lunedì 22 luglio 2019

IO L'HO VISTO di Federico Sollazzo, da https://costruttiva-mente.blogspot.com/


domenica 14 luglio 2019

Io l’ho visto

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Ho visto un uomo, da solo, in un parco soleggiato, su una panchina all’ombra, che leggeva un libro, cartaceo.

Certamente, si potrebbero pensare tante cose paragonando questa immagine a quella che ho visto qualche sera prima, di un gruppo di adolescenti, insieme, di notte, su una panchina, ciascuno in silenzio ricurvo sul proprio smartphone. E le due cose non sono equivalenti, come vuole suggerire quell’immagine che gira su internet di persone silenziose ricurve sullo smartphone e persone silenziose ricurve sul giornale; non è la stessa cosa perché le prime sono assorbite, le seconde sono assorte, perché il cartaceo comunica più sensazioni ai cinque sensi, quindi stimola la sensibilità e quindi la comprensione del mondo che ci circonda, non la mera logica formale razionale che ci porta ad essere stupidi come delle macchine, che però si credono sensibili come persone, perché il cartaceo non isola, il virtuale, apparentemente connettendo, sì, e per tanti altri motivi che però ora non mi interessano.

Quello che quell’immagine, di quell’uomo in lettura riflessiva in un posto pacifico, mi ha stimolato è invece un altro pensiero, o forse visione.

Mi immagino una persona che, per una qualsiasi circostanza fortuita, una pensione, una vincita, un’eredità… possa sfuggire a quell’incubo ad occhi aperti che noi moderni chiamiamo lavoro (e sia chiaro che chi soffre per la sua mancanza, non soffre perché non ha un lavoro, ma perché non ha i “benefici” che dipendono da esso, come lo stipendio; bisogna mettere i puntini sulle i perché altrimenti da premesse sbagliate non possono che derivare ragionamenti sbagliati) e che impieghi il proprio tempo dedicandosi a ciò che le piace (e qui il pensiero corre alla differenza essenziale tra gratificazione e soddisfazione: la prima dipende da quelle cose che non avranno più significato una volta passate e quindi, fondamentalmente, una volta che noi saremo passati, la seconda viene dalla consapevolezza, dallo stupore, dall’emozione di comprendere di far parte di un senso di cui siamo figli, che non inizia né finisce con noi) e questo piacere, questa soddisfazione, questa gioia, non può che essere non competitiva e indirizzata a nessun altri che a se stesso (l’unico tribunale con cui fare i conti al momento della morte, probabilmente, nell’intera vita di un uomo, l’unico istante di autentica e inevitabile sincerità).

Bene, una persona del genere trascorrerebbe la sua giornata in una tranquillità figlia di tutta la scena di cui sopra. Magari si alzerebbe con calma, sbrigherebbe alcune commissioni e poi andrebbe in un posto sereno a leggere, poi farebbe una pausa a metà giornata, tornerebbe poi nel suo posto sereno che concilia il pensiero, sbrigherebbe poi, forse, le ultime commissioni e si riposerebbe per la notte, magari dopo aver visto uno di quei rari film che equivalgono ad uno di quei rari veri libri.

Una persona del genere, e sono sicuro che esistono, penserebbe pensieri profondi, semplicemente perché sensibili, infinitamente più sensibili e perciò più profondi di quelli di un qualsiasi odierno “professionista” del pensare, che proprio per questa ipotetica soglia tra professionismo e amatorialismo non è già più un sincero pensare, ma un mero operare funzionale in ossequio a criteri, circostanze e situazioni diametralmente opposte a quelle qui immaginate.

