domenica 2 dicembre 2018

LO SCANDALO PELOSO DELL'OMICIDIO KASHOGGI di Renata Rusca Zargar



Il 2 ottobre, Jamal Khashoggi è scomparso all’interno del Consolato saudita a Istanbul. Da allora, su questo evento, sono rimasti accesi i riflettori dei media, forse, anche perché Erdogan ha fatto da cassa di risonanza, accusando le autorità saudite di aver pianificato e fatto eseguire tale omicidio.

Khashoggi, scrittore e giornalista, è stato, per molto tempo, un pilastro dell'establishment saudita: aveva lavorato come redattore presso le emittenti dell'Arabia Saudita ed era stato persino consigliere di un ex capo dell'intelligence. Ultimamente, però, aveva iniziato a criticare il governo del suo paese, si era auto esiliato e, in particolare, contestava la guerra in Yemen. Probabilmente, era considerato un dissidente troppo pericoloso.

Erdogan, invece, è un capo di stato che controlla i giornali turchi, perché ha duramente represso oppositori e giornalisti. In questo caso, però, è a conoscenza di quanto sia realmente avvenuto nel consolato saudita, grazie a  registrazioni audio carpite da microspie piazzate al suo interno. Allora, difende la libertà di stampa perché ciò potrebbe assestare un colpo mortale all’Arabia Saudita e al principe ereditario.

In generale, comunque, l’opinione pubblica occidentale è rimasta molto scossa per la  brutalità del delitto, visto che si presume che il cadavere sia stato addirittura decapitato e fatto a pezzi con una sega.

L’uccisione di un giornalista che esprime le sue opinioni, che fa inchieste, che mostra a tutti la verità, non è un fatto nuovo. Tutti ricordiamo tanti altri martiri, uomini e donne, uccisi, minacciati, torturati, per impedire loro di scrivere e di denunciare, ovunque, nel mondo. Ma non c’è bisogno di andare tanto lontano, basta anche solo pensare agli omicidi e alle  minacce di mafia, camorra, clan criminali e simili, in Italia.

Il povero Khashoggi ha generato, dunque, un’universale levata di scudi contro l’Arabia Saudita che, tuttavia, è un paese dove esiste la pena di morte, praticata molto attivamente e senza moratoria alcuna (terzo paese boia al mondo, dopo Cina e Iran).

Dal 2015, l’Arabia Saudita guida una coalizione di nove paesi arabi,  sostenuti dagli Stati Uniti, per combattere i ribelli sciiti, simpatizzanti dell’Iran, in Yemen.

Eppure, nessuno ha criticato l’Arabia Saudita per i bombardamenti continui sulla popolazione civile e nemmeno ci siamo ribellati al fatto che abbia addirittura bloccato la possibilità di un corridoio umanitario per portare rifornimenti e medicinali! 7 milioni di yemeniti, intanto, nel silenzio dei media, soffrono la fame, mentre dilaga un’epidemia di colera che, soltanto negli ultimi tre mesi del 2017, ha provocato 2.000 morti. Recentemente, ha fatto il giro del mondo la foto della bambina yemenita di 7 anni, morta di fame. Naturalmente, non è la sola perché, ogni mese, oltre 2.000 bambini muoiono di fame o muoiono a causa di malattie che potrebbero essere facilmente curate.

Tuttavia, tutto ciò non ha suscitato tanto scalpore quanto Khashoggi. Come mai?

Bisogna chiedersi, allora, chi venda le armi all’Arabia Saudita. Molti paesi occidentali, tra cui, ad esempio, l’Italia, che produce  bombe a Domusnovas, vicino Iglesias, (440 milioni di euro nel 2016) in una fabbrica che fa  parte del gruppo tedesco Rheinmetall defense, e che dà lavoro a 270 persone. Proprio le bombe che vengono sganciate sullo Yemen! (Ma d’altra parte, le bombe a cosa potrebbero mai servire?)

Oppure, la Spagna, che esporta armi di precisione usate in Yemen con effetti devastanti. Tali armi hanno distrutto alberghi, ospedali, pozzi d’acqua, edifici residenziali, fabbriche, provocando un numero impressionante di vittime civili. La Spagna, però, non smetterà un commercio tanto lucroso perché, altrimenti, Riad non comprerebbe più le cinque navi da guerra di fabbricazione spagnola, né il treno superveloce per la Mecca, e le aziende spagnole non parteciperebbero alla costruzione della metropolitana di Riad.

