mercoledì 19 dicembre 2018

Notiziario dal Centrafrica


“Ho paura. Ma voglio ancora diventare prete.”

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 23  – 17 Dicembre 2018

 In classe, durante la lezione, è inevitabile parlarne. La mattina del 15 Novembre ad Alindao, cittadina a circa 500 km da Bangui, un campo di sfollati situato nei pressi della Cattedrale, è preso d’assalto da un gruppo di ribelli islamisti che porta il curioso nome di Unione per la pace in Centrafrica. Si tratta di uno dei tanti gruppi, agli ordini di un certo Ali Darassa, sorti dalla dissoluzione della Seleka e che ancora infestano i tre quarti del paese. I morti sono più di ottanta. Un vero massacro. Anzi, una razzia: oltre alle persone uccise, i ricoveri degli sfollati sono incendiati, l’intero sito è raso al suolo, le abitazioni sono saccheggiate, la chiesa è profanata. La strage avviene davanti all’inerzia del contingente dell’ONU che avrebbe, di per sé, il mandato di proteggere i civili. Tra le vittime, oltre a donne, bambini e persone anziane, anche due sacerdoti: abbé Célestin e abbé Blaise. Il coraggio del giovane vescovo di Alindao, Cyr-Nestor Yapaupa, impedisce che il bilancio sia ancora più pesante. Invece di accogliere la gente, che vorrebbe trovare rifugio all’interno della cattedrale, ordina a tutti di scappare nella savana. Se i cristiani non gli avessero obbedito, il numero dei morti sarebbe stato ancora più alto. Il vescovo, comunque, e alcuni sacerdoti decidono di restare.

La notizia e i dettagli dell’avvenimento ci raggiungono increduli e scoraggiati. Le foto dei cristiani carbonizzati fanno il giro del mondo. Le già lentissime lancette dell’orologio della pace sembrano improvvisamente e drammaticamente correre all’indietro. Il Centrafrica sembra ormai essersi ingarbugliato in un inestricabile groviglio d’ingerenze straniere, inadempienze della comunità internazionale e incapacità del governo locale. L’elemento confessionale non fa che rendere il cocktail ancora più micidiale. Alcuni giorni dopo gli avvenimenti, partecipiamo a un incontro di sacerdoti a Bangui. È presente abbé Donald, appena arrivato da Alindao. Originario di Bangui, sacerdote da poco più di un mese, aveva trascorso al Carmel i giorni di preparazione all’ordinazione, ascoltando con attenzione le conferenze del sottoscritto. Conferenze che avrebbero dovuto dargli le ultime istruzioni prima di essere un ministro di Dio per sempre. Da qualche settimana Donald era stato inviato in aiuto alla diocesi di Alindao. Questa volta sono io che ascolto con attenzione la sua conferenza, nonostante sia ancora sotto shock, circa quanto avvenuto ad Alindao. Donald non ha ancora avuto il tempo d’imparare a fare il prete; ma ne ha già visti due morire, davanti ai suoi occhi, uccisi per il vestito che indossavano e il mestiere che esercitavano.

In classe, durante la lezione, è quindi un dovere parlarne. Gli studenti che ho davanti non sono allievi qualunque. Sono i futuri sacerdoti del Centrafrica. Provengono dalle città e dai villaggi dell’intero paese. Hanno visto la guerra e ora sono nel Seminario di Bangui perché vogliono fare lo stesso mestiere di Célestin e Blaise. Poi ripartiranno, sacerdoti, nelle diocesi da cui sono venuti. Chiedo loro se hanno ancora voglia di continuare il cammino intrapreso e se sono consapevoli della missione ad alto rischio che li attende. Odilon, dall’alto dei suoi vent’anni, risponde per tutti: “Ho paura, mon père. Ho tanta paura. Ma non cambio idea. Voglio ancora diventare prete”. La sua sincerità e il suo coraggio disarmerebbero anche Ali Darassa. Vorrei dire a Donald che ho paura anch'io. Ma nessuna voglia di cambiare mestiere. Penso al giorno in cui sono diventato sacerdote. Proprio non immaginavo che sarei finito qui, a spiegare chi era Origene e Agostino, a decine di volti neri, curiosi e imprevedibili, ostinatamente convinti che si può e si deve diventare preti, anche in un paese in guerra.

