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LA QUESTIONE DELLE FOIBE (contributi di Angela Fabbri, Zarina Zargar, Furio Percovich, Rudi Decleva)

Qualche giorno fa ho ricevuto da Angela Fabbri il commento sotto riguardante la tragedia delle foibe.
Allora, mi è venuto in mente che mia figlia minore nel 2011 aveva partecipato a un Concorso bandito dalla Regione Liguria e aveva anche intrattenuto delle comunicazioni mail con degli  esuli che si trovavano in America Meridionale, come un pochino più sotto.
Ancora più sotto, chi vorrà leggerla, troverà la ricerca di mia figlia Zarina Zargar.

Le ultime imparate dalle FOIBE
di Angela Fabbri

Gli Italiani costretti da TITO a scappar via, una volta emigrati non dicevano neppure che venivano da Pola o dalla Dalmazia: gli sgraditi a TITO erano infatti gli Italiani e i Fascisti.
E in Italia, dire che si era Istriano avrebbe chiamato subito a una constatazione: allora sei Fascista! In più, per via delle varie colorazioni politiche in Italia, "era difficile avere una memoria CONDIVISA";. Trovo dunque qui il MOTIVO principale per cui il discorso FOIBE fu lasciato sepolto.
Angela Fabbri da Ferrara (Emilia Romagna)
(Seguendo “FRONTIERE”, condotto da Franco Di Mare su RAI-1, lunedì 10 febbraio 2020)

alcune MAIL DAGLI ESULI

Da: Rudi <rudidek@fastwebnet.it>
Date: 02 marzo 2011 13:22
Oggetto: Re: Fw: Annamaria Marincovich
A: zarina zargar <zargar.zarina@gmail.com>
Cc: furio <furio.percovich@yahoo.it>


Cara Zarina. grazie per l'OK.
Se hai  bisogno di qualche informazione relativa al nostro dramma, sono a tua disposizione.
Relativamente alle proprietà dei profughi, prendi nota che non fu Tito a sequestrarle per pagarsi i danni di guerra italiani.
Lui si prese tutto perchè aveva portato il comunismo staliniano (e ateo) che non contemplava la proprietà privata.
Era l'Italia che doveva indennizzarlo.
Fu solo anni dopo che Italia e Tito si misero d'accordo e, in spregio al Trattato di Pace che lo vietava, compensarono l'importo di 125 milioni di
dollari USA dovuto dall'Italia alla Jugoslavia con il valore dei Beni Abbandonati dai nostri genitori  (45 o 75 milioni), i quali nel 1954 avevano fatto per Roma la domanda di indennizzo dichiarando la volontà di abbandonare la proprietà.
Mio padre, allora eravamo in Campo Profughi a Barletta, ottenne il primo acconto di Lire ultra-svalutate verso il 1968 con il quale non poteva comprare nemmeno un vano.
Successivamente ebbe due altri acconti, di cui l'ultimo nel 2001.
Tieni presente che nel 1999 il nostro Senato aveva accertato il debito di Roma (non Tito) in 5.000 Miliardi Lit. e nel 2001 ci dettero solo 440.
Gli italiani non conoscono questa storia di autentica appropriazione indebita (rapina) da parte di Roma per cui tuttora il Paese è debitore da oltre 60 anni verso di noi eredi.
ciao    rudi decleva

----- Original Message -----
Sent: Tuesday, February 08, 2011 7:01 PM
Subject: *Savona & Ponente 8/02/11 Studentessa savonese vince il concorso dedicato al sacrificio degli italiani in Venezia Giulia e Dalmazia - Cortesia MLHistria
Studentessa savonese vince il concorso dedicato al sacrificio degli italiani in Venezia Giulia e Dalmazia

Gentile  Zarina,
sono un Esule da Fiume, come i miei amici Rudi Decleva e Annamaria Marinovich, e mi unisco a loro per congratularmi vivamente con te per il tema e per il meritatissimo premio, che abbiamo commentato nel Forum Fiume dove ci incontriamo e chiacchieriamo Esuli e Rimasti.-
Mi congratulo anche perché hai toccato tante pagine, comprese quelle di cui si parla poco,  delle vicende del Confine Orientale e vedo che sei molto informata.
Il mese scorso - come d'abitudine per il Giorno del Ricordo -- ci sono stati molti interventi ed uno dei temi é stato quello del numero degli Esuli, storicamente conosciuto come 350.000 dal libro di Padre Flaminio Rocchi che tu sicuramente conosci,
Come mai a te risultano molti di meno?
"......In totale, comunque, le persone costrette ad abbandonare i luoghi di residenza e le relative proprietà a causa della discriminazione etnica e l’impossibilità, quindi, di continuare una vita dignitosa lontano, almeno, da sofferenze che si sarebbero potute evitare, furono intorno alle 250.000 o 270.000 unità. ...."
Sarebbe forse possibile che tu ci faccia sapere su quali basi, dati, statistiche ecc. hai calcolato questa cifra ?
Scusandomi per il