giovedì 15 febbraio 2018

SUCCEDE AD ALEPPO di Domenico Quirico; recensione di DANILA OPPIO


SUCCEDE AD ALEPPO
di Domenico Quirico

Laterza, 2017, pagg. 130, euro 15


Recensione di DANILA OPPIO

Ho letto tanti testi che trattano di Storia, antica e moderna. Questo libro è più che un racconto giornalistico, anche se l’autore era un inviato de La Stampa.

Già dalle prime pagine, vi ho trovato una vera e propria poesia prosastica, qualcosa che tocca il cuore nel più profondo.

Per chi non è mai stato ad Aleppo, le tragiche notizie di quanto accaduto in questi ultimi anni, colpiscono da vicino, ma non così tanto da colpire nel più profondo chi ha potuto visitare Aleppo quando ancora esisteva in tutto il suo splendore e nella pace. Mi sento doppiamente ferita, perché ciò che ho visto non esiste più. Cancellato.
Nel prologo, Quirico scrive:

“Aleppo è tra il cielo e l’inferno…Quando vi arrivai, la prima volta aveva appena cominciato a cavar sangue alle sue vittime a patire la veglia lugubre del Tempo, a porre tutto in un colore di ombra che è tipico della nostra epoca: ed è il colore del riconoscibile dolore di ogni giorno, la vita come sappiamo che viene vissuta. Aleppo è insieme a Guernica e Stalingrado, Sarajevo e Grozny...

Ci vorrebbe il pennello di Dürer, e le sue apocalissi, la furia lugubre del Greco con i suoi cieli di agonia…”

E collegandomi all’agonia, a pagina novantasei ho trovato questa emblematica descrizione:

“L’agonia di Aleppo che non vogliamo vedere è un’agonia taciturna, testarda. Una lenta morte, una grigia morte. La lentezza di questa fine, il segreto della sua incredibile resistenza nel silenzio del mondo, opposta ad un nemico più forte e senza pietà, più che nelle armi, più che nel coraggio dei suoi combattenti, consiste nell’incredibile capacità di soffrire. La loro sopportazione dovrebbe stancare perfino il carnefice”

Tutti abbiamo avuto occasione di vedere immagini di Aleppo distrutta, un mucchio di rovine grigie e polverose, che fosse durante qualche servizio giornalistico alla TV o sui giornali. Ma quel che descrive l’autore è molto diverso, lui che l’ha vissuto in prima linea, ne parla come avrebbe potuto farlo Edgar Lee Masters in una diversa Antologia di Spoon River. Quei morti, invece che trovarsi fantasmi in un Giardino degli Angeli, furono sepolti sotto le macerie della loro città.

“Tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, si trascinano dietro la paura come lo sporco attaccato alle scarpe”

Questa emblematica espressione si ricollega ad una mia poesia dedicata proprio a ciò che succede in Siria. Ve la ripropongo:


Delicate suggestioni

(col cuore in Syria)


Danza scalza


Avvolta da impalpabili veli.

i piccoli piedi  posati su intrecci

di  tappeti afshar delicati.


Amuleti preziosi tintinnano

ai suoi polsi diafani

e cavigliere d’oro

come il pizzicar di cembali.


Profumi d’oriente

ambra, nardo e sandalo

aleggiano nell’aria dolce

della sera aleppina.


Danza scalza


Come sospesa in un cielo

di cobalto, ora come allora

in un assoluto incanto.


Sultani dai volti estatici

con cenni d’assenso

l’incitano a volteggiare

mentre bruciano incenso.


Danza scalza


Rapita dal loro sguardo

di diopside stellato

li asseconda smarrita.


Il sogno d’improvviso si dissolve

coi piedi insanguinati s’incammina

lungo le vie di Haleb devastata

dalla  feroce guerra intestina.

 
 Danila Oppio

sabato 10 febbraio 2018

GUARDARE poesia di Anastasia


GUARDARE


Amo 

Il tuo sguardo 

Tenero 

Occhi che mi guardano 

Mi fissano 

Entrano dentro di me 

Profondi 

In un attimo 

D’infinito 

Sempre 


Per sempre 

Sei tu 

La dolcezza 

Rapita 

Dalla mia anima 

Che 

Resterà 

Nel cuore 

Eternamente 

Emozioni 

Che mordono 

La pelle 

Fiamme 

Che mi devastano 

L’anima 

Come fuoco 

Dentro di me 

Voglia 

D’amarti 

Negli angoli 

Più misteriosi 

Del 

Nostro 

Universo 

Inebriami 

Con 

La tua 

Irraggiungibile 

Bellezza


Anastasia 


giovedì 8 febbraio 2018

NUDE MANI, racconto di Francesco Troccoli

da FRANCESCO TROCCOLI

Nude mani è un brevissimo racconto scritto inizialmente per la rivista Altrisogni sulla quale uscì nel 2010 e poi pubblicato nuovamente in Domani forse mai, a cura dell'Associazione RiLL nel 2012.
Puoi leggerlo gratuitamente seguendo questo link oppure in alternativa scrivendomi a fantascienzaedintorni@gmail.com

Sardegna e Riso sardonico: l’antropofagia, verità di un tabù e mistero di un mito, di Maurizio Feo, da www.oubliettemagazine.com

