martedì 28 agosto 2018

INTERNET per me di Angela Fabbri


INTERNET  per  me



Quest'opportunità del web, che ho imparato a frequentare così adagio, ed è così sciupata in alcune sue possibilità di parteciparvi (Facebook, Twitter, Youtube… sono tante che non le so +, non ci tengo dietro) non ce la sognavamo neanche quando eravamo ragazze.

INTERNET è una PORTA.

Non è uno STARGATE, è un semplice WORLDGATE.

Non serve a metterci in mostra e a darci lustro, ma a parlare cercando di dire nel modo + chiaro e sincero quel che abbiamo in mente, quel che proviamo.

A ascoltare. Anche chi è così lontano da noi che mai avremmo pensato d’incontrarlo.

Nella mia infanzia, finchè sono stata in paese, a scuola ci scambiavamo le merende (era sempre una sorpresa mangiare quel che mangiava un'altra bambina), poi in città, a Ferrara, scambiavamo le figurine.

Eravamo semplici, noi generazione del dopoguerra, non sapevamo ancora che un giorno a San Francisco ci avrebbero studiato e definito ‘pantere grigie’ dotate di grande capacità di sopravvivenza.

E siamo rimaste creature semplici che ancora desiderano scambiare…

Angela Fabbri

(Ferrara, notte fra 27 e 28 agosto 2018) 

MORTO URI AVNERY


Morto Uri Avnery, fu tra i primi israeliani a concepire l’idea di uno Stato palestinese

Intellettuale di sinistra, aveva 94 anni ed era il veterano dei pacifisti di Israele. La sua intervista ad Arafat nel 1982 sconvolse il Paese


davide lerner 
Uri Avnery con Yasser Arafat nel 2002
E’ morto Uri Avnery, il veterano dei pacifisti israeliani, personalità coraggiosa e anticonformista. Negli ultimi mesi di vita Uri Avnery, intellettuale, giornalista, attivista e combattente israeliano mancato ieri all’età di 94 anni a Tel Aviv, ricordava ancora con dispiacere il giorno in cui sua madre lo diseredò, indignata per la sua intervista con il leader palestinese Arafat a Beirut nel 1982. «Ai tempi il guerrigliero palestinese era considerato quasi come un secondo Hitler in Israele, era il nemico numero uno», ricordava Avnery nel suo salotto vicino al mare di Tel Aviv la scorsa primavera, fra i numerosi ritratti del suo incontro con il Reis.  

«Io volevo far capire agli Israeliani che Arafat era un essere umano, non un mostro, e che quindi ci si poteva fare la pace». Il fatto che nemmeno sua madre sapesse comprenderlo, nel suo tentativo di «umanizzare i palestinesi», rimaneva la più dolorosa testimonianza del fallimento politico della sua sinistra. Ma Avnery fino all’ultimo rivendicava una vittoria culturale: «Dopo la guerra di indipendenza, in cui sono rimasto gravemente ferito, sono stato il primo ad invocare la creazione di uno stato palestinese - diceva pochi mesi prima di morire - oggi quella mia idea è il cardine del consenso internazionale sul conflitto». 

 Quando ho incontrato Avnery pochi mesi fa gli ho letto una citazione di Alexander Langer che mi sembrava scritta apposta per lui: «Servono traditori della compattezza etnica, che però non si devono mai trasformare in transfughi se vogliono mantenere le radici e restare credibili». Avnery, detestato da tanta parte del pubblico israeliano per la sua vicinanza ai palestinesi, aveva appena appreso dalle pagine di un nuovo libro di Ronen Berger che in occasione di quella sua famosa intervista ad Arafat nel 1982 il Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon diede ordine ai servizi segreti di seguirlo e di eliminare il leader palestinese anche a costo di metterlo in pericolo di vita. Avnery, che conoscendo bene l’indole spregiudicata di Sharon non era per nulla sorpreso, si limitava a compiacersi di come gli uomini dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina fossero riusciti a seminare gli agenti israeliani quando varcava le frontiere militarizzate nella Beirut divisa dalla guerra civile.  