Davanti al massacro di Alindao i pastori delle nove grandi diocesi del Centrafrica hanno voluto coinvolgere tutti i cristiani del paese in un gesto di grande coraggio e di forte valore simbolico. Un gesto di solidarietà nei confronti dei cristiani di Alindao, un lamento corale perché qualcosa cambi, un’ennesima e disperata supplica affinché chi può, faccia qualcosa e lo faccia presto. Un gesto non polemico e contro nessuno. Una famiglia in lutto non può fare festa. E così, lo scorso 1° dicembre, giorno della sentitissima festa nazionale del paese e 60° anniversario dell’indipendenza, i cristiani sono stati invitati ad astenersi da ogni tipo di festeggiamento. Non si può festeggiare per una nazione che non c’è e che sta soffrendo da troppo tempo. Al Carmel abbiamo trascorso l’intera giornata in adorazione davanti al Santissimo Sacramento.

Poco dopo, però, l’8 Dicembre, una festa c’è comunque stata per la nostra famiglia: quella per la professione solenne, cioè l’impegno definitivo nella famiglia del Carmelo, di fra Michaël. Il padre, ormai anziano e completamente cieco, non ha voluto mancare all’avvenimento. Ottavo di ben dodici figli, originario di Bocaranga, una delle città più colpite dal conflitto, fra Michael ha raggiunto questo importante traguardo dopo molti anni di formazione. Il suo ingresso definitivo nell’Ordine segna inoltre un importante traguardo non solo per lui, ma per l’intera delegazione dei carmelitani scalzi in Centrafrica. Il numero dei frati autoctoni supera per la prima volta quello dei missionari italiani attualmente in servizio in Centrafrica: un piccolo contingente di mantelli bianchi, multietnico e in discreta salute.

C’è forse un legame tra il sacrificio dell’abbé Célestin e dell’abbé Blaise, il coraggio del vescovo Cyr-Nestor, quanto ha visto abbé Donald, la solenne promessa di Odilon e il per sempre di fra Michaël? Sant’Agostino chiedeva a Dio, per sé e i suoi pastori, di amare il proprio gregge fino a morirne aut effectu aut affectu, cioè di fatto, con il sacrificio della vita, o con il cuore, nella dedizione senza risparmio al servizio del popolo di Dio. In passato gli argomenti per parlare male di questa giovane chiesa non sono certo mancati. Questo 2018, ormai alla fine e dove ben cinque sacerdoti e decine di cristiani sono stati uccisi durante le celebrazioni o nei pressi delle loro chiese, ci consegna una chiesa sicuramente ancora giovane e fragile, ma che non scappa davanti al nemico e i cui pastori non sono mercenari.

Buon Natale!

Padre Federico

Più informazioni sul sito www.amiciziamissionaria.it/Donazioni.aspx














ROMPERE IL SILENZIO SUL RAZZISMO DI STATO di Alex Zanotelli

“L’Europa ha perso la coscienza, la memoria e l’umanità. Ci preoccupiamo di difendere i nostri ‘valori cristiani’ di fronte ad altre religioni, ma quei valori li stiamo tradendo da soli”. Lo scrive padre Alex Zanotelli nel libro “Prima che gridino le pietre” che si propone come un “Manifesto contro il nuovo razzismo”.
Su gentile concessione dell’editore Chiarelettere pubblichiamo una parte del paragrafo “Razzismo di Stato” dal capitolo “Rompere il silenzio”.

