sabato 22 settembre 2018

Nel Neolitico erano le donne la chiave della conoscenza


Secondo uno studio alla fine dell'Età della pietra erano le femmine a spostarsi diffondendo saperi e tecnologie
https://www.repubblica.it/scienze/2017/09/18/news/nel_neolitico_erano_le_donne_la_chiave_della_conoscenza-175845358/
di GIACOMO TALIGNANI
DIMENTICATE lo stereotipo del passato che inquadra la donna sempre a casa con i bambini: nel Neolitico, al contrario di quanto si potesse pensare, erano loro le vere viaggiatrici. Abbandonavano la propria abitazione e si spostavano per centinaia di chilometri   diffondendo cultura e conoscenza. Un'analisi dei resti di persone vissute alla fine dell'Età della pietra nella zona di Lecthal (Germania) e sepolte tra il 2500 e il 1650 a.C. ci fornisce infatti una nuova chiave sul ruolo delle nostre antenate: si spostavano più dei maschi, erano portatrici di cultura e furono fondamentali per lo scambio di informazioni tecnologiche e saperi.                                                                                                                                         Secondo uno studio del Max Planck Institute di Jena e dell'Istituto di Preistoria e Archeologia di Monaco pubblicato su Pnas, all'alba dell'età del bronzo la maggior parte degli uomini tendeva infatti a continuare a vivere nel paese dove era nato mentre parte delle donne veniva da altre zone, fatto che ne sottolinea la costante mobilità.                                Per affermare ciò gli archeologi hanno analizzato i resti di 84 individui sepolti in fosse nella valle di Lech. Solitamente i siti di sepoltura ospitavano un'unica famiglia: questo poteva significare anche generazioni differenti sepolte nello stesso luogo. Dalle analisi del Dna e  quelle degli isotopi dello stronzio nei denti i ricercatori hanno notato una diversità genetica nella linea ereditaria femminile, fatto che indica come molte donne migrarono da altre aree, ad esempio dalla Boemia, verso la valle di Lech, magari in cerca di un marito. Anche se "migranti" e provenienti da altre realtà, le donne furono però integrate nelle nuove famiglie e sepolte con i componenti della popolazione nativa.  
In questa società di tipo patrilocale, dove le famiglie si stabilivano nelle zone di residenza dell'uomo, per gli studiosi la mobilità femminile durò per almeno 800 anni. Le donne contribuirono così a trasmettere conoscenze, come ad esempio quelle sulla lavorazione dei metalli, scambiare informazioni su utensili, tecnologia, usi e costumi. 
"Tutti noi conosciamo storie di uomini guerrieri e cacciatori che combattono e tornano con il cibo mentre le donne e i bambini restano a casa, ma sembra che le cose fossero decisamente diverse" ha spiegato l'archeologo Philipp Stockhammer che ha guidato il team di ricerca. "Il nostro studio suggerisce invece che quasi nessuno degli uomini aveva viaggiato, mentre due terzi delle donne lo facevano". A Repubblica spiega: "Da quel che abbiamo dedotto lo scopo della mobilità femminile era la ricerca di un marito. Non ci sono prove di 'forzature' da parte delle loro famiglie di origine: le donne straniere non mostrano differenza nelle loro sepolture rispetto a quelle locali. Sembrano avere lo stesso status". 
Era un modo di spostarsi "individuale", dato che "quella che si riteneva essere stata una migrazione di gruppo era in realtà basata su una forma istituzionalizzata di migrazione individuale" continua Stockhammer indicando che "fu una caratteristica importante delle vite degli abitanti dell'Europa centrale anche nel terzo e all'inizio del secondo millennio a.C."
Le donne potevano spostarsi anche 500 chilometri lontano dai loro villaggi di origine secondo le informazioni raccolte attraverso le analisi dei molari e dei minerali. "E' sulla base dell'analisi degli isotopi dello stronzio nei molari, che ci permettono di trarre conclusioni sull'origine delle persone, che siamo riusciti a capire che la maggioranza delle donne non proveniva da quella regione - chiosa Alissa Mittnik dell'Istituto Max Planck -. Venivano da lontano e portavano idee".

