giovedì 13 settembre 2018

POESIA DI ANASTASIA: Melodia


Melodia 

La dolce melodia 

Della canzone 

Che 

Mi 

Hai regalato 

Fa 

Riaffiorare 

Nella 

Mia mente 

Momenti 

Passati insieme 

Difficili 

Da dimenticare 

Non 

Andare via 

Mia 

Dolce creatura 

Senza 

Di te 

Sono 

Come 

Un uccellino 

In gabbia 

Un fiore 

Senza 

I suoi petali 

Quelle parole 

Che 

Mi hai detto 

Hanno 

Spento 

Un 

Attimo 

Le illusioni 

Del 

Mio cuore 

Solo 

Il tempo 

Le 

Potrà 

Far 

Rinascere 

Sei 

Il 

Mondo 

Nella mia mente 

Sei 

Il battito 

Del mio cuore 

Ogni 

Volta 

Che 

Ti guardo 

Nei tuoi 

Occhi 

Muoio dentro

Anastasia

martedì 11 settembre 2018

Millesimo: "Un grande amore con le ali" a cura di Simona Bellone

Fervono i preparativi per la commemorazione millesimese del capitano della regia aeronautica Vittorio Centurione Scotto, a cura della caARTEiv, e si rende noto che la cerimonia di presentazione del libro “Un grande amore con le ali” a cura di Simona Bellone, è posticipata al 23 settembre 2018, presso l’ex Castello Centurione, (Monastero Santo Stefano) di Millesimo (SV).
Il lavoro di ricerca storica e di elaborazione grafica delle numerose foto d’epoca, ha richiesto più tempo del previsto, ma in contempo, l’ardua impresa arricchita da preziose testimonianze liguri, si concretizzerà in un libro che si potrà denominare “del secolo”. La pubblicazione  abbraccerà numerosi argomenti oltre la marina, l’aviazione, l’equitazione, la I guerra mondiale, la politica, il volontariato, l’economia, l’arte, … perché attraverso la storia dei nobili genovesi Centurione Scotto, verranno analizzati il XIX e XX secolo, come nessuno aveva mai intrapreso prima.
Grazie alle foto d’epoca ancor oggi in buona conservazione, (rimaste sempre in una dimora sulle alture di Millesimo in attesa che Simona Bellone le rivalutasse), la nobiltà che fu per loro un baluardo di agiatezza e rispettosa generosità, è per i tempi moderni un’opportunità di studio analitico della società italiana remota, attraverso una documentazione mai pubblicata in precedenza.
Attraverso la passione per la fotografia  e la carriera sportiva di Vittorio Centurione Scotto, e dell’accurata catalogazione della madre Luisa Cattaneo Di Belforte, nonché della perspicace ristrutturazione del Monastero voluta dal deputato artista e cavallerizzo Carlo Centurione Scotto,  a cura dell’architetto Gino Coppedè, sono così consacrati ai posteri  gli ultimi fasti memorabili della nobiltà genovese d’un epoca monarchica d’elite.  
Attraverso  i ricordi di questa nobile famiglia, proprietaria del castello da circa 125 anni, è stato in ultimo possibile completare il tassello di storia millesimese, che dopo la ritirata di Napoleone Bonaparte dal Monastero di S. Stefano, fino alla vigilia della II guerra mondiale, fu lasciato nell’oblio.
Saranno svelati i nomi dei due pittori genovesi, incaricati dal Coppedè, i quali curarono gli affreschi interni ed esterni del castello nel 1909, ricchi di simboli esoterici, massonici, celtici, araldici e religiosi, nonché l’etimologia delle scritte in latino sulla facciata (soprattutto la riscoperta di quella a destra che non si legge più), appurando che oltre alla politica, i coniugi Centurione Scotto erano molto colti ed appassionati di teatro.
Inoltre, riguardo al protagonista del libro, Vittorio, oltre al militare e sportivo, sarà possibile ammirare molteplici foto che lo ritraggono come un bel “Valentino” ligure, ed accertare (con testimonianze millesimesi, foto e capelli autentici di Vittorio conservati dalla madre Luisa nell’album di foto) che Liala, la famosa scrittrice lombarda, non lo conobbe mai, come invece da lei ribadito con molte “contraddizioni” in numerose interviste giornalistiche, fra le quali una celebre a cura della Rai nel 1974 (concessione teche).
Sarà anche strabiliante appurare l’esistenza di alcuni scatti fotografici che ritraggono insieme con altri ufficiali a Sesto Calende (Varese), i due aviatori protagonisti nei racconti di Liala: Vittorio Centurione Scotto, (l’amante idilliaco mai conosciuto dal vivo, citato solo dal 1948) e Pietro Sordi (l’amante vero e compagno per oltre 18 anni e fonte delle nozioni d’aeronautica nei suoi romanzi rosa, protagonista nella sua vita dopo il marito Pompeo Cambiasi).
Ogni argomento verrà sviscerato ed approfondito con documenti ed articoli giornalistici, perché la storia vera rimanga ai posteri, dopo tante romanze inventate o ipotizzate dalle fans “lianine”, in mancanza dei protagonisti e di una pubblicazione storica per i posteri.
Augurando buona attesa a tutti, si ricorda che il libro (in tiratura limitata), è già possibile prenotarlo come indicato nel sito caarteiv,  http://www.caarteiv.it/VittorioCenturioneScottoLiala.htm  e alla mail simona.bellone@gmail.com
Il 23 settembre coinciderà con la premiazione del Festival caARTEiv delle arti 2018 alle 15:00 nella Sala Consiliare del Comune di Millesimo e l’inaugurazione della mostra, e ne seguirà l’invito ufficiale dettagliato con la programmazione della cerimonia commemorativa e la presentazione del libro sui Centurione Scotto nell’omonimo Castello dalle 17:00, il quale verrà reso noto a settembre, e sarà possibile anche cenare e soggiornare presso il relais del Monastero.