A chi in Israele lo accusava di essere un “transfuga” Avnery poteva però rispondere con un curriculum di decorato combattente non solo nella guerra d’indipendenza del 1948, ma anche nel movimento sionista “Irgun” ai tempi del mandato inglese. «Abbandonai il movimento sionista Irgun quando la linea cominciò a tramutarsi da anti-britannica ad anti-araba - raccontava Avnery la scorsa primavera - me ne andai ben prima dell’arrivo del futuro Primo Ministro israeliano Menachem Begin, quando capii che nel mirino non c’erano sempre meno le forze di occupazione inglesi, e sempre di più i palestinesi». Nelle sue ultime settimane di vita Avnery colpiva per la sua capacità di parlare con assoluta lucidità dei suoi rapporti con personaggi che fanno ormai parte della storia, come il fondatore di Israele David Ben Gurion e i leader del movimento sionista nella Palestina del mandato britannico. La sua salute mentale intatta dopo quasi cento anni di vita e attività irrefrenabili era emblematica della sua energia fuori dal normale.  

Nato nel 1923 in Germania ed emigrato con la famiglia in Israele pochi mesi dopo l’ascesa di Hitler nel 1933, Avnery muore come pacifista e simbolo di una sinistra israeliana in forte difficoltà, ma anche come giornalista: «Se non ricevete il mio articolo di commento politico settimanale, vorrà dire che sono morto», diceva a chi gli era vicino negli ultimi tempi, con il sarcasmo tipico degli anziani forti che non hanno paura della morte. Direttore per quarant’anni del settimanale Haolam Hazeh, Avnery ha scritto fino alla morte anche sul quotidiano Haaretz, ma il suo articolo settimanale lo mandava solo per mail a un vastissimo seguito di parenti e amici. Fra loro anche il leader druso libanese Walid Jumblatt, che non riconosce Israele e rifiuta di rilasciare qualsivoglia dichiarazione ad un giornale Israele, ma che con Avnery intratteneva un’affettuosa corrispondenza pubblica di scambio culturale. 

lunedì 27 agosto 2018

FUORI DI TESTA spettacolo teatrale a Saluzzo, 27 / 30 settembre


Sono aperte le prenotazioni per il nuovo spettacolo
degli attori detenuti del Carcere di Saluzzo.

Vi aspettiamo!


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SALVIAMO RIACE di Alex Zanotelli

