mercoledì 16 gennaio 2019

Poesia di ANASTASIA: Giocare


Giocare 

Mi spogliai 

Del tutto 

Per giocare 


Far 

Del male 

Mi spogliai 

Del 

Mio 

Corpo 


Senza veli 

Pensai 

Con 

Gli occhi chiusi 

Solo 

Alla 

Mia anima 

Il 

Mio sguardo 

Era 

Vulnerabile 

Vedendo 

Il 

Tuo 

Così dolce 

Macchiato 

Del 

Peccato 

Originale 

Si 

Può essere 

Nudi 

Senza 

Nulla 

Concedere 

Ma

Solo 

Con l’anima 

Per 

Giocare 


Far 

Del male

sabato 5 gennaio 2019

ILFUTURO E' NEL CORAGGIO DELLE DONNE, OVUNQUE

Un muro di donne, una protesta lunga 620 km in India per l'accesso al tempio
Decine di migliaia di donne indiane hanno formato una catena umana "a sostegno dell'uguaglianza di genere"
Milioni di donne indiane hanno formato una catena umana lunga 620 chilometri nello Stato del Kerala, "a sostegno dell'uguaglianza di genere". La manifestazione è stata organizzata per sostenere la sentenza che ha cancellato il divieto di accesso alle donne al tempio indù Sabarimala.
Alla decisione del giudice si sono opposti i religiosi integralisti che hanno inscenato violente proteste. Secondo quanto riferisce l'agenzia Press Trust of India, al 'muro' di donne, appoggiato dal locale governo comunista, hanno partecipato anche dipendenti statali e studenti, cui le scuole e università hanno dato il permesso di assentarsi. In questo timelapse postato su Instagram si vedono alcune centinaia di manifestanti lungo la strada.


BOTTI GIOVANI di Angela Fabbri


                                     ‘ BOTTI ‘  GIOVANI


Giocare con i ‘BOTTI’ scherzare con i ‘BOTTI’ è tipico dei ragazzi giovani. Una specie di Roulette Russa. Da giovani siamo tutti IMMORTALI.

Da vecchi, chi vorrebbe davvero l’IMMORTALITA’?

L’unica immortalità è passare il testimone lasciando le nostre cose ad altri. E magari poter stare a guardare per un po’ quel che succede.


(Angela Fabbri, Ferrara notte fra il 31 dicembre 2018 e il 1° gennaio 2019)

lunedì 31 dicembre 2018

MESSAGGIO AUGURALE di Enrico Parravicini


Realtà o finzione

Come accade ogni anno, all’approssimarsi del 31 dicembre, eccomi alla ricerca di un argomento valido per riempire con le mie riflessioni questo tradizionale messaggio di fine anno, perpetuando una tradizione che dura ormai dal 31 dicembre 1998, quindi giunta all’isospettabile traguardo della XXI edizione. Chi mi legge per la prima volta potrebbe obiettare che gli argomenti su cui riflettere sono innumerevoli e che potrei avere solo l’imbarazzo della scelta: la pace nel mondo, il futuro del pianeta, le migrazioni dei popoli extracomunitari verso l’Europa, il problema del terrorismo … Beh, se è questo che i miei lettori si aspettano dal mio messaggio, dico a loro di andarsi ad ascoltare i messaggi del Papa, del Presidente della Repubblica, dei nostri tre capi di Governo (o forse sono solamente due), perché il mio messaggio, di qualsiasi cosa possa trattare, tratterà comunque di altro. Di altro che ci offra comunque la possibilità di riflettere, se mai ne avessimo voglia e ne sentissimo il bisogno.

E mi par di sentire già i commenti di qualcuno: “Ma questo è fuori dalla realtà!” Sì … questo (cioè il sottoscritto) è fuori dalla realtà e vive in un limbo dove il confine fra realtà e finzione assume contorni indefiniti e non sempre classificabili, un limbo dove la mente oscilla di continuo fra la tranquillità rassicurante del concreto ed il fascino pericoloso dell’astratto, dove il tempo e lo spazio, da sempre sacerdoti intransigenti ed attenti  custodi dell’universo materiale, perdono il proprio valore assoluto per concedersi alle suggestive lusinghe dell’opinabile.