Antropofagia: s. f. [dal gr. νϑρωποϕαγα, comp. di νϑρωπος «uomo» e –ϕαγα «-fagia»]. –  il cibarsi di carne umana, come uso (detto anche cannibalismo) diffuso in passato presso alcune società primitive (Africa centrale e centro-merid., talune zone dell’Asia sud-orientale e insulare, Oceania, Amazzonia, ecc.): a. endocannibalica o esocannibalica, a seconda che le vittime fossero scelte nel proprio gruppo sociale (individui morti per cause naturali, bambini indesiderati, ecc.), oppure al di fuori di esso (nemici uccisi in battaglia, stranieri catturati, ecc.); a. profana, legata a necessità alimentari; a. giudiziaria, a spese degli individui condannati a morte per delitti o altri motivi; a. rituale, in cui si consumavano le carni delle vittime sacrificate in relazione a riti religiosi; a. magica, in cui si consumavano la carne, il grasso e determinati organi (cuore, fegato, ecc.) di un defunto per appropriarsi magicamente del coraggio, della forza o di altre sue facoltà.

Prove indiscutibili dimostrano che l’antropofagia fu praticata dall’uomo.

Il vocabolo stesso è tabù. Dell’antropofagia “non è bello neppure parlarne”, figurarsi il credere che sia esistita: alcuni sono decisamente contrari[1]. Comunemente, si sostiene che esista nell’uomo un impulso etico teso a salvaguardare la vita umana, una specie di naturale repulsione, che impedisca all’uomo di consumare carne cospecifica. Sono numerose le eccezioni dettate da circostanze “estreme” di necessità e di fame, quali: disastri aerei, naufragi e altre situazioni nelle quali “più che l’amor poté il digiuno”[2]. Il cannibalismo istituzionalizzato si relega alle popolazioni dei “primitivi” ed è lì che viene usualmente cercato e trovato[3]. Altri credono con forza nella realtà del cannibalismo umano e ne producono le prove[4].

Ma l’Antropologia e persino l’Archeologia e la Storia ci raccontano una versione molto cruda.

La natura bellicosa dei Chiefdom più avanzati e dei primi Stati conferma che il sacrificio di animali sugli altari preludeva ad uccisioni umane nei campi di battaglia. Prove chiarissime dimostrano che guerrieri, cui era presumibilmente proibito mangiarsi tra loro, non per questo erano meno inclini ad uccidersi reciprocamente. E poi? Potremmo subito domandarci perché mai gli Dei delle antiche religioni dei primi Chiefdom e dei primi Stati non accettassero carne umana nei sacrifici loro dedicati.

Eppure esisteva il sacrificio umano, in quei tempi antichi: in essi si uccideva un essere umano. Ma tale sacrificio era molto differente dal sacrificio d’animali. Nel sacrificio di animali, il sacrificio stesso era seguito da un banchetto re-distributivo alla popolazione del cibo… Ma le religioni istituzionali non prevedevano che agli Dei piacesse cibarsi dell’uomo, pur accettandone il sacrificio, mentre evidentemente non
disdegnavano affatto cibarsi degli animali sacrificati. Perché? Si potrebbe rispondere che agli Dei piacevano le stesse cose che piacevano agli uomini e che per questo rifiutavano di cibarsi dell’uomo. Perché l’uomo rifiuta di cibarsi dell’uomo…
Ma non è affatto così semplice.
Innanzitutto: ecco una ben documentata e recente tradizione d’antropofagia europea, riportata per sfatare credenze errate, ma ormai consolidate, sul cannibalismo…
Dal XVI al XVIII secolo dopo Cristo, sia in Inghilterra sia nel continente europeo i libri di medicina raccomandavano l’uso di un farmaco chiamato “mummy (lett.: “mummia”). Questo farmaco “era ottenuto da resti di un corpo umano imbalsamato, seccato, talvolta polverizzato o preparato in altro modo, preferibilmente da soggetto morto per morte improvvisa, o violenta”. Le farmacie di Londra erano ben fornite di grandi scorte di questo discutibile “farmaco”, ma la richiesta era così grande che esistevano anche negozi appositi, detti “mummy shops”, spesso indicati dai medici stessi[5].
È una forma di cannibalismo indiscutibile e recente, sconcertante, anche se in qualche modo “mascherata”. Ne esistono numerosissimi in tutto il mondo, anche di molto recenti[6].
Un caso di particolare interesse è la cosiddetta “placentofagia[7], presente anche tra gli erbivori, che gli scienziati non sanno spiegare completamente. S’ipotizza che possa servire a eliminare odori atti ad attirare i predatori, oppure a fornire principi nutrienti di cui la madre avrebbe bisogno dopo il parto. Altri – in relazione alla placentofagia umana – sostengono che sia un modo per recuperare sostanze analgesiche ed utili sia all’emostasi dell’utero della puerpera, sia all’inizio della lattazione (prostaglandine e ossitocina). Ma certamente si tratta di tentativi di spiegazione erudita, “a posteriori”, di un comportamento che nell’animale è istintivo e non ben comprensibile[8].
Di fatto la placentofagia è stata in uso un po’ dovunque (anche in Sardegna) fino a tempi recenti: in Toscana far bere alla puerpera il brodo di placenta, ma a sua insaputa, garantirebbe la montata lattea. In Campania per assicurarsi il mantenimento della secrezione lattea si consiglia di tritare la placenta e farla soffriggere: la puerpera ne dovrà mangiare un pezzetto al giorno.
IL SEGUITO DEL SAGGIO DI STRAORDINARIO INTERESSE AL LINK: