domenica 22 ottobre 2017

INTERVISTA A JUNG-AE LEE, UNA VOLONTARIA COREANA PER LA PACE di Renata Rusca Zargar


Intervista a Jenny (Jung-Ae Lee), una volontaria coreana per la pace




Il mondo guarda con sempre maggiore paura alle tensioni tra la Korea del Nord e gli Stati Uniti eppure, a Seoul, Korea del Sud, apparentemente, sembra tutto normale. Forse, le due parti della Korea, che sognano di essere un unico paese, sono abituate a continue crisi, conflitti, aggressioni.

Cosi, la gente va e viene con auto di grossa cilindrata (non si vedono utilitarie), quasi tutte delle marche locali come Hyundai e Kia, che scorrono ordinatamente sulle strade a 5-6 corsie.

In settembre, a sfidare la paura della guerra e a manifestare per la pace, come ogni anno, ma con più forza data la situazione attuale, HWPL (Heavenly Culture, World Peace, Restoration of Light) un’Associazione coreana non governativa, senza scopo di lucro, affiliata all'Onu, aveva tenuto la terza commemorazione dell’Alleanza mondiale delle religioni per la pace.  Circa 1200 ospiti erano arrivati da quasi tutti i paesi del mondo, ma soprattutto da Africa e Asia, a testimoniare le sofferenze dei popoli oppressi da dittature, inquinamento, fame, malattie, privazione dei diritti. Colori di pelle ma anche di abiti, fogge, tradizioni differenti si erano mescolati negli hotel lussuosi in cui tutti erano stati alloggiati in modo principesco. Si trattava di leader religiosi, ministri, professionisti, donne, giovani, ma anche persone comuni, commercianti, semplici lavoratori. Il comune denominatore era che stavano operando per la pace nel loro paese e, dopo i quattro giorni fertili di conferenze, lavori, discorsi, sarebbero tornati a divulgare le idee del summit: dobbiamo bandire ogni guerra e conquistare la pace.

Gli ospiti venivano accompagnati, alle varie conferenze o in giro per la città nei momenti liberi, da ragazze e ragazzi, rigorosamente in completo nero e camicia bianca, gonne per le femmine e pantaloni per i maschi, volontari dell'Associazione, chiamati “protocols”. La parola protocollo suscita curiosità per i tanti significati che siamo abituati ad attribuirle. Forse, ricordare che, nel film “Guerre stellari”, D-3BO era un droide protocollare, cioè era capace di comunicare secondo i diversissimi protocolli di milioni di razze o computer, è quanto più si avvicina ai ragazzi coreani. Essi, infatti, cercavano di favorire in tutto l’ospite che era, generalmente, di un'altra cultura, mettendolo a suo agio, dalla mattina alla sera, sempre con il sorriso e la tipica gentilezza.

I giovani volontari si impegnano per la pace perché sono consapevoli che una guerra tra la Korea del Nord e altri paesi non solo distruggerebbe la Korea del Sud e la loro vita stessa, ma anche il più fertile e bel  pianeta dell’universo.

Jenny  è stata una di loro e volentieri ha risposto ad alcune domande per farci comprendere meglio,  nonostante siamo molto lontani, la vita in Korea e i sentimenti delle giovani donne.

- Jenny è il tuo vero nome?

- No. Il mio nome coreano è Jung-Ae Lee ma, per accogliere voi occidentali che non conoscete il coreano, tutti noi volontari ci siamo dati dei nomi europei, per non crearvi difficoltà a ricordare.

-  Sì, avevo notato la vostra capacità di mettervi al completo servizio dell’ospite, la vostra gentilezza e dolcezza. Quando ero arrivata in albergo, il personale si inchinava con tutto il busto e mi aveva molto sorpreso… Parlami un po’ di te.

- Ho 24 anni, sto per laurearmi in ingegneria chimica. Mi mancano pochi mesi alla conclusione degli studi.

- Poi lavorerai. Avrai le stesse opportunità di un maschio?