Mi viene da ripetere la domanda che ha fatto il Papa ai leader della Ue: «Europa, che cosa ti è successo?». Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Il razzismo sta crescendo in Europa e anche in Italia.                                                                                                                    Papa Francesco ha lanciato molti segnali, ma è rimasto inascoltato. Il suo messaggio non sta passando. È attaccato, è solo.                                                                                        Abbiamo sempre pensato agli italiani come a delle persone accoglienti, ci siamo sempre vantati del detto «italiani brava gente». Ma solo perché in realtà da noi non c’erano africani, non c’erano persone di colore. Era facile non essere razzisti senza neri in giro. Da quando nel nostro paese sono arrivate delle persone con la pelle scura si è visto di che pasta siamo fatti. E da dove arriva questo razzismo? Arriva da un senso di superiorità che hanno gli europei e gli italiani.                                         Noi europei crediamo fermamente che la nostra civiltà sia migliore di quella degli altri popoli. Crediamo di essere detentori di una cultura, una religione, una filosofia superiori. Questa convinzione è quella sulla quale si sono appoggiati primo lo schiavismo e poi il colonialismo. C’è questo senso di superiorità che impedisce di sentire il nero come un pari. Altrimenti non si spiegherebbe questa ostilità nei confronti dei migranti africani.                                                                                                         Prestiamoci attenzione: i migranti cinesi in Italia sono presenti in misura pari a quelli africani e tuttavia non suscitano la stessa rabbia, la stessa riprovazione, lo stesso furore. Evidentemente scatta qualcosa a livello psicologico, qualcosa che è dentro di noi, un rifiuto, un senso di superiorità atavico, che non riusciamo a sopprimere.             Quando anni fa chiedevo ai fedeli delle parrocchie che frequentavo delle sottoscrizioni per i poveri in Africa oppure di adottare a distanza dei bambini africani erano tutti molto generosi; toccati profondamente dalle situazioni di povertà che raccontavo, aprivano volentieri il portafoglio.                                                                          Un po’ perché le donazioni verso i poveri pongono sempre chi dona in una situazione di superiorità morale, il dono è sempre verso qualcuno che ha bisogno, che tende la mano. Ci sentiamo lusingati e gratificati da questo. Ma bisognerebbe saper rispettare il diritto dell’altro alla dignità, non soltanto donare con condiscendenza e senso di superiorità.
Il fatto nuovo è che il nero a chilometro zero non funziona. Il nero va bene se sta in Africa, più lontano possibile, il nero al nostro fianco ha svelato il razzismo che c’è in noi. Una ostilità che non dimostriamo verso i migranti di altri paesi. Evidentemente è proprio la pelle nera a disturbare l’uomo bianco. E come chiamare questo se non razzismo?
Siamo di fronte a un razzismo di Stato, preparato da decenni da leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Maroni, la realpolitik di Minniti. È un fenomeno che ci interpella tutti. Ora, con il governo Salvini-Di Maio-Conte siamo addirittura allo sdoganamento verbale del razzismo, della xenofobia, dell’aggressività.
La politica sull’immigrazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che porta a chiudere i porti, va contrastata. La disobbedienza civile in questo contesto è l’unica arma che abbiamo. «Una legge che degrada la personalità umana è ingiusta», scriveva dal carcere di Birmingham Martin Luther King. Le sue parole ci chiamano in causa: «I primi cristiani si rallegravano di essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano.
Allora la Chiesa non era un semplice termostato che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica, era un termostato che trasformava la società. Quando i primi cristiani entravano in una città le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionarli perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”. Ma i cristiani non cedettero».
Alex Zanotelli

martedì 18 dicembre 2018

L'INVIATO DALLA RETE di Alessandro Ticozzi; recensione di Gordiano Lupi


Alessandro Ticozzi

L’inviato dalla rete volume 1 e 2

Sensoinverso (2013 – 2015)



Alessandro Ticozzi è un esperto di cinema, saggista sintetico e poliedrico ma anche abile intervistatore, che di tanto in tanto raccoglie il frutto del suo lavoro in agili compendi pubblicati da Sensoinverso Edizioni. L'inviato nella rete è il suo progetto più ambizioso, per adesso pensato in due volumi, ma siamo convinti che presto ne arriverà un terzo. Nel primo tomo (2013) l'attenzione è dedicata soprattutto ai protagonisti del cinema, di tanto in tanto divagando in musica, con prefazione di Enrico Vaime e capitoletti riservati a Leonardo Celi, Andrea Pergolari, Mario Brenta, Jerry Calà - un pezzo straordinario che forse per la prima volta indaga sociologicamente il lavoro da regista -, Gian Piero Brunetta, Nino Manfredi, Donatella Baglivo, Mario Monicelli, Dino Risi, Mina e Battisti, Alberto Lattuada (regista che l'autore ha trattato in un'ottima e forse troppo rapida monografia), Enrico Maria Salerno (un lavoro specifico Ticozzi l'ha dedicato anche al grande attore - regista), Luigi Zampa, Giorgio Gaber, Vittorio Caprioli, Massimo Munaro (teatro), Gabriele Ferzetti, Tinto Brass (in questo caso sono io che ho dedicato un intero volume al più originale regista erotico italiano), Paolo Pietrangeli che ci parla del padre, Paolo Poli (forse una delle ultime interviste), Luigi Comencini, Adriana Asti, Arnoldo Foà, Carlo Lizzani (un grande del 900), Paola Gassman, Renato Pozzetto, Nani Loy, Rodolfo Sonego, Ugo Tognazzi, Luigi Magni, Ettore Scola, Enrico Vanzina, Mauro Bolognini, Pasquale Festa Campanile, Sergio Corbucci (raccontato dalla moglie Nori), Francesco Rosi, Vittorio De Sica (visto da Manul, il figlio musicista), Antonello Falqui (padre del varietà televisivo), Elio Petri, Roberto Rossellini (narrato da Renzo), Bud Spencer, Milo Manara (divagando sul fumetto che tanto ricorda il cinema), Folco Quilici, Fassbinder, Giuliano Montaldo, Massimo Bertarelli (e la critica), Ugo Gregoretti, Raf  Vallone (visto da Arabella).

Nel secondo volume (2015) troviamo un'altra messe di informazioni e di interviste che l'appassionato non può lasciarsi sfuggire. Molta musica questa volta, preponderante rispetto al cinema, al punto di realizzare – per interviste – una piccola storia della canzone d’autore italiana. Pino Strabioli introduce una raccolta di brevi saggi e colloqui che vedono protagonisti Raimondo Vianello, Corrado, Costanzo, Maselli, Zurlini (raccontato dal figlio), Damiano Damiani (ricordato dalla figlia), Germi, Emmer, Age & Scarpelli, Pontecorvo, De Santis, Monicelli, Vancini, Risi, Germi, Zurlini, Garinei, Maselli ... Un capitolo è riservato alla passione della mia vita, quel Roberto Vecchioni che attraversa con le sue liriche anche il mio ultimo romanzo (Sogni e altiforni). Un altro capitolo è per il grande Enzo Jannacci, cantautore originale e geniale che ha percorso la mia adolescenza illuminandola con i suoi sorrisi amari. E poi si prosegue in musica: Vanoni, Conte. Paoli, Lauzi, Tenco, Zucchero, Modugno, Battiato, Venditti (e la sua decadenza), Morandi, Dalla, De Andrè (visto da Dori Ghezzi), Branduardi, Daniele, Baglioni, De Gregori, Guccini, Nannini, Mogol, Martini, Ligabue, Fossati, Milva, Bennato, Celentano, Rossi e Consoli. Non poteva mancare un omaggio sentito a Sergio Leone, padre del western all’italiana, e un racconto appassionato sull’immenso Dario Fo, visto da Mario Pirovano, scritto per Le reti di Dedalus. In alcuni casi sono i protagonisti diretti a parlare, in altri sono figli, amici, critici, conoscenti stretti e collaboratori. L'autore non esprime giudizi, concede la parola e si lascia andare al gusto del reportage affabulatorio. Due lavori interessanti che contengono anni di lavoro svolto da Ticozzi per media telematici come Le Reti di Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica e Spettacoli News. Consigliato per lettura e consultazione, utile in ogni biblioteca di cinema, musica e spettacolo.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