Grazie per l’attenzione
Simona Bellone
Pres. caarteiv 

VIVERE NELLA PENOMBRA di Angela Fabbri


VIVERE  NELLA  PENOMBRA


Seguendo brani praticamente muti del film “L’amica geniale” di Saverio Costanzo mi è sembrato di tornare indietro nel tempo quando anch’io ero bambina fra altre bambine alla scuola. E l’atmosfera era tetra e fra noi ci scambiavamo discorsi che si stavano ancora costruendo senza aiuti. Senza neanche poterci dare una mano fra noi.

In qualche modo i genitori e l’ambiente di scuola in cui vivevamo ci stavano insegnando il nostro futuro così che l’avremmo imparato adagio e in modo indolore.

Sposarci, avere figli, metter su famiglia.

Io ero fortunata. A me era permesso anche studiare oltre, per poi lavorare, guadagnare e contribuire così alla nuova famiglia.

Diventare maestra come la mamma: perché una femmina è bene non faccia un lavoro fuori casa a tempo pieno, così può farsi una famiglia e prendersene cura.

Tra i 9 e i 10 anni ho creduto sinceramente in quel destino così tranquillo certo ordinato e predestinato. Ho creduto nel Principe Azzurro delle favole che da piccola avevo avuto in dono. Le illustrazioni si illuminavano al suo arrivo, cospargendosi di colori caldi e rassicuranti. Perché portava la luce che cancellava la nebbiosità della mia vita. Mi sono persino dedicata alle bambole e ho provato a fare vestitini (io, che prima della scuola avevo vissuto da maschio sotto la guida del fratello più grande).

Tornando al film e alla sua tetra atmosfera che mi ha riportato alla luce quel che ho appena scritto, credo fu proprio questa infinita malinconia distesa sulla vita e nella mia mente a scuotermi da quel DESTINO sapientemente distillato per tutte noi bambine con la serenità inconsapevole di chi lo somministrava come già gli era stato somministrato.

La TRADIZIONE. Dico adesso senza rancore.

Vivere non nell’ombra, ma nella PENOMBRA.

Come sotto il continuo effetto di una DOSE di TRANQUILLANTE.

Andavo verso un destino senza luce.

L’ho in qualche modo sentito e sono diventata me, giorno dopo giorno, fino a chiamarmi col mio nome: Angela.

Angela Fabbri

(Ferrara notte fra 9 e 10 settembre 2018)

sabato 8 settembre 2018

LAVORA MA E' MINACCIATA DI MORTE


27 agosto 2018 
Agitu, la ragazza etiope che alleva capre in Trentino: «Io minacciata di morte perché nera»
In Italia dal 2010, racconta una storia di integrazione. Da un anno subisce aggressioni nella sua azienda agricola, in Val dei Mocheni: «Mi hanno fatto ritrovare anche uno dei miei animali senza vita»

