sabato 14 settembre 2019

L'ULTIMA NOTTE racconto di Renata Rusca Zargar



Oetzi camminava un po’ ansimante lungo il sentiero che si inerpicava su per la montagna. Il mantello di lunghi fili d’erba intrecciati e annodati che portava sulle spalle e che, di solito, gli serviva per ripararsi dal freddo e dalla pioggia, quel giorno, lo appesantiva. Infatti, aveva dovuto fuggire dal piccolo villaggio dove aveva sempre vissuto e trasportava tutte le sue cose con sé. 
Di là dal sentiero, tra le cime che stava percorrendo, esistevano altri villaggi dove avrebbe trovato rifugio. Il tempo era ancora buono e, anche se aveva con sé solo un pezzo di carne secca e un frutto di prugnolo, avrebbe trovato qualche bacca lungo la strada e sarebbe arrivato a un gruppo di case prima che iniziasse la stagione delle nevi. Anzi, appena giunto, avrebbe finito di intagliare il suo arco la cui asta in legno di tasso era rimasta incompiuta per la fretta di fuggire. Om, l’uomo che aveva preso il suo posto al villaggio scacciandolo, non gli aveva dato, certo, il tempo di ultimare i suoi lavori. Se avesse avuto bisogno di combattere durante il viaggio, però, avrebbe potuto adoperare l’ascia che egli aveva costruito diverse stagioni prima, utilizzando il legno di tasso che prediligeva e il rame per la lama, chiusi insieme dal catrame di betulla. Oppure, avrebbe sfoderato il suo pugnale di selce con il manico di frassino che portava sul fianco destro, assicurato alla cinghia. Oetzi era un abile intagliatore e sapeva bene che spesso la sopravvivenza di un uomo impegnato a lottare, magari con un orso, dipendeva anche dalla resistenza delle sue armi. Quando si sedeva all’ombra della capanna, tutto intento a lavorare per aggiustare o costruire qualche strumento, Kol, che invece separava il grano dalla paglia proprio là vicino, lo guardava con i suoi occhi azzurri come il cielo sereno che si stendeva sopra le cime degli alberi. Allora le mani di Oetzi, divenivano più capaci e veloci.

Kol… egli aveva dovuto lasciarla a Om, insieme a Itzi. Che ne sarebbe stato di loro?

Il sentiero si restringeva man mano che le rocce prendevano il posto della sterminata foresta. Gli ultimi raggi di sole si infiltravano tra i rami delle betulle, degli abeti rossi e dei pini, scherzavano quasi, producendo lame di luce che squarciavano l’ombra umida del sottobosco. Stava scendendo la sera e conveniva trovare una grotta dove accamparsi. Là avrebbe acceso il fuoco  e si sarebbe almeno riscaldato. Forse, una volta raggiunti altri uomini, avrebbe potuto raccontare la sua storia e trovare aiuto.

Om era arrivato al villaggio prima del tempo della grande neve. Era giovane e forte, recava con sé, oltre a bacche, mele selvatiche e nocciole, una lince appena uccisa. Tutti gli avevano fatto festa e avevano condiviso il suo cibo. Una delle capanne della tribù era da poco rimasta vuota per la morte di uno degli uomini durante una battuta  di caccia al bisonte. Egli avrebbe potuto prendere il suo posto, vivere nella capanna, collaborare con gli altri per l’approvvigionamento di cibo e tutti gli appartenenti al clan avrebbero potuto contare su di un uomo giovane e forte in più. Per questo, nessuno gli aveva chiesto da dove venisse e perché avesse lasciato il suo villaggio.
Poi, la neve aveva ricoperto ogni cosa. La vita nel piccolo gruppo di case era attenuata dal freddo e solo qualche volta gli uomini si avventuravano al di là degli alberi per uccidere degli animali con i quali sostenere donne, bambini e vecchi.  Om si univa agli altri nella caccia e tornava ogni volta  con qualche preda.

Intanto, Kol era diventata donna ed era pronta a lasciare la capanna del padre per andare nell’abitazione di un giovane uomo. Oetzi aspettava da molte stagioni il momento in cui ella sarebbe andata a vivere con lui. Kol gli toccava, infatti, perché tutti gli altri maschi (escluso Om, ma egli non lo includeva nel calcolo) avevano già una compagna. Spesso si attardava a osservare il suo corpo che si stava trasformando, i suoi capelli lunghi e gialli come il grano che raccoglieva nei campi… Anch’ella lo guardava, aspettando un suo cenno.
Così, una gelida notte all’inizio della lunga stagione invernale, Oetzi era andato alla capanna di Motz, il padre di Kol, a prenderla. In cambio aveva lasciato una falce con la lama di selce da lui stesso costruita e una pecora ancora giovane. 
Kol aveva allietato ad Oetzi il tempo dell’attesa della bella stagione. Allora, appena la neve aveva iniziato a sciogliersi, egli era andato alla ricerca di una poiana. Dopo averla catturata, ne aveva usato gli artigli per fare una collana da regalare a Kol. Quando, la sera stessa, gliel’aveva infilata al collo, gli occhi di lei si erano illuminati di pagliuzze dorate e le sue braccia dalla pelle liscia, come le corolle dei fiori che spuntavano dalla terra non appena la neve se ne andava via, avevano cinto le sue spalle e l’avevano riscaldato di un fuoco che non aveva bisogno di legna da ardere.