Ecco, darei tutto quello che ho per conoscere questi pensieri, estremamente, completamente più profondi e sconosciuti degli pseudopensieri di chi “pensa” per lavoro e per essere diffuso dal circo massmediatico. Pensieri che nascono solo per soddisfare se stessi, destinati ad essere saputi solo da se stessi, per questo così delicati e preziosi. Pensieri che l’umanità non è destinata a sapere, che nascono con un soffio e se ne vanno in un soffio, eppure così eterni. Eppure, se li conoscessi, non sarebbero più quello che sono. Non solo non ne ho la possibilità, ma non sarebbe neanche giusto che io li conoscessi, solo per questo li distruggerei. Si gode sapendo che questi pensieri, da qualche parte, ci sono e che si possono incontrare i propri, quelli che nessun altro mai saprà, ma che, in fondo, tutti sappiamo che ci sono.


venerdì 19 luglio 2019



Stupro. La ragazza sporca


Prezzo al Pubblico € 12.00



  • Data di Pubblicazione: LUGLIO 2019
  • ISBN:9788897409793
  • Pagine:232
  • Formato: brossura Cm. 15 x 21
Questo libro è acquistabile oltre che in tutte le librerie fisiche e online, anche presso lo shop dell’editore al prezzo scontato di € 10,20 all’indirizzo:

 Trama del libro
Una ragazza di sedici anni viene aggredita e violentata da un gruppo di ragazzi. La giovane verrà costretta dalla famiglia a nascondere l'accaduto, in ragione di una paura recondita e radicata in seno da generazioni, di gettare la famiglia nell'ignominia. Monica troverà sfogo al suo malessere nella musica, esibendosi in sensuali danze, lavorando in un locale notturno, senza mai permettere a nessuno di avvicinarla. Sarà lì che incontrerà un giovane, bello e con gli occhi dolcissimi. Nascerà un amore casto e sincero che aiuterà entrambi a riscattarsi da un passato di dolore, fino a quando …. 

