giovedì 29 giugno 2017

DIMMI DOVE NASCI E TI DIRO' CHI DIVENTI di Padre Armanino, Niger


                         Dimmi dove nasci e ti dirò chi diventi. Dissidenze nel Sahel

Si nasce sempre  per caso da qualche parte. Questo basta per decidere una vita. La durata compatibile, il numero dei figli, gli anni di scuola, la distanza dal rubinetto d’acqua più vicino, il tipo di malattia che contaminerà  la salute, come curarsi se ammalati, il dio da pregare, la lingua da parlare e il mondo da cambiare. Tutto giocato dall’inizio o quasi. Basta nascere in un qualsiasi Sud del mondo e rimane molto meno all’inventiva della mobilità sociale. Si diventa quello che la nascita ha destinato, o poco più a seconda delle circostanze. Si nasce con la guerra, si convive con lei e a lei la morte si rivolge per mancanza di spazio. Per la miseria è la stessa filastrocca che cantavano le nonne ai nipoti per farli addormentare sereni e affamati. Si nasce sempre per caso da qualche parte. Tutto o quasi è già stato scritto sulla sabbia.

Già, la sabbia. Michael l’ha conosciuta fuori dal suo paese. Nato e condannato dalla guerra civile in Liberia. Era già diventato quello che ci sia aspetta da qualcuno che dalla guerra è stato prodotto e usato. E allora Michael parte in Mauritania dove la Guardia Civil spagnola, con la complicità delle autorità locali, controlla la frontiera verso il Marocco. Dopo qualche mese torna indietro e, attraversando il mare di sabbia raggiunge la Libia. La guerra lo sorprende pure lì nel 2011, quando la democratica NATO scelse di liquidare con le armi la dittatura di Gheddafi. Rimane imprigionato per alcune settimane e poi espulso nella sabbia del sud della Libia. Michael non si dà per vinto e raggiunge l’Algeria con le segreta speranza di lasciarsi dietro il luogo di nascita. Senza documenti è arrestato, imprigionato e espulso alla frontiera con Niger.

Si nasce sempre per caso da qualche parte. Da quello ne scaturisce il mestiere, la forma della casa, il modo di vestire e di danzare. A seconda del luogo il palato si adatta al gusto del cibo, ci si sposa e si invecchia, si fa la politica e si diventa grandi. Si impara a dormire e sognare, si conoscono  i nomi degli alberi e i suoni del vento, la rabbia e la paura, la solitudine e la sete. Basta nascere in un qualsiasi Sud del mondo e sembra che tutto o quasi sia stato deciso dal destino di sabbia. Passano gli anni e le stagioni, cambiano le nuove generazioni e assomigliano alle precedenti, la siccità, le carestie e poi si ricomincia da capo fino alle prossime elezioni presidenziali. Militari, classe media, élites, intellettuali, commercianti, tutti destinati dalla nascita per via di padre, madre o raccomandazioni divine. Tutto o quasi è già stato scritto sulla sabbia.

C’è chi ricomincia da lei, la sabbia. Il mondo nuovo comincia dalla sabbia dalla quale Michael ha scelto di farsi attraversare. Ogni dissidenza incomincia dalla sabbia, fin dall’inizio del mondo è stato così. Le parole scritte sulla pietra sono state spezzate e solo permangono quelle scritte sulla sabbia dai piedi che la sfidano. Mchael ha lasciato due figli a casa e nel frattempo suo padre è morto. La loro madre è partita in Europa e si è sposata con un bianco. Michael torna al paese dove è nato e trova il piccolo di nome Nouri ormai diventato grande. Gli parlerà della sabbia, della Libia, del mare che ha solo sfiorato e dell’Algeria da cui arriva passando dal Niger. Gli dirà che la ribellione al destino  incomincia dalla sabbia. Nouri, nome che significa luce, giorno e alba, ascolta e poi giura a suo padre di continuarne il cammino.

