nata nel 1986 sotto il generale Zia ul Haq, il quale, dopo il colpo di Stato, ha cercato di applicare la “Sharia”, la legge islamica. Però non è l’unico esempio al mondo. Parliamo anche di altri dittatori, come in Sudan, oppure nel mondo arabo, che hanno usato la “Sharia” come strumento di propaganda politica.

D: A proposito del Corano , e del suo libro*, perché leggerlo a Roma dovrebbe essere diverso rispetto ad altrove?

R: Perché è il contesto della lettura ad essere decisivo. Il Corano non è sospeso nell’aria, ma deve essere calato e letto dove si vive. Bisogna dunque leggere il Corano, rivelato quindici secoli fa, ma qui ed ora. È una risposta alle sfide della modernità e della democrazia. È quello che ho provato a fare.

Leggere il Corano a Roma” è un libro di Adnane Mokrani pubblicato nel 2010