Lungo il sentiero in salita, spingendo avanti lo sguardo, Oetzi aveva visto, vicino ad un grande masso, un’apertura: si sarebbe sistemato al riparo delle rocce e si sarebbe riposato un poco.
Proprio in quell’attimo, però, aveva sentito un dolore atroce trafiggergli la spalla sinistra. Girandosi per vedere ciò che fosse successo, aveva scorto l’arma infilata nel suo corpo e, contemporaneamente, più in basso, il viso di Om che spariva con un ghigno tra i cespugli. Dunque, egli l’odiava tanto da averlo seguito fin lassù, per colpirlo a tradimento!
Faticosamente, Oetzi si era trascinato alla grotta. Aveva sistemato all’interno, appoggiate a una lastra di pietra verticale leggermente inclinata, la sua gerla di legno ed erba che conteneva quei pochi oggetti che aveva portato con sé e la faretra con le asticciole delle frecce. Prima di tutto aveva cercato di togliersi di dosso la freccia che l’aveva colpito. Con un grande sforzo e tanto dolore, era riuscito, però, a staccare solo l’asticella mentre la punta era rimasta conficcata all’interno della ferita. “Non fa niente, -pensava Oetzi- molte altre volte la mia pelle è stata lacerata nella lotta con qualche animale. Anzi, una volta, un orso sanguinario mi ha squarciato il petto. Brandelli di carne si sono staccati e tanto sangue è uscito, rendendomi debole per tanto tempo. Ma, infine, sono guarito e sono tornato a cacciare più forte di prima! Ho mangiato il poliporo, sì, quel fungo dall’aspetto ripugnante che cresce sulle vecchie betulle e sono guarito. Sarà così anche questa volta, prenderò quella medicina, guarirò, raggiungerò un altro villaggio, racconterò di Kol e Itzi… Qualcuno mi aiuterà.- 
Oetzi si era sdraiato a terra, avviluppandosi nel suo mantello e stringendo le bande di cuoio del cappello di pelliccia sotto il mento. Subito era caduto in un dormiveglia leggero: Om, ecco, era giunto fin là, lo colpiva ferocemente con l’ascia, il suo sangue sgorgava dalle ferite e si spargeva all’intorno mentre il suo avversario rideva, rideva… 
No, non vi era traccia di Om: ormai se n’era andato credendo di averlo ucciso, non doveva più temere! Oetzi aveva aperto gli occhi: la notte era scesa piuttosto buia e fredda. Batteva i denti. Allora, con fatica, aveva aperto il marsupio di vitello conciato che teneva legato in vita e ne aveva estratto l’occorrente per accendere il fuoco: un pezzo di pirite, un nucleo di selce, una miccia di lapacendro… Allungando la mano aveva tolto dalla gerla dei pezzetti di legno e, con poche mosse, era riuscito ad accendere il fuoco. 
La fiamma scoppiettava leggera, le sue punte si allungavano da una parte e dall’altra creando un alone di luce contornato da ombre nere. Il calore si spandeva al suo corpo intirizzito ed egli si era raggomitolato ancora di più sotto il prezioso mantello d’erba. Doveva mangiare la sua carne di stambecco per riprendere forza, anche se ora gli sembrava dura e insapore. Eppure era stata Kol a prepararla, tagliando lunghe strisce di carne e appendendole alle travi del tetto in modo che il fumo del focolare, una volta raffreddato, le facesse essiccare. Era un cibo molto nutriente ma, in quel momento, lo trovava immangiabile. 
Oetzi non aveva molta legna con sé: partendo, aveva pensato che avrebbe trovato rami ovunque, lungo il cammino. Ma ora non era in grado di procurarseli. Non riusciva, infatti, quasi a muoversi e il fuoco, non più alimentato, stava diventando debole. Nella luce sempre più fioca, l’immagine di Kol danzava nell’aria. Gli veniva incontro, dolcissima, con il loro bimbo tra le braccia e i morbidi capelli biondi che contornavano il viso fresco e scendevano lungo le spalle… Poi appariva Om, proprio come quel giorno che l’aveva sfidato a combattere per lei. Chi avesse vinto, avrebbe avuto Kol.  Oetzi non voleva combattere perché Kol era ormai sua di diritto: il padre di lei gliel’aveva data!  E poi, nella stagione calda era nato un bimbo. Anzi, quando il piccolo Itzi era nato, Oetzi si era praticato un tatuaggio incidendo la pelle e sfregandola con carbone di legna polverizzato: egli avrebbe segnato la nascita di ogni loro figlio sul suo corpo, anche se usava sottoporsi a tatuaggi solo per lenire il dolore alla schiena e alle gambe. Avrebbe cresciuto Itzi facendolo diventare un forte cacciatore. Tutto il villaggio sarebbe stato fiero, un giorno, di quel giovane cacciatore! Oetzi non provava odio per Om: l’aveva accolto volentieri nel clan, aveva compiuto molte battute di caccia insieme a lui e sempre avevano collaborato per uccidere i grandi orsi. Gli aveva insegnato molti segreti per intagliare le armi, aveva diviso grano e bacche durante il lungo inverno. Ancora poco tempo prima avevano raccolto, tutti insieme, il farro nei campi intorno al villaggio! Ma ora Om pretendeva di portargli via la donna e il bambino ed egli avrebbe dovuto ingaggiare una lotta che ristabilisse i suoi diritti!
-Avanti, battiti!- gli urlavano gli uomini, mentre le donne, lasciate per un po’ le loro usuali occupazioni, osservavano con i bambini in braccio.
Infine, Om aveva vinto, lo aveva colpito duramente, costretto a terra con il viso nel fango. Con un piede sulla sua schiena gli aveva detto:-Vattene, ti lascio salva la vita, ma devi andartene. Stasera stessa Kol sarà nella mia capanna.-
-E Itzi?- aveva chiesto Oetzi senza respiro.
--Non so, vedremo, se non mi darà fastidio…-
Oetzi aveva capito che la loro sorte era segnata. Non aveva avuto il coraggio di alzare gli occhi a guardare Kol, ma sapeva che le lacrime le segnavano le guance arrossate dall’intensa emozione.
-Via! Via! Devi andare via.- urlavano ora gli uomini con le facce feroci. –Sei un debole, non ti vogliamo. Vai, e ringrazia che Om ti salva la vita.-  I  membri del clan non volevano più con loro chi aveva perso. Anzi, qualcuno cominciava a dire: -Bisogna ucciderlo. È sconfitto, gli spiriti sono contro di lui.-
Non ricordavano le tante e tante stagioni condivise: da bambini prima, a imparare dagli anziani i segreti del bosco, dei campi, del tempo. Da adulti, poi, le giornate e giornate spese alla ricerca di animali da conquistare per il villaggio, i lavori svolti insieme nei campi e nella stalla, le sere passate  davanti al fuoco…
Le donne, in cerchio intorno allo spiazzo dove si era svolta la lotta, ridevano. Qualche bambino aveva iniziato a lanciargli dei sassi e dei pezzi di terra raggrumati, imitato dai piccolissimi che si divertivano, considerandolo un  nuovo gioco.
Solo Kol teneva il viso basso e sembrava che nessuna espressione si disegnasse dai suoi gesti.