Insomma, si comprende facilmente perché le sofferenze e le uccisioni di decine di migliaia di civili, donne, bambini, non facciano tanto scalpore quanto il feroce assassinio di un solo giornalista.

Come si comprende molto bene lo scopo dei nostri politici in deferente pellegrinaggio in quel paese e negli altri della coalizione che sta consumando questo genocidio.

Ricordo, persino, vari articoli entusiastici sul riformismo del principe ereditario quando, dal 25 giugno 2018, le donne hanno potuto guidare (unico paese al mondo che non lo permetteva!).

Tuttavia, il grande ammodernamento riformista del principe ereditario non nasce dalla convinzione che le donne siano esseri umani titolari di diritti umani quanto gli uomini, ma dalla necessità:  lo sviluppo di uno stato che non viva più solo sul petrolio, ha bisogno anche di lavoratrici donne.

Nel frattempo, le donne sono ancora obbligate ad avere un tutore uomo e continuano a non poter mostrare il volto in pubblico. Per viaggiare, andare al ristorante, studiare, votare, devono essere accompagnate da un uomo; possono candidarsi ma non parlare in pubblico; per avere un documento di identità devono avere il consenso maschile. Quindi, le donne non sono considerate mentalmente autosufficienti. Però, e qui si può davvero festeggiare (!), è stato possibile per loro, dal gennaio 2018,  entrare allo stadio per eventi sportivi.

Come pure, si può essere molto soddisfatti che le donne condannate alla pena di morte possano scegliere, come mezzo per morire, il colpo di pistola alla nuca per non essere costrette a scoprirsi il capo!

In un paese tanto illuminato, alleato dell’Occidente, anch’esso molto illuminato, le poche attiviste, che esprimono pacificamente delle opinioni, vengono arrestate per “attività sovversive” e, in prigione, secondo Amnesty International, subiscono maltrattamenti, torture, scariche elettriche, frustate e molestie sessuali.

Ma di tutto questo, non mi sembra di averne sentito parlare tanto.


venerdì 30 novembre 2018

LE RACCOMANDATE DEGLI ALTRI di Renata Rusca Zargar


Mio marito, malauguratamente, ha un cognome straniero e abita con me in via Pietro Scotti, una via che incrocia via Bernardo Forte, a Savona. Non so se sia questa la causa scatenante, ma capita, da anni, che, qualche volta, i postini lascino nella nostra buca delle lettere la posta di persone dal cognome straniero (molto diverso dal nostro) che abitano in fondo a via Forte, ad alcune centinaia di metri.
All’inizio, ho pensato che, magari, si trattasse di qualche giovane aspirante postino che faceva uno stage o un tirocinio e mi dispiaceva che, andando a protestare, avrei potuto fargli passare un guaio o fargli rischiare, addirittura, di non essere, magari, assunto. Così la posta l’abbiamo consegnata sempre noi ai destinatari (si tratta di farsi aprire il portone da sconosciuti, spiegare come mai abbiamo noi la loro posta mentre ci guardano male. D’altra parte, l’art. 15della Costituzione recita:La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.”).
Dato che gli errori continuavano, ho messo un grande biglietto sulla mia buca delle lettere rivolgendomi ai “Gentili postini” e spiegando che siamo in via Pietro Scotti (cosa che sanno benissimo, visto che lasciano la nostra posta). Mi hanno risposto sotto anche con una battuta:”Quali postini?”, perché, forse, sono al corrente che, non essendo giovane, sono un soggetto classico da prendere in giro.
Ora è arrivato l’ennesimo avviso di una raccomandata non nostra. Mi chiedo che cura abbiano le Poste Italiane delle raccomandate.
Così, dato che mi trovavo vicino alla Posta Centrale, sono entrata e, visto  che avrei dovuto fare la coda (!!!) in qualsiasi sportello, mi sono rivolta, con l’avviso della raccomandata non mia in mano, alla prima persona della Consulenza che, in quel momento, non aveva nessun cliente.
Dunque, ho saputo che loro non possono farci niente, che io devo rivolgermi al luogo dove partono i postini, cioè piazza Aldo Moro, oppure all’ufficio postale di Corso Tardy e Benech, che è l’ufficio (lontanissimo, scomodo, senza parcheggio, con code di ore) dove la nostra zona, purtroppo, ritira le raccomandate. 
Cioè, io devo perdere tempo e fatica perché le Poste non si fanno carico di un loro errore! Devo farmene carico io, che, fino a oggi, ho pensato a quei poverini che, magari, aspettavano la posta o le raccomandate e gliele ho consegnate, invece, che buttarle a casaccio come fanno loro!
Questa è l’Italia, questi sono i lavoratori!
A tali postini e impiegati delle Poste (e anche dirigenti, se le regole sono che non si fanno carico dei loro problemi), per favore, diamogli il reddito di cittadinanza, così staranno a casa in pace senza più  fare danni.