Autore
Stefania de Girolamo nasce a Genova da padre di origini pugliesi e madre ligure. Si diploma come perito turistico e studia privatamente la lingua russa, compiendo poi un lungo e istruttivo viaggio nell’Unione Sovietica. Dopo avere abbandonato gli studi in giurisprudenza, per alcuni anni lavora in diversi settori. A ventitré si sposa e si trasferisce nell’entroterra, dove tuttora vive e coltiva la passione per la campagna e per la lettura. lascia il lavoro per dedicarsi interamente alla famiglia. Cresce i figli e accudisce gli anziani genitori, senza mai abbandonare la passione per la scrittura. Pubblica alcuni racconti, poesie e un romanzo dal titolo “Insieme ce la faremo”.
Non si può cancellare o dimenticare il male che abbiamo fatto, né quello che ci ha sconvolti, sfregiati, vilipesi, mortificati. Il dolore di chi ha subito il crimine resterà incomprensibile per molti, ma non per tutti: ogni vittima avrà reazioni diverse, nessuna che possa in alcun modo essere giudicata dalla società, né tanto meno da giudici o avvocati. Nessun essere umano dovrebbe mai esprimere giudizi di alcun genere sui comportamenti delle donne prima, durante o dopo la violenza. Ognuno di noi si dovrebbe inchinare davanti ad ogni vittima proprio come davanti a una “Dea”, e su questo “Marco” ha pienamente ragione, perché a qualunque livello possa stare lui, la sua Vittima sarà sempre migliaia di scalini più in alto, lassù, su un altare, a ricordargli quanto poco vale.
Irrimediabile è il danno che il criminale perpetua ad altri, ma in primo luogo a se stesso, alla propria anima, all’umanità tutta che egli sfregia con la propria indifferenza e con lo spregio verso il prossimo, verso la vita e verso colei che è unica a poter creare vita, condannandosi per sempre nel punto più infimo, in quel piccolo punto dove si inizia a fare distinzione fra uomo e bestia.
Irrimediabile è il danno che l’opinione pubblica arreca ogni giorno alle donne vittime di violenza, non solo sessuale, nonché quello recato da togati che assolvono, “la ragazza non era stuprabile perché indossava i jeans” (concetto ampiamente discusso negli anni ottanta); giustificano, il poveretto era “in preda ad una tempesta emotiva” (Italia 2019), oppure, la ragazza non era “sufficientemente bella”, (Italia 2019), la ragazza ripresa dalle telecamere subito dopo la violenza si mostrava “tranquilla”, (Italia 2019); giudici che declassano il reato di stupro a semplice abuso di una ragazza di diciotto anni ad opera di tre ragazzi trentenni, perché dopo avere analizzato il video girato dagli stessi, valutano che la giovane “non è stata sufficientemente decisa a dire di no”, quindi i poveretti non potevano capire (Spagna 2016-2018); o ancora, la ragazza “indossava un tanga”, tanga che viene mostrato in aula durante il processo (Irlanda 2018).
La donna. Solo lei, giovane o meno giovane che sia può fare la differenza, deve impedire che venga ulteriormente mortificata, schiacciata, abusata dalle parole, dalle opinioni e dall’ignoranza della gente, deve trovare rifugio e aiuto innanzi tutto in se stessa prima cha negli altri, mettere all’angolo chi ha ancora voglia di giudicare e circondarsi soltanto di chi vuole capire o almeno tentare di capire. Nessuno potrà mai comprendere fino in fondo il dramma intimo, personale e soggettivo di ogni vittima. E allora facciamo silenzio. Inchiniamoci davanti a loro, ascoltiamo quello che hanno da dire con il massimo rispetto e impediamo allo stesso momento che siano costrette a spiegare, a giustificarsi, a implorare di essere credute.
Ancora oggi, noi che ci consideriamo moderni, noi del ventunesimo secolo, ancora non siamo in grado di far cadere taluni deleteri retaggi, che insistono nel nostro inconscio con tutta la forza di secoli di sottomissione, di prevaricazione, di assurda e inutile, ma anche nociva insistenza con le figlie femmine che tuttora vengono, fino dall’infanzia, diffidate dal fare le “cose sporche”, sgridate ancor prima che possano capire di cosa stiano mai parlando “i grandi”, per atteggiamenti o posizioni “scomposte”.  
No. Monica non si suiciderà, perché finalmente avrà guardato dritta in faccia la realtà e la verità, si spoglierà infine di tutto il male e il dolore recatole non solo da quattro ragazzi-bestie, ma dalla società intera che chiude gli occhi ancor prima di lei, obbligandola a chiuderli a sua volta, una società che ancora oggi cresce le ragazze con il tacito insegnamento a subire e tacere, a sottovalutare inequivocabili comportamenti, a voltarsi dall’altra parte per non vedere, non ascoltare, per non affrontare il discorso, perché nonostante sia tanta la libertà nel vestiario, è sempre bene che ad essa non corrisponda mai altrettanta libertà di pensiero e soprattutto non sia concessa la libertà di dire le cose nella maniera più semplice possibile, quella vera. Resta ammesso, seppure deprecato e giudicato ad alta voce il succinto stile delle vesti, ma continua, insistente, ineluttabile a scendere il silenzio omertoso su una mano che cade dove non deve cadere, quello non si può dire, non certo ad alta voce, si può sussurrare, a patto che si dimentichi subito dopo.
Monica, con tutta la forza della sua innocenza, chiuderà tutta la verità in quella stanza e aprirà una grande finestra sul futuro, finalmente capirà che quell’amore che tanto cercava e desiderava, l’aveva proprio dentro di sé, lei saprà amarsi come nessun altro, e da quell’amore potrà rigenerarsi altro amore e altra vita. Prenderà coscienza di essere stata soltanto una vittima, vittima di un crimine, che se diminuisce chi l’ha compiuto, opera il contrario su chi lo subisce, che sarà una persona migliore, capace di amare come altri non sanno fare, capace di comprendere come in pochi sanno fare, capace di sentire ciò che altri non sanno sentire, capace di essere una “Dea” sull’alto altare eretto dall’ignoranza.