Appello: Salviamo Riace!
di Alex Zanotelli
Dinanzi all’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa dobbiamo difendere con i denti il modello Riace di accoglienza per chi fugge da situazioni insostenibili.
Riace, un paesino sulle colline ioniche della Calabria, diventato un luogo fantasma per l’emigrazione dei propri abitanti, ha iniziato a riprendere vita grazie ai profughi del sud del mondo. E questo per la tenacia di un riacese, Mimmo Lucano mosso da una grande passione per un mondo più giusto e più umano. Fu Mimmo nel 1994 ad accogliere i profughi curdi arrivati sulle coste ioniche e ad ospitarli nelle case vuote di Riace. Eletto sindaco del paese, Mimmo continuò ad accogliere profughi provenienti dall’Afghanistan all’Eritrea. “Nella nuova età di muri, fili spinati, lager libici, della Fortezza Europa – così si legge nella Piazza del borgo – noi accogliamo persone in fuga dalle guerre, dall’odio, dalla miseria. E’ questa forse l’opera pubblica più importante che si possa realizzare. Così dai luoghi della periferia urbana, dal profondo sud, abbiamo trasmesso un messaggio di umanità al mondo”.
Per questa sua “opera pubblica”, la rivista americana Forbes ha collocato Domenico Lucano tra i cento uomini più influenti al mondo. Purtroppo non è altrettanto apprezzato in Italia. D'altronde nessuno è profeta in patria. Eppure Mimmo a Riace ha dimostrato che i migranti da problema diventano risorsa facendo rivivere un antico e abbandonato borgo.
Ho potuto toccare tutto questo con mano durante i dieci giorni passati a Riace con una decina di giovani provenienti da tutta Italia per un campo di spiritualità missionaria (1-9 Agosto). Abbiamo voluto il campo di Riace in solidarietà con il Sindaco Mimmo Lucano che è oggi sotto pesante attacco da parte della Lega, in particolare da Salvini ed è inoltre indagato dalla Procura di Locri. Particolarmente grave è l’attacco che oggi Salvini ha fatto nella sua visita a San Luca (cuore della ‘ndrangheta!) chiedendo “trasparenza” nell’uso dei fondi “anche a Riace”! Eppure Mimmo non si è messo un euro in tasca! Tutti questo lo riconoscono. I problemi per Mimmo nascono dal fatto che per lui prima vengono la persone, poi la burocrazia. Mimmo è davvero il Sindaco di strada che sente la sofferenza della gente come sua e trova sempre una via per aiutare chi è in difficoltà. E’ questo il Mimmo Lucano che ho incontrato: l’uomo di grande umanità. La prima sera del campo ha voluto raccontare ai giovani l’avventura di Riace. Per realizzarla Mimmo si è giocato tutto, con una ostinazione e tenacia davvero straordinarie. Fu in quella stessa sera del primo agosto che il Sindaco annunciò ai giovani la sua decisione di un digiuno prolungato per richiamare l’attenzione sul fatto che da due anni né la Prefettura né il Ministero degli Interni avevano erogato i fondi stanziati per Riace. Una situazione insostenibile.
Il 2 agosto ci siamo ritrovati tutti insieme in piazza a digiunare: Mimmo Lucano con i suoi collaboratori e collaboratrici e i giovani del campo. In quei giorni ho conosciuto un sindaco alternativo, seduto per terra a parlare con tutti, a giocare e sorridere con i bambini dei rifugiati. Il Mimmo vero, umano, appassionato della sua gente e per questo deciso a non mollare.
E da qui, da questo piccolo miracolo che è Riace, da questo borgo abbandonato, ma ritornato in vita grazie ai calabresi ed ai migranti, da questo straordinario progetto che potrebbe far rivivere tanti paesini semi-abbandonati d’Europa grazie al modello ideato da Mimmo Lucano (definito da Salvini “zero”!), lancio un appello: “Salviamo Riace!”.
Chiedo soprattutto ai sindaci di esprimere in massa la loro solidarietà a Mimmo Lucano e al progetto Riace che in questo momento è sotto grave attacco.
Salviamo Riace!
Riace, 15 Agosto 2018
Alex Zanotelli


domenica 26 agosto 2018

Lettera aperta delle scienziate italiane alla ministra Grillo per mantenere l'obbligo dei vaccini.

Hanno scritto per esprimere “la profonda preoccupazione a proposito dei progetti di legge sull’obbligo vaccinale” e per chiedere il mantenimento dell’obbligo vaccinale.
Il "Club delle Top Italian Women Scientists", un’iniziativa dell’"Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna e di Genere", è costituito dalle scienziate italiane più citate a livello internazionale in campo biomedico e rappresenta la voce della competenza biomedica italiana al femminile. Molte di loro sono infatti esperte in immunologia, la disciplina che studia le malattie infettive e i vaccini che le prevengono.
ROMA (LaPresse) “I vaccini sono agenti preventivi. Limitarne l’obbligo a situazioni di emergenza o a quelle zone dove la copertura cada al di sotto del livello soglia è estremamente pericoloso. Non risponde ai criteri epidemiologici e non corrisponde alle raccomandazioni di enti internazionali quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’implementazione di misure che limitino l’obbligo vaccinale avrà conseguenze sanitarie catastrofiche. E un impatto sociale e finanziario incalcolabile”. A sostenerlo, in una lettera aperta al Ministro alla Salute Giulia Grillo, sono le scienziate italiane. Tra cui la lucana professoressa Liliana Dell’Osso, riunite nel gruppoTop Italian Women Scientists.