http://www.liguria2000news.com/savona-gentili-postini.html

giovedì 29 novembre 2018

MI PRESENTO di Carla Saettone; COME TRASCORRO LA MIA GIORNATA DA CASALINGA di Letizia Monti

Ecco due lavori delle meravigliose alunne del mio corso "Leggere la letteratura classica per divertimento" a Quiliano.


MI  PRESENTO
di Carla Saettone

Sono Carla Saettone e, visto che non so che cosa scrivere perché ho tante cose in testa ma non so come metterle sulla carta, vi voglio raccontare una storia. Quando ero una ragazzina non mangiavo ed ero magrissima. Dopo tante cure ricostituenti servite a niente, i miei genitori avevano deciso di portarmi a cambiare aria. Mi hanno portato a Plodio, un paese della Valbormida, in una famiglia che aveva 3 figli e con me e mio fratello eravamo 5 bambini molto vivaci e più o meno della stessa età. Abbiamo fatto amicizia  con altri bambini delle cascine vicine che tenevano molti animali nelle stalle e  tutti i giorni portavano le mucche al pascolo. Un pomeriggio, hanno convinto anche me e mio fratello ad andare con loro a pascolare le mucche. Devo dire che è stata un’esperienza unica, non ripetibile, anche se pensandoci adesso mi viene da ridere. Quel pomeriggio vi assicuro che non ridevo affatto perché, al ritorno dal pascolo, si andava in discesa. Io ero davanti anziché dietro e tranquilla stavo scendendo di corsa dalla collina quando anche le mucche si sono messe a correre dietro di me. Vi assicuro che non è stato piacevole, mi sono presa una paura del diavolo anche se poi è finito tutto bene. Al ritorno a casa ci siamo presi un po’ di rimproveri dai nostri genitori con la promessa di non ripetere più quell’esperienza. 


COME  TRASCORRO  LA  MIA GIORNATA  DA  CASALINGA

di Letizia Monti

Il primo lavoro è fare un buon caffè che gusto molto volentieri. Dopo aver riordinato la casa, via con la borsa della spesa e, mentre sono in giro a fare spese, scambio due parole con amici e conoscenti. Al ritorno,  in cucina con pentole e pentolini per preparare un buon pranzetto sempre molto apprezzato dai miei tre mangioni (figlia, genero e nipote), specialmente da Paolo che lo dimostra sempre con un grazie e un bacio. Pomeriggio all’AUSER per una partita a carte e chiacchierare con cari amici. Finalmente giunge la sera, vado a letto con un buon libro da leggere e a poco a poco vado nel mondo dei sogni. Mi sono ricordata che da 25 anni faccio volontariato usando non pentole e pentolini, ma pentole e pentoloni. 

ITALIA di Angela Fabbri


                                         ITALIA



ITALIA, Paese di Santi, di Navigatori, di Poeti.


Italia, Paese di AVVOCATI.


L’ITALIA cantata IERI.


E quella di OGGI.


Senza MEDICI  OSPEDALIERI.


(Angela Fabbri, Ferrara 14 novembre 2018)

sabato 24 novembre 2018

da Padre Armanino, Niamey, Niger: GIORNI DI SABBIA. OSTAGGI E SCOMPARSI NEL SAHEL


                                       Giorni di sabbia. Ostaggi e scomparsi nel Sahel

Gli antichi avevano capito tutto. I giorni si misurano con la sabbia. Non c’è nulla di più naturale e consono che contare il tempo con la sabbia che scorre, come in una clessidra, dall’alto al basso. Col tempo si imparò ad usare l’acqua che, in modo più preciso, marcava le ore del giorno e della notte. La sabbia e l’acqua si assomigliano. In entrambi gli elementi la vita si nasconde e per momenti scompare alla vista dei più. Alcuni per qualche mese, altri per sempre. La sabbia del Sahel è fatta di giorni che scorrono dei quali si perde la memoria e nessun calendario ha saputo, finora, contarli.