Nelle diverse forme artistiche, sia letterarie che figurative, come del resto in quelle che trattano l’immagine, quali la fotografia e la cinematografia, i limiti del reale vengono valicati con  estrema disinvoltura, tanto che la realtà e la finzione coesistono in maniera apparentemente naturale, senza che si sia costretti ad esercitare violenza alla propria mente per discernere dove finisca l’una ed abbia inizio l’altra. E qui devo stare molto attento a non ricalcare le orme di Platone lungo il sentiero dell’avversione per l’arte, da lui considerata negativa in quanto imitazione della realtà, che è a sua volta imitazione dell’”idea”; gli artisti, secondo Platone, con le loro "copie" precludono agli uomini la possibilità di conoscere la realtà. Ma mi sto allontanando troppo; torniamo all’arte come mondo in cui possono convivere  senza eccessivi compromessi il vero e l’immaginario; pensiamo, come esempio paradigmatico, alla letteratura ed alla cinematografia di fantascienza. Nel 1968 usciva sugli schermi il celeberrimo film “2001 Odissea nello spazio” per la regia di Stanley Kubrick, basato sul racconto “La sentinella” di Arthur Clarke, a torto o a ragione considerato uno dei capolavori del cinema di fantascienza di tutti i tempi;  in questo film l’elemento fantastico ha il dominio assoluto su quello reale, dalla prima all’ultima scerna, tanto che riesce quasi impossibile trovarvi un riferimento riconducibile al mondo reale.  La vicenda, i personaggi, i dialoghi, le ambientazioni appartengono tutte ad un inquietante universo irreale, che nulla fa per rendersi anche minimamente credibile (nel mio messaggio augurale del 31 dicembre 2000 ho trattato nel dettaglio 0questo argomento). Solo dodici anni prima, nel 1956, un altro pilastro del cinema di fantascienza, “L’invasione degli ultracorpi”, per la regia di Don Siegel, tratto dall'omonimo romanzo di Jack Finney, ci presentava un universo diametralmente opposto, vale a dire un universo a misura d’uomo, dove ogni riferimento è reale, concreto  ed ipotizzabile nella vita di ogni giorno; anche l’elemento fantastico, rappresentato dall’invasione di forme di vita aliene che prendono possesso dei corpi umani per potersi riprodurre, essendo destinate altrimenti  all0estinzione, viene presentato in chiave realistica: gli alieni non vengono mai mostrati in sembianze surreali, ma sempre e soltanto dopo la conversione in quelle umane, di modo che non vi siano differenze rilevabili fra l’aspetto dei protagonisti e quello antropomorfico delle loro copie  extraterrestri. Lo spettatore, che di fronte alle immagini del film di Kubrick si sente quasi lui stesso un alieno, come se l’elemento naturale fosse il fantastico, nel caso del film di Siegel si sente  a casa propria, con i riferimenti consueti di ogni giorno ed arriva quasi bonariamente a domandarsi se il vicino di casa, il lattaio o il collega d’ufficio non siano per caso copie contraffatte degli originali, abitate  dagli ultracorpi.   Un compromesso che consente di riacquistare l’equilibrio desiderato fra realtà e finzione, per restare nell’esemplificazione cinematografica, può essere rappresentato da un altro famoso film di fantascienza: “E,T, l’extraterrestre” del 1982, per la regia di Steven Spielberg, dove ambientazione, personaggi  e vicende appartengono ad un universo assolutamente credibile nel suo essere così quotidiano, nel quale si muove con straordinaria naturalezza la figura del bambino alieno smarritosi sulla terra, le cui sembianze morfologiche sono tali da creare il voluto contrasto fra il consueto e l’immaginario, senza peraltro suscitare alcuna reazione di rifiuto o di timore per l’ignoto.

Abbiamo visitato tre vicende cinematografiche dove l’elemento reale e quello della finzione si prendono spazi assai differenti: assoluta preponderanza della finzione, assoluta preponderanza della realtà, equilibrio quasi rassicurante. Questo a dimostrazione di come nell’arte la discrezionalità sia assoluta e la volontà dell’artista costituisca l’unica regola a cui si possa assoggettare il confine fra il reale e l’immaginario. Ma il cinema non è l’unico strumento di evasione dalla realtà e di celebrazione della fantasia: esempi forse ancora più significativi ci vengono offerti dalla letteratura.

E qui non si può procedere prescindendo dall’opera di Luigi Pirandello. Tutta la produzione letteraria dello scrittore siciliano è imperniata sul dualismo fra realtà e finzione, ma due sono i momenti che da sempre mi hanno colpito in modo particolare e mi hanno fatto riflettere, Il primo è la scena finale dell’”Enrico IV”, quando il protagonista, per sfuggire definitivamente alla realtà ed alle conseguenze del suo gesto, decide di fingersi pazzo per sempre e di continuare per tutta la vita ad impersonare Enrico IV; ciò che era iniziato per simulazione diviene realtà ed i confini fra i due universi si confondono in maniera definitiva: “Ora sì.... per forza.... (li chiama attorno a sé, come a ripararsi) qua insieme, qua insieme.... e per sempre!”.