«Brutta negra, ti uccido, torna al tuo Paese». Sono solamente alcune delle offese ricevute da Agitu Ideo Gudeta, ragazza 40enne di origini etiopi conosciuta tra le montagne del Trentino Alto Adige come «Regina delle capre felici» per la sua storia d’integrazione (recentemente raccontata anche dal New York Times, ndr). Arrivata in Italia quando aveva 18 anni, per studiare Sociologia all’università di Trento, era tornata nel suo Paese, ad Addis Abeba, da dove nel 2010 fu costretta a scappare per le minacce del governo guidato dal Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), al potere dal 1991. A Frassilongo, nella valle dei Mocheni, da anni gestisce un allevamento di capre e un caseificio in una struttura che porta — non a caso — il nome «La capra felice» (il pascolo incontaminato si espande su 11 ettari di terreno, recuperati dall’abbandono). 
Insulti e danneggiamenti 
Non si è lasciata spaventare dalle sfide e dagli ostacoli che l'agricoltura pone alle donne, e nemmeno dal rischio che il suo gregge possa essere attaccato dagli orsi. Per proteggere i suoi animali, per lei come figli, ha preso qualche contromisura: come racconta sul sito, ad esempio, «quando vedo impronte o segnali della loro presenza, mi chiudo in automobile con dei petardi. Basta fare un po’ di rumore». Da circa un anno, però, la sua vita è diventata impossibile a causa delle minacce di morte, degli insulti razzisti, dei danneggiamenti e persino delle aggressioni fisiche ricevute da un uomo residente nella zona. 
Le minacce di morte
«Dispetti a non finire, gomme della macchina bucate nella notte, danni ai macchinari e insulti. Negli ultimi mesi le cose sono degenerate. Da giugno la situazione si è fatta insostenibile», ha raccontato. Un giorno, mentre lavorava alla mungitrice, è stata afferrata da dietro: «Un uomo mi ha preso per il collo e gridato io ti uccido, devi morire», ha chiarito. «Sono riuscita a liberarmi dandogli un calcio e sono scappata in casa. Ho chiamato i carabinieri e ho denunciato l’accaduto riuscendo anche a fotografarlo mentre mi bucava le ruote della macchina». Le violenze non si sono fermate a lei: «Ho trovato una delle mie capre morta, con una mammella asportata da un’arma da taglio», ha spiegato. 
Procura Trento apre indagine
Dopo la denuncia presentata ai Carabinieri, la Procura di Trento ha aperto un’indagine. Da tempo residente in Trentino, la donna adesso è titolare di un’azienda agricola e alla luce di una serie di episodi ha sporto denuncia nei confronti di un uomo che abita nei pressi della sua abitazione e che non sarebbe di origine mochena. Sulla vicenda indagano anche i carabinieri di Borgo Valsugana.
La speranza è che le forze dell’ordine, allertate sull’accaduto, riescano a fermare il colpevole. Tante le manifestazioni di solidarietà nei confronti della donna arrivate sui social. Il Partito democratico del Trentino esprime «piena solidarietà» all'allevatrice etiope vittima di un episodio a sfondo razzista. «Questi episodi di violenza non possono attecchire in una terra democratica e accogliente come il Trentino, che sa bene quali siano le fatiche del lavoro in montagna e le sofferenze di chi emigra per trovare nuove opportunità di lavoro».

martedì 28 agosto 2018

INTERNET per me di Angela Fabbri


INTERNET  per  me



Quest'opportunità del web, che ho imparato a frequentare così adagio, ed è così sciupata in alcune sue possibilità di parteciparvi (Facebook, Twitter, Youtube… sono tante che non le so +, non ci tengo dietro) non ce la sognavamo neanche quando eravamo ragazze.

INTERNET è una PORTA.

Non è uno STARGATE, è un semplice WORLDGATE.

Non serve a metterci in mostra e a darci lustro, ma a parlare cercando di dire nel modo + chiaro e sincero quel che abbiamo in mente, quel che proviamo.

A ascoltare. Anche chi è così lontano da noi che mai avremmo pensato d’incontrarlo.

Nella mia infanzia, finchè sono stata in paese, a scuola ci scambiavamo le merende (era sempre una sorpresa mangiare quel che mangiava un'altra bambina), poi in città, a Ferrara, scambiavamo le figurine.

Eravamo semplici, noi generazione del dopoguerra, non sapevamo ancora che un giorno a San Francisco ci avrebbero studiato e definito ‘pantere grigie’ dotate di grande capacità di sopravvivenza.