Fanno 500, i giorni di sabbia per 39 persone, ragazze per la più parte, rapite nella regione di Diffa, nel sud-est del Niger, pure lui fatto di sabbia. Quasi tutte avevano meno di vent’anni dal giorno della sparizione, il 2 luglio del 2017. Oltre un anno senza notizie apprezzabili e con la consueta fedeltà è solo la sabbia che continua a scorrere e contare le ore e i mesi di assenza dal villaggio di Ngalewa. Per l’amico missionario Pierluigi Maccalli sono giusto due i mesi che la sabbia ha messo da parte per abitudine. Anche in questo caso non c’è che lei, la sabbia, a rimanere come testimone del tempo.

Nel Sahel abbiamo tutti la stessa sabbia che seppellisce sommersi e salvati. Non ci fa mai mancare la sua sottile e pervasiva presenza. Potremmo sparire da un momento all’altro, inghiottiti dal mare di sabbia che non si stanca di contare. Dal 7 gennaio del 2016 una signora svizzera è scomparsa a Tombouctou nel Mali e ad aprile del 2015 è un agente di sicurezza di origine rumena ad essere rapito nel nord del Burkina Faso. Un anno dopo è la volta di un medico austriaco, preso con la sua signora poi liberata, nel nord-est del Paese dove operava da diversi anni. E la sabbia rimane a guardare.

Suor Gloria, di origine colombiana, è stata presa nel sud del Mali nel mese di febbraio del 2017. Ancora nel Mali Sophie, di nazionalità francese, è stata portata via da Gao, città dove viveva dal 2000. Nel Niger è un umanitario tedesco, operatore dell’ONG Help, ad essere preso in ostaggio l’11 aprile di quest’anno nei pressi della frontiera col Mali. Invece è nel mese di settembre scorso che tre persone, di cui due straniere, sono scomparse nel Burkina Faso. Entrambe lavoravano per conto di una miniera d’oro. La sabbia conta le ore, i giorni, le settimane e financo gli anni. La vita è un miscuglio di sabbia.

Il vento e la sabbia cospirano per passare il tempo coi viventi, scomparsi, ostaggi e cittadini del Sahel. Ecco perché, in fondo, le sparizioni non ci stupiscono più di tanto. Anche i cittadini sono tra gli scomparsi del Paese. Viventi, presenti e scomparsi sono fatti della stessa sabbia che tutto livella e misura. Gli anni e i mesi sono come un giorno solo e non parliamo delle ore. Qui il tempo si misura sul presente e arrivare a domani potrebbe essere considerato un successo. Il vento, assieme alla sabbia fano in modo da sparigliare progetti, storie e parole. Pure queste ultime sono trafitte dalla sabbia.

Siamo da essa sedotti, abbandonati e infine salvati. Scomparsi da tempo nella sabbia, ostaggi della follia e del calcolo, rapiti dalla distratta e colpevole indifferenza del sistema globalizzato. Cittadini come mercanzia da scartare dopo le rituali elezioni  cofinanziate dalla comunità internazionale. Inghiottiti da sabbia e silenzio prima ancora di essere portati via a scopo di lucro e intimidazione. Nel Sahel i primi a scomparire sono i comuni cittadini, i contadini e i bambini di strada. Sono questi ultimi  che portano in giro i ciechi per mano e, a loro nome, mendicano ai crocevia. Invisibili ai più.

La sabbia da sola non farebbe nulla senza il vento. E’ lui che porta lontano ostaggi, scomparsi e giorni da contare che non passano mai. La sabbia li accarezza e li lusinga senza preoccuparsi di mantenere le promesse. Tutti i cittadini del Sahel lo sanno a menadito. Non c’è vento che non porti la sua verità e insieme la sua menzogna . Ecco perché hanno imparato a fidarsi solo della sabbia, anche per contare i giorni.

                                                                                                  Mauro Armanino, Niamey, novembre 2018

IL SEGRETO DI EVA, mostra a Genova, fino al 31-12-2018

 IL SEGRETO DI EVA 
VI tappa Genova-
Museo di Sant’Agostino
21 novembre - 31 dicembre 2018

ART Commission in collaborazione con il Festival dell’Eccellenza al Femminile e il Museo di Sant’Agostino di Genova presenta la
VI tappa del collettivo d’arte contemporanea tutto al femminile
 IL SEGRETO DI EVA.