sabato 13 luglio 2019

AFRICA ADDIO da Padre Armanino, Niamey

 Africa addio. Le disuguaglianze del Sahel e le resistenze
Il capitalismo ha vinto dappertutto. Anche l’Africa nel suo complesso ha scelto di adeguarsi alla dittatura del capitale. Questo a una settimana dalla dodicesima sessione straordinaria della Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana celebrata a Niamey. Quel giorno c’è stata la ratifica dell’accordo e il varo degli strumenti operativi della Zona di Libero Scambio che era già stato adottato a Kigali, la capitale del Rwanda, il 21 marzo dell’anno scorso. Praticamente tutti i paesi del continente hanno firmato l’accordo meno l’Eritrea che ha comunque lasciato intendere una sua prossima adesione. Una grande zona commerciale, il più grande mercato del mondo secondo le ultime proiezioni. In Africa, con l’attuale incremento demografico, si  passerebbe dall’attuale popolazione stimata ad un miliardo e 270  milioni a due miliardi e mezzo di persone nel 2050. I cittadini si sono trasformati in consumatori, il continente africano in un grande fiera commerciale e il panafricanismo delle indipendenze politiche in una società per azioni. Il tutto sotto i riflettori indifferenti dei popoli del continente, da subito esclusi da ogni dibattito e partecipazione alle scelte. Africa addio.
Il recente rapporto di Oxfam, nota ONG umanitaria che opera in oltre 90 Paesi del mondo, non lascia dubbi a proposito. In Africa Occidentale e in particolare nel Sahel, le disuguaglianze hanno raggiunto un livello critico. Mentre un esiguo e crescente numero di persone si arricchisce in modo inaudito, l’immensa maggioranza della popolazione è privata degli elementi essenziali di una vita degna di questo nome. Il cibo, l’acqua, i servizi come l’educazione, la salute, il lavoro e dunque l’assenza alla vita politica, sono stati presi in ostaggio da un sistema che prima esclude e poi cancella gli indesiderati. L’indice scelto da Oxfam per determinare il grado di disuguaglianza dei Paesi in questioni si basa su tre elementi: le spese pubbliche, la fiscalità e il mercato del lavoro. Il rapporto considera anche un’analisi regionale nell’ambito agricolo e del diritto fondiario. La Nigeria, la Sierra Leone e il Niger figurano tra gli ultimi della classifica mentre la Mauritania e il Senegal primeggiano. In Nigeria, ad esempio, 5 persone possiedono una fortuna combinata più importante che il bilancio dello stato. L’Africa, un continente tra i più poveri è anche tra i continenti con più disuguaglianze. Africa addio.
Peccato davvero. Sarà stato il colonialismo, poi il neoliberismo e infine la Zona di Libero Mercato Africano per chiudere il cerchio e confermare la scelta capitalista. Non l’inclusione ma l’esclusione ne sono la filosofia portante che grazie alla globalizazione trasforma i cittadini in mercanzie e le mercanzie in veri e unici cittadini liberi di circolare. Si bloccano i pochi migranti in legittimo transito verso il nord del continente e nel contempo si rivendicano mercati per tutti e a giusta misura dei vincitori. Quanto ai vinti, confiscati della parola e della visibilità, si troveranno confinati in riserve gestite dalla Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e affidati alle mani prodighe delle Agenzie Umanitarie. Finirà così il la Zona di Libero Mercato e cioè, com’è noto, di libere volpi in liberi pollai, che fin dall’inizio della storia capitalista ha caratterizzato l’economia politica dello sfruttamento. Nel sistema così organizzato non c’è fatalità e neppure destino manifesto, solo piccole o grandi scelte di una classe ben visibile che forma l’élite che organizza, governa e perpetua la guerra contro i poveri. Il capitalismo ha vinto dappertutto. Non in Africa.
E’ proprie lei che si è messa all’avanguardia delle resistenze. A Niamey, malgrado i nuovi alberghi a 5 stelle, I semafori in genere non funzionano e si arriva puntualmente in ritardo agli appuntamenti decisivi. Tutto si ferma per un funerale e per i battesimi del sabato mattina non c’è ordinanza municipale che tenga. Le tende e le sedie per gli invitati occuperanno la strada e all’ora della preghiera l’autista del bus scende e con lui tutti i passeggeri. I contratti di lavoro sono orali oppure scritti e poi abbandonati nelle mani dei sindacalisti nel frattempo partiti in viaggio o in ferie non retribuite. Quando piove si allaga l’unico sottopassaggio de Paese e malgrado gli avvisi e le ingiunzioni c’è gente che abita vicino al fiume che prima o poi strariperà. Si possono demolire i negozi vicino alla strada e dopo una settimana rispuntano poco lontano con altri materiali di scarto. Azzardatevi poi a pulire le strade dalla sabbia e tornate dopo una mezzora. La sabbia vi guarderà sorridendo.             
                                                                                     Mauro Armanino, Niamey, luglio 019

