sabato 26 agosto 2017

da: ARTICOLI PER TUTTE LE MISURE di Angela Fabbri


PER  UNA  MANCIATA  DI  GRANTURCO (o meglio) GLI  F35



Questa spesa riguardo gli F35 è davvero curiosa.

Servono a rafforzare la difesa dell’Italia?

Perché, qualcuno ha forse intenzione di farci guerra?

Perché? Per venire a razzolar via qualche quadro d’autore rimasto qui per puro caso o per dimenticanza durante antiche razzie?

Insomma, sarebbe come se io spendessi 10.000 euro (in realtà non ho idea di cosa costa) per blindare la mia porta di casa e coprirla con un cancelletto.

Ma se dentro non c’è niente da portar via, tranne qualche mobile più caro a me che caro di prezzo!

E, alzando lo sguardo sull’Italia intera, decretata povera dall’alto del Centro Europa, a cosa servirebbero gli F35?

Forse a proteggere il nostro territorio, i nostri antichi casali, le nostre fattorie in via d’estinzione?

A proteggerli da che?

A proteggerli da che se già da anni e molti e troppi ce li comprano ricchi stranieri con una manciata di granturco. Sì, proprio quello che si mostra e poi si butta alle oche.

Non li abbiamo dati via per un pugno di riso, solo perché non siamo cinesi. Ancora.



Una nota         Altre considerazioni, più elevate, sull’acquisto degli F35, le lascio ai politici e agli economisti.

                        Le mie sono solo ingenue riflessioni da vicina della porta accanto.


Angela Fabbri (Ferrara CNN 26 giugno 2013)

martedì 22 agosto 2017

ARTICOLI PER TUTTE LE MISURE di Angela Fabbri

ARTICOLI  




  PER   TUTTE   LE   MISURE   

                             ( 5 anni di vita raccontati sul Web )

                     27 Dicembre 2011  -  1° Gennaio 2017      


Premessa


Acquistai un Personal Computer nel dicembre del 2009, con l’idea di usarlo come macchina da scrivere evoluta per trasferire in memoria, una volta ultimate, le storie composte come sempre a penna su carta.

Fino allora mi ero appoggiata a un pc a noleggio nel negozio di un’amica e la breve corrispondenza con case editrici e concorsi letterari la dettavo a lei e ricevevo le risposte sul suo pc.

Ma non averlo sempre a disposizione ed essere legata agli orari di apertura/chiusura, era diventato sempre più una perdita di tempo.



Il 13 ottobre 2010, appunto sul pc del negozio, arriva un messaggio per me: è R.B., titolare del 

magazine letterario TERZA PAGINA WORLD di Dublino, che mi invita a consultarlo.

Conoscevo RB per via di ELIZABETH, una mia giovane amica irlandese originaria proprio di Dublino.

Mi incuriosisco, ma non attivo il collegamento a Internet fino all’autunno del 2011, quando incomincio a esplorare le possibilità di quel mondo.

Intanto con RB ci siamo perse di vista (cioè di posta).

Allora le invio una email, lei risponde che ha appena fondato ROSEBUD, blog di Giornalismo Online e da lì in avanti mi tiene aggiornata con gli articoli pubblicati, che dapprima leggo soltanto, poi comincio a commentare timidamente con corte riflessioni.

Usavo tasti ‘piombati’ per evitare di scrivere sciocchezze e tuttavia conservare l’integrità di quel che avevo da dire.

Fui incoraggiata dai contro-commenti, si costruirono dei veri e propri dialoghi a 6-7-8 persone e oltre. I più attivi frequentatori incominciai a riconoscerli dal loro modo di scrivere e dalle idee che esprimevano.

Ho ricevuto consensi, in quell’intreccio meraviglioso di commenti che arrivavano da ogni parte d’Italia, ma scalpitavo per scrivere qualcosa di mio, di originale, di incisivo, da sottoporre al giudizio degli altri.



In punta di piedi, provai a alzare il tiro con due brevi riflessioni che furono appunto giudicate troppo brevi per venir pubblicate.

E subito dopo ho fatto centro con “ ALL  AMERICAN STRAZ “ che trascinò una bella fetta di commentatori, risvegliando i ricordi di alcuni e aprendo una finestra su un’epoca dimenticata o sconosciuta.

(Angela Fabbri,

 Memoria e emozione di quando mi affaccio al Web e poi ci entro,

 Ferrara febbraio 2017)  

Crisi 2011: l’AMERICAN-STRAZ e gli ITALIAN-STRACC…, li ricorda….




By redazionerosebud • 27 December 2011


   
Angela Fabbri. Visto che il governo ci ha detto molto chiaramente che dobbiamo essere noi ceti medio-bassi a risollevare il Paese, prendiamoci per l’ennesima volta questo carico con dignità. Quello che dispiace è che ci sono tantissime persone senza lavoro, perchè non l’hanno mai avuto o perchè gli è stato tolto, che non potranno sentirsi partecipi di questi sacrifici: a loro è stata levata anche questa dignità e questo è a dir poco infame.

Di fame ne conosceremo molta nei prossimi mesi e non sarà perché non avremo da mangiare (pane, cipolle, lenticchie, un po’ di pomodoro e la polenta che costa così poco non potranno mancare), sarà perchè ci avranno tolto i sogni (che non sono certo mai stati a base di caviale e champagne).

Be’ allora, noi che siamo nati subito dopo la seconda guerra mondiale, cerchiamo di ricordare qualcosa che adesso ci può apparire impossibile e che abbiamo dimenticato. Mi è tornato in mente poco fa e ho voluto parlarne con voi, è quello che qui a Fràra (a Ferrara) chiamavamo per disprezzo l’ “AMERICAN  STRAZ“ (“gli stracci degli americani”) cioè il vestiario che veniva dagli USA (infatti era usato) e trovava posto in una ben delimitata zona del nostro mercato cittadino, ben lontano dalle bancarelle italiane.

Era roba buona, a saper scegliere, ma si sceglieva di nascosto e entrare in quella zona era segno di disagio economico. Ma ce ne siamo serviti tutti, dai ceti medi in giù. Magari le mogli non lo dicevano ai mariti e rimettevano in ordine un collo di pelliccia (incomprabile da noi) e poi glielo facevano passare come “un’occasione trovata al mercato”.

Guai che lui l’avesse potuta far vergognare dicendole "Non l’avrai mica preso all’american straz?”. E guai che lei avesse potuto far vergognare lui della zona di acquisto, ma neanche che la potesse rimproverare di aver speso troppo per un bene voluttuario come un collo di pelliccia (anche se gli inverni erano particolarmente rigidi e ai mariti che amano la propria moglie piace vederla un po’ in ghingheri).

E più le signore erano brave a disinfettare e a rimettere in ordine, a adattare gli american straz, più questi perdevano memoria della loro origine: elemosina USA.

Dopotutto, la stessa elemosina del nostro usato smesso che noi oggi diamo alla Caritas o alla Croce Rossa.

Non molto tempo dopo ci fu il BOOM  ECONOMICO. Chissà perché?

ESTATE TRA LE SBARRE di Carmelo Musumeci

L’estate volge al termine e, a dire il vero, sono contento per i detenuti, perché si dice che in galera si sta al fresco, ma non è affatto vero.
In carcere, forse per colpa del ferro e del cemento, si soffre di più il caldo e non c’è mai un alito di vento. In prigione non c’è mai una via di mezzo: o fa freddo o fa caldo.
Quando ero detenuto tutto il giorno, ricordo che d’estate l’afa mi faceva aumentare l’ansia e l’angoscia: dormivo di meno, ed era peggio, perché di notte la nostalgia e il desiderio di libertà sono più forti.
      In quei mesi spesso stavo alla finestra delle ore ad aspettare un alito di vento, che non arrivava mai, e a guardare il cielo, la luna e le stelle, a pensare ai miei figli. E il pensiero che anche loro vivevano sotto quello stesso cielo me li faceva sentire più vicini.
     L’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) le notti d’estate ti mangia l’anima con più voracità.  Ricordo bene che la sera, quando mi chiudevano il blindato, la cella si trasformava in una trappola. Il tempo si fermava e il mattino non arrivava mai.  Per reagire alla malinconia e all’afa, in quelle notti terribili mi mettevo a scrivere, forse per questo quasi tutti i miei libri li ho scritti d’estate. Poi mi addormentavo un po’ più sereno, sognando un mondo migliore per i protagonisti dei miei romanzi e anche per me, perché un ergastolano solo nei sogni riesce a trovare quello che cerca nel mondo reale.
Ora che sono semilibero dormo ancora in carcere la notte, ma di giorno esco fuori e va comunque meglio. Ecco però cosa mi scrivono alcuni detenuti, in questa estate infernale:

 Ciao Carmelo, qui continua la calma piatta più totale e un caldo disumano contribuisce alla stasi. Neanche cucina più nessuno, l’idea di accendere il fornello ci terrorizza, già la notte sto incominciando a dormire in terra e chi se ne frega degli scarafaggi. Tutta colpa di queste dannate bocche di lupo in plexiglass, sembra di stare in una serra. Per assurdo all’aria fa più fresco anche in pieno sole, infatti ormai alla fine ci ritroviamo un po’ tutti a sonnecchiare ed a cercare di assorbire il fresco del cemento negli angoli più bui…

(…) Hanno messo le doppie brande a tutte le celle. A me è successo che la sera quando sono andato per mettermi a letto e trovandomi una branda sopra, mi sono sentito come se fossi stato chiuso in una bara ed ho avuto un attacco di panico, in pochi minuti ero un pezzo d’acqua, mi sentivo soffocare. Mi sono spogliato, mi sono lavato con un panno bagnato in acqua, mi sono cambiato, ho rimesso il pigiama, ho preso il materasso e l’ho spostato alla branda superiore, come sono salito mi sembrava di stare su un materasso gonfiabile in mezzo al mare, lì mi sono accorto che il problema era serio, mi girava la testa, vertigini da impazzire. Sta di fatto che sto dormendo con il materasso a terra. Ma come è possibile che dopo 25 anni di carcere a dormire su una branda, mi vanno a collocare in una scatola chiusa. A me manca proprio l’aria. E poi dicono che siamo noi i criminali. Riguardo al sovraffollamento stanno dichiarando il falso, anziché sfoltirlo lo stanno aumentando. Vedi a noi ergastolani ci stanno mettendo tutti a due.(…) 

lunedì 21 agosto 2017

MEGLIO SPENDERE NEGLI F35 CHE DEBELLARE LE MAFIE di Renata Rusca Zargar




Non si è ancora del tutto spento il clamore dell'omicidio plurimo di San Marco in Lamis (Foggia) per il quale, a parole, tutti si sono dichiarati sconvolti. Non è il primo agguato delittuoso e, purtroppo, non credo che sarà l'ultimo.

Se ripercorriamo la storia delle organizzazioni criminali, si chiamino Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra o in qualsiasi altro modo, sappiamo che sono attive in Italia da tempo immemorabile.

Dopo l'Unità d’Italia, però, il governo dello Stato non ha saputo rispondere ai bisogni e ai problemi delle zone del Sud, lasciando, quindi,  mano libera a presunti "uomini d'onore".