L’altro momento che mi pare significativo  nell’opera di Pirandello è l’intera trama dei “Sei personaggi in cerca d’autore”. Qui tutto il costrutto ò basato sull’equivoco fra finzione e realtà: la vicenda dei sei personaggi (finzione) si sovrappone a quella degli attori della compagnia teatrale (realtà) in modo talmente ambiguo che lo spettatore non riesce a dirimere il dubbio di quando finisca l’una ed abbia inizio l’altra.  Quando nell’ultima scena il Figlio (personaggio) muore, raggiunto da un colpo di rivoltella, gli attori restano ammutoliti e sospesi fra finzione e realtà: è morto un essere umano o solo il personaggio che questi avrebbe dovuto rappresentare? Pirandello non da’ una risposta e noi non ci siamo mai preoccupati di cercarla: la finzione è un confortevole rifugio per sfuggire alla realtà, quando questa diventi troppo scomoda.

Cari amici, ho divagato più del solito e la mezzanotte si sta avvicinando, Se siete riusciti a seguirmi fin qui, ecco … unitevi a me in questo brindisi augurale; ci raggiungeranno per festeggiare il nuovo anno anche i personaggi che abbiamo incontrato nel testo della nostra chiacchierata, siano essi reali o immaginari. Brinderemo insieme ad HAL 9000, il computer impazzito di “2001 Odissea nello spazio”, con i baccelli da cui nascono gli ultracorpi, con E.T., con Enrico IV e con il Figlio (accettando quindi che la sua morte sia stata solo finzione); brinderemo con chi appartiene al nostro mondo reale e con chi popola quello onirico dei nostri desideri, perché i confini fra realtà e finzione sono molto, ma molto fragili e li possiamo abbattere a nostra esclusiva discrezione.

Buon anno, buon 2019

lunedì 24 dicembre 2018

I BUONI CATTIVI da Nota Design

La scienza a volte ci dice delle cose che, tutto sommato, sappiamo già benissimo ma non abbiamo mai messo a fuoco. Una nuova ricerca americana dimostra che i supereroi del cinema - rappresentanti e simboli del “bene” - sono parecchio più violenti dei cattivi.
I ricercatori, guidati dal Prof. Robert Olympia, della Penn State University, hanno analizzato dieci film usciti tra il 2015 e il 2016 in cui dei supereroi usano i loro poteri speciali per contrastare i malvagi. Hanno identificato i singoli atti di violenza, classificandoli a secondo della natura dell’azione e di chi l'ha commessa.
Hanno trovato una media di 23 azioni violente all’ora associate ai protagonisti “buoni” a fronte di 18 da parte degli antagonisti “cattivi”. Hanno anche rilevato un maggiore pacifismo (relativo) tra i personaggi femminili. I maschi hanno commesso circa cinque volte gli atti di violenza delle femmine, una media di 34 azioni violente all’ora rispetto alle 7 delle donne.
La forma più comune di violenza tra i protagonisti positivi è stata la lotta a mani nude (1.021 atti), seguita dall’impiego di un'arma letale (659), la distruzione della proprietà (199), l’omicidio (168) e l’uso dell’intimidazione e la tortura (144). Per gli antagonisti invece, l’atto violento più comune è stato l’utilizzo di un’arma letale (604 volte), la lotta (599), l’intimidazione e la tortura (237), la distruzione della proprietà (191) e l’omicidio (93).
I ricercatori una volta tanto non propongono la censura dei film, ma raccomandano vivamente che i genitori accompagnino i piccoli durante la visione per aiutarli a sviluppare il “pensiero critico” riguardo a ciò che vedono. Non precisano esattamente in cosa consisterebbe, ma si può supporre che il messaggio primario resti comunque quello di non lanciarsi in volo dai piani alti.
Una sintesi dello studio, in inglese, si trova qui





venerdì 21 dicembre 2018

Assegnato il Premio ANCT – Teatri delle Diversità 2018 alla COMPAGNIA VOCI ERRANTI