BUON NATALE ? NON SO di Giuliano Arnaldi


venerdì 14 dicembre 2018

PER NASCONDERE COSA ABBIANO FATTO GLI ITALIANI: TOGLIERE LE PIETRE D'INCIAMPO

MILANO - 10 Dicembre 2018

Il Comitato PIETRE D’INCIAMPO - Milano, apprende, inorridito, quanto accaduto a Roma la notte scorsa: in via Madonna dei Monti, 82, nel rione Monti, ben 20 Pietre d’Inciampo sono state divelte dal selciato e rubate. Le Pietre d’inciampo erano state posate nel 2012 ed intitolate alle famiglie Di Consiglio e Di Segni che nella vergognosa giornata della razzia nel ghetto romano vennero deportate ad Auschwitz, da dove non fecero ritorno.
 IERI OGGI Il Comitato PIETRE D’INCIAMPO - Milano, esprime la sua solidarietà all'Associazione culturale Arte e Memoria, curatrice del progetto "Pietre d'inciampo a Roma”, in persona del suo Presidente Adachiara Zevi, già soggetta la scorsa estate a messaggi, ovviamente anonimi, di intimidazione antisemita.
Il Comitato PIETRE D’INCIAMPO - Milano, conferma la assoluta necessità di proseguire nella strada tracciata dall’artista tedesco Gunter DEMNIG, che oltre venticinque anni fa ha avviato il progetto “Pietre d’Inciampo”, che oggi è il maggior monumento diffuso alla memoria delle vittime delle persecuzioni nazi-fasciste. Si contano ormai ben 70.000 Pietre d’Inciampo in tutta Europa ed oltre 2.000 in Italia.
Il Comitato PIETRE D’INCIAMPO - Milano, si impegna a proseguire con rinnovato vigore la diffusione delle Pietre d’Inciampo nella nostra città e ricorda che la nuova posa, di ben 30 Pietre, avverrà il prossimo 24 gennaio 2019. Invita tutta la società civile a partecipare alla posa delle Pietre d’Inciampo per testimoniare.
Il Comitato PIETRE D’INCIAMPO - Milano, chiede con forza alle autorità che sia dedicata ogni energia ad individuare gli autori di questo ignobile gesto chiaramente antisemita e fascista e in particolare che in modo altrettanto chiaro venga individuato il reato di cui si sono resi colpevoli, senza che sia pericolosamente derubricato a danneggiamento di manto stradale.
Il Comitato PIETRE D’INCIAMPO - Milano, si augura che altre voci non rimangano indifferenti e si levino alte a condannare la vergogna e l’infamia di un simile atto di profanazione.
promotori del Comitato Pietre d’Inciampo - Milano sono:
ANED (Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi Nazisti), ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cristiani), ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia),  ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), Comunità Ebraica, FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), Associazione Rosa Camuna, Associazione Figli della Shoah, CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), Fondazione Memoria Deportazione, Fondazione Memoriale della Shoah, Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, Confederazione Sindacale Cgil-Cisl-Uil. Presidente: Senatrice Liliana Segre.


martedì 11 dicembre 2018

Chi è Misimi Isimi, la bambina che ripulisce Lagos dai rifiuti da LETTERA DONNA


La storia della ragazzina nigeriana che raccoglie e ricicla la spazzatura che i suoi concittadini buttano per le strade, guadagnandosi il soprannome di 'Miss Environment'.