                                                                                               Mauro Armanino, Niamey, Giugno 017


lunedì 26 giugno 2017

da RELIGIONI PER LA PACE, ITALIA


Accanto alle organizzazioni internazionali ed insieme a molti altri movimenti, Religions for Peace vuole operare per promuovere , all’interno della nostra umanità , una convivenza pacifica e giusta fondata sul rispetto reciproco e su una migliore ripartizione delle risorse della terra, mediante un impegno di educazione alla pace e al dialogo, la diffusione di ideali di fraternità e di riconciliazione, la promozione del disarmo nucleare e della collaborazione fra i popoli. La sua specificità è quella di perseguire tali fini utilizzando i mezzi spirituali propri delle religioni.


E’ un movimento multireligioso in quanto ad esso partecipano in piena uguaglianza persone che provengono dalle grandi tradizioni religiose del mondo (Baha’i, Buddismo, Cristianesimo, Ebraismo, Giainismo, Induismo, Islam, Sikh, Zoroastrismo, Taoismo, Shintoismo ed altre tradizioni locali), nel rispetto delle convinzioni di ognuna, per mettere a frutto la saggezza spirituale delle diverse fedi religiose e far crescere la fiducia reciproca fra gli uomini nella ricerca della pace e della giustizia.

La convinzione di partenza è che laddove si realizza un’autentica apertura alla dimensione spirituale nasce anche una sincera condivisione fra gli uomini, riconoscendo che in tutte le tradizioni religiose esistono insegnamenti di rispetto per la vita e di benevolenza che spingono alla fraternità e alla solidarietà.


Tra le numerose attività svolte in vari settori da Religions for Peace in Italia vi è la pubblicazione dei CALENDARI, ovvero un calendario al plurale con le festività di tutte le tradizioni e citazioni provenienti dalle varie scritture e da autori che vi fanno riferimento.

Anche quest’anno “oseremo” per l’ottavo anno consecutivo elaborare e pubblicare questo tipo originale di calendario, nonostante la scarsezza dei nostri mezzi materiali. Pertanto conteremo sulla generosità dei simpatizzanti e sulle quote di tesseramento degli iscritti, che sollecitiamo a rinnovare l’iscrizione ora che siamo configurati come ONLUS.

www.religioniperlapaceitalia.org


giovedì 22 giugno 2017


RIFUGIATI

Conversazioni su frontiere, politica e diritti

Filippo Miraglia con Cinzia Gubbini, Edizioni Gruppo Abele, 2016, pagg. 112, euro 8,50; prefazione di Alessandro Leogrande e Luigi Manconi



  Per rendere l'idea definirei questo libro "un compendio di perle di saggezza". - " Quali? " mi chiederete. - " Innanzitutto il titolo. Denominare i migranti " rifugiati " capovolge il problema, cambia la prospettiva. Non ci sentiamo più in pericolo di fronte all'invasore ma in dovere di aiutare colui che, in pericolo di vita, si rifugia da noi. Poi "la voce fuori dal coro"  inaspettata e provvida: la denuncia coraggiosa delle false notizie diffuse dai mass media strumentalizzati dalla politic ; il ridimensionamento del problema che, dati alla mano, non è così incontrollabile; incontrollato, invece, lo è fin dall'inizio e ciò è la causa dei gravi disagi a cui noi e rifugiati siamo sottoposti e all'imperare incontrastato della criminalità maxi e mini.  Infine " la quiete dopo la tempesta" di leopardiana memoria, un " arcobaleno simbolo di pace quale ponte fra i popoli", l'ipotesi credibile di una possibile soluzione. Uno spiraglio di luce alla fine del tunnel" scaturisce qual acqua di fonte sorgiva evidente, logico, fattibile. Spento l'eco delle folle sgomente,  acquietati gli animi, aperte le menti e ispirate ad un nuovo Umanesimo si intravedono nuovi orizzonti. Sarebbe bastante prendere fiato, analizzare meglio le problematiche, riconoscere gli errori per correggerli. Potremmo riorganizzare l'accoglienza coordinando gli sforzi, prendendo esempio dalle altre nazioni rispetto alle quali, nella graduatoria di merito siamo fanalino di coda. Potremmo pianificare tenendo conto di necessità presenti e future in un'ottica di medio-lungo termine e finiremmo questa "storia infinita" con il fatidico "...e vissero felici e contenti"  delle favole di una volta. Per questo aspetto un ritorno alla tradizione sarebbe auspicabile per il bene comune nel rispetto delle regole del vivere civile e della natura. Leggendo "Rifugiati" Conversazioni su frontiere, politica e diritti di Filippo Miraglia edizioni Gruppo Abele, si può ricevere un input che rende ciò realizzabile poiché ridona speranza e acquieta gli  animi grazie all'indicazione di una via percorribile. Un solo dubbio, una strisciante perplessità : - Per quale ragione non se n'è mai sentito parlare nemmeno con un accenno, una menzione. Proporrei una rivolta pacifica dal basso. Facciamo un passaparola con un tam tam continuo e insistente, con i segnali di fumo, gli sbandieramenti in codice...  Il libro è maneggevole. Il suo contenuto é ben strutturato. Gli argomenti sono esposti in forma comprensibile. I contenuti sono ben correlati fra loro e completi di esempi e dati storici, sociologici e di geopolitica. Ci sono pertanto i presupposti e le ragioni per leggerlo e consigliarlo a parenti ed amici. È uno strumento per darci conoscenza è consapevolezza rendendoci così protagonisti e fautori della Storia del nostro bel Paese. Solo così facendo potremo stare al passo con i tempi e ben figurare al cospetto del mondo intero per garantire un futuro migliore ai nostri giovani.



Marina Zilio


mercoledì 21 giugno 2017

IUS SOLI: NOI INDIGENI ITALIANI CI SIAMO SVEGLIATI TARDI, COME AL SOLITO di Renata Rusca Zargar



Chissà perché sarà venuto in mente proprio in questo periodo di rispolverare la legge sullo Ius soli (che poi Ius soli non è) già approvata alla Camera alla fine del 2015 e da allora in attesa di essere calendarizzata al Senato.

Una legge impopolare tra la gente dal dente avvelenato contro i migranti anche perché, quando i telegiornali ne parlano, mostrano immagini dei barconi che non hanno assolutamente niente a che vedere con questo problema. Sono  messaggi subliminali di cattivi giornalisti che vogliono aumentare lo share.

Invece, probabilmente, la maggioranza di governo e parlamentare, un po' come chi sta per morire e vuole raccomandarsi l'anima con l'ultima buona azione, ha deciso di far approvare definitivamente  una legge sui diritti umani, rammentandosi, finalmente, che la terra è popolata di creature umane.

E chi è più creatura umana di tutti quei bambini e ragazzi innocenti che sono nati in Italia o sono venuti da piccoli, ne frequentano le scuole, si aspettano una vita futura in questo paese e questa società?

Vanno a scuola e studiano. Cosa? La storia italiana, ad esempio, la geografia italiana prima che europea, la grammatica della lingua italiana e, se imparano una lingua straniera, sarà, generalmente, l'inglese.

Queste piccole persone cresciute da italiane tra gli italiani, che, forse, amano il nostro paese più di noi, che ne apprezzano le opportunità e le conquiste civili, non hanno ancora diritto di essere italiani, addirittura, in certi casi, potrebbero essere espulsi come "clandestini".

Questi giovani, cresciuti da italiani, tra l'altro, non si sentirebbero più a casa propria nei paesi di provenienza dei genitori; non ne condividono le abitudini, spesso, neppure la lingua.

É evidente che questa legge dovrebbe essere in vigore da tempo. Ma sappiamo che in Italia progredire non è facile, specialmente nel campo dei diritti umani, e l'abbiamo visto nei lunghi anni di tira e molla sulle unioni civili.
La signora Meloni ha detto che la legge in discussione non va bene perché la cittadinanza deve essere “chiesta, meritata, celebrata”. È giusto.

La legge, infatti, non riguarderebbe lo "Ius soli", cioè il diritto di cittadinanza di chiunque nasca in questo paese  solo per il fatto di esserci nato. Il diritto  arriverebbe con regole precise che richiedono la permanenza positiva nel paese (Ius soli temperato, almeno uno dei due genitori  legalmente in Italia da almeno 5 anni; ma se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;  deve superare un test di conoscenza della lingua italiana) oppure dall'avere “frequentato” la nostra cultura nelle nostre scuole (Ius culturae, per aver seguito, se nati in Italia o arrivati entro i 12 anni,  le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico, elementari o medie. I ragazzi nati all’estero  che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni, dovranno aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico).
Quindi, una cittadinanza chiesta e meritata da persone che l'aspettano da tempo.

Celebrata, forse, se andrà davvero in porto, da noi indigeni italiani con un po' di vergogna per esserci svegliati tardi, come al solito!
Infine, accogliere come italiani quelli che ne hanno diritto, non innalzare muri e ghetti per tenerli lontani e servi (necessari nel lavoro ma non uguali), servirà a combattere quell'acuminato filo spinato di odio che, dopo tanti secoli di presunta superiorità  occidentale, sta distruggendo tutto il  mondo.


venerdì 16 giugno 2017

I VACCINI: BUFALE E TUTTOLOGI CI CONFONDONO di Renata Rusca Zargar





Una mia amica, Angela  Fabbri, ha scritto in un post (http://senzafine.zacem-online.org/#post598) che, negli anni 50-70, le vaccinazioni si facevano volentieri anche se, presumibilmente, saranno state  meno avanzate e più forti di quelle di oggi. Anzi, le ha definite “misure da cavallo”.

 A quei tempi, si avevano ancora negli occhi, anche qui in Occidente, le persone morte o divenute disabili (allora si diceva paralizzate) causa malattie che oggi neppure ricordiamo più.

Quando ero piccola, mia madre andava a trovare, portandomi con lei, un’ex segretaria di mio padre che era stata colpita, molto giovane, dalla poliomelite e non si muoveva più dal letto. L’unica cosa che poteva fare erano dei centrini all’uncinetto che poi ci regalava. Infine, non eravamo più andati a trovarla perché era morta.

Allora circolavano anche, come libri di lettura per ragazzi delle elementari e medie, testi sui grandi studiosi scopritori dei vaccini come Edward Jenner, Robert Koch, Louis Pasteur, Albert Sabin e molti altri. Erano storie meravigliose, forse un po’ romantiche, che facevano capire quanto l’uomo sia capace, con la sua intelligenza, di salvare le vite degli altri uomini.

Tutto ciò è molto lontano da noi ora perché le vaccinazioni hanno impedito che noi vedessimo i malati di patologie tanto severe.

Per capire, però, basta andare in Africa, dove i bimbi muoiono ancora di fame o di quelle malattie perché non hanno abbastanza denaro per avere i vaccini.

Ogni anno, mentre tre milioni di bambini vengono salvati dal vaccino, due milioni muoiono per malattie debellabili con il vaccino stesso.

Mi ha molto colpita la vicenda di un’infermiera di Treviso che pare fingesse di vaccinare i bambini (circa 500) ma gettava via la fialetta del medicinale, ancora non si sa per quale motivo. Lo trovo un fatto di estrema gravità. Un genitore pensa che il proprio figlio non sia a rischio, oppure quel bimbo stesso, da adulto, potrebbe, in viaggio magari, esporsi al contagio, credendo di essere salvaguardato.

Ogni tanto, mi sembra, si sentano storie sul personale sanitario che ne mettano in dubbio l’equilibrio mentale!

Ma, soprattutto, viviamo in tempi di bufale e di tuttologi: ognuno dice la sua come se fosse uno specialista.

Per quello che riguarda il tumore del collo dell’utero, causato dal papilloma virus, di cui si discute tanto accanitamente, sappiamo che il rischio è molto più frequente nelle donne che cambiano più partner, fatto ormai assolutamente comune, proprio perché un partner potrebbe essere infetto.

In Italia, vengono annualmente diagnosticati oltre 3.000 nuovi casi di cancro al collo dell'utero, di cui il 40-50% si rivela mortale.

Forse, a chi ha un po’ di esperienza di vita, è capitato di vedere un’amica morire ancora giovane, dopo tanta sofferenza, per questa terribile malattia.