venerdì 21 settembre 2018

ARTURO IL MURATORE di Angela Fabbri


Un aneddoto di  ARTURO  il  MURATORE


Dopo le vicissitudini di maggio che mi hanno regalato una bella contusione al polso destro, finalmente senza gesso e senza tutore, oggi ho fatto le fragole con zucchero di canna e limone 
e cucinato pomodori e melanzane con quel pesto che Lana mi ha appunto aiutato a pestare ieri. 
Mi è rimasto il melone: potevo pulirlo ma non tagliarlo e a questo ha dovuto pensare Arturo 
dopo avermi portato a far la spesa.
Ha trovato un altro lavoro ma con gente che se ne frega proprio dell'incolumità dei lavoratori. Quando gli ho chiesto se era contento di lavorare di nuovo mi ha detto spontaneamente "No"  e mi ha raccontato la sua giornata di oggi, davvero senza rete a 15 metri di altezza disteso su un tetto di lamiera bollente con il braccio destro che reggeva un trapano di vari chili con cui doveva aprire dei buchi nel sottotetto.   
Gli ho detto che sembrava uno di quei miei sogni al limite dell'umano quando mi trovo sospesa sul 
vuoto o arrampicata su scale impossibili e rotte e devo salvarmi. 
Era già il dopo cena ma parlavamo ancora, nonostante la partita Italia-Brasile stesse per cominciare. E si è messo a scherzare sulla sua situazione, scherza volentieri con me e io con lui, riusciamo a
prendere in giro i nostri guai e mi ha raccontato un aneddoto sulla sua situazione (e posizione) della mattina.
Dunque Arturo era là, lungo disteso su un tetto di lamiera rovente e aveva il braccio destro penzoloni per fare i famosi buchi nell'angolo del sottotetto e aveva sporto la faccia per eseguirli. 
Quando ti vede una macchina che parcheggia proprio sotto. 
Mi racconta tutte le manovre che fa per posizionarsi e lui guarda, mi immagino con quel suo 
sguardo divertito disincantato e anche di accettazione del destino che gli tocca mentre è là con
quel braccio a penzoloni che regge un trapano chilopesante. 
Dalla macchina esce una signora e lui, dall'alto, sbucando col viso dal tetto di lamiera, le dice 
gentilmente " Signora, forse è meglio che sposti la macchina ". 
La signora alza gli occhi e si giustifica  ' Ma è solo per 5 minuti! '. 
E lui, serafico come lo Stregatto, risponde "Signora, faccia come vuole, ma vede..." e le mostra 
il grosso trapano che brandisce sospeso nel vuoto. 
A questo punto la signora raccoglie la sua auto attorno a sè e sparisce a gran velocità.
Tutto questo, Arturo me lo dice per giustificare che, a 38 anni, ha la spalla destra che gli fa un po' male.
L’immagine di lui che sporge dal tetto con la testa, la spalla e il braccio che pencola fuori brandendo quel trapano chilopesante e trova la forza di parlare, con quella sua dolce voce straniera,
alla signora in-parking, per il bene di lei, mi ha seguito tutta la notte e il primo mattino. E Arturo mi
appariva in tutta la serena grandezza e l’emozione carismatica di un Super-Eroe.

Angela Fabbri (Ferrara, giugno 2013)

(Dov'è la sicurezza sul lavoro?)
La parte finale del tuo aneddoto, puntualizza come lui, muratore in evidente condizione di non-protezione, si è comunque preoccupato di non danneggiare la signora e la sua auto. Come dire che gli stranieri, tanto vituperati in Italia, non sono diversi da noi italiani, anzi, molti di loro sono decisamente migliori!
E a tale scopo, ecco cosa aggiungo: 
«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali». 
Fonte: Relazione dell'Ispettorato per l'immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani, ottobre 1919 
Danila Oppio

N.d.A.

Ho riportato qui la versione completa che uscì sul blog Versi in Volo perché, senza la chiusa storica apposta dalla Web Master Danila Oppio, questo mio raccontino avrebbe avuto poco da dire.

(23/06/2013) VERSI IN VOLO (Legnano), blog di scrittura, disegno, pittura, fotografia

giovedì 13 settembre 2018

POESIA DI ANASTASIA: Melodia


Melodia 

La dolce melodia 

Della canzone 

Che 

Mi 

Hai regalato 

Fa 

Riaffiorare 

Nella 

Mia mente 

Momenti 

Passati insieme 

Difficili 

Da dimenticare 

Non 

Andare via 

Mia 

Dolce creatura 

Senza 

Di te 

Sono 

Come 

Un uccellino 

In gabbia 

Un fiore 

Senza 

I suoi petali 

Quelle parole 

Che 

Mi hai detto 

Hanno 

Spento 

Un 

Attimo 

Le illusioni 

Del 

Mio cuore 

Solo 

Il tempo 

Le 

Potrà 

Far 

Rinascere 

Sei 

Il 

Mondo 

Nella mia mente 

Sei 

Il battito 

Del mio cuore 

Ogni 

Volta 

Che 

Ti guardo 

Nei tuoi 

Occhi 

Muoio dentro

Anastasia

martedì 11 settembre 2018

Millesimo: "Un grande amore con le ali" a cura di Simona Bellone

Fervono i preparativi per la commemorazione millesimese del capitano della regia aeronautica Vittorio Centurione Scotto, a cura della caARTEiv, e si rende noto che la cerimonia di presentazione del libro “Un grande amore con le ali” a cura di Simona Bellone, è posticipata al 23 settembre 2018, presso l’ex Castello Centurione, (Monastero Santo Stefano) di Millesimo (SV).
Il lavoro di ricerca storica e di elaborazione grafica delle numerose foto d’epoca, ha richiesto più tempo del previsto, ma in contempo, l’ardua impresa arricchita da preziose testimonianze liguri, si concretizzerà in un libro che si potrà denominare “del secolo”. La pubblicazione  abbraccerà numerosi argomenti oltre la marina, l’aviazione, l’equitazione, la I guerra mondiale, la politica, il volontariato, l’economia, l’arte, … perché attraverso la storia dei nobili genovesi Centurione Scotto, verranno analizzati il XIX e XX secolo, come nessuno aveva mai intrapreso prima.
Grazie alle foto d’epoca ancor oggi in buona conservazione, (rimaste sempre in una dimora sulle alture di Millesimo in attesa che Simona Bellone le rivalutasse), la nobiltà che fu per loro un baluardo di agiatezza e rispettosa generosità, è per i tempi moderni un’opportunità di studio analitico della società italiana remota, attraverso una documentazione mai pubblicata in precedenza.
Attraverso la passione per la fotografia  e la carriera sportiva di Vittorio Centurione Scotto, e dell’accurata catalogazione della madre Luisa Cattaneo Di Belforte, nonché della perspicace ristrutturazione del Monastero voluta dal deputato artista e cavallerizzo Carlo Centurione Scotto,  a cura dell’architetto Gino Coppedè, sono così consacrati ai posteri  gli ultimi fasti memorabili della nobiltà genovese d’un epoca monarchica d’elite.  
Attraverso  i ricordi di questa nobile famiglia, proprietaria del castello da circa 125 anni, è stato in ultimo possibile completare il tassello di storia millesimese, che dopo la ritirata di Napoleone Bonaparte dal Monastero di S. Stefano, fino alla vigilia della II guerra mondiale, fu lasciato nell’oblio.
Saranno svelati i nomi dei due pittori genovesi, incaricati dal Coppedè, i quali curarono gli affreschi interni ed esterni del castello nel 1909, ricchi di simboli esoterici, massonici, celtici, araldici e religiosi, nonché l’etimologia delle scritte in latino sulla facciata (soprattutto la riscoperta di quella a destra che non si legge più), appurando che oltre alla politica, i coniugi Centurione Scotto erano molto colti ed appassionati di teatro.
Inoltre, riguardo al protagonista del libro, Vittorio, oltre al militare e sportivo, sarà possibile ammirare molteplici foto che lo ritraggono come un bel “Valentino” ligure, ed accertare (con testimonianze millesimesi, foto e capelli autentici di Vittorio conservati dalla madre Luisa nell’album di foto) che Liala, la famosa scrittrice lombarda, non lo conobbe mai, come invece da lei ribadito con molte “contraddizioni” in numerose interviste giornalistiche, fra le quali una celebre a cura della Rai nel 1974 (concessione teche).
Sarà anche strabiliante appurare l’esistenza di alcuni scatti fotografici che ritraggono insieme con altri ufficiali a Sesto Calende (Varese), i due aviatori protagonisti nei racconti di Liala: Vittorio Centurione Scotto, (l’amante idilliaco mai conosciuto dal vivo, citato solo dal 1948) e Pietro Sordi (l’amante vero e compagno per oltre 18 anni e fonte delle nozioni d’aeronautica nei suoi romanzi rosa, protagonista nella sua vita dopo il marito Pompeo Cambiasi).
Ogni argomento verrà sviscerato ed approfondito con documenti ed articoli giornalistici, perché la storia vera rimanga ai posteri, dopo tante romanze inventate o ipotizzate dalle fans “lianine”, in mancanza dei protagonisti e di una pubblicazione storica per i posteri.
Augurando buona attesa a tutti, si ricorda che il libro (in tiratura limitata), è già possibile prenotarlo come indicato nel sito caarteiv,  http://www.caarteiv.it/VittorioCenturioneScottoLiala.htm  e alla mail simona.bellone@gmail.com
Il 23 settembre coinciderà con la premiazione del Festival caARTEiv delle arti 2018 alle 15:00 nella Sala Consiliare del Comune di Millesimo e l’inaugurazione della mostra, e ne seguirà l’invito ufficiale dettagliato con la programmazione della cerimonia commemorativa e la presentazione del libro sui Centurione Scotto nell’omonimo Castello dalle 17:00, il quale verrà reso noto a settembre, e sarà possibile anche cenare e soggiornare presso il relais del Monastero.

Grazie per l’attenzione
Simona Bellone
Pres. caarteiv 

VIVERE NELLA PENOMBRA di Angela Fabbri


VIVERE  NELLA  PENOMBRA


Seguendo brani praticamente muti del film “L’amica geniale” di Saverio Costanzo mi è sembrato di tornare indietro nel tempo quando anch’io ero bambina fra altre bambine alla scuola. E l’atmosfera era tetra e fra noi ci scambiavamo discorsi che si stavano ancora costruendo senza aiuti. Senza neanche poterci dare una mano fra noi.

In qualche modo i genitori e l’ambiente di scuola in cui vivevamo ci stavano insegnando il nostro futuro così che l’avremmo imparato adagio e in modo indolore.

Sposarci, avere figli, metter su famiglia.

Io ero fortunata. A me era permesso anche studiare oltre, per poi lavorare, guadagnare e contribuire così alla nuova famiglia.

Diventare maestra come la mamma: perché una femmina è bene non faccia un lavoro fuori casa a tempo pieno, così può farsi una famiglia e prendersene cura.

Tra i 9 e i 10 anni ho creduto sinceramente in quel destino così tranquillo certo ordinato e predestinato. Ho creduto nel Principe Azzurro delle favole che da piccola avevo avuto in dono. Le illustrazioni si illuminavano al suo arrivo, cospargendosi di colori caldi e rassicuranti. Perché portava la luce che cancellava la nebbiosità della mia vita. Mi sono persino dedicata alle bambole e ho provato a fare vestitini (io, che prima della scuola avevo vissuto da maschio sotto la guida del fratello più grande).

Tornando al film e alla sua tetra atmosfera che mi ha riportato alla luce quel che ho appena scritto, credo fu proprio questa infinita malinconia distesa sulla vita e nella mia mente a scuotermi da quel DESTINO sapientemente distillato per tutte noi bambine con la serenità inconsapevole di chi lo somministrava come già gli era stato somministrato.

La TRADIZIONE. Dico adesso senza rancore.

Vivere non nell’ombra, ma nella PENOMBRA.