17 dicembre 2018
Premio ANCT – Teatri delle diversità 2018 (9a 

edizione) a COMPAGNIA VOCI ERRANTI 

Assegnato oggi, al Teatro Argentina di Roma, il Premio ANCT - Teatri delle diversità 2018 alla COMPAGNIA VOCI ERRANTI di Saluzzo. Il prestigioso Premio è stato consegnato da Vito Minoia, direttore della Rivista Europea "Catarsi-Teatri delle diversità" alla regista Grazia Isoardi, della compagnia di Saluzzo, con la seguente motivazione:  
Negli spettacoli di maggior valore di teatro in carcere si coglie la felice fusione tra la poetica degli artisti guida e la sciolta adesione dei detenuti, che riescono quindi a trasmettere - dopo l’appassionato impegno durante il training fisico, lo studio dei ruoli - una sorta di speciale leggerezza, quasi una spontanea gioia nel recitare, esporsi, essere se stessi e personaggi. Così gli spettacoli di Voci Erranti che opera nel carcere di Saluzzo, presenza fondamentale, straordinaria animatrice, colta, sensibile regista è Grazia Isoardi, che riesce a coinvolgere meravigliosamente ogni singola persona e il gruppo, i loro lavori sempre tra i più intensi e significativi della rassegna di teatro in carcere Destini Incrociati, Voci Erranti presente sin dalla prima edizione con “Allegro ma non troppo” dalla rigorosa, limpida coralità in una chiara scansione di spazi, musica, passi di danza, movimenti ritmici, tutti gli interpreti immersi in un’intima, serena convinzione. E “Amunì”, grande spettacolo conservato in repertorio, che replica anche in stagioni e festival, ha chiuso assai felicemente l’edizione genovese. Denso, complesso pur nella sua immediata comprensione, "La favola bella" presentato a Roma. E ha emozionato lo spettacolo, carico di molte idee e passaggi di notevole forza, "La classe”, dedicato a Don Milani, ultimo travolgente evento della recente edizione di Destini Incrociati.  Un riconoscimento questo che va, insieme a Grazia Isoardi, a tutti i meravigliosi interpreti di Voci Erranti, e a tutti coloro che, dentro e fuori la struttura carceraria, rendono concretamente possibile la realizzazione di esiti di tale bellezza.

Voci Erranti
Via Priotti, 37, Racconigi, CN, Italia
Racconigi, Piemonte 12035
Italy

mercoledì 19 dicembre 2018

Notiziario dal Centrafrica


“Ho paura. Ma voglio ancora diventare prete.”

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 23  – 17 Dicembre 2018

 In classe, durante la lezione, è inevitabile parlarne. La mattina del 15 Novembre ad Alindao, cittadina a circa 500 km da Bangui, un campo di sfollati situato nei pressi della Cattedrale, è preso d’assalto da un gruppo di ribelli islamisti che porta il curioso nome di Unione per la pace in Centrafrica. Si tratta di uno dei tanti gruppi, agli ordini di un certo Ali Darassa, sorti dalla dissoluzione della Seleka e che ancora infestano i tre quarti del paese. I morti sono più di ottanta. Un vero massacro. Anzi, una razzia: oltre alle persone uccise, i ricoveri degli sfollati sono incendiati, l’intero sito è raso al suolo, le abitazioni sono saccheggiate, la chiesa è profanata. La strage avviene davanti all’inerzia del contingente dell’ONU che avrebbe, di per sé, il mandato di proteggere i civili. Tra le vittime, oltre a donne, bambini e persone anziane, anche due sacerdoti: abbé Célestin e abbé Blaise. Il coraggio del giovane vescovo di Alindao, Cyr-Nestor Yapaupa, impedisce che il bilancio sia ancora più pesante. Invece di accogliere la gente, che vorrebbe trovare rifugio all’interno della cattedrale, ordina a tutti di scappare nella savana. Se i cristiani non gli avessero obbedito, il numero dei morti sarebbe stato ancora più alto. Il vescovo, comunque, e alcuni sacerdoti decidono di restare.

La notizia e i dettagli dell’avvenimento ci raggiungono increduli e scoraggiati. Le foto dei cristiani carbonizzati fanno il giro del mondo. Le già lentissime lancette dell’orologio della pace sembrano improvvisamente e drammaticamente correre all’indietro. Il Centrafrica sembra ormai essersi ingarbugliato in un inestricabile groviglio d’ingerenze straniere, inadempienze della comunità internazionale e incapacità del governo locale. L’elemento confessionale non fa che rendere il cocktail ancora più micidiale. Alcuni giorni dopo gli avvenimenti, partecipiamo a un incontro di sacerdoti a Bangui. È presente abbé Donald, appena arrivato da Alindao. Originario di Bangui, sacerdote da poco più di un mese, aveva trascorso al Carmel i giorni di preparazione all’ordinazione, ascoltando con attenzione le conferenze del sottoscritto. Conferenze che avrebbero dovuto dargli le ultime istruzioni prima di essere un ministro di Dio per sempre. Da qualche settimana Donald era stato inviato in aiuto alla diocesi di Alindao. Questa volta sono io che ascolto con attenzione la sua conferenza, nonostante sia ancora sotto shock, circa quanto avvenuto ad Alindao. Donald non ha ancora avuto il tempo d’imparare a fare il prete; ma ne ha già visti due morire, davanti ai suoi occhi, uccisi per il vestito che indossavano e il mestiere che esercitavano.