Ormai, molto  tempo é passato. L'emigrazione di lavoratori dal Sud al Nord per decenni, i matrimoni “misti”, hanno pure rimescolato le carte: l'Italia dovrebbe essere una sola e anche i cittadini del Sud dovrebbero sentire lo Stato italiano come proprio.

Eppure, in tanti anni, nonostante organismi, commissioni, procure, direzioni antimafia, il fenomeno non è stato debellato.

Come mai? Non si riesce a capirlo. 

Per quel che mi risulta, in Italia, la Digos, i servizi segreti, i carabinieri, seguono passo passo tutto quello che succede nelle moschee. Ogni musulmano é conosciuto alla nostra intelligence, fotografato, sorvegliato...

Gli investigatori sanno dove va, con chi parla, come vive. Ritengo che questo sia un fatto molto positivo per la sicurezza di tutti, musulmani compresi. E un vanto per il nostro paese. 

Ma le stesse pratiche sono state usate, almeno –diciamo- negli ultimi cento anni (su 156 anni di unità), per debellare le organizzazioni criminali? C'é stato lo stesso fervore investigativo? Dall'alto, sono partiti gli stessi input forti per evitare fatti di sangue, illegalità, infiltrazioni dell’economia, lucrosi traffici di carne umana e sostanze stupefacenti?

Il cittadino comune non lo sa.

Recentemente, si è parlato di nuovo dei notissimi F35, cacciabombardieri da guerra. Ognuno di loro pare che costi 120 milioni di dollari ma si stima che il costo lieviterà ancora a 140 milioni di dollari. L’Italia ne acquisterebbe 90. Secondo il sito Altreconomia che riporta i risultati di uno studio dell’ufficio di analisi economiche dal Parlamento canadese, tra manutenzione e gestione, ogni F35 costerebbe, poi, nell’arco di vita preventivato, 450 milioni di dollari. Tale cifra, moltiplicata per il numero di aerei che l’Italia vorrebbe acquistare, diventerebbe 40 miliardi e 500 milioni di dollari, circa 35  miliardi di euro.

A cosa serviranno gli F35?

Forse, pensiamo di poter essere attaccati da una grande potenza. Anni addietro, si calcolava che sarebbero bastati sette minuti per sconfiggere definitivamente l’Italia in caso di guerra. Non riesco a immaginare quanti ne siano sufficienti oggi (cinque? dieci? quindici?).

Quindi, è più probabile che i cacciabombardieri servano a bombardare persone umane di luoghi terzi da dove, in seguito, fuggiranno profughi per i quali oggi siamo tanto spaventati!

Quando il Progetto è stato iniziato e portato avanti (governi Prodi, D’Alema, Berlusconi), si diceva che, tra l’altro, gli F35 avrebbero creato posti di lavoro. Dovremmo aver capito, ormai, che realizzare posti di lavoro uccidendo esseri umani e gettando nel caos altri stati, non è solo moralmente inaccettabile, è pure economicamente folle!

Ma, in realtà, neppure questo è avvenuto: niente lavoro in più. 

Credo, invece, che sarebbe stato meglio finanziare, ad esempio, veri posti di lavoro nelle forze dell'ordine per spazzare via le mafie.

Il Sud, infatti, è  distrutto dal malaffare. Gli imprenditori non possono investire, la gente non è libera. Non solo la criminalità guadagna decine di miliardi sottratti all’economia italiana  ma abbassa il Pil delle regioni coinvolte di percentuali che oscillano tra il 15 e il 20%.

Questo è a danno del sistema produttivo e fiscale dell’intero Paese. In pratica, paghiamo noi sia gli F35 che le perdite del Sud, con maggiore tassazione, meno posti di lavoro ecc.

Invece, il Sud, tanto ricco di storia, archeologia, agricoltura, bellezze paesaggistiche, mare, monti, dovrebbe volare economicamente. 

Noi, dunque, attraverso i nostri politici “lungimiranti”, preferiamo raccontarci che siamo una grande potenza e che sistemeremo l'ordine del mondo scaraventando bombe dai nostri cacciabombardieri. 

Intanto che, in casa nostra, si muore di corruzione e malaffare. 

http://www.oggi.it/posta/2017/10/11/meglio-spendere-negli-f35-che-debellare-le-mafie/

domenica 13 agosto 2017

PER UN INSEGNANTE, OFFENDERE IL CORANO NON E' PROFESSIONALE di Renata Rusca Zargar



La scuola è  finita da un po', anzi sta per ricominciare con gli esami per il recupero dei debiti. Eppure, si discute ancora della vicenda del professore sospeso per sette giorni senza stipendio dalla dirigente scolastica, a causa di un fatto accaduto il 31 maggio. 

Come siano andate effettivamente le cose é un po' difficile da comprendere e bisogna  cercare di non strumentalizzarle seguendo, magari, il proprio settarismo. Comunque, nei fatti, pare che una studentessa musulmana del quinto anno dell'Istituto tecnico Falcone-Righi di Corsico (MI), non si sia alzata in piedi all'ingresso, in classe, del professore. Alla richiesta del motivo di tale comportamento, pare ella abbia  addotto la scusa che osservava  il digiuno del mese di Ramadan.

Effettivamente é in uso, anche tra  i docenti più progressisti, chiedere che gli studenti si alzino in piedi quando entra nell’aula un insegnante o un dirigente scolastico.  Chissà quanti non si saranno alzati quando io entravo in classe, senza che io ci facessi caso! Io, infatti, ero già mentalmente pronta e motivata a proporre le attività dell'ora e non a perdere tempo. Certamente, in tanti anni di carriera, non ho mai chiesto a nessuno perché non si fosse alzato al mio arrivo. Per me, il rispetto non si dimostra con tale obbligo. Il rispetto é interiore e, alle volte, é forte e sincero anche quando un alunno (adolescente), magari, ti volta persino le spalle. Inoltre, non ho mai creduto nell'utilità del braccio di ferro con i giovani, anche perché si sarebbe entrambi perdenti.