«Ho una missione, quella di salvare Lagos». Si presenta così Misimi Isimi, conosciuta per lo più con il soprannome che si guadagnata da qualche anno, quello di ‘Miss Environment’, cioè Miss Ambiente. Tutti i giorni si occupa di ripulire le strade della città nigeriana – prima in Africa per grandezza e terza al mondo – raccogliendo i rifiuti e dando loro una vita attraverso il riciclo. Un impegno abbastanza gravoso, soprattutto considerando la sua giovane età: Misimi, infatti, ha solo 11 anni. La sua missione è nata nel 2016 quando, ormai stanca di vedere Lagos sporca e malridotta, ha deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importante tema dell’ecologia e sulle attività che producano meno impatto ambientale possibile. «Non ci sono rifiuti. Ogni cosa che buttiamo può essere riutilizzata e riciclata», è il mantra che ripete durante le interviste rilasciata alla stampa, soprattutto in una megalopoli come la sua, protagonista nell’ultimo decennio di una incredibile crescita demografica. E, in modo che il suo messaggio possa raggiungere più persone possibile, Misimi ha scelto di utilizzare il web: video tutorial, foto su Instagram e post su Facebook attraverso i quali insegna a bambini e adulti come vivere in modo più sostenibile. «Alcuni adulti non sono né ambientalisti né responsabili», ha detto durante la sua ultima intervista all’emittente inglese Bbc. Mentre i più piccoli possono imparare molto: «Mi piace insegnar loro qualcosa, così cresceranno più consapevoli, potranno prendersi cura del nostro territorio». L’ultima lezione ha riguardato le regole dell’igiene, la prevenzione dell'inquinamento e la difesa contro malattie e infezioni. Ma Misimi, che ha vinto il premio nazionale Miglior studente per una campagna ambientale, ha bisogno di aiuto; per questo ha deciso di dar vita a un crowdfunding per avviare la sua ‘scuola ecologica’.


domenica 2 dicembre 2018

LO SCANDALO PELOSO DELL'OMICIDIO KASHOGGI di Renata Rusca Zargar



Il 2 ottobre, Jamal Khashoggi è scomparso all’interno del Consolato saudita a Istanbul. Da allora, su questo evento, sono rimasti accesi i riflettori dei media, forse, anche perché Erdogan ha fatto da cassa di risonanza, accusando le autorità saudite di aver pianificato e fatto eseguire tale omicidio.

Khashoggi, scrittore e giornalista, è stato, per molto tempo, un pilastro dell'establishment saudita: aveva lavorato come redattore presso le emittenti dell'Arabia Saudita ed era stato persino consigliere di un ex capo dell'intelligence. Ultimamente, però, aveva iniziato a criticare il governo del suo paese, si era auto esiliato e, in particolare, contestava la guerra in Yemen. Probabilmente, era considerato un dissidente troppo pericoloso.

Erdogan, invece, è un capo di stato che controlla i giornali turchi, perché ha duramente represso oppositori e giornalisti. In questo caso, però, è a conoscenza di quanto sia realmente avvenuto nel consolato saudita, grazie a  registrazioni audio carpite da microspie piazzate al suo interno. Allora, difende la libertà di stampa perché ciò potrebbe assestare un colpo mortale all’Arabia Saudita e al principe ereditario.

In generale, comunque, l’opinione pubblica occidentale è rimasta molto scossa per la  brutalità del delitto, visto che si presume che il cadavere sia stato addirittura decapitato e fatto a pezzi con una sega.

L’uccisione di un giornalista che esprime le sue opinioni, che fa inchieste, che mostra a tutti la verità, non è un fatto nuovo. Tutti ricordiamo tanti altri martiri, uomini e donne, uccisi, minacciati, torturati, per impedire loro di scrivere e di denunciare, ovunque, nel mondo. Ma non c’è bisogno di andare tanto lontano, basta anche solo pensare agli omicidi e alle  minacce di mafia, camorra, clan criminali e simili, in Italia.

Il povero Khashoggi ha generato, dunque, un’universale levata di scudi contro l’Arabia Saudita che, tuttavia, è un paese dove esiste la pena di morte, praticata molto attivamente e senza moratoria alcuna (terzo paese boia al mondo, dopo Cina e Iran).

Dal 2015, l’Arabia Saudita guida una coalizione di nove paesi arabi,  sostenuti dagli Stati Uniti, per combattere i ribelli sciiti, simpatizzanti dell’Iran, in Yemen.

