CERVELLI IN QUARANTENA di Renata Rusca Zargar

Ho sempre guardato con terrore al momento in cui  mio marito sarebbe andato in pensione. Come reagirà, mi chiedevo, lui che non vuole mai stare a casa, si sente prigioniero, detesta stare a letto perché dice che non è malato e non rimane mai senza fare niente? Immaginavo che avrebbe fatto e rifatto le pulizie allo sfinimento, che non mi avrebbe dato tregua, chissà cosa avrebbe smontato, ristrutturato e non so che altro. La mia vita casalinga fatta di libri, computer e televisione, sarebbe andata distrutta. Mi vedevo intenta a scrivere un articolo o un racconto, interrotta ogni pochi minuti da lui che cercava o aggiustava qualcosa! Un incubo. 

Quando è scattata la quarantena, io sono rimasta subito interdetta. L'idea di non poter uscire mi infastidiva anche se, in realtà, io in casa ci sto benissimo. 

Lui, invece, si è dimostrato un esempio di tranquillità e di accettazione di un obbligo che aveva il senso soprattutto di salvare delle vite umane. Pazienza, se il suo negozio è rimasto chiuso, con l'affitto e le altre spese da pagare lo stesso, pazienza se aprendo, forse, anche ora, non verrà nessuno. Se saremo vivi, afferma, potremo risolvere piano piano tutti i problemi. 

 Così, durante la quarantena, abbiamo organizzato le giornate come una vacanza di riposo e salute: la mattina io facevo yoga (mi sono iscritta a un bellissimo corso in video), lui partecipava con me in qualche fase e poi svolgeva, da solo, i suoi esercizi. Il pomeriggio, studio e lettura. Io ho lavorato parecchio al mio nuovo romanzo senza nessun disturbo da parte sua, lui si è consolato con le affettuose telefonate di parenti e amici che in Gran Bretagna, in India, in Kashmir, vedevano immagini dell'Italia distrutta dal virus ed erano molto preoccupati. 

A parte noi, infatti, questo è stato un periodo drammatico. 

Io ho pianto tanto pensando alle persone che venivano sedate per l'intubazione e che si rendevano conto che magari non si sarebbero più svegliate. Nei loro occhi, poi, l'ultimo sguardo non poteva essere per chi amavano tanto ma solo per estranei incappucciati, seppur amorevoli e compassionevoli come i medici e le infermiere. Ho pianto, anche se non erano miei parenti, anche se neppure li avevo mai visti. Ho pianto per i medici e gli infermieri che nel lavoro hanno trovato la morte. Perché non si soffre solo per sé ma si condivide il dolore degli altri esseri umani. Non vorrei che, tra poco, nessuno ricordasse più niente! Giovani o vecchi, sono vite innocenti prematuramente strappate alla quotidianità, magari portati via poi con i camion dell'esercito perché neppure il cimitero li poteva accogliere.

 Inoltre, mi venivano sempre alla mente quei poverini nelle RSA, lasciati a morire da soli, spesso senza cure, perché il sistema sanitario non ce la faceva più.

Io credo, tra l'altro, che, rispetto alle RSA, dobbiamo ripensare il tipo di civiltà che abbiamo costruito. In quei giorni, ho visto alla TV figli disperati che si lamentavano con frasi del tipo:  "Mia mamma stava bene, era autosufficiente, non l'ho più vista." Ci sono anziani che hanno gravi patologie ingestibili a casa, lo capisco. La vita si è allungata e le patologie si sono aggravate. Ma quelli che potrebbero, invece, rimanere al proprio domicilio, magari con l'aiuto di una badante, perché sono stati parcheggiati in un ospizio, seppur lussuoso, in attesa della morte? Che tipo di persone siamo se non possiamo trovare soluzioni più umane del confino per chi non è più produttivo o non ci serve più? 

Infine, ci sono tutti quelli che non possono resistere se non vanno a prendere l'aperitivo, o a correre, camminare (sono diventati appassionati dello sport in questo periodo), o devono assolutamente fare una grigliata con gli amici. In pratica, non sanno rimanere in casa perché non riescono a stare con sé stessi, sono talmente vuoti che devono per forza riempirsi di qualcos'altro. Essere agli arresti domiciliari non piace a nessuno, è ovvio, ma si trattava di un periodo limitato e per un gravissimo motivo indipendente da chiunque di noi. Certo, questi geni, magari pure sprezzanti delle mascherine e intolleranti del distanziamento, credono che loro non si ammaleranno, e quindi non si preoccupano. A parte il fatto che non si sa: anche i fumatori, gli alcolisti, i tossici, sono convinti che il loro vizio faccia male ma che a loro non succederà niente. Ammettiamo pure che abbiano ragione, che a loro non tocchi mai una malattia. Però, nel loro cervellino, potrebbero sviluppare un semplice pensiero: "Se con le mie intemperanze faccio ammalare o, peggio, morire un'altra persona, dopo, come posso continuare, io, a vivere?" Questo virus è traditore, si trasmette da chi sembra sanissimo, non ci si può difendere. 

Dunque, chissà come sarei diventata anch'io se non fossi stata insieme con mio marito che è sempre stato un esempio di equilibrio e di ragionevolezza per me. Forse, mi sarei angosciata perchè non potevo andare a prendere l'aperitivo, o al teatro, o in bicicletta. Incurante di decine e decine di migliaia di esseri umani morti soli e incolpevoli. 

Chi lo sa! 

Commenti

  1. Renata, se tu non fossi stata insieme con tuo marito, saresti stata sola con te stessa. E' una buona palestra anche questa. Non si smette mai di imparare, da giovani e da vecchi. Immagino anche da vecchissimi...
    Angela

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