La mostra sarà inaugurata nell’ambito del Festival dell’Eccellenza al Femminile,  mercoledì  21 novembre alle 16.30 presso i il deposito lapideo del Museo di Sant’Agostino.
La mostra curata da Virginia Monteverde e per la presentazione critica da Viana Conti,  torna a Genova dopo quasi tre anni, da gennaio 2016 a oggi è stata infatti presentata in altre città italiane : Varese, Vercelli e Siracusa e lo scorso maggio anche all’estero nella capitale greca,  Atene.

Le opere saranno allestite nel deposito del Museo di Sant’Agostino, tra marmi, sculture, resti di chiese e palazzi, testimoni di una Genova antica, ricca di storie, miti e leggende.
Ben si presta dunque questo luogo per il collettivo Il Segreto di Eva  che  con questa mostra propone una visione artistica del mito, della leggenda e del mistero attraverso la sensibilità propria dell'Immaginario femminile.
Un percorso che si dipana seguendo il filo conduttore della fantasia per esplorare le strade del dialogo fra arte e storia, per arrivare alle radici del Genius Loci che cattura e affascina la mente del visitatore.
Le artiste :  Connie Bellantonio, Isabel Consigliere , Carla Crosio, Georgia Fambris, Sabina Feroci, Lory Ginedumont,  Carla Iacono,  Pina Inferrera, Margherita Levo Rosenberg,  Odile Maro, Luisa Mazza, Virginia Monteverde, Paola Rando, Renata Soro.
Le categorie d’arte visiva in cui rientrano, o da cui sconfinano, le artiste in mostra sono la digital art, la fotografia, l’installazione concettuale, oggettuale, simbolica, gestuale, il video, la pittura, la scultura. Sono quindi rappresentate, nel contesto espositivo, la tradizione e l’innovazione, in territori in cui la tecnologia dialoga con la poesia, la dimensione onirica, filosofica, psichica, alchemica, extra e intrapersonale, performativa e scritturale. Si stabiliscono legami e continuità tra le opere delle artiste in mostra, il cui terreno comune è donna.(…) (dal testo  di Viana Conti )
La mostra sarà visitabile fino al 31 dicembre 2018.
Tacco punta tacco, intrallazione ambientale di Margherita Levo Rosenberg

Antonella Colonna Vilasi: IL RUOLO DELL'INTELLIGENCE NELLA COSTRUZIONE DELLA PACE

Cosa sarà nel futuro globalizzato e nell’era del cyberspazio dei Servizi informativi? Alcuni sostengono che la Rete sia già uno dei maggiori teatri di guerra esistenti e c’è chi parla di cyber intelligence affidandole il compito di sviluppare competenze e capacità operative in grado di raccogliere, decodificare, analizzare e disseminare i segnali provenienti della rete che potrebbero rivelarsi di una minaccia (carattere difensivo), oppure di un vantaggio tecnologico, economico o politico (offensivo) agli interessi nazionali.
Per essere davvero funzionale, in un’era d’incertezza quale quella che stiamo vivendo, l’intelligence deve essere in grado di sviluppare e sostenere una strategia per gestire la conoscenza a livello globale, poiché allo stato attuale la conoscenza e la copertura informativa costituiscono un’esigenza vitale per la sicurezza e la prosperità di qualsiasi Paese.

L’Information Revolution ha reso disponibile una grandissima quantità d’informazioni in qualsiasi settore; informazioni che, nella maggior parte dei casi, sono pubbliche e pertanto completamente a disposizione di chiunque.
Sulla base di queste constatazioni è possibile migliorare le funzionalità dei prodotti d’intelligence e risparmiare, nel contempo, miliardi di euro/dollari ogni anno, eliminando la classificazione eccessiva e la segretezza inutile.
Infatti, l’eccessivo ricorso alla segretezza ha prodotto una lievitazione dei costi su tre livelli di analisi: quello del sistema d’intelligence, quello politico e quello funzionale.
In realtà l’intelligence “segreta” non ha nessuna utilità pratica poichè limita i suoi destinatari esclusivamente ad una minima parte della classe politica e, nella migliore delle ipotesi, alle strutture militari ed alle forze dell’ordine, tagliando fuori il mondo degli affari, il mondo accademico, i settori della ricerca, i mezzi d’informazione ed anche il “comune” cittadino........