Ben venga un vaccino che ci salvi la vita.

E ben venga un ministro che, finalmente, si sia preso delle responsabilità, magari impopolari, e abbia rimesso i vaccini obbligatori. Così come è obbligatoria la scuola, la carta d’identità e tutte quelle pratiche che contraddistinguono il vivere civile in società.

Infine, l’obiezione più comune ai vaccini è che le case farmaceutiche ci guadagnano.

Purtroppo, sappiamo che le case farmaceutiche si impegnano nella ricerca scientifica quando sanno che potranno commercializzare un prodotto in grande quantità. Prova ne sono le malattie rare per le quali, essendoci poi una clientela ristretta, è lo stato e le associazioni a tema che si devono impegnare.

È brutto pensare che tutto sia commercio, lo so.

Eppure, io utilizzo un notissimo medicinale quando mi viene il raffreddore o l’influenza. Dovrei, forse, smettere di usarlo perché la multinazionale che lo produce ci guadagna? Io penserei piuttosto –invece di sacrificare me e la mia salute- di far loro pagare tasse salate  (non come si fa ora che chi ha profitti multimilionari o addirittura miliardari “concorda” poi con lo stato solo una minima parte del dovuto!).

venerdì 9 giugno 2017

UNA MORTE DIGNITOSA PER TUTTI I DETENUTI O SOLO PER I RICCHI CAPI DELLA MAFIA? di Renata Rusca Zargar


Il difensore di Totò Riina ha chiesto nuovamente il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare per gravi motivi di salute del suo cliente. La Corte di Cassazione ha accolto l’istanza, invitando i giudici di sorveglianza del tribunale di Bologna a esprimersi ancora su questo punto, il 7 luglio.

In questi giorni, dunque, arde la discussione tra esperti, tuttologi, persone comuni. Ci si chiede se un condannato che sta scontando 17 ergastoli per una enorme quantità di delitti, oltre che per aver condotto centinaia di persone alla delinquenza, un capo mafioso, possa avere un tale beneficio.

Non si può dimenticare che tutto il Meridione, tanto ricco di bellezze artistiche, paesaggistiche, di agricoltura, allevamento, di meraviglie dell'artigianato, gioielli, oggettistica, rimane sottosviluppato a causa di mafia, camorra, ‘drangheta. Quante famiglie non hanno lavoro a causa di questo sistema? Quante famiglie hanno perso i figli perché si sono affiliati alle organizzazioni criminali?
Le persone morte per causa diretta o indiretta di Riina  –innumerevoli- non solo non hanno avuto una morte dignitosa ma non hanno avuto nessun differimento della morte né possono mai più tornare ai loro domicili con i loro cari.

Però, è senz’altro giusto che lo Stato non si dimostri insensibile o vendicativo.

Lo Stato non è alla pari dei delinquenti ma deve essere sempre Moralmente Alto.

Ora, sembra crudele che un uomo di 86 anni, con gravissime patologie, senza dubbio  molto vicino a una morte non scevra di forti dolori, non possa avere un briciolo di lenimento alla fine del suo percorso terreno.

Eppure, non ce la sentiamo di immaginarlo sereno, attorniato dai suoi fedelissimi, mentre impartisce le sue ultime volontà e indicazioni, magari ordinando altri assassini e delitti, nel mentre che la Madonna, in processione, si genuflette davanti alla sua casa!

Sarebbe un’ulteriore vittoria della mafia e molti altri giovani sarebbero attratti da questo esempio vincente.

Infine, non mi pare di aver sentito tanto schiamazzo per i poveracci in galera in condizioni miserabili, senza denaro per avere un buon avvocato né - men che meno- statue della Madonna che gli si inchinino davanti.

Se io fossi il giudice, farei una proposta più che ragionevole.

Riina potrebbe finire quel che rimane della sua vita in casa sua se chiedesse perdono.

Tale perdono dovrebbe essere trasmesso a reti unificate, compreso le tivù private, ed egli dovrebbe dire che la sua vita è stata sbagliata. Che si pente per quel denaro grondante sangue che lui e la sua famiglia hanno goduto. Che la dignità della persona non è di accumulare ricchezze e potere sul dolore altrui ma lavorare e guadagnare il giusto, rispettando gli altri esseri umani.