In quell'occasione, però, il professore ha domandato alla ragazza perché praticasse il digiuno.
Nel successivo battibecco tra i due, lei sosteneva di farlo per motivi morali. Lui, sedicente diplomato nelle religioni oltre che professore di diritto, volendo, forse, dimostrare che la ragazza neppure sapesse lo scopo della penitenza, precisava che, nel mese di Ramadan, é disceso il Corano da Dio al Profeta attraverso l'arcangelo Gabriele.
Infine, il professore aveva, a quanto pare, concluso che credere nella discesa da Dio del Corano é un'assurdità.

A quel punto, la studentessa si sarebbe risentita e sarebbe uscita dalla classe recandosi dalla Preside che, in seguito, ha preso i suoi provvedimenti.

Ho letto e ascoltato vari commenti su questi fatti e, con i tempi che corrono, davano tutti ragione al professore.

Certamente, la studentessa ha sbagliato a pensare di comportarsi diversamente dal solito in occasione del digiuno. Seguire i dettami della propria religione è una scelta personale che non dobbiamo scaricare sugli altri. La religione islamica, inoltre, cerca il benessere della persona. Se una donna non riesce neppure ad alzarsi in piedi, vuol dire che non sta bene e, quindi, non è tenuta a  fare un sacrificio che, nei mesi caldi, è molto pesante. Ci si  astiene, infatti, dal mangiare e dal bere dall'alba al tramonto, cioè per un lunghissimo numero di ore. Inoltre, nella nostra società non c'è la consuetudine a questo sacrificio come, invece, nei paesi a maggioranza musulmana e le persone non lo capiscono.

Io sono musulmana da 27 anni, ma ho osservato il digiuno del Ramadan anche prima, per fare compagnia a mio marito. Dato che i mesi arabi seguono il calendario lunare, cioè in pratica si anticipa ogni anno di circa 10 giorni, mi é capitato, per molti anni, che  il mese di Ramadan cadesse durante i mesi scolastici e, in ultimo, anche quando sono stata Presidente agli esami di stato delle scuole superiori. Nessuno ha mai notato alcuna differenza nel mio comportamento. Forse, i miei alunni più attenti, avranno visto che non prendevo il caffè, come al solito, alla macchinetta nel corridoio. Niente altro.

Non avrei mai tollerato di far pesare sugli altri una scelta che ritengo assolutamente personale lavorando con meno impegno o energia (chiaramente io non facevo il minatore né spaccavo le pietre sotto il sole sulla strada, come vedevo fare in India).

Astenersi dal bere e dal mangiare per molte ore, evitare cattivi pensieri, concentrarsi su chi fame e sete le patisce tutto l'anno, cercare di combattere la cattiveria che tutti abbiamo dentro di noi, é un percorso interiore che non può ricadere sugli altri se non -si spera- nei benefici effetti che ne verranno dopo. Tutti noi abbiamo il dovere di  puntare alla santità anche se, evidentemente, ne siamo lontanissimi e sappiamo che non la raggiungeremo mai.
Il professore, però, tanto diplomato nella conoscenza delle religioni, quando afferma che la discesa del Corano é un'assurdità, sembra che si riferisca solo all'Islam. In verità,  quando si valutano le affermazioni di qualsiasi religione, sono tutte assurde. Notoriamente, le verità di fede non si possono dimostrare con la ragione e con la scienza. Il mondo è stato creato in sei giorni, chi muore e resuscita, chi sale al cielo ecc. sono questioni di fede. Ci si può credere oppure no.

Per un insegnante, che deve essere prima formatore della persona e poi informatore della disciplina, offendere i sentimenti e la fede di una sua discepola non è professionale.
Conoscendo bene la scuola, riesco a immaginare quanto tale docente possa essere stato, probabilmente, anche in passato, assertore di "verità" orientate.
E che, forse, la preside, attraverso un provvedimento forte, abbia cullato la speranza di una richiesta di trasferimento.




sabato 12 agosto 2017

"AIUTIAMOLI A CASA LORO" MA, INTANTO, FACCIAMO GUERRA ALLE ONG di Renata Rusca Zargar

Nei lunghi articoli di giornale e nelle ore e ore di trasmissioni televisive si parla, continuamente, di presunte invasioni di migranti. Non si spiega quasi mai, però, ai comuni cittadini, quale sia la situazione dei paesi da cui provengono i migranti, quale sia il tipo di vita che fanno, le possibilità di lavoro, i sistemi sanitari (che non ci sono), se gli vengono praticate le vaccinazioni che, invece, a noi, negli ultimi tempi, è venuto in mente di rifiutare.

Neppure ci si chiede come mai, se l'Africa é il continente più ricco, la sua popolazione sia la più povera.

Chi gode le ricchezze africane?

Facciamo un esempio tra tantissimi: nel Congo Brazzaville (ex colonia francese -!-, repubblica presidenziale autoritaria), i ricavi delle risorse petrolifere vanno per il 97% alle multinazionali straniere e per il 3% al paese (cioè al governo). Con lo sfruttamento selvaggio di tale petrolio, hanno inquinato e distrutto l'ecosistema marino e costiero, impedendo ai contadini e ai pescatori di vivere.

Un altro esempio: le multinazionali della frutta obbligano gli agricoltori a produrre quello che serve alle multinazionali stesse abbandonando le colture di sussistenza. Quando il prodotto richiesto è pronto, possono anche non ritirarlo più o offrire ai coltivatori un prezzo che non copre neppure i costi. Tanto i contadini non si possono ribellare e i loro governi sono partner degli occidentali che li foraggiano ampiamente.