In fretta, Oetzi aveva raccolto le sue poche cose, le sue armi, alcune, come l’arco e le frecce, non ancora ultimate, la scheggia di corno di cervo che usava per rifinire un coltello o un pugnale,  i suoi abiti che aveva indossato uno sopra l’altro, tutti insieme…  Tristemente, battuto, si era avviato verso i monti, per un sentiero che molte altre volte aveva percorso alla scoperta del mondo, orgoglioso della sua forza e del suo coraggio.

La notte era trascorsa, il sole si alzava splendido tra le foglie degli alberi e la temperatura diventava più mite. Kol, che aveva dormito riparandosi sotto cespugli di erbe che ella stessa aveva tagliato con la sua lama di selce, aveva attaccato Itzi, il suo bimbo, al seno. Il piccolo, riscaldato dal corpo della madre e avviluppato in pelli di vitello, beveva con avidità, ignaro di ogni problema.
-Mai, -pensava Kol – starò con l’uomo che ha fatto del male a Oetzi e che sicuramente farà del male al mio bambino. Raggiungerò Oetzi, anch’io so attraversare le montagne, insieme ci rifugeremo in un altro villaggio o nella foresta.-
Nessuno tra la gente delle case dal tetto di paglia poteva aiutarla: suo padre che l’aveva ceduta a Oetzi non vantava ormai più alcun diritto su di lei. Ella sapeva che, tornando da lui, nella sua capanna, egli l’avrebbe puntualmente restituita ad Om. Sua madre era andata via da tante stagioni, fiaccata dalle nascite dei figli, molti morti da piccoli, e da una malattia che l’aveva presa durante il tempo della grande neve. 
Allora ella, approfittando della distrazione di uomini e donne, intenti a festeggiare la vittoria di Om, era fuggita con il suo bambino. Come un animale, si era nascosta tra le foglie e Om, che era  partito subito dopo all’inseguimento di Oetzi, non l’aveva trovata.
Così, quella mattina sulla fine della bella stagione, Kol saliva per lo stesso sentiero percorso la sera prima da Oetzi. Arrivando, infine, vicino ad un grande masso, aveva scorto un’apertura. Quella era la grotta dove erano stati un giorno insieme: Oetzi stesso gliel’aveva mostrata. Sulle pareti interne c’erano dei disegni fatti da qualcuno prima di loro. Sì, li ricordava bene, alcuni stambecchi si delineavano neri e rossi sulla pietra. Nello stesso giorno, Oetzi era riuscito a catturare e uccidere uno stambecco vero e, alla sera, al villaggio, avevano fatto festa. Kol ricordava la gioia sul viso del compagno, che era la sua stessa gioia. Ora, invece, appena all’interno della fenditura nella roccia, ancora raggomitolato per il freddo patito, Oetzi giaceva esanime. Il fuoco si era spento da quando la luna brillava ancora alta nel cielo, intorno erano sparsi gli oggetti che egli aveva usato per l’ultima volta e l’asticciola della freccia traditrice che l’aveva colpito alle spalle. 
Le lacrime avevano preso a sgorgare dagli occhi di Kol ma aveva compreso che non c’era tempo da perdere. Nuvole nere e minacciose si addensavano dietro le cime dei monti: sicuramente Om era nei dintorni ed ella doveva salvare almeno il bambino. Oetzi aveva tentato di strappare dal suo corpo la freccia, cercando di serbarsi la vita, ma la punta era rimasta all’interno e aveva portato via il suo spirito. Egli aveva sbocconcellato, prima di morire, un piccolo pezzo della sua provvista di carne. Un altro giaceva sul terreno. Kol lo aveva preso, l’avrebbe sostenuta durante il viaggio. Con un ultimo gesto gli aveva aggiustato addosso la veste di pelliccia, i gambali di pelle che ella aveva cucito con filamenti di tendini di animale, raddrizzato il grembiule di cuoio. Una scarpa gli era sfuggita da un piede ed ella gliela aveva reinfilata, dopo averne sistemato il fieno interno, quindi, l’aveva ricoperto completamente con il bellissimo mantello d’erba che Oetzi stesso si era fabbricato qualche tempo prima perché lo riparasse da neve e pioggia durante i giorni di caccia nella brutta stagione. Così, avrebbe trovato l’ultimo riparo, mentre il cielo si era fatto grigio e grossi fiocchi di neve iniziavano lentamente a cadere. Avrebbe voluto piangere il suo compagno, dargli il conforto di una sepoltura, ma non poteva farlo perché doveva fuggire. Itzi sarebbe diventato un grande cacciatore come suo padre e per proteggerlo ella sarebbe scesa velocemente verso valle per scampare alla tempesta che ci sarebbe stata di lì a poco. Aveva sentito, dai racconti degli anziani, che a valle si trovavano villaggi ospitali. Là scorreva una grande acqua e l’uomo sapeva prendere i pesci che vivevano all’interno dell’acqua con una rete (anche Oetzi ne aveva una). Ella avrebbe offerto la sua forza e la sua abilità nel separare il grano dalla paglia, nel cuocere i cibi, nel costruire oggetti utili. Molto aveva imparato da Oetzi e dagli altri del gruppo osservandoli sempre quando lavoravano. Avrebbe insegnato tutto questo a chi non lo sapeva ancora. In cambio, avrebbe chiesto asilo per sé e per il bimbo, il figlio del suo compagno Oetzi. Avrebbe ricordato sempre Oetzi nelle lunghe notti della stagione fredda e il suo spirito l’avrebbe raggiunto, un giorno.

Quando Om era tornato alla grotta a controllare che Oetzi fosse veramente morto, aveva trovato solo il suo cadavere. Spinto da un ultimo gesto d’odio, gli aveva sferrato un calcio nelle costole e, velocemente, era tornato, vincitore, al villaggio.
Ma Kol non l’aveva vista mai più.


Questo racconto di mia creazione si ispira al ritrovamento nel settembre 1991 della mummia del tardo neolitico ritrovata nel ghiacciaio dello Hauslabjoch, comune di Senales, provincia autonoma di Bolzano, Alto Adige, Italia.