Dovrebbe invitare i giovani a non seguire il suo orripilante esempio ma a fare di tutto per cambiare un paese tanto disonesto. Perché la tranquillità della coscienza è la sola che può farci felici.

Se dicesse queste cose pubblicamente, per me, avrebbe recuperato un po’ della dignità che tanto cerca.


mercoledì 7 giugno 2017

L'ISIS SEGNA UN GOAL A TORINO di Renata Rusca Zargar



Ho ascoltato, domenica sera, alla televisione, il concerto di Ariana Grande e dei suoi ospiti a Manchester.

Ho molto apprezzato che 50000 persone si siano riunite per un concerto nella stessa città dove pochi giorni prima c'era stato un vile attentato. Molti dei cantanti, poi, richiamavano il concetto di Amore per gli altri ed esprimevano frasi contro la violenza: messaggi tanto importanti da ribadire a tutti.
Così, mi sono venuti in mente gli anni della mia giovinezza, dopo il '68, quando si lottava per i diritti umani e contro le guerre. Anch'io andavo ai concerti di allora. Ancora ricordo, ad esempio, gli Emerson Lake & Palmer, nel 1972, a Genova, e tanti altri.

Eppure questi folli terroristi vorrebbero impedirci di ascoltare le canzoni, di andare ai concerti, di sognare amore e felicità quando siamo in fiore e ancora la vita ci appare tutta da plasmare.
Per questo, penso che ormai i giovani del pianeta debbano ricominciare la nostra lotta  di un tempo, debbano unirsi per cambiare un mondo tanto orribile in questo momento storico.

Giovani di tutti i paesi, di tutte le etnie, di tutti i colori.
E i musulmani - ma già lo stanno facendo in Italia e anche negli altri paesi - devono emarginare e denunciare i mistificatori della loro religione che li colpiscono, li uccidono e fanno sì che cada il discredito e il disprezzo sull’intera comunità.

Il Profeta Muhammad (Maometto) affermava che quando si va in un paese che non è il nostro bisogna rispettare le leggi del posto e comportarsi anche meglio che a casa propria. Ma, spiegava sempre il Profeta, se in quel paese ci fosse qualcosa che non possiamo accettare, che non ci permette di seguire i nostri valori o professare la nostra religione, allora dobbiamo andarcene altrove.

Questo è quello che devono fare non solo i musulmani ma tutte le persone di buon senso.

E non, certamente, uccidere per ostacolare i progetti altrui.

Poche ore prima del concerto di Ariana, i tifosi vedevano la partita della Juventus su un maxischermo a Torino.

Quando ero piuttosto piccola, mio padre mi aveva portata ad assistere a una partita del Savona.

Mio padre era un grande tifoso anche perché era stato un bravo giocatore a cui la guerra aveva spezzato tutte le speranze. Nel vederlo correre di qua e di là lungo la rete (non stava fermo un attimo!), rosso paonazzo, con gli occhi iniettati di sangue, io, che sono stata sempre paurosa, ho avuto una tale impressione che non ho mai più guardato una partita in vita mia.

Dunque, osservando, sempre alla tivù,  la folla di scalmanati (secondo me) in piazza a Torino, qualcuno persino sulle spalle di altri, mi sono molto stupita che fosse permesso vendere bottiglie di vetro e per giunta alcolici. Sappiamo come siamo noi italiani, con tanta gente così stipata che si esalta, era meglio allontanarli dai  pericoli, come si fa con i bambini, e prevedere, inoltre, larghe  uscite, in modo da non assieparsi troppo.

Questo per le situazioni di normalità.

Purtroppo, noi non siamo più nella normalità ma  in una guerra strisciante e non c’è nessuno di noi che, ormai, non pensi al peggio ovunque vada. Il panico, poi, è incontrollabile e chi è più debole soccombe. Forse, era il caso di rifletterci e prevenire.

Quindi, a Manchester, è stato fatto qualcosa di buono contro il terrorismo.