domenica 7 luglio 2019

LE TECNOLOGIE ITALIANE IN KASHMIR


INAUGURATO IL PRIMO FRUTTETO ITALIANO IN INDIA NELLO STATO DEL KASHMIR

ROMA\ aise\ - La IICCI - Indo-Italian Chamber of Commerce and Industry ha inaugurato il primo frutteto italiano in India nella città di Srinagar, nello Stato indiano di Jammu & Kashmir, una delle principali aree di produzione di frutta.
L’iniziativa fa parte di un progetto più ampio, il Frutteto – The Italian Orchard in India promosso dalla Camera di Commercio Italiana in India e realizzato con il supporto della Regione Emilia Romagna per promuovere in India i prodotti, le tecnologie e i servizi delle imprese italiane nell’intera filiera dell’agroindustria: dai prodotti agricoli alle tecnologie per la meccanizzazione, conservazione, trasformazione e packaging dei prodotti agroalimentari.
Il Frutteto – The Italian Orchard in Jammu & Kashmir è stato realizzato in collaborazione con SKUAST, l’università agricola di Jammu & Kashmir, che ha messo a disposizione 2500 mq di superficie e un operatore locale, e con HN Agriserve – Farm2U, che garantirà il coinvolgimento dei produttori locali nelle attività previste: sourcing di piante da frutto ad alta densità dall’Italia, di materiali e strumenti per la preparazione e lavorazione del terreno, di prodotti per la protezione e la manutenzione delle coltivazioni. Saranno inoltre realizzate una serie di attività di formazione sulle tecniche di gestione di frutteti per i produttori locali.
"Oggi, con la piantumazione dei primi meli italiani nel Frutteto presso l’Università SKUAST, abbiamo avviato un progetto che ha grandi ambizioni: portare i prodotti, la tecnologia e il know-how italiano in India, per soddisfare la crescente domanda indiana di prodotti agroalimentari di qualità che la produzione locale non è in grado di soddisfare", ha commentato il direttore e segretario generale della IICCI, Claudio Maffioletti. "Le caratteristiche climatiche e dei terreni degli Stati settentrionali dell’India sono ottimali per la coltivazione di piante da frutta. Abbiamo fatto arrivare dai Vivai F.lli Zanzi, leader emiliano-romagnolo nel settore della vivaistica, 200.000 piante da frutta ad alta densità, che saranno piantate nei frutteti della regione. Assieme alle piante, porteremo in India reti di protezione dalla grandine, sistemi di irrigazione, trattori, motozappe, dissodatrici e cesoie per la preparazione e manutenzione delle coltivazioni. Ma andremo anche oltre", ha annunciato Maffioletti: "ci sono grandissime opportunità per le imprese italiane della cold-chain e trasformatrici di collaborare con partner indiani per produrre succhi di frutta, concentrati, conserve e marmellate. Il progetto guarda lontano: vogliamo incrementare le esportazioni italiane di prodotti e tecnologia in India, ma prepariamo anche il terreno per facilitare l’avvio di una presenza produttiva delle imprese italiane nel mercato".
Nei giorni successivi, è stato anche siglato un accordo di collaborazione tra la IICCI e PGA – Progressive Growers Association dello Stato dell’Himachal Pradesh, per costituire un altro frutteto nello stato e realizzare attività di promozione, business scouting / matchmaking e formazione degli operatori.
Nel prossimo autunno è in programma l’inaugurazione di due nuovi Frutteti Italiani in Himachal Pradesh e in Uttarakhand, insieme con l’organizzazione di una missione con imprese italiane dell’agroindustria per avviare collaborazioni commerciali e industriali con controparti locali. (aise)

giovedì 4 luglio 2019

LA LETTURA NEL MONDO da Writer's Dream

Ecco un panoramica dei paesi in cui si dedica buona parte del tempo libero alla lettura. L’India, dove le persone spendono in media 10.43 ore della loro settimana a leggere, domina la mappa, seguita da Thailandia, Cina, Filippine, Egitto e Russia. Per l’Europa, è la Repubblica Ceca a tenere alta la media delle ore trascorse a leggere – 7.42 settimanali a persona – Italia, invece, non pervenuta, ma di certo si dedicano meno delle 5.18 ore settimanali assegnate all’Inghilterra, il paese in cui si legge di meno secondo i dati raccolti.