Lettera aperta delle scienziate italiane al ministro Grillo

Costituito nel 2016, il Club delle Top Italian Women Scientists, un’iniziativa dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna e di Genere, è costituito dalle scienziate italiane più citate a livello internazionale in campo biomedico. E rappresenta la voce della competenza biomedica italiana al femminile. Molte di loro sono infatti esperte in immunologia, la disciplina che studia le malattie infettive e i vaccini che le prevengono. Le scienziate hanno scritto al Ministro per esprimere “la profonda preoccupazione a proposito dei progetti di legge sull’obbligo vaccinale”. E per chiedere il mantenimento dell’obbligo vaccinale.
L’importanza dell’obbligatorietà dei vaccini
“I vaccini – si legge nella lettera – proteggono la società intera. Le statistiche parlano chiaro. La vaccinazione contro il morbillo ha salvato più di 17 milioni di vite dal 2000 ad oggi. Nel 1985, i casi di poliomielite erano 350.000, distribuiti in 125 Paesi. Grazie ai vaccini, la polio è oggi presente solo in 4 Paesi (ancora troppi!). E ci sono speranze di sconfiggerla. Come si è fatto col vaiolo. Trenta malattie, tra cui il colera, la difterite, l’epatite B e la pertosse, possono essere prevenute con un vaccino”.
L’immunità di gregge
“L’obbligo vaccinale e l’immunità di gruppo che ne deriva non si limitano infatti solo a proteggere il singolo. Ma permettono anche di estendere la protezione a quegli individui che non possono ricevere il vaccino perché immunodepressi, affetti da malattie croniche. O per altre ragioni mediche. Per noi cittadini, vaccinare noi stessi e i nostri figli è un’azione di responsabilità e solidarietà sociale. Per il governo, offrire ed esigere l’obbligo vaccinale è segno di competenza, coscienza scientifica e maturità politica”.
Virus e infezioni acute
“I vaccini proteggono infatti non solo dalle infezioni acute. Ma anche da conseguenze che possono essere molto gravi. Il fuoco di Sant’Antonio che colpisce le persone anziane è causato dal virus della varicella, solitamente contratto durante l’infanzia. Il virus del morbillo sopprime la risposta immunitaria per anni. Rendendo l’individuo suscettibile ad infezioni batteriche e aumentando la necessità dell’uso di antibiotici. Nella donna, la rosolia contratta durante la gravidanza può provocare deformità nel feto. Nell’uomo la parotite può causare infertilità. Contrarre l’epatite B durante la prima infanzia aumenta in maniera drammatica il rischio di cirrosi e cancro del fegato. La lista potrebbe continuare. Ma il messaggio dovrebbe essere chiaro. I vaccini offrono protezione non solo da malattie che molti considerano ‘leggere’ ma spesso anche da gravi conseguenze a lungo termine.
Un’opinione rilevante
“L’Italia – sostengono le componenti Club delle Top Italian Women Scientists – ha fortissime competenze in materia di immunologia e malattie infettive. Competenze riconosciute dall’intera comunità scientifica internazionale. Riteniamo infatti che ascoltare e utilizzare tali competenze, anche come fonte di informazione pubblica qualificata, faccia parte dei doveri di un governo responsabile”. 

sabato 25 agosto 2018

NATO COLPEVOLE di Carmelo Musumeci


Nato colpevole
 l'ultimo libro di Carmelo Musumeci
Nota dell’Autore


Ho scritto questo romanzo quando ero in carcere a Spoleto, dopo una giornata “speciale” in cui ci fu permesso di rappresentare uno spettacolo teatrale, che avevamo provato per tanti mesi.
I nostri spettatori furono gli insegnanti e i volontari del carcere, tra cui Nadia Bizzotto, con la quale in seguito scrissi questo dialogo.
Dalla sua richiesta è nato questo libro. 
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Prologo

Cronaca di uno spettacolo teatrale in carcere   di Carmelo Musumeci e Nadia Bizzotto

Ore cinque del mattino
Carmelo:
D’inverno nella mia cella non batte mai il sole.
Solo nei mesi caldi i suoi raggi entrano dalla mia finestra.
Ho il lettino murato nel pavimento e non lo posso spostare, per questo tutte le mattine d’estate vengo svegliato dai raggi del sole che scaldano il mio viso.
Penso:
-          Oggi c’è lo spettacolo teatrale “Fuori dall’Ombra” dedicato all’abolizione dell’ergastolo ostativo, sarà un giorno da “Limoni neri”.