Le notizie scientifiche riguardanti la vita  degli uomini di 5300 anni fa sono tratte dal libro di KONRAD SPINDLER “L’uomo dei ghiacci” e dal programma “La macchina del tempo” di Rete 4.

mercoledì 11 settembre 2019

NELLA STUPEFACENTE CITTÀ DI CECCO D'ASCOLI di Renata Rusca Zargar

Non ero mai stata ad Ascoli Piceno. Per prima cosa, dunque, dato che viaggio molto volentieri con Flixbus, avevo accertato che Flixbus non arriva ad Ascoli. Strano, avevo pensato, negli ultimi tempi, il bus low cost ha raggiunto tantissime destinazioni. Dovevo, dunque, sbarcare a Pescara. Avevo controllato, allora, i treni da Pescara ad Ascoli che erano pochissimi e prevedevano anche un cambio a Porto d'Ascoli. "Ma ci va qualcuno in questa città?", mi ero chiesta. Eppure, c'era scritto, nel libro delle regioni: "È una città che si vede in un giorno, ma il suo ricordo rimarrà in noi per tutta la vita." 
Infine, ci sono arrivata. Una piccola stazione, una rotonda, viale dell'Indipendenza, e subito sono stata aggredita dal fascino dell'imponente architettura e civiltà italiana del passato. 
Sulla sinistra, infatti, appare immediato il forte Malatesta, spettacolare costruzione rinascimentale di Antonio da Sangallo il Giovane, già prigione di stato fino al 1978, ora ritornato alla cultura con il suo interessante museo dell'Alto Medioevo, dove i Longobardi la fanno da padroni. In basso, il ponte di Cecco, costruito in epoca romana ma raccontato da una leggenda come creato, in epoca medioevale, in un giorno solo dal diavolo. Infatti, pare lo abbia comandato Cecco d'Ascoli, il poeta, insegnante, filosofo, medico, astrologo, astronomo, amico di Dante, poi bruciato in Firenze come eretico. 
Ancora poche centinaia di passi e ci si immerge in piazze e vie contornate da palazzi in travertino di magnificente solennità che non hanno nulla da invidiare alle costruzioni fiorentine o di altre famose città italiane. 
Infine, sono giunta a destinazione: piazza del Popolo, nel medioevale palazzo dei Capitani, oggi sede della Regione Marche, nella sala della Ragione, si teneva la premiazione del Concorso letterario Città di Ascoli Piceno al quale avevo partecipato. Mettersi di nuovo in gioco, affrontare il confronto, dopo diversi anni di silenzio, per me, non era stato facile. 
Mi aveva attirato, però, l'opportunità che ci fosse la sezione racconto storico. La mia grande passione è, appunto, scrivere racconti ambientati specialmente nella preistoria e nella storia antica. Soggetti che, al giorno d'oggi, non interessano a nessuno. Ma lo scrittore Piko Cordis, che ha organizzato il Concorso, invece, ama scrivere di storia e Ascoli Piceno è essa stessa storia! 
Quello che è apparso da subito, in quell'incontro, è l'amore per la città, il desiderio di farla conoscere ad altri, desiderio condiviso, insieme alla straordinaria gentilezza di tutti i cittadini, dal giovane ragazzo del bedrooms di Porta Maggiore dove abbiamo alloggiato, dalla barista in piazza del Popolo, dal venditore di arrosticini, dalla guida che mi ha spiegato alla perfezione il forte Malatesta, da tutti, insomma! 
Poi, la premiazione è stata a momenti commovente, nel ricordo del terribile terremoto che ha colpito questa provincia, le cui ferite sono ancora aperte e sanguinanti. Le persone che hanno perso amici e parenti, la casa, le proprietà, la quotidianità, non hanno ancora ritrovato la loro vita. C'è stato molto spazio per questo dolore, spiegato anche con la voce della poesia. 
Tanti sono stati i partecipanti alla competizione e, fatto straordinario, sono state più giurie a valutare le opere: quella tecnica, di specialisti, come in tutti i concorsi, ma anche quella popolare-emozionale che ha sottolineato le emozioni, e persino due bambini di 9 e 12 anni che hanno scelto il testo che più è piaciuto a loro. 
Così, il mio racconto storico "L'ultima notte" ha ricevuto la Targa del Presidente della Giuria. Il testo racconta la probabile ultima notte dell'uomo preistorico chiamato mummia del Similaun, i cui resti, risalenti a circa 5000 anni fa, sono stati ritrovati nel 1991. L'uomo, chiamato Oetzi dagli studiosi, ferito da una freccia, forse, aveva perso in un combattimento la sua donna e la sua capanna ed era stato costretto a fuggire. Il suo rivale l'aveva inseguito e colpito. Protagonista dell'evento diventa, allora, la sua donna che non accetta di diventare proprietà di un altro uomo e che lascia di nascosto il villaggio con il piccolo figlio di Oetzi, per crescerlo nel suo ricordo. "L'ultima notte" era stato, a suo tempo, pubblicato dalla rivista nazionale "Madre". 