E siamo rimaste creature semplici che ancora desiderano scambiare…

Angela Fabbri

(Ferrara, notte fra 27 e 28 agosto 2018) 

MORTO URI AVNERY


Morto Uri Avnery, fu tra i primi israeliani a concepire l’idea di uno Stato palestinese

Intellettuale di sinistra, aveva 94 anni ed era il veterano dei pacifisti di Israele. La sua intervista ad Arafat nel 1982 sconvolse il Paese


davide lerner 
Uri Avnery con Yasser Arafat nel 2002
E’ morto Uri Avnery, il veterano dei pacifisti israeliani, personalità coraggiosa e anticonformista. Negli ultimi mesi di vita Uri Avnery, intellettuale, giornalista, attivista e combattente israeliano mancato ieri all’età di 94 anni a Tel Aviv, ricordava ancora con dispiacere il giorno in cui sua madre lo diseredò, indignata per la sua intervista con il leader palestinese Arafat a Beirut nel 1982. «Ai tempi il guerrigliero palestinese era considerato quasi come un secondo Hitler in Israele, era il nemico numero uno», ricordava Avnery nel suo salotto vicino al mare di Tel Aviv la scorsa primavera, fra i numerosi ritratti del suo incontro con il Reis.  

«Io volevo far capire agli Israeliani che Arafat era un essere umano, non un mostro, e che quindi ci si poteva fare la pace». Il fatto che nemmeno sua madre sapesse comprenderlo, nel suo tentativo di «umanizzare i palestinesi», rimaneva la più dolorosa testimonianza del fallimento politico della sua sinistra. Ma Avnery fino all’ultimo rivendicava una vittoria culturale: «Dopo la guerra di indipendenza, in cui sono rimasto gravemente ferito, sono stato il primo ad invocare la creazione di uno stato palestinese - diceva pochi mesi prima di morire - oggi quella mia idea è il cardine del consenso internazionale sul conflitto». 

 Quando ho incontrato Avnery pochi mesi fa gli ho letto una citazione di Alexander Langer che mi sembrava scritta apposta per lui: «Servono traditori della compattezza etnica, che però non si devono mai trasformare in transfughi se vogliono mantenere le radici e restare credibili». Avnery, detestato da tanta parte del pubblico israeliano per la sua vicinanza ai palestinesi, aveva appena appreso dalle pagine di un nuovo libro di Ronen Berger che in occasione di quella sua famosa intervista ad Arafat nel 1982 il Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon diede ordine ai servizi segreti di seguirlo e di eliminare il leader palestinese anche a costo di metterlo in pericolo di vita. Avnery, che conoscendo bene l’indole spregiudicata di Sharon non era per nulla sorpreso, si limitava a compiacersi di come gli uomini dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina fossero riusciti a seminare gli agenti israeliani quando varcava le frontiere militarizzate nella Beirut divisa dalla guerra civile.  

A chi in Israele lo accusava di essere un “transfuga” Avnery poteva però rispondere con un curriculum di decorato combattente non solo nella guerra d’indipendenza del 1948, ma anche nel movimento sionista “Irgun” ai tempi del mandato inglese. «Abbandonai il movimento sionista Irgun quando la linea cominciò a tramutarsi da anti-britannica ad anti-araba - raccontava Avnery la scorsa primavera - me ne andai ben prima dell’arrivo del futuro Primo Ministro israeliano Menachem Begin, quando capii che nel mirino non c’erano sempre meno le forze di occupazione inglesi, e sempre di più i palestinesi». Nelle sue ultime settimane di vita Avnery colpiva per la sua capacità di parlare con assoluta lucidità dei suoi rapporti con personaggi che fanno ormai parte della storia, come il fondatore di Israele David Ben Gurion e i leader del movimento sionista nella Palestina del mandato britannico. La sua salute mentale intatta dopo quasi cento anni di vita e attività irrefrenabili era emblematica della sua energia fuori dal normale.  

Nato nel 1923 in Germania ed emigrato con la famiglia in Israele pochi mesi dopo l’ascesa di Hitler nel 1933, Avnery muore come pacifista e simbolo di una sinistra israeliana in forte difficoltà, ma anche come giornalista: «Se non ricevete il mio articolo di commento politico settimanale, vorrà dire che sono morto», diceva a chi gli era vicino negli ultimi tempi, con il sarcasmo tipico degli anziani forti che non hanno paura della morte. Direttore per quarant’anni del settimanale Haolam Hazeh, Avnery ha scritto fino alla morte anche sul quotidiano Haaretz, ma il suo articolo settimanale lo mandava solo per mail a un vastissimo seguito di parenti e amici. Fra loro anche il leader druso libanese Walid Jumblatt, che non riconosce Israele e rifiuta di rilasciare qualsivoglia dichiarazione ad un giornale Israele, ma che con Avnery intratteneva un’affettuosa corrispondenza pubblica di scambio culturale.