Prime ore della notte
Nadia:
È notte fonda e forse dovrei decidermi ad andare a dormire, ma ogni volta che il mattino seguente devo andare in carcere non riesco a pensare di perdere tempo a dormire. Ho sempre mille cose da finire di preparare… Penso a Carmelo e a tutti gli altri, a quanto si sono preparati per questo giorno… Sono felice di poter andare, mi sento quasi privilegiata di poter assistere a questo spettacolo. Penso ai giorni, ai mesi, che loro hanno dedicato a questo spettacolo, sento dentro l’importanza di esserci, ma anche l’amarezza di sapere che saremo i soli… Che strano questo mondo dove vivono i miei amici: preparano uno spettacolo, carico di emozioni e di messaggi, e lo recitano solo per loro… È come se tutto il mondo nascesse e finisse lì dentro, tra quattro mura… Ma non è così! Provo una strana tristezza, perché non hanno permesso che lo spettacolo fosse aperto ai familiari.
Il mio amico Carmelo ci ha detto: “Se venite voi, è come se ci fosse un pezzo della mia famiglia.”
Non posso fare a meno di pensare che se fossi davvero sua sorella domani lì non potrei entrare…
  
Ore otto
Carmelo:
Ripeto al muro della mia cella la parte che devo recitare.
E lui, come sempre, sta ad ascoltarmi in silenzio.
Gli dico che faccio questo spettacolo per dare un segnale positivo e costruttivo, per ricordare al mondo dei vivi che nel mondo dei morti ci sono persone che amano, sbagliano, sperano e sognano una vita di riscatto.
Il muro, come al solito, non mi risponde. Poveraccio, probabilmente ne ha viste più di me.
Nadia:
Mi sono svegliata pensando che oggi è un grande giorno, lascerò da parte la tristezza per coloro a cui oggi non è stato permesso di venire e mi concentrerò sulla bellezza del fatto che noi della Comunità andremo in tanti. Abbiamo voluto esserci, è un grande evento, abbiamo spostato impegni per essere presenti e siamo tutti un po’ emozionati. Penso a loro, ai “miei ragazzi” che sono dentro: il giorno dello spettacolo è arrivato e li immagino presi dagli ultimi preparativi…

Ore dieci
Carmelo:
Vado al passeggio e scambio due chiacchiere con i miei compagni ergastolani:
-          Perché si limitano a tenerci vivi? Non abbiamo neppure un filo di speranza a cui appoggiarci.
-          Stare in carcere senza sapere quando finisce la tua pena è molto difficile e ci vuole tanto, troppo, coraggio.
-          Non si può essere colpevoli, puniti e cattivi per sempre. Nessuna condanna dovrebbe essere priva di speranza e di perdono.
-          L’ergastolano se vuole vivere più serenamente deve sperare di morire prima del tempo.
-          Senza speranza l’uomo perde la sua umanità.
Nadia:
Mi chiedo se loro in carcere ci aspettano con la stessa emozione nostra… O forse sono solo io? Sento al telefono gli altri che verranno come me: ci stiamo preparando tutti, nell’aria si percepisce che la giornata ruota attorno a questo evento. Non capita tutti i giorni che qualcuno ci inviti in galera a vedere uno spettacolo teatrale!
Devo sbrigarmi e smettere di pensare, è quasi ora di ritrovarci tutti e avviarci verso Spoleto…