Allo stesso Concorso, è stata segnalata anche la poesia "Vita" che vede nel nostro mar Ligure e nelle vele che lo solcano la simbologia dell'esistenza stessa, con le difficoltà e i momenti in cui "prende bene il vento". Nella sezione racconto a tema libero, la giuria aveva apprezzato pure un altro racconto, "Caterina", una sfortunata storia d'amore ambientata nel medioevo, tra una fanciulla di Noli e un giovane di Spotorno, quando le due cittadine erano acerrime nemiche. In realtà, anche quello era un racconto storico che prendeva, però, il via dai tempi moderni e tornava al passato con un flash back. 
Tutto, ad Ascoli, è stato coinvolgente. Qualche volta, per sopportare l'esistenza, si ha bisogno di vivere esperienze dove c'è solo amore, accoglienza, buoni sentimenti. Almeno, per un pomeriggio, si può pensare che l'odio che pervade tutto il mondo, in questo brutto periodo, sia lontano o, forse, addirittura, non esista. 
resti di tombe Longobarde









sabato 31 agosto 2019

LIGUSTRO un grande artista ligure con gli occhi alle meraviglie del Giappone

L I G U S T R O

Giovanni Berio, noto in arte come Ligustro, è nato a Imperia nel 1924.

Si dedica dal 1986 esclusivamente allo studio della xilografia policroma giapponese e delle sue tecniche Nishiki-e in uso nel Periodo Edo realizzandone la stampa a mano sulle preziose carte prodotte in Giappone ancora con antichi metodi artigianali.
La tecnica Nishiki-e usata da Ligustro consiste nell’avere, per ogni stampa, molti legni incisi che vengono poi stampati singolarmente. Per questo motivo ci possono essere stampe con lo stesso soggetto, ma con colori differenti. In conferenze e dimostrazioni pratiche ha illustrato al pubblico questo genere di arte e la sua storia affascinante.





In data 9 maggio 2015 si è svolta, presso la sala convegni della Biblioteca Civica Leonardo Lagorio di Imperia, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone e della Fondazione Mario Novaro, l’apertura della sala dedicata al Maestro Giovanni Berio in arte LIGUSTRO quale traguardo successivo dopo l’importante donazione (legni incisi, corrispondenza, calligrafie giapponesi, libri ed opere d’arte personali e di altri autori, l'archivio completo di una vita artistica) del Maestro alla Città di Imperia. La sala è fruibile pubblicamente, come punto di riferimento di eccellenza, per consultare tutto il materiale donato per approfondimenti personali ed eventi divulgativi.
Ligustro si spegne serenamente l'11 dicembre 2015, circondato dall'affetto dei suoi cari e dei molti amici: dal suo amato Giappone, racchiuso nel piccolo studio di Imperia Oneglia, Ligustro lascia straordinarie idee da intuire e fantastiche opere da ammirare.

EMAIL: ligustro.italia 
ATgmail.com


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CANTARENA 1
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CANTARENA 2
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venerdì 30 agosto 2019

APPELLO AL PAPA PER IL KASHMIR di Zahoor Ahmad Zargar


Zahoor Ahmad Zargar (https://it.wikipedia.org/wiki/Zahoor_Ahmad_Zargar), leader della Comunità Islamica Italiana, Kashmiro di nascita, da sempre impegnato attivamente per la pace e i diritti umani, ha inviato un appello a Papa Francesco perché rivolga, pubblicamente, un pensiero alla popolazione del Kashmir privata improvvisamente e unilateralmente dal Governo indiano della libertà e dei diritti della persona.

La storia del Kashmir sotto occupazione indiana è molto complessa. Come sappiamo, dopo la fine della colonizzazione inglese, l’India si è divisa tra India e Pakistan. Allora, lo stato di Jammu e Kashmir, che aveva un suo proprio re, è stato lasciato libero. A quel punto, però, dei gruppi tribali appoggiati dal Pakistan hanno invaso il Paese. Il re, impaurito e senza armi adeguate, ha chiesto l’aiuto dell’India per difendersi. Il conflitto, da allora, non è stato mai definitivamente risolto, nonostante le guerre tra India e Pakistan. Una parte del Kashmir è rimasta sotto il Pakistan e una parte sotto l’India, che ha garantito delle autonomie e un Parlamento legislativo, escludendo da quel Parlamento locale solo le questioni di politica estera, difesa e moneta. Nel tempo, ci sono state numerose risoluzioni ONU, mai prese in considerazione, che invitavano India e Pakistan a permettere un plebiscito tra la popolazione, considerando anche il principio di autodeterminazione dei popoli. Negli ultimi trenta anni, tra l’altro, sono morte nel Kashmir occupato dall’India circa centomila persone. Più di diecimila persone, inoltre,  mancano all’appello perché, uscite per andare al lavoro oppure arrestate,  non sono mai tornate a casa. In Kashmir, ci sono migliaia di vedove chiamate mezze vedove perché non sanno più nulla del loro marito. Dal 2012, i soldati indiani usano contro chi protesta le “pellet gun”, pistole, proibite negli altri Paesi, che sparano pallini che colpiscono viso, occhi, e altre parti del corpo, rendendo  le persone, specialmente i giovani, anche se vive, disabili per tutta la vita.