Quando io frequentavo le scuole superiori dalle suore, mi spiegavano che la popolazione dell'Africa era molto povera.  Dopo diversi decenni, l'Africa é allo stesso punto.

Come mai non li abbiamo aiutati a casa loro, magari, non depredandoli delle loro pietre preziose (facendo lavorare bambini schiavi e portando altrove il valore), dei loro prodotti agricoli, del loro petrolio o, magari, non andandovi a scaricare nascostamente rifiuti tossici?

Aiutarli a casa loro sarebbe un obiettivo giustissimo dato che abbiamo depauperato quel continente a cominciare dalla manodopera giovane e forte che è stata venduta, dopo la scoperta dell’America, come schiava.

Ma dove sono i piani europei per farlo? Aiutarli a casa loro, non sarà, per caso, vendere loro armi o addestrare le loro forze armate per migliorare i sistemi repressivi contro la povera gente?

Perché a questi supposti piani di aiuto, se esistono, non è stata data alcuna divulgazione e trasparenza?

Dunque, per eliminare gli scafisti che scaraventano in mare dei canotti stipati di carne umana non c’è altro mezzo che organizzare dei battelli di linea dove si paghi il biglietto. Potrebbe esserci un numero mensile di partenze e ci costerebbero molto meno dei salvataggi in mare (anche in termini delle migliaia di vite perse nel Mediterraneo).

Chi attende il passaggio, potrebbe essere ospitato in campi gestiti da associazioni umanitarie e non  dai libici o da altri arabi che non sono mai  andati a scuola di diritti umani.

Invece, si permette che gli scafisti assassini guadagnino milioni sulla carne umana e l'unico sistema di contrasto che si riesce a immaginare é la repressione dei poveri migranti!
Come tutti sappiamo, anche se facciamo finta di non sapere, chi arriva in Libia da altre parti dell’Africa, dopo un viaggio di terrore nel deserto, viene torturato, violentato (non ci si chiede come mai arrivino tante donne incinte o con bambini piccolissimi?), picchiato, gli si estorce tutto ciò che ha.

Rimandare in Libia quelli che riescono a uscirne, è lo stesso di quando spedivamo gli ebrei e gli oppositori politici nei campi di sterminio di Hitler. Salvo, poi, avere la sfrontatezza di affermare: "Italiani brava gente"!
In attesa di aiutarli a casa loro, comunque, per ora, non si è trovato di meglio che combattere le ONG che suppliscono alla vergogna degli stati “civili”. Non si è trovato di meglio che gettare il sospetto e  il discredito su chi rischia, in 70 paesi del mondo, la propria vita perché crede nei valori dell'essere umano e nei diritti.
Il retro pensiero è molto chiaro. Tutti i politici, nessuno escluso, incuranti del danno a tutto il mondo umanitario, a corto di una qualsiasi visione di questo paese e del mondo,  hanno capito che con i migranti si perdono le elezioni. Solleticando, senza neppure provare a formare dei cittadini più consapevoli, i peggiori istinti della gente, invece, si vince.  

LA GUERRA A UNO SCAFFALE DI LIBRI USATI di Renata Rusca Zargar


A Savona, esiste un palazzo cinquecentesco, palazzo Della Rovere, che, con alterne fortune, è stato  utilizzato, nel tempo, per svariati uffici tra cui Tribunale, Questura, Agenzia delle Entrate, Poste ecc. Le facciate esterne, sempre nel tempo, sono state ristrutturate ma, dopo l’abbandono degli uffici, il cortile interno è stato chiuso e lasciato alle erbacce.

A un certo punto, però, la “Bella addormentata nel bosco” è stata baciata da un principe (?) fantasioso che, nel prevedere la riapertura del cortile che funge anche da passaggio tra due vie del centro storico, ha tinteggiato le pareti, per un’altezza di  due metri, e la storica pavimentazione in basoli, con il bitume nero. Al di sopra del bitume, si notano le facciate interne del palazzo in completo degrado.

Pazienza! I Della Rovere non sono più Papi e i tempi sono magri per tutti.

Bisogna aggiungere, però, che qualcuno, con uno spiccato senso dell’ironia, ha scritto in bianco sulla gettata di catrame: “You are moving towards the future” (Ti stai muovendo verso il futuro) e, per rendere il percorso ancora più delirante, ha tracciato il “Kissing  point” (Punto del bacio), che, forse, sarebbe il futuro, anche perché non se ne intravede un altro. Tutto rigorosamente in inglese in onore alla globalità. Non oso immaginare chi abbia il coraggio di baciarsi in mezzo a tanto imbarbarimento ma, si sa, l’amore è cieco.

In questo “paradiso” per il turista e per il savonese, c’era, però, una cosa buona. Uno scaffale, in un angolo sotto il porticato, dove si potevano lasciare e prendere libri usati da leggere. Lo trovavo un fatto molto positivo perché immaginavo che qualcuno potesse, facilmente, magari senza andare lontano, trovare un po’ di compagnia in un libro. Io, personalmente, vi ho depositato spesso volumi che non mi servivano più.

Negli ultimi mesi, però, lo scaffale è stato distrutto da persone che godono nel fare i dispetti agli altri. In seguito, qualcuno ne ha messo un altro più piccolo, ma anche quello è stato disintegrato.

Quando ci chiediamo come sia possibile che l’uomo continui a fare le guerre e prediliga il male, dobbiamo ricordare che, anche noi, nel nostro piccolo, siamo continuamente in guerra.