A Torino, l’Isis, senza fare nulla, ha segnato un goal.

martedì 6 giugno 2017

COMBATTERE IL TERRORISMO CON LA PROLIFERAZIONE DELLE ARMI di Renata Rusca Zargar


Mi ha colpita molto il fatto che, nel momento tragico e  affannato dell’ennesimo attentato, la primo ministro inglese, Theresa May, abbia chiesto aiuto a Trump.

I maligni potrebbero dire che un bell’aiuto preventivo Trump l’ha già dato all’Europa tutta concludendo un’importante vendita di armi all’Arabia Saudita (110 miliardi) che, come tutti sanno, non ha mai avuto niente a che vedere con il terrorismo (!) ed è altresì nota come paradiso dei diritti umani e della democrazia (tanto è vero che non ha neppure un Parlamento).

Invece, re Salman userà le armi contro i (fratelli) musulmani, oltre che in Siria e in Iraq (più che per contrastare l’Isis per combattere gli sciiti e l’Iran in particolare), in Yemen dove, secondo il presidente dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, la coalizione a guida saudita ha causato il doppio delle vittime civili rispetto a tutte le altre forze messe insieme, quasi tutte in conseguenza degli attacchi aerei.

Clinton (Bill), come capo di una moderna democrazia imperiale,  pensava che un aumento degli armamenti in alcuni paesi fosse utile per bilanciare le varie potenze e, quindi, mantenere la pace (oltre che per sovvenzionare l’economia americana con cospicue transazioni).

I risultati pratici sono stati, dunque, guerre  dappertutto ed enormi capitali dilapidati in armi persino da stati in cui vige un’estrema povertà degli abitanti. L’odio per il sistema imperialista, colonizzatore e sfruttatore occidentale, è stato così seminato a piene mani.

Tuttora, lo stesso Isis, dispregiato tanto a parole, invece di essere cancellato dalla faccia della terra, viene foraggiato e mantenuto in vita per complicate dietrologie di potere che il comune cittadino non può capire.

Eppure, il comune cittadino si trova di fronte a migrazioni epocali potenziate da tutte queste guerre. Migrazioni che i nostri geniali politici non  hanno  ancora pensato razionalmente e onestamente a come fermare, se non vagheggiando campi di concentramento in Turchia e in Libia.

Se, una volta, la guerra si combatteva con lancia e spada e il massimo distruttivo poteva essere una catapulta, i tempi sono molto cambiati.

I droni e le bombe intelligenti si sono rivolti troppo spesso contro i  civili.

E se la guerriglia, che ci è stata molto utile durante la seconda guerra mondiale, si volgeva contro obiettivi militari, oggi, invece, il terrorismo, che è una forma di guerriglia,  si volge contro i civili.

Combatterlo con bombe, aerei, razzi non serve.

In ogni paese europeo o americano ci sarà sempre qualche disagiato, qualche disturbato mentalmente, qualche piccolo delinquente occasionale, desideroso di sdoganarsi da un miserabile futuro entra-esci delle patrie galere.

Con la finta scusa di un’abusiva interpretazione religiosa, potrà aspirare a essere un eroe di guerra, una guerra di nuova fattura, innescata da quelli che, ad esempio, in Arabia Saudita, inchinandosi al monarca, hanno saputo vedere solo le più grandi riserve di petrolio al mondo.


 Nella foto: un ospedale bombardato in Yemen


SOLDATO UMANO SEMPLICE di Angela Fabbri, Ferrara


SOLDATO  UMANO  SEMPLICE




Nella mia vita (ho 65 anni) non ho mai scelto nessuna religione.

Quando verrà il momento di morire, non avrò il conforto di andarmene come Cristiano (*) o come Musulmano (*), le 2 religioni che si battono e si dibattono per il primato nel mondo.

Morirò come semplice essere umano.

Non so ancora come si muore da essere umano semplice, ma ci si sono trovati tutti i soldati caduti in tutte le guerre del mondo.



Nota  L’ordine che ho dato ai due (*) è solo alfabetico. Per me pari sono.



(Angela Fabbri, Ferrara notte fra 25 e 26 maggio 2017)