giovedì 8 febbraio 2018

Sardegna e Riso sardonico: l’antropofagia, verità di un tabù e mistero di un mito, di Maurizio Feo, da www.oubliettemagazine.com

Antropofagia: s. f. [dal gr. νϑρωποϕαγα, comp. di νϑρωπος «uomo» e –ϕαγα «-fagia»]. –  il cibarsi di carne umana, come uso (detto anche cannibalismo) diffuso in passato presso alcune società primitive (Africa centrale e centro-merid., talune zone dell’Asia sud-orientale e insulare, Oceania, Amazzonia, ecc.): a. endocannibalica o esocannibalica, a seconda che le vittime fossero scelte nel proprio gruppo sociale (individui morti per cause naturali, bambini indesiderati, ecc.), oppure al di fuori di esso (nemici uccisi in battaglia, stranieri catturati, ecc.); a. profana, legata a necessità alimentari; a. giudiziaria, a spese degli individui condannati a morte per delitti o altri motivi; a. rituale, in cui si consumavano le carni delle vittime sacrificate in relazione a riti religiosi; a. magica, in cui si consumavano la carne, il grasso e determinati organi (cuore, fegato, ecc.) di un defunto per appropriarsi magicamente del coraggio, della forza o di altre sue facoltà.

Prove indiscutibili dimostrano che l’antropofagia fu praticata dall’uomo.

Il vocabolo stesso è tabù. Dell’antropofagia “non è bello neppure parlarne”, figurarsi il credere che sia esistita: alcuni sono decisamente contrari[1]. Comunemente, si sostiene che esista nell’uomo un impulso etico teso a salvaguardare la vita umana, una specie di naturale repulsione, che impedisca all’uomo di consumare carne cospecifica. Sono numerose le eccezioni dettate da circostanze “estreme” di necessità e di fame, quali: disastri aerei, naufragi e altre situazioni nelle quali “più che l’amor poté il digiuno”[2]. Il cannibalismo istituzionalizzato si relega alle popolazioni dei “primitivi” ed è lì che viene usualmente cercato e trovato[3]. Altri credono con forza nella realtà del cannibalismo umano e ne producono le prove[4].

Ma l’Antropologia e persino l’Archeologia e la Storia ci raccontano una versione molto cruda.

La natura bellicosa dei Chiefdom più avanzati e dei primi Stati conferma che il sacrificio di animali sugli altari preludeva ad uccisioni umane nei campi di battaglia. Prove chiarissime dimostrano che guerrieri, cui era presumibilmente proibito mangiarsi tra loro, non per questo erano meno inclini ad uccidersi reciprocamente. E poi? Potremmo subito domandarci perché mai gli Dei delle antiche religioni dei primi Chiefdom e dei primi Stati non accettassero carne umana nei sacrifici loro dedicati.

Eppure esisteva il sacrificio umano, in quei tempi antichi: in essi si uccideva un essere umano. Ma tale sacrificio era molto differente dal sacrificio d’animali. Nel sacrificio di animali, il sacrificio stesso era seguito da un banchetto re-distributivo alla popolazione del cibo… Ma le religioni istituzionali non prevedevano che agli Dei piacesse cibarsi dell’uomo, pur accettandone il sacrificio, mentre evidentemente non
disdegnavano affatto cibarsi degli animali sacrificati. Perché? Si potrebbe rispondere che agli Dei piacevano le stesse cose che piacevano agli uomini e che per questo rifiutavano di cibarsi dell’uomo. Perché l’uomo rifiuta di cibarsi dell’uomo…
Ma non è affatto così semplice.
Innanzitutto: ecco una ben documentata e recente tradizione d’antropofagia europea, riportata per sfatare credenze errate, ma ormai consolidate, sul cannibalismo…
Dal XVI al XVIII secolo dopo Cristo, sia in Inghilterra sia nel continente europeo i libri di medicina raccomandavano l’uso di un farmaco chiamato “mummy (lett.: “mummia”). Questo farmaco “era ottenuto da resti di un corpo umano imbalsamato, seccato, talvolta polverizzato o preparato in altro modo, preferibilmente da soggetto morto per morte improvvisa, o violenta”. Le farmacie di Londra erano ben fornite di grandi scorte di questo discutibile “farmaco”, ma la richiesta era così grande che esistevano anche negozi appositi, detti “mummy shops”, spesso indicati dai medici stessi[5].
È una forma di cannibalismo indiscutibile e recente, sconcertante, anche se in qualche modo “mascherata”. Ne esistono numerosissimi in tutto il mondo, anche di molto recenti[6].
Un caso di particolare interesse è la cosiddetta “placentofagia[7], presente anche tra gli erbivori, che gli scienziati non sanno spiegare completamente. S’ipotizza che possa servire a eliminare odori atti ad attirare i predatori, oppure a fornire principi nutrienti di cui la madre avrebbe bisogno dopo il parto. Altri – in relazione alla placentofagia umana – sostengono che sia un modo per recuperare sostanze analgesiche ed utili sia all’emostasi dell’utero della puerpera, sia all’inizio della lattazione (prostaglandine e ossitocina). Ma certamente si tratta di tentativi di spiegazione erudita, “a posteriori”, di un comportamento che nell’animale è istintivo e non ben comprensibile[8].
Di fatto la placentofagia è stata in uso un po’ dovunque (anche in Sardegna) fino a tempi recenti: in Toscana far bere alla puerpera il brodo di placenta, ma a sua insaputa, garantirebbe la montata lattea. In Campania per assicurarsi il mantenimento della secrezione lattea si consiglia di tritare la placenta e farla soffriggere: la puerpera ne dovrà mangiare un pezzetto al giorno.
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