Ore quindici
Carmelo:
Sta per iniziare lo spettacolo.
L’aria è calda.
Sento dei brividi nel cuore.
Sono emozionato, molto di più di quando entravo in banca per rapinarle.
Guardo i miei compagni attori, molti di loro sono ergastolani.
Persone come me escluse dalla vita, chiuse nello spazio e nel tempo, per sempre.
Ci siamo! 
Nadia:
Ok, ci siamo. Siamo tutti davanti al carcere di Spoleto. Dedico questo momento, il fatto di essere qui, e di essere in tanti, a Carmelo. Solo lui poteva riuscire a mettere insieme tanta gente diversa, solo lui riesce dove gli altri neppure pensano di poter osare…
Eccoci, amico mio, siamo qui. Un po’ emozionati tutti, un bel sospiro e ci avviamo alla prima entrata.
Ci sono i girasoli davanti al “tuo” carcere, lo sapevi amico mio? È tutto circondato da questa immensità di giallo. I girasoli. Tu che non vedi mai i fiori e sei capace di ringraziare il mondo intero per una foglia con i colori dell’autunno. I girasoli. Come stonano con questo posto. I girasoli. E in questa stagione sono proprio belli. Mi impressionano: sembra vogliano dare un soffio di vita, un alito di poesia…
Intanto siamo fermi davanti alla prima porta, per il primo controllo. Credo che non mi abituerò mai ad entrare in carcere. Ogni volta è uguale, ma non è mai abitudine, davanti a questo cancello lascio fuori tutte le mie certezze e le mie sicurezze. In questo periodo sto entrando spesso, eppure quando arrivo qui mi si attanaglia sempre lo stomaco, di solito mi passa solo quando ti vedo…
Ci sono le tue insegnanti, entriamo tutti insieme: è un gran vociare, ognuno ha qualcosa da dire, qualcuno da salutare. Io non capisco perché non possiamo fare più presto, non voglio parlare, voglio solo entrare il prima possibile nella sala.
Finalmente ci avviamo. Entrare insieme è più facile: non sei solo sotto gli occhi di tutti. Arriviamo veloci…finalmente! Eccoti! Ecco tutti gli altri. Non so più cosa provo, ma sono felice, riacquisto tutte le mie sicurezze. Mi posso godere lo spettacolo…
Sto bene, mi sento sempre a mio agio con voi.
Ti tengo d’occhio, scruto ogni piega del tuo viso per indovinare cosa pensi: credo di aver imparato a conoscerti un po’… ma non è il momento di emozionarsi troppo! Eppure non mi perdo una sola sfumatura della tua recita. Lo spettacolo è ricchissimo, non avete idea di quanto state trasmettendo… Qualcuno di noi ricorderà per sempre questo giorno.
Il dramma che diventa ironia, per tornare, drammaticamente, a stamparsi sui vostri volti, sulle vostre vite, come macigno di sofferenza, portato con una dignità grandissima. Ma una dignità che urla giustizia, urla umanità, urla riconoscimento, urla… per chi vuole, per chi sa sentire!
Ivano è talmente emozionato che mi chiedo se abbia ancora altri liquidi in corpo da sudare fuori; Angelo canta come se avesse davanti la platea dell’Ariston al Festival di Sanremo; tu cerchi il mio sguardo quando i testi teatrali sono tratti dai tuoi scritti: lo sai che io li riconosco…
Cerco di sostenere lo sguardo, ma sbrigati a distoglierlo, che ho paura di emozionarmi e di emozionarti!
Lo spettacolo è finito. Non capisco perché devo lasciarvi andare. Non capisco perché ti devo salutare e lasciarti lì, dove ti fanno del male, dove ti fanno male all’anima. Ci sono momenti in cui la mia libertà mi pesa, se non puoi averla anche tu…

Ore ventiquattro
Carmelo:
C’era tanta gente.
Lo spettacolo è andato bene.
Nonostante la sofferenza di una condanna che non finirà mai, vivo la mia vita libero di pensare i miei pensieri.
Ascolto il mio cuore.
Mi commuovo e sorrido perché in questo modo mi sento ancora vivo.
Spengo la luce e penso al mio dolore.
Dicono che nulla viene buttato.
Spero sia così e che la mia vita non venga buttata e dimenticata nel buio di una cella.
Chissà se questa notte riuscirò a sognare.
È da tanto tempo che non ci riesco.
Chiudo gli occhi, col desiderio di non riaprirli più domani.
Dio dei sogni, per una notte fammi sognare di avere un fine pena.
Nadia:
Amico mio, anche stanotte mi sembra di sentire i tuoi pensieri. Mi sembra di sentire la tua tristezza. Eppure oggi è stato un gran giorno, ma so che non è sopportabile il tuo trovarti solo e rinchiuso anche stasera. A volte mi sento così impotente… Tutto quello che avete detto oggi non è una recita: è realtà, è verità! È la vostra vita. È la tua vita… Questa vita che io, amico, fratello mio, ti voglio chiedere di vivere.
Ti prego, apri gli occhi domani. Ti prego, vivi per noi che ti vogliamo bene, che ti amiamo.
Vivi per quella speranza che creeremo insieme, perché l’amore può tutto. Perché la forza che hai tu permette a noi che ti amiamo di vivere con un’intensità e una passione che altrimenti non avremmo mai conosciuto.
Sei un essere speciale, amico mio. 
Non so se posso darti una speranza, ma posso raccontarti la mia. Se davvero ascolti il tuo cuore, allora sai che c’è ancora spazio…
Vorrei sognare insieme a te, se me lo permetterai.
Vorrei fare questo pezzo di strada che abbiamo davanti insieme a te. M’importa poco dove andremo, ma vorrei conoscerti…
Ti prego, apri gli occhi domattina e fai un viaggio insieme a me.
Ti prego, apri gli occhi domattina e fammi conoscere chi sei e chi ti ha portato fino a qui, Anima Bella.
Ti prego, apri gli occhi domattina e raccontami la tua Vita.