Zargar, molto preoccupato anche del rischio di un’altra guerra tra India e Pakistan, che sarebbe, questa volta, nucleare, ha, dunque, inviato il messaggio che segue al Papa.





Savona, 27 agosto 2019



Sua Santità, Papa Francesco,

come Lei saprà, improvvisamente, dal 5 agosto 2019, la popolazione del Jammu e Kashmir, occupato dall’India, è sotto assedio. Il Governo indiano ha revocato unilateralmente, senza alcun motivo scatenante, lo status speciale garantito fin dagli anni ’50, e ha diviso lo Stato stesso in due parti, eliminando le autonomie e inglobandolo direttamente sotto il potere del Governo indiano.

Nove milioni di persone sono sotto assedio.

Infatti, è stato istituito un severo coprifuoco che comporta non poter uscire di casa e che i negozi siano chiusi, come le scuole, gli uffici ecc. La gente ha paura: le strade, bloccate con filo spinato, sono zeppe di soldati indiani (più di 700000) che imbracciano armi pesanti  (il Kashmir è il paese più militarizzato al mondo).

Il Governo indiano ha interrotto tutte le comunicazioni: non funzionano le linee telefoniche, né fisse né cellulari, non c’è internet, tutti i mass media sono sotto controllo.

I Kashmiri all’interno del Paese non sanno cosa stia succedendo nel Kashmir stesso, né chi è fuori dal Paese può mettersi in contatto con i suoi parenti e amici per avere loro notizie. Mancano le medicine, le persone non possono andare all’ospedale, se necessario, perché rischiano che gli venga sparato, e, intanto, negli ospedali, manca il personale perché non tutti riescono a recarsi al lavoro anche se di emergenza.

Secondo le stime delle organizzazioni nazionali e internazionali non governative, che cercano di raccogliere con grande difficoltà qualche informazione, le persone incarcerate a scopo preventivo sarebbero 4000, dai 16 anni in su, compreso leader politici di tutti i partiti, persino quelli filoindiani. I giovani, in particolare, vengono prelevati nelle case durante la notte e condotti in carcere senza motivo, se non quello che un domani potrebbero ribellarsi e protestare. I genitori dei giovani maschi sono nella disperazione, tanto più che, secondo una legge, detta PSA, antilibertaria e antidemocratica imposta dall’India, le persone possono restare in carcere fino a due anni senza processo.

È stata, inoltre, soppressa la libertà religiosa: i luoghi di culto sono chiusi e la gente, se non raramente e in minuscole strutture, non può recarsi liberamente a pregare.

La situazione è così grave che i rappresentanti dei Partiti dell’opposizione nazionale indiana, tra cui il Partito del Congresso ( il movimento politico dei Gandhi), sono arrivati all’aeroporto di Srinagar, capitale del Kashmir, per visionare la situazione, che il Governo Indiano aveva definito “buona”.  Essi sono stati respinti e a loro non è stato concesso neppure l‘ingresso nel Paese.

Io vengo da Srinagar, vivo in Italia da più di trenta anni, ormai sono Italiano. Ma i miei parenti vivono tutti là e, dal 5 agosto, non so più nulla di loro, come succede a migliaia di altri Kashmiri che si trovano fuori dal Paese. Non so se i miei cari stiano bene, se possono mangiare, curarsi, se i loro figli siano in salvo o no.

Sua Santità, le chiedo, dato che Lei si è schierato sempre con gli oppressi e ha dato sempre voce a chi non ce l’ha, di utilizzare la sua Diplomazia e di domandare al Governo indiano di togliere tutte le restrizioni dei diritti e della libertà della persona. Desideriamo tutti che il popolo inerme possa tornare a svolgere pacificamente la sua quotidianità.

Distinti saluti

dottor Zahoor Ahmad Zargar

Savona

ALTRI CIELI, ALTRI MONDI di Angela Fabbri


Altri cieli, altri mondi


Un tempo
conoscevo un piccolo mondo
circondato da campagne
seminato di alberi.
Ho percorso nuove strade
e visto altri mondi
altri cieli
meravigliosi
neri
e bucati di stelle
su cui si alzavano
le cupole di una grande chiesa
straniera
e una falce scintillante
attraversava il cielo
come nelle Mille e una Notte
In quei tempi nuovi
non mi chiedevo se Dio esiste,
perché esisteva l'uomo.
Esistevo io.
Non sono stata felice
duraturamente
voglio dire.
Perché invece ho vissuto
i momenti più belli della mia vita.
Poi i cieli si sono rimescolati ancora.
Le colline e il faro
si sono sfocati.
E le facce e i discorsi
hanno perso individualità.
Così ho perduto
le nuove strade
e i mondi sono invecchiati
e ho provato
l'irresistibile voglia di tornare a casa.