Nemmeno un innocuo scaffale di libri vecchi ci può sfuggire.






lunedì 7 agosto 2017

CERCASI SOGNI E AMORE PER I GIOVANI di Renata Rusca Zargar


La vicenda della ragazzina sedicenne morta per droga, a Genova, ha suscitato, come logico, molto clamore e commenti. Ci si chiede, soprattutto, come mai ci sia nei giovanissimi un desiderio di sballo che è abbrutimento, incapacità di essere padroni di se stessi, voglia di star male, indifferentemente che lo si faccia con la droga o con l'alcool, bevendo fino al coma etilico. In Italia, tra l’altro, dell'alcool se ne parla poco per non danneggiare l’agricoltura e la forte industria ad esso collegate, ma sarebbe interessante divulgare i dati dei danni psichici e fisici dall'abuso di alcool!
In un’atmosfera in cui le sentenze sono sempre facili, si sostiene che i genitori, per figli tanto insoddisfatti da cercare la perdita di coscienza di sé, non abbiano fatto abbastanza.
Essendo stata insegnante per tutta la vita - e anche mamma - so che i genitori tendono a non vedere i problemi dei propri figli o a negarli. Forse, perché si sentirebbero responsabili o, forse, perché non sopportano che i loro figli non siano perfetti e felici, così come loro si augurerebbero.

Eppure, il male della gioventù non è solo sbaglio dei genitori. Le mie figlie, davanti ai miei sensi di colpa, mi hanno ampiamente spiegato che i figli non sono figli solo dei genitori. Imparano a scuola, dagli insegnanti, dai compagni, dalle persone che frequentano, dagli amici ecc. Hanno una vita sociale, insomma.

Inoltre, ho capito che, a volte, anche facendo del proprio meglio, i figli (e gli alunni) fanno il contrario di ciò che si insegna. Ad esempio, una persona, magari, si spende per anni per sostenere la raccolta differenziata dei rifiuti, lotta per  non  sprecare la carta, per riciclare ecc. ecc. I figli, invece, gettano tutto  nell'indifferenziata non razionalizzando il fatto che danneggiano prima di tutto se stessi e il proprio mondo di domani. I figli, come gli alunni, si comportano spesso esattamente al contrario di quello che gli viene proposto.

Che fare? Non ci sono ricette, evidentemente. Ma bisogna continuare a insegnare sperando che, un giorno, essi capiscano. Perché il dovere dell’adulto è combattere le paure dei giovani non avendo paura, proponendo un esempio comportamentale di valori e principi indipendentemente dal successo educativo momentaneo.

Considerando anche che i tempi sono molto difficili.
Nella mia gioventù, come tanti ricorderanno, era molto di moda il “fumo” ma anche la coca e l'lsd. L’eroina, al contrario, aveva una connotazione negativa. Non credo che i genitori, allora, ne fossero consapevoli né che se ne parlasse a scuola come, invece, avviene adesso. La gente non conosceva, come, invece, è oggi, i danni fisici e psichici irreversibili delle sostanze stupefacenti.

Eppure, non mi sembra che andare oltre qualche spinello fosse così comune come ora. Chi andava oltre, poi, si riduceva a uno straccio, si trascinava per le strade inconsapevole, non piaceva a nessuno.
Anche doversi impasticcare per divertirsi a ogni costo non era necessario. Ci si divertiva lo stesso, forse, perché, finalmente, si usciva di casa dopo aver lottato anni per avere un po' di libertà, o perché si andava a una manifestazione politica, a un corteo, oppure perché, miracolo tecnologico, si passava dal jukebox alla sala da ballo e, quindi, alla discoteca!
Era un tempo pieno di sogni per il futuro - diritti, libertà, uguaglianza- per i quali lottare e dare il meglio di sé.
Forse, alcuni giovani hanno perso la capacità di sognare e la nostra società non gliene dà motivo.

Infine, da ragazza pensavo che con l'amore si risolve tutto, si recuperano gli sbagli dei genitori, degli insegnanti, degli amici... Si può sempre ricominciare.

Forse, lo penso ancora.