IL PONTE DI CORDE di Angela Fabbri


Il  PONTE  di  CORDE


Un ponte di corde e tavole di legno  l’ho attraversato davvero. Quando ero piccolina, 5 o 6 anni, assieme a papà e mamma e il fratello grande (cioè 3 più di me).

Penso fosse in Romagna, nell’interno, mi sembra in mezzo a un bosco di pini marittimi, la mia memoria non è molto chiara riguardo alla scenografia. So solo che mi sembrava lunghissimo, che non finiva mai. Ricordo bene invece la mia meraviglia e un po’ di batticuore, ma ero con la mia famiglia, dunque fiducia, paura mai. E andavo avanti con quei miei piedini sulle tavole di legno e alzavo adagio le manine e le riappoggiavo alle corde su quel ponte che si muoveva anche se allora eravamo tutti molto magri, di poco peso. Non era finita da tanto la guerra. La cioccolata era ancora ‘surrogata’ e la Nutella non ancora inventata…

Nemmeno il Nulla era ancora stato inventato per noi persone semplici del dopoguerra. E la paura non esisteva più, se n’era andata.

Così, trovando un ponte di tavole e corde, tirato chissà come e chissà da chi fra due gruppi di alberi, si poteva andare tranquilli. Un po’ come andare in balcone a stendere i panni sui fili agganciati fra due case vicine.

Angela

(Ferrara notte fra 19 e 20 agosto 2018

sabato 18 agosto 2018

LA CIVILTA' DEL CANE di Renata Rusca Zargar


La civiltà del cane

Sono iscritta a un gruppo di fitness su WhatsApp. Ovviamente, in questo gruppo, si parla solo di soggetti riguardanti il fitness. In conseguenza dell’immane tragedia capitata a Genova con il crollo del ponte autostradale, però, su questo gruppo è apparsa la foto di uno dei cani usati per cercare le persone sotto le macerie con la solita frase “i nostri angeli” e i soliti cuoricini. Ma non basta. C’era anche un messaggio: “Queste foto le dedico a quelli che non vogliono cani in spiaggia, nei negozi, sui mezzi pubblici… A quelle carogne che li abbandonano.”  

Ora, essendo stata insegnante, sono abituata a puntualizzare, come facevo con i miei alunni, a non lasciar perdere, a esprimere un giudizio se vengono coinvolti dei valori essenziali. Così, ho risposto che quello, il gruppo di fitness, non era il luogo per discutere di certi soggetti ma che, comunque, si tratta di cani addestrati, cani lavoratori che salvano vite umane. Non è così per i cani che incontriamo ovunque che sottraggono risorse agli esseri umani. Con il denaro che si spende sui cani, che non sono come quelli di mia nonna, che facevano la guardia e mangiavano gli avanzi, si potrebbero salvare molti bambini. Invece, la nostra civiltà del cane preferisce lasciar morire gli esseri umani. Anche perché le relazioni umane sono molto difficili, i cani, invece, sono sempre d’accordo con il padrone.

Ovviamente, dopo questi pensieri, sono stata lapidata dal gruppo che le ha definite “oscenità”. Ed è giusto quello che hanno detto perché viviamo in un tempo dove, pur non essendoci alcun rispetto per gli animali che vengono sterminati senza pietà, distruggendo l’ambiente e mettendo in pericolo la nostra stessa sopravvivenza, si è umanizzato e bambinizzato il cane. Siamo nella civiltà del cane.

Sul pianeta, che non ha risorse infinite, ci sono quasi otto miliardi di esseri umani. Tra questi, circa tre milioni di bambini sotto i cinque anni, ogni anno, muoiono per non avere abbastanza cibo. Senza considerare quelli che, piccolissimi, per estrema povertà, vengono avviati alla prostituzione per far felici i nostri uomini o quelli che vengono uccisi per prender loro organi per i trapianti. Di ciò non ci preoccupiamo affatto. Niente cuoricini su WhatsApp né frasi mielose.