In classe, durante la lezione, è quindi un dovere parlarne. Gli studenti che ho davanti non sono allievi qualunque. Sono i futuri sacerdoti del Centrafrica. Provengono dalle città e dai villaggi dell’intero paese. Hanno visto la guerra e ora sono nel Seminario di Bangui perché vogliono fare lo stesso mestiere di Célestin e Blaise. Poi ripartiranno, sacerdoti, nelle diocesi da cui sono venuti. Chiedo loro se hanno ancora voglia di continuare il cammino intrapreso e se sono consapevoli della missione ad alto rischio che li attende. Odilon, dall’alto dei suoi vent’anni, risponde per tutti: “Ho paura, mon père. Ho tanta paura. Ma non cambio idea. Voglio ancora diventare prete”. La sua sincerità e il suo coraggio disarmerebbero anche Ali Darassa. Vorrei dire a Donald che ho paura anch'io. Ma nessuna voglia di cambiare mestiere. Penso al giorno in cui sono diventato sacerdote. Proprio non immaginavo che sarei finito qui, a spiegare chi era Origene e Agostino, a decine di volti neri, curiosi e imprevedibili, ostinatamente convinti che si può e si deve diventare preti, anche in un paese in guerra.

Davanti al massacro di Alindao i pastori delle nove grandi diocesi del Centrafrica hanno voluto coinvolgere tutti i cristiani del paese in un gesto di grande coraggio e di forte valore simbolico. Un gesto di solidarietà nei confronti dei cristiani di Alindao, un lamento corale perché qualcosa cambi, un’ennesima e disperata supplica affinché chi può, faccia qualcosa e lo faccia presto. Un gesto non polemico e contro nessuno. Una famiglia in lutto non può fare festa. E così, lo scorso 1° dicembre, giorno della sentitissima festa nazionale del paese e 60° anniversario dell’indipendenza, i cristiani sono stati invitati ad astenersi da ogni tipo di festeggiamento. Non si può festeggiare per una nazione che non c’è e che sta soffrendo da troppo tempo. Al Carmel abbiamo trascorso l’intera giornata in adorazione davanti al Santissimo Sacramento.

Poco dopo, però, l’8 Dicembre, una festa c’è comunque stata per la nostra famiglia: quella per la professione solenne, cioè l’impegno definitivo nella famiglia del Carmelo, di fra Michaël. Il padre, ormai anziano e completamente cieco, non ha voluto mancare all’avvenimento. Ottavo di ben dodici figli, originario di Bocaranga, una delle città più colpite dal conflitto, fra Michael ha raggiunto questo importante traguardo dopo molti anni di formazione. Il suo ingresso definitivo nell’Ordine segna inoltre un importante traguardo non solo per lui, ma per l’intera delegazione dei carmelitani scalzi in Centrafrica. Il numero dei frati autoctoni supera per la prima volta quello dei missionari italiani attualmente in servizio in Centrafrica: un piccolo contingente di mantelli bianchi, multietnico e in discreta salute.

C’è forse un legame tra il sacrificio dell’abbé Célestin e dell’abbé Blaise, il coraggio del vescovo Cyr-Nestor, quanto ha visto abbé Donald, la solenne promessa di Odilon e il per sempre di fra Michaël? Sant’Agostino chiedeva a Dio, per sé e i suoi pastori, di amare il proprio gregge fino a morirne aut effectu aut affectu, cioè di fatto, con il sacrificio della vita, o con il cuore, nella dedizione senza risparmio al servizio del popolo di Dio. In passato gli argomenti per parlare male di questa giovane chiesa non sono certo mancati. Questo 2018, ormai alla fine e dove ben cinque sacerdoti e decine di cristiani sono stati uccisi durante le celebrazioni o nei pressi delle loro chiese, ci consegna una chiesa sicuramente ancora giovane e fragile, ma che non scappa davanti al nemico e i cui pastori non sono mercenari.

Buon Natale!

Padre Federico

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