venerdì 28 giugno 2019

Lettera al presidente della repubblica e ai presidenti di camera e senato di Zahoor Ahmad Zargar, leader della Comunità Islamica italiana.


Presentazione di Renata Rusca Zargar:

In questo periodo storico, le coscienze dei popoli occidentali sono state ottenebrate, forse, dalla lunga crisi economica, oppure dalla fine delle ideologie, o, ancora, dalla perdita di qualsiasi tipo di religiosità, se non apparente. 
Io sono nata dopo la fine delle guerre mondiali. Non sono in grado di comprendere fatti che ho letto solo sui libri o, al più, ho sentito raccontare dalla visione parziale di una zia, l'unica mia parente che non volesse ostinatamente tacere e dimenticare. 
Mi sono interrogata molte volte, a margine di numerosi convegni e riunioni ai quali ho assistito in passato, come potesse la gente normale, come me, accettare quanto succedesse. Come potesse la gente pensare, allora, che al corpo delle persone ebree, o zingare, o omosessuali, o portatrici di handicap, o persino nemici politici, si potesse applicare qualsiasi tortura o dolore, compresa la morte. 
Osservando quello che succede, oggi ho la risposta. 
Purtroppo, però, quando imperano nei cittadini comuni ideologie nazionaliste, razziste, omofobe, xenofobe, indifferenti e crudeli, il pericolo più comune è che la questione si risolva con una guerra. 
L'Europa, tanto cieca oggi, sorda ai problemi mondiali, chiusa in una torre di cui non capisce neppure l'estrema friabilità, fino ad ora, ha garantito un periodo di pace, almeno tra di noi. Nonostante, però, abbia scatenato guerre e conflitti dappertutto, sfruttando impietosamente popoli e risorse, senza comprenderne appieno le conseguenze. 
"Guerra sola igiene del mondo", diceva un tipo del quale ho sparlato sempre, durante i miei lunghi anni di insegnamento, nonostante la riprovazione dei colleghi pro-futurismo! 
Speriamo che non debba essere la guerra a ripulirci del nostro brutto cuore! 
L'unica flebile luce di salvezza, in questo deserto morale, sono le voci di chi si esprime per la Pace e per i Diritti degli Esseri Umani, nella speranza che il cittadino medio, nel mondo occidentale, cambi la sua rotta infernale. 
Zahoor Ahmad Zargar, che è uno stimato rappresentante della Comunità sociale, prima di tutto, ma anche Islamica italiana, ha scritto una lettera al Presidente della repubblica e ai Presidenti di Camera e Senato.
Chissà che qualcuno non voglia condividerla!
Zahoor Ahmad Zargar è con Man Hee Lee  

Stimato Presidente della Repubblica

Sergio Mattarella,

e p.c.

Al Presidente del Senato della Repubblica

On. le Maria Elisabetta Alberti Casellati

Al Presidente della Camera dei Deputati

On. le Roberto Fico

Non c’è dubbio che viviamo tempi davvero terribili per l’umanità tutta.  Guerre e conflitti di maggiore o minore entità tormentano i popoli in Africa, Asia, Europa, Americhe. Non solo muoiono milioni e milioni di esseri umani innocenti, in massima parte bambini, donne, anziani, ma queste tragedie determinano la fuga di milioni di profughi e diseredati che molto spesso non trovano, altrove, che ulteriori torture e dolore.

In generale, per il bene stesso e la speranza di un futuro per l’umanità, la fabbricazione e vendita di armi dovrebbe essere bandita ovunque. Ma peggio ancora è se le armi vengono vendute a Paesi che già sono in guerra e che stanno radendo al suolo altri Paesi.