Eppure, nessuno ha criticato l’Arabia Saudita per i bombardamenti continui sulla popolazione civile e nemmeno ci siamo ribellati al fatto che abbia addirittura bloccato la possibilità di un corridoio umanitario per portare rifornimenti e medicinali! 7 milioni di yemeniti, intanto, nel silenzio dei media, soffrono la fame, mentre dilaga un’epidemia di colera che, soltanto negli ultimi tre mesi del 2017, ha provocato 2.000 morti. Recentemente, ha fatto il giro del mondo la foto della bambina yemenita di 7 anni, morta di fame. Naturalmente, non è la sola perché, ogni mese, oltre 2.000 bambini muoiono di fame o muoiono a causa di malattie che potrebbero essere facilmente curate.

Tuttavia, tutto ciò non ha suscitato tanto scalpore quanto Khashoggi. Come mai?

Bisogna chiedersi, allora, chi venda le armi all’Arabia Saudita. Molti paesi occidentali, tra cui, ad esempio, l’Italia, che produce  bombe a Domusnovas, vicino Iglesias, (440 milioni di euro nel 2016) in una fabbrica che fa  parte del gruppo tedesco Rheinmetall defense, e che dà lavoro a 270 persone. Proprio le bombe che vengono sganciate sullo Yemen! (Ma d’altra parte, le bombe a cosa potrebbero mai servire?)

Oppure, la Spagna, che esporta armi di precisione usate in Yemen con effetti devastanti. Tali armi hanno distrutto alberghi, ospedali, pozzi d’acqua, edifici residenziali, fabbriche, provocando un numero impressionante di vittime civili. La Spagna, però, non smetterà un commercio tanto lucroso perché, altrimenti, Riad non comprerebbe più le cinque navi da guerra di fabbricazione spagnola, né il treno superveloce per la Mecca, e le aziende spagnole non parteciperebbero alla costruzione della metropolitana di Riad.

Insomma, si comprende facilmente perché le sofferenze e le uccisioni di decine di migliaia di civili, donne, bambini, non facciano tanto scalpore quanto il feroce assassinio di un solo giornalista.

Come si comprende molto bene lo scopo dei nostri politici in deferente pellegrinaggio in quel paese e negli altri della coalizione che sta consumando questo genocidio.

Ricordo, persino, vari articoli entusiastici sul riformismo del principe ereditario quando, dal 25 giugno 2018, le donne hanno potuto guidare (unico paese al mondo che non lo permetteva!).

Tuttavia, il grande ammodernamento riformista del principe ereditario non nasce dalla convinzione che le donne siano esseri umani titolari di diritti umani quanto gli uomini, ma dalla necessità:  lo sviluppo di uno stato che non viva più solo sul petrolio, ha bisogno anche di lavoratrici donne.

Nel frattempo, le donne sono ancora obbligate ad avere un tutore uomo e continuano a non poter mostrare il volto in pubblico. Per viaggiare, andare al ristorante, studiare, votare, devono essere accompagnate da un uomo; possono candidarsi ma non parlare in pubblico; per avere un documento di identità devono avere il consenso maschile. Quindi, le donne non sono considerate mentalmente autosufficienti. Però, e qui si può davvero festeggiare (!), è stato possibile per loro, dal gennaio 2018,  entrare allo stadio per eventi sportivi.

Come pure, si può essere molto soddisfatti che le donne condannate alla pena di morte possano scegliere, come mezzo per morire, il colpo di pistola alla nuca per non essere costrette a scoprirsi il capo!

In un paese tanto illuminato, alleato dell’Occidente, anch’esso molto illuminato, le poche attiviste, che esprimono pacificamente delle opinioni, vengono arrestate per “attività sovversive” e, in prigione, secondo Amnesty International, subiscono maltrattamenti, torture, scariche elettriche, frustate e molestie sessuali.

Ma di tutto questo, non mi sembra di averne sentito parlare tanto.