Angela Fabbri (dal Calendario Helicon 2009)

Torino, giugno 1979

domenica 25 agosto 2019

sabato 24 agosto 2019

LE (AUTO)CENSURE DELL'OCCIDENTE DISTRATTO di Padre Mauro Armanino


                                             Le (auto) censure dell’Occidente distratto

Lo riconosco, un mese in patria non è molto. Appena 30 giorni in un calendario che dipende dalle circostanze e dall’attesa del visto per il ritorno nel Niger, scaduto ancora prima di partire per inavvertenza.  Del Sahel e del Niger, almeno finora, nessuna traccia in televisione, nei giornali e nei discorsi. Abbiamo smesso di esistere entrambi e con noi la sabbia e i morti quotidiani ad opera degli imprenditori della guerra e i bambini dei poveri che hanno, ormai da tempo, smesso di andare a scuola. Gli insegnanti minacciati perché considerati fiancheggiatori dell’Occidente che soprattutto con la scuola ne perpetua il colonialismo culturale e politico. Malgrado la vicenda delle navi coi migranti salvati dalle acque libiche in attesa di attraccare a Lampedusa quanto accade a monte, anzi nel deserto, è stato cancellato. Le (auto) censure sono le più pericolose e, come avvenuto anche in altre epoche, potrebbero condurre ad ulteriori derive un continente che fatica ad assumere le conseguenze dei principi che propone e spesso impone agli altri.

L’insostenibile censura di quanto costituisce la realtà, che è sempre processo da interpretare, voluto o inatteso, di scelte operate nella contingenza del tempo. Non si dice più nulla dei migranti cancellati dai radar prima che raggiungano, a migliaia, i campi di detenzione in Libia. Si è dimenticato, colpevolmente, che adesso le frontiere europee sono scese anche da Agadez nel Niger, verso la costa atlantica. La gente del posto non è più libera né di restare né di partire. Quanti, a proprio rischio e pericolo, cercano ancora di partire, sono intruppati nei campi di ‘accoglienza detenuta’ gestiti dall’OIM. Quest’ultimo, delle Migrazioni Internazionali, ha fatto la propria Organizzazione e cioè il business in nome dell’Occidente che lo finanzia. Che i migranti siano ormai dei criminali da fingere di fermare alle frontiere è fatto conosciuto ed accettato da quelli che contano. Delle politiche Europee che da decenni e in particolare, per quanto riguarda il Sahel, dal 2015, incontro intercontinentale della Vallette, non ci sono più tracce. Eppure è in conseguenza di tali politiche che poi appaiono le navi salvatrici di persone che l’Occidente condanna e poi spinge al naufragio.

La gente non è libera di partire né libera di restare perché lo smantellamento delle economie locali e la rapina sistematica e coerente delle risorse impedisce o rende almeno problematico il restare. Dalla pesca sulla costa ai minerali, per passare all’agricoltura, il sistema di spogliazione globale continua ad infierire nello spazio saheliano. Ciò accade con la complicità delle élites locali, da tempo acquistate dal sistema e membri subalterni delle classi dominanti internazionali. Ottenere visti e permessi di soggiorno è una missione ritenuta dai più impossibile e la sola via che rimane da percorrere per farsi accettare come nuovi schiavi dell’Occidente è il cammino nel deserto o altre rotte impossibili che durano anni. Queste cose non si dicono più a causa di questa censura che, come una coltre di fumo, impedisce di cogliere la storia e si limita alla cronaca da manipolare secondo gli interessi dominanti. Si censura il ‘politico’ come ambito privilegiato di costruzione sociale comune e ci si ribatte sulla gestione amministrativa e romanzata della politica.

La censura intesa come complice occultamento del reale porta come conseguenza l’insopportabile tradimento dei poveri. Essa comincia dagli occhi, asserviti alle mercanzie e le pubblicità dominanti e coinvolge allo stesso tempo le orecchie, preda dei cellulari, che ne ritmano l’ascolto. Si cammina guardando lo schermo e ascoltando e parlando in continuazione in immaginari dialoghi a distanza mentre i volti reali della gente scompaiono frantumati dall’assenza. L’auto censura, ancora più ingiustificabile coinvolge i mezzi di comunicazione, i cittadini comuni e gli imprenditori sociali e religiosi. Assimila e colonizza l’ambito politico, educativo ed economico delle società dell’Occidente. Lo smascheramento di questa omertà è il primo passo verso la redenzione. Il secondo si chiama rivolta, ossia la conversione ai volti.

                                                                                        Mauro Armanino, Genova, agosto 019
Padre Armanino con la famiglia italiana.