Come sotto il continuo effetto di una DOSE di TRANQUILLANTE.

Andavo verso un destino senza luce.

L’ho in qualche modo sentito e sono diventata me, giorno dopo giorno, fino a chiamarmi col mio nome: Angela.

Angela Fabbri

(Ferrara notte fra 9 e 10 settembre 2018)

sabato 8 settembre 2018

LAVORA MA E' MINACCIATA DI MORTE


27 agosto 2018 
Agitu, la ragazza etiope che alleva capre in Trentino: «Io minacciata di morte perché nera»
In Italia dal 2010, racconta una storia di integrazione. Da un anno subisce aggressioni nella sua azienda agricola, in Val dei Mocheni: «Mi hanno fatto ritrovare anche uno dei miei animali senza vita»

«Brutta negra, ti uccido, torna al tuo Paese». Sono solamente alcune delle offese ricevute da Agitu Ideo Gudeta, ragazza 40enne di origini etiopi conosciuta tra le montagne del Trentino Alto Adige come «Regina delle capre felici» per la sua storia d’integrazione (recentemente raccontata anche dal New York Times, ndr). Arrivata in Italia quando aveva 18 anni, per studiare Sociologia all’università di Trento, era tornata nel suo Paese, ad Addis Abeba, da dove nel 2010 fu costretta a scappare per le minacce del governo guidato dal Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), al potere dal 1991. A Frassilongo, nella valle dei Mocheni, da anni gestisce un allevamento di capre e un caseificio in una struttura che porta — non a caso — il nome «La capra felice» (il pascolo incontaminato si espande su 11 ettari di terreno, recuperati dall’abbandono). 
Insulti e danneggiamenti 
Non si è lasciata spaventare dalle sfide e dagli ostacoli che l'agricoltura pone alle donne, e nemmeno dal rischio che il suo gregge possa essere attaccato dagli orsi. Per proteggere i suoi animali, per lei come figli, ha preso qualche contromisura: come racconta sul sito, ad esempio, «quando vedo impronte o segnali della loro presenza, mi chiudo in automobile con dei petardi. Basta fare un po’ di rumore». Da circa un anno, però, la sua vita è diventata impossibile a causa delle minacce di morte, degli insulti razzisti, dei danneggiamenti e persino delle aggressioni fisiche ricevute da un uomo residente nella zona. 
Le minacce di morte
«Dispetti a non finire, gomme della macchina bucate nella notte, danni ai macchinari e insulti. Negli ultimi mesi le cose sono degenerate. Da giugno la situazione si è fatta insostenibile», ha raccontato. Un giorno, mentre lavorava alla mungitrice, è stata afferrata da dietro: «Un uomo mi ha preso per il collo e gridato io ti uccido, devi morire», ha chiarito. «Sono riuscita a liberarmi dandogli un calcio e sono scappata in casa. Ho chiamato i carabinieri e ho denunciato l’accaduto riuscendo anche a fotografarlo mentre mi bucava le ruote della macchina». Le violenze non si sono fermate a lei: «Ho trovato una delle mie capre morta, con una mammella asportata da un’arma da taglio», ha spiegato. 
Procura Trento apre indagine
Dopo la denuncia presentata ai Carabinieri, la Procura di Trento ha aperto un’indagine. Da tempo residente in Trentino, la donna adesso è titolare di un’azienda agricola e alla luce di una serie di episodi ha sporto denuncia nei confronti di un uomo che abita nei pressi della sua abitazione e che non sarebbe di origine mochena. Sulla vicenda indagano anche i carabinieri di Borgo Valsugana.
La speranza è che le forze dell’ordine, allertate sull’accaduto, riescano a fermare il colpevole. Tante le manifestazioni di solidarietà nei confronti della donna arrivate sui social. Il Partito democratico del Trentino esprime «piena solidarietà» all'allevatrice etiope vittima di un episodio a sfondo razzista. «Questi episodi di violenza non possono attecchire in una terra democratica e accogliente come il Trentino, che sa bene quali siano le fatiche del lavoro in montagna e le sofferenze di chi emigra per trovare nuove opportunità di lavoro».