Da quanto risulta dalla Relazione governativa sull’export italiano di armamenti, pubblicata il 13 maggio u.s. sul sito della Camera dei Deputati e che riporta i dati di autorizzazione e delle consegne riferiti al 2018, l’Italia vende armi soprattutto in zone cosiddette calde come Africa e Medio Oriente, a paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita (impegnata nella guerra in Yemen che ha distrutto ospedali e strutture civili, costringendo alla fame e al terrore migliaia e migliaia di piccoli bambini).

Molti Paesi hanno smesso di vendere armi nei teatri conclamati di guerra.

L’Italia, invece, nonostante sia culla di un’antica civiltà culturale, grembo materno di innumerevoli meraviglie artistiche e letterarie, nutrice di intelligenze sublimi che hanno saputo darle lustro nel mondo, è straordinariamente restia a smettere attività che uccidono altri esseri umani, garantendo a pochissimi (non certo gli operai che vi lavorano) lucrosi guadagni. Trova insormontabili difficoltà nel riconvertire le fabbriche di morte, mentre altri Paesi, invece, l’hanno già fatto.

Egregio Presidente, sono un rappresentante della Comunità Islamica italiana. Come tale, ho avuto l’opportunità di partecipare, da alcuni anni, ai lavori internazionali di una prestigiosa Associazione coreana per la Pace  (HWPL, Heavenly Culture, World Peace, Restoration of Light), non governativa, non a scopo di lucro, affiliata all’ONU. Il suo fondatore, Man Hee Lee, è una persona che, avendo conosciuto la guerra, ha deciso di dedicare tutto se stesso a divulgare la pace.

Spesso le religioni, mal interpretate dall'uomo, sono fonte di conflitti. Allora, noi, rappresentanti delle varie Comunità religiose di tutti i Paesi del mondo, nell'ambito di HWPL che ha creato WARP, cioè l’Alleanza mondiale delle Religioni per la Pace, ci confrontiamo periodicamente e cerchiamo di conoscerci reciprocamente, per riportare ognuno, nella sua propria comunità e nel suo Paese, le idee di pace che sgorgano dal dialogo e dalla comprensione reciproca. Io ho partecipato a questi lavori sia nelle conferenze virtuali che, in persona, in Korea, Portogallo, Romania… 

In ogni Paese, infatti, c’è un’anima di pace, un seme che deve germogliare e crescere. Garantire la crescita di questo seme è il nostro compito.

HWPL ha proclamato, nel 2016, una Dichiarazione di Pace e Cessazione della Guerra, che consta di 10 semplici articoli che mirano a sradicare le cause strutturali dei conflitti violenti. Il secondo articolo, in particolare, chiede di ridurre la produzione di armamenti e di reimpiegare quei fondi a

beneficio dell'umanità. HWPL sta diffondendo tale Dichiarazione ovunque, nel mondo, e molti importanti Paesi l’hanno già ratificata. Mi auguro che anche l’Italia possa apporvi al più presto la propria firma, diventando, essa stessa, protagonista di tale processo di pace.

Ogni cittadino del mondo che aderisce a HWPL diventa messaggero di pace.

Quindi, nella veste di messaggero di pace vi invito, Egregio Presidente della Repubblica e Onorevoli Presidenti di Senato e Camera, a operare perché l’Italia possa procedere in un cammino responsabile di rispetto dei Diritti Umani di tutte le persone e che non sia più strumento di morte con la vendita di armi invece che fattrice di progresso, sviluppo, possibilità di vita dignitosa per il proprio e gli altrui paesi.

Come ci ricorda Man Hee Lee, donare la pace alle generazioni future sarà una luce per l'eternità.

Distinti saluti

Dottor Zahoor Ahmad Zargar
Presidente Associazione Culturale Islamica  Savonese
Past president Comunità Dei Musulmani della Liguria
Già dirigente e Rappresentante UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche Italiane)
https://it.wikipedia.org/wiki/Zahoor_Ahmad_Zargar


https://www.ivg.it/2019/06/il-presidente-dellassociazione-culturale-islamica-savonese-scrive-una-lettera-al-presidente-della-repubblica/