- Io lavorerò in laboratorio, è un lavoro pericoloso dove non c'è differenza tra uomo e donna. Anche se le donne, in Korea, non hanno ancora le stesse opportunità degli uomini, faticano di più a fare carriera. Ma le cose stanno cambiando. In casa, ad esempio, l’uomo ha cominciato a condividere le faccende domestiche. E quanto a preferenze, la madre, di solito, preferisce il maschio, il padre la femmina ma, in famiglia, danno le stesse opportunità a entrambi.

-  In Italia, ogni due giorni, purtroppo, viene uccisa una donna dal marito, dal fidanzato, dall'ex compagno. Alcuni uomini, infatti, non hanno accettato l’emancipazione femminile. Succede anche qui?

-  No, qui non c'è tanta violenza. Le persone rispettano la legalità, non c’è molto uso di droga, ad esempio, se non in rari casi, la maggioranza delle persone non fuma neppure tabacco.

-  Infatti, non si vedono persone fumare per la strada. Non succede mai che portino via la borsa o il borsellino sulla metropolitana, ad esempio? Non ho notato polizia in giro per la città e neppure durante le manifestazioni del summit, nonostante ci fossero migliaia e migliaia di persone.

- No, non capita di essere derubati in metropolitana o altrove. Come ho detto, è difficile che si esca dalla legalità.  E poi, ci sono telecamere dappertutto.

-  Mi sono  accorta che non ci sono sbarre nella metropolitana. Praticamente, si può entrare anche senza biglietto. La gente, invece, lo paga?

- Ma certo! Inoltre, quando si fa il biglietto, viene trattenuta una cifra, 500 won sudcoreani (circa 40 centesimi), che si può recuperare all’uscita, a un’apposita macchina, riconsegnando il biglietto stesso.

- Ho sentito dire che i giovani coreani, nella maggioranza, non sono religiosi. È vero?

- La mia famiglia era di tradizione buddista, mia sorella è diventata cristiana. Mio fratello, invece, non è religioso. Io credo in Dio ma in Korea ci sono tante diverse religioni e non so scegliere quale potrebbe essere quella giusta per me.

- Come mai sei diventata volontaria di HWPL?

- Ci sono stati molti momenti di tensione tra la Korea del Nord e quella del Sud, in particolare riguardanti i confini marittimi e alcune isole raggruppate con il nome di Yeonpyeong, presso le quali ci sono state varie battaglie e persino un bombardamento. - Mentre ricorda questo fatto a Jung-Ae vengono le lacrime agli occhi. - Un giorno, ero contenta perché era il mio compleanno ma, quando ho visto le persone uccise, ferite, sofferenti, per quei combattimenti, ho deciso che voglio fermare la guerra e che voglio la pace. In seguito, ho sentito parlare di questa Associazione e mi sono piaciuti gli obiettivi che persegue. Sono volontaria da 15 mesi.

- Che impressione ti ha fatto HWPL dall’interno?

- Apprezzo le loro iniziative nelle scuole per educare i bambini alla pace. Oppure quelle con i  politici e con i media perché facciano conoscere e firmare nei loro paesi la Dichiarazione contro la guerra. Non meno importanti sono i giovani o le donne, più di tre miliardi nel mondo, che possono avere un ruolo determinante. Ma seguo molto anche l’Alleanza tra le religioni per la pace che vuole eliminare i conflitti tra le religioni.

- In questo momento, storicamente molto pericoloso tra esperimenti nucleari e minacce, il popolo coreano ha paura?

- I coreani sono abituati a continue minacce ma ora la situazione è davvero pericolosa. Credo che HWPL, che ha contatti e progetti in quasi tutti i paesi del mondo, possa davvero fermare le guerre.

- Cosa vuoi dire agli italiani?

- Aiutateci. Vogliamo la pace, tutti insieme! Mi auguro che tutti quelli che leggono queste parole, diventino messaggeri di pace.

Jung-Ae è una tipica ragazza coreana. Semplice, dolce, molto carina, sempre sorridente. Come la stragrande parte dell’umanità sogna un futuro di pace non solo per sé ma per tutti i popoli della terra.


L'articolo completo con notizie sulla Korea, sull'Associazione HWPL e la Dichiarazione di Pace  è disponibile in esclusiva al link: 

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