I cani, invece, devono mangiare bocconcini e altre squisitezze, come i gatti, ovviamente.

Non è certo come una volta che i cani facevano i cani e mangiavano gli avanzi!

Tali risorse vengono tolte agli umani, proprio come quando, per produrre un chilo di carne, vengono utilizzati dai 5000 ai 20000 litri di acqua mentre tante popolazioni non ne hanno.

Non parliamo, poi, dei cappottini, dei gadget, delle operazioni chirurgiche. Adesso va di gran moda persino portare il cane dallo psicologo.

In Italia, ci sono circa venti milioni di cani, più altri animali che, però, non sono amati così tanto perché più indipendenti. Quanti bambini si potrebbero salvare con una minima parte del denaro investito sugli animali? Ma i bambini, si sa, sono brutti e sporchi, forse maleducati, magari persino di un’altra “razza”.

Infine, i nostri mariti o mogli, persino i nostri figli, ci danno del filo da torcere. Ci contestano, non fanno nulla di quello che vogliamo, ci lasciano soli… Meglio rapportarsi con un cane che, certamente, non ci contesta, non ci abbandona, accetta i nostri baci sulla bocca, dorme volentieri nel nostro letto senza lamentarsi se russiamo.

Uno schiavo, insomma, che appena ci fa comodo possiamo pure abbandonare. 


UN PENSIERO PER GENOVA di Loredana Simonetti

UN PENSIERO PER GENOVA

Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, si resta sbigottiti di fronte ad una tragedia del genere: famiglie scomparse in una nuvola di polvere grigia, sotto una pioggia torrenziale incapace di lavare le lacrime e il dolore della gente comune. Il mio pensiero va per tutte le persone decedute, famiglie che si apprestavano ad andare in vacanza, uomini e donne che lavoravano la vigilia di ferragosto, bambini.. e questo dolore è una morsa che chiude lo stomaco. A loro, soprattutto, va il mio pensiero, alle loro piccole vite: a Samuele, a Camilla a Manuele, che così presto hanno cessato di vivere, vittime dell’incuria di una nazione che non riesce a valorizzare la bellezza di questo paese in assoluta sicurezza, vittime di un destino che non ha deviato il suo percorso, vittime insieme agli amici, alle famiglie, ai propri genitori. Basta parlare, basta fake news, basta a quel giornalismo che oltre la notizia vuole scavare nel dolore della gente! Occorre silenzio e rispetto per le persone colpite, ma soprattutto occorre rimboccarsi le maniche, tutti, nessuno escluso, per rimettere in piedi uno Stato vigile e disinteressato, che abbia cura con onestà del ruolo che deve ricoprire e si prenda cura di questa Patria composta soprattutto da uomini e donne che lavorano, che crescono i loro figli e si prendono cura degli anziani, e che arricchiscono il paese con il loro essere vivi.

www.loredanasimonetti.it

TENER DA CONTO di Angela Fabbri


TENER   DA   CONTO



Per mettere in sicurezza un Paese come l’ITALIA, con le sue migliaia di KM di coste, le sue centinaia di KM di monti e colline e faglie relative, i suoi 2 bei vulcani attivi (Etna e Stromboli) e uno in quiescenza (il Vesuvio, ma non credo sia ancora davvero andato in pensione anche se è un vulcano ‘statale’), i suoi 60.000 ponti, incalcolabile numero di torrenti…

Forse a tener da conto il Paese basterebbe che tutti quelli che ci mangiano, sull’Italia (alcuni da generazioni tramandando agli eredi diretti, altri tramandando sempre + facilmente il loro malcostume a nuovi adepti), si riunissero insieme dicendosi:

<< E’ venuta l’ora che mangiamo un po’ meno: siamo GRASSI  DURI! ( * ) >>

( * ) L’espressione deriva dal dialetto ferrarese ‘GRASS  DUR’ che indica persona che si è

        rimpinzata tanto da scoppiare.

Angela Fabbri

(Ferrara notte fra 15 e 16 agosto 2018)