sabato 5 agosto 2017

PERCHE' MEDICI SENZA FRONTIERE NON HA FIRMATO IL CODICE DI CONDOTTA PREDISPOSTO DAL MINISTERO DELL'INTERNO

31 Luglio 2017
Gent.mo - Marco Minniti - Ministro dell’Interno

Gentile Ministro,
Le scriviamo per comunicarle la risposta di Medici Senza Frontiere (MSF) al suo invito a firmare il Codice di Condotta predisposto dal Ministero dell’Interno in consultazione con la Commissione Europea.
Ancor prima di entrare nel merito, ci preme innanzitutto ribadire l’apprezzamento della nostra organizzazione per l’esemplare ruolo svolto dall’Italia nel salvare centinaia di migliaia di vite lungo la pericolosa rotta del Mediterraneo centrale. In questi anni complicati, il disfunzionale sistema di asilo dell’Unione Europea e una risposta insufficiente da parte degli altri Stati membri hanno fatto ricadere sulle sole autorità italiane sfide importanti, che avrebbero meritato ben altra attenzione da parte della comunità europea e internazionale.
Anche a partire da queste considerazioni, MSF ha scelto di partecipare alla discussione sul Codice di Condotta con un approccio assolutamente aperto e costruttivo. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di garantire il miglior coordinamento possibile tra tutti gli attori coinvolti, contribuendo al tempo stesso a rimuovere ogni elemento di dubbio e sospetto sugli obiettivi e le modalità di lavoro delle organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso in mare.
Nel corso delle ultime settimane, abbiamo condiviso con il suo Ministero una serie di preoccupazioni sul Codice di Condotta, richiedendo chiarimenti su temi specifici e sollecitando emendamenti sostanziali che ciavrebbero messo nelle condizioni di poter firmare il documento. Dopo un’attenta valutazione della versione conclusiva del Codice, riconosciamo che sono stati fatti sforzi significativi per rispondere ad alcune delle osservazioni presentate da MSF e dalle altre organizzazioni. Tuttavia alcune delle preoccupazioni e richieste che abbiamo indicato nella lettera del 27 luglio scorso sono state lasciate senza risposta. Le linee di riferimento e l’impianto generale del Codice – dobbiamo dirlo con chiarezza – sono rimasti sostanzialmente immutati. Per questa ragione, con dispiacere e dopo attenta considerazione, riteniamo che allo stato attuale non sussistano le condizioni perché MSF possa sottoscrivere il Codice di Condotta proposto dalle autorità italiane.
Ben consapevoli del rilievo e delle possibili conseguenze di questa nostra decisione, vorremmo cogliere questa opportunità per spiegare apertamente e con maggiore dettaglio alcune delle motivazioni che ne sono alla base.
Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi: auspichiamo che questo vuoto sia solo temporaneo e da tempo chiediamo agli Stati membri UE di creare un meccanismo dedicato e proattivo diricerca e soccorso che integri gli sforzi compiuti dalle autorità italiane. Dal nostro punto di vista, il Codice di Condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso.
Al contrario, riteniamo che per la formulazione ancora poco chiara di alcune parti, il Codice rischi nella sua attuazione pratica di contribuire a ridurre l’efficienza e la capacità di quel sistema. Ci riferiamo in modo specifico all’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi. Fatte salve le circostanze straordinarie indicate nel Codice, questa modalità di organizzazione delle operazioni riduce la presenza di assetti navali nell’area SAR e comporta aggravi non necessari alle navi di soccorso non predisposte per operare regolarmente i trasferimenti a terra delle persone. Nell’esperienza degli ultimi due anni, le navi più piccole hanno spesso fornito un contributo essenziale alle operazioni SAR, stabilizzando i barconi in difficoltà in attesa che navi più grandi provvedessero al soccorso e all’imbarco dei naufraghi. Le nostre unità navali sono molto spesso sopraffatte dall’elevato numero di barconi che si trovano contemporaneamente in stato di difficoltà, e la vita e la morte in mare è una questione di minuti. Il Codice di Condotta mette a rischio questa fragile equazione di collaborazione tra diverse navi con diverse capacità, comportando il rischio effettivo che le navi più piccole siano costrette ad abbandonare frequentemente la zona di ricerca e soccorso e, nel medio periodo, addirittura a cessare di operare.
Il Codice sembra poi ricercare il coinvolgimento di altri governi nel meccanismo di soccorso in mare, in particolare per l’impegno a informare immediatamente le autorità dello Stato di bandiera e a coinvolgere l’MRCC più vicino alla zona in cui si verifica un evento SAR. Fino ad oggi abbiamo lavorato sotto l’esclusivo coordinamento dell’MRCC di Roma, riconoscendo in ogni circostanza la più assoluta efficienza e dedizione. Abbiamo richiesto garanzie che l’obbligo di coinvolgere altri MRCC non avrebbe comportato rallentamenti nelle operazioni di soccorso e nella determinazione del luogo sicuro in base agli accordi internazionali. I cambiamenti apportati a questo impegno nella versione definitiva del Codice non rispondono sufficientemente a questa richiesta e poiché la non chiara assegnazione delle responsabilità tra gli MRCC attivi nell’area ha in passato provocato tragedie, questa rimane per MSF una preoccupazione cruciale.
Abbiamo infine esaminato le disposizioni del Codice alla luce dei nostri principi umanitari di indipendenza, imparzialità e neutralità. La presenza a bordo di funzionari di polizia armati è contraria alla politica “no- weapons” che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo. È per noi anche una questione di sicurezza e per questa ragione ne richiediamo il rispetto sia agli eserciti e alle forze di polizia che ai gruppi armati e alle milizie di ogni tipo. Mentre la nuova versione del Codice garantisce che le attività umanitarie non saranno ostacolate dalla presenza di funzionari di polizia a bordo delle nostre navi, si richiede ancora alle nostre équipe di contribuire attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative, e questo costituisce una distorsione sostanziale della nostra missione. Il Codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente.
Il rigoroso rispetto dei principi umanitari riconosciuti a livello internazionale è per noi un presupposto irrinunciabile. Essi rappresentano la sola garanzia di poter accedere, quasi ovunque nel mondo, alle popolazioni in stato di maggiore necessità, assicurando allo stesso tempo ai nostri operatori un sufficiente livello di sicurezza. Ogni compromesso su questi principi è potenzialmente in grado di ridurre la percezione di MSF come organizzazione medico‐umanitaria effettivamente indipendente e imparziale.
Siamo più che convinti che di fronte a queste motivazioni, così vitali per un’organizzazione come la nostra, anche lei comprenderà la responsabilità della posizione netta e rigorosa che abbiamo scelto di assumere, in una circostanza in cui è elevato il rischio che venga fraintesa o male interpretata dalle autorità e dall’opinione pubblica. Non è la prima volta che ci accade, temiamo non sarà l’ultima.
A queste osservazioni si aggiungono le preoccupazioni che già abbiamo condiviso con lei sulla drammatica situazione in Libia. Le persone di cui ci prendiamo cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli e quelle che soccorriamo in mare condividono le stesse vicende di violenza e trattamenti disumani. Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti. La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare. Ovviamente le attività di ricerca e soccorso non costituiscono la soluzione per affrontare i problemi causati dai viaggi sui barconi e le morti in mare, ma sono necessarie in assenza di qualunque altra alternativa sicura perché le persone possano trovare sicurezza. Contenere l’ultima e unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza non è dal nostro punto di vista accettabile.Anche per questa ragione, il recente annuncio dell’operazione militare italiana nelle acque libiche costituisce un elemento di ulteriore preoccupazione che ci ha confermato la necessità di segnare l’assoluta indipendenza delle nostre attività di soccorso in mare dagli obiettivi militari e di sicurezza.
Nel comunicare la nostra impossibilità a sottoscrivere il Codice di Condotta nell’attuale formulazione, intendiamo confermare pubblicamente che tutte le operazioni di MSF in mare si sono sempre svolte sotto il coordinamento dell’MRCC e in piena conformità alle norme vigenti, nazionali e internazionali. Allo stesso tempo comunichiamo la nostra intenzione di continuare a rispettare quelle disposizioni del Codice che non sono contrarie ai punti sopra illustrati, tra cui quelle relative alle capacità tecniche, alla trasparenza finanziaria, all’uso dei trasponder e dei segnali luminosi. Confermiamo inoltre l’impegno a coordinare ogni nostra iniziativa con l’MRCC e anche a garantire l’accesso a bordo di funzionari di polizia giudiziaria, secondo quanto sopra espresso, così come la collaborazione costruttiva con le autorità italiane, nel pieno rispetto degli obblighi di legge.
Nel restare a completa disposizione per discutere con maggiore dettaglio la nostra decisione, le confermo la volontà di MSF di proseguire la collaborazione con il suo Ministero per contribuire a migliorare il coordinamento e l’efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso in mare.
In fede,
Gabriele Eminente
Direttore Generale Medici Senza Frontiere Italia

