mercoledì 17 aprile 2019

Riciclo anti volpe da NOTA DESIGN di James Hansen


Riciclo anti-volpe

Dopo molti millenni di gradito consumo, una parte commercialmente interessante della razza umana si è recentemente scoperta intollerante al glutine contenuto nei cereali. Un po’ alla stessa maniera - e sempre dopo millenni d’ignoranza - si è finalmente riconosciuta l’insospettata necessità di vestire i nostri amici cani con dei cappottini per proteggerli dai rigori di inverni che si suppongono sempre più miti per effetto del riscaldamento globale.
Purtroppo, mentre i cani piccoli - incapaci di difendersi - accettano abbastanza di buon grado la vestizione, i tagli medi e grandi spesse volte si mostrano ingrati e insofferenti. Il risultato è un certo eccesso di cappottini smessi, difficili da riciclare. Per fortuna, la moderna tecnica di “repurposing” - in parole povere, il riutilizzo per scopi diversi da quelli originali - viene in aiuto.
Gli allevatori di pecore inglesi hanno un problema: le volpi apprezzano molto la carne d’agnellino. Una volta la difficoltà si affrontava con la classica “caccia alla volpe” a cavallo, oppure con la lupara. Sono pratiche da tempo vietate in Inghilterra. Ora però gli allevatori hanno trovato - secondo quanto riporta il Telegraph - che quegli abitini da cani sono molto utili per proteggere le pecore piccole dalle incursioni dei predatori.
Esattamente perché siano così efficaci allo scopo non è chiaro. Inizialmente si sospettava che potesse dipendere dall’odore di cane rimasto sulla stoffa, specialmente perché le volpi cacciano soprattutto con l’olfatto. L’effetto però dura dopo ripetuti lavaggi. Ora si pensa che forse il poco familiare (alle volpi) odore del detersivo potrebbe essere la causa del fenomeno. Altri esperti osservano che siccome, trovata la preda, la volpe comunque attacca a vista, potrebbe dipendere invece dall’effetto camuffamento dei vestiti sgargianti.
Qualunque sia la spiegazione, forse i cappottini da cani non sono una moda passeggera. Devono solo essere spostati su un altro animale.

domenica 7 aprile 2019

L'EDUCAZIONE ALLA MORTE, GIORNATA DI STUDIO PRESSO L'UNIVERSITÀ DI PADOVA di Renata Rusca Zargar

“Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.” Così scriveva Freud, nel 1915, per argomentare sul senso della fine di tutto quanto conosciamo. Perché, invece, è proprio la fugacità che rende rari noi stessi e quello che amiamo: la limitazione di un bene ne aumenta il suo valore.
Introducendo questi concetti, la dott.ssa Marisa Galbussera, consigliera dell'Ordine degli Psicologi del Veneto, ha delimitato il perimetro della giornata di studio, “La ricerca qualitativa tra Death Education, Lutto e Cure Palliative”, tenutasi il 4 aprile 2019, presso l'Università degli Studi di Padova (http://bit.ly/pr-ricerca-qualitativa). Dunque, chi si occupa di psicologia non può fare a meno di interessarsi del fatto che noi e i nostri cari affronteremo, o stiamo affrontando, dolore, malattia, morte.
Se, dal Medioevo, è raddoppiato il nostro tempo di vita, ha spiegato la prof.ssa Ines Testoni, organizzatrice e animatrice dell'iniziativa, la psicologia necessita di studi anche sul morire e sulla morte.
Eppure, tutti noi, anche se non siamo psicologi, ci rendiamo conto che, nella nostra società, nonostante la medicina ci abbia allungato la vita e ci permetta di sopravvivere pure con problematiche gravi, la malattia e la morte sono concetti su cui si preferisce sorvolare. Ne eliminiamo persino le parole, attraverso eufemismi come: brutta malattia, dipartire, spegnersi, mancare all'affetto dei propri cari, andare in un posto migliore…
In questa giornata di studio, allora, si sono alternati interventi tecnici sui criteri di scientificità nelle ricerche praticate in psicologia, come quelle qualitativa e quantitativa. Oppure, sono stati spiegati programmi usati per analizzare i dati, a partire dalle esperienze osservate e raccolte, come Atlas.ti o Nvivo, e si sono affrontati i metodi  usati nelle ricerche, come IPA (interpretative phenomenological analysis) e Delphi.
Altri interventi sono stati di tipo più creativo come, ad esempio, le attività rivolte agli anziani per il recupero della memoria del proprio vissuto, la scrittura autobiografica, il viaggio dell'eroe che è poi il viaggio di ognuno di noi, fino ad arrivare a un prodotto essenziale quale è l’haiku. Man mano che si invecchia o che si è a conoscenza di dover morire, infatti, si prova fortissimo il desiderio di comunicare e lasciare qualcosa di sé e della propria esperienza su questa terra.
Infine, si è parlato perfino  del tanatoesteta che, come già facevano gli antichi approntando i loro defunti per un’altra vita, cura l'estetica del nostro caro, con rispetto e umanità, aiutandoci a superare la prima fase del lutto.
Oltre a professori ed esperti, hanno proposto le loro ricerche anche ex studenti e giovani ricercatori del gruppo coordinato dalla prof. ssa  Testoni. Gli argomenti erano l’eutanasia, il testamento biologico, l'amministratore di sostegno, l'ideazione suicidiaria tra gli homeless o gli adolescenti, la dignità e le parole di chi sta per morire, l'ergastolo come fine vita.
L’obiettivo ultimo di tutti questi lavori è dare, come sempre fa il mondo scientifico, un indirizzo alla società contemporanea e futura per aiutare consapevolmente chi soffre, come i pazienti in grave decadenza fisica o chi li sta accompagnando alla morte, ma anche per sapersi prendere cura della mente di chi cura gli altri e si trova continuamente a contatto con il dolore.
La prof.ssa Testoni, professore associato dell'Università di Padova, psicologa, psicoterapeuta, molto conosciuta in Italia e all'estero, ha dato un forte impulso agli studi in questo campo.
È, tra l'altro, fondatrice e direttrice del Master in “Death Studies & End of Life” che si rivolge a chi si confronta quotidianamente con la morte, dai medici fino ai volontari che aiutano i malati terminali e le loro famiglie. (per ulteriori informazioni endlife.psy.unipd.it) Probabilmente, il Master sarebbe utile a tutti noi perché, come ha ribadito Freud, “Se vuoi affrontare la vita, disponiti ad accettare la morte."
Nella foto, la professoressa Ines Testoni