mercoledì 2 agosto 2017

I DIRITTI DEI BAMBINI NEL NOME DI CHARLIE GARD di Renata Rusca Zargar



Questa mattina, ho visto passare un’ambulanza con l’auto della polizia a farle strada. Subito, mi è venuto in mente quel giorno, di molti anni fa, in cui mi trovavo sull’ambulanza con mia figlia minore in procinto di nascere assai in anticipo sul tempo previsto. La polizia ci aveva permesso di evitare il traffico per raggiungere al più presto l’ospedale Gaslini di Genova.

Le previsioni dei medici, però, erano state infauste e, a un certo punto, avevo accettato la volontà di Dio e mi ero affidata. Mia figlia, infine, si è salvata, ma non posso dimenticare l’angoscia e le difficoltà che io, suo padre, la piccola e persino la sorella più grande, abbiamo dovuto affrontare.

Invece, purtroppo, la vicenda di Charlie Gard si conclude nel più infelice dei modi.

Qualunque genitore può comprendere che perdere un figlio/a è innaturale e, sicuramente, è la più drammatica sofferenza che possa capitare all’essere umano. Qualunque genitore darebbe la vita per il proprio figlio/a. Qualunque genitore sa quanta insopportabile ansia porti anche solo una patologia, un piccolo intervento, persino un’influenza del proprio figlio/a!

Per questo, condividiamo la strenua lotta dei genitori di Charlie, che sarebbe stata anche la nostra se fossimo stati al loro posto. Genitori tanto sfortunati da essere entrambi portatori sani di una malattia genetica rarissima e di averla trasmessa al proprio figlio, una malattia così rara che, conoscendosene solo 16 casi nel mondo, non ha, per ora, una cura.

Certamente, se fosse stato possibile somministrare la terapia sperimentale del  professor Michio Hirano della Columbia University di New York, Charlie sarebbe diventato una cavia umana, perché tale terapia non è stata mai testata neppure su animali, solo in vitro. Essere una cavia umana sembra davvero brutto, parlandone: nessuno vorrebbe essere una cavia.  Eppure, molte nuove scoperte sono state provate sulle persone e da quei tentativi derivano grandi successi e miglioramenti per l’umanità.

La terapia sperimentale sarebbe stata, comunque, un percorso molto difficile:  si sarebbe trattato solo di un 10% di possibilità di miglioramento in un soggetto con danni cerebrali importanti, che non si muove, non si alimenta, non respira, senza le macchine. Infine, proprio le condizioni irreversibili del bambino, hanno determinato la rinuncia a questa prova.

A fronte del grande rispetto per i genitori, mi fa, invece, un po’ sorridere che Trump abbia concesso prontamente la cittadinanza americana al bimbo.

Una persona tanto sensibile nei confronti di un solo bambino non si capisce come possa aver pensato, ad esempio, di ampliare il muro con il Messico. Trump vuole impedire, più dei suoi predecessori, l’accesso al suo felice paese dei poveracci dell’America Latina già tanto massacrata e sfruttata, per secoli, dall’imperialismo degli Stati Uniti. Dunque, per i bambini messicani, guatemaltechi, honduregni, salvadoregni e nicaraguensi non c’è nessuna pietà!

Ormai, il milione e 300mila sterline raccolte con un appello sul web per l’ipotetico trasferimento di Charlie negli Stati Uniti, diventeranno una fondazione a suo nome. Facendo del bene ad altri, i genitori potranno mitigare il dolore.

Così, potranno usare il denaro per altri bambini malati, per la ricerca sulle malattie rare e, perché no?, per salvare piccoli bambini dalla fame, per farli vaccinare, per impedire che diventino bambini soldato, prostitute/i nelle  mani dei pedofili, schiavi nelle piantagioni di cioccolata o nelle miniere di diamanti…

Purtroppo, di bambini che soffrono, nel mondo, ce ne sono milioni e milioni.

Qualcuno ha i genitori belli e giovani pronti a lottare fino alla fine.

Qualche altro, magari, i genitori non li ha più o sono analfabeti e poveracci, senza alcun mezzo per far valere i diritti dei bambini che dovrebbero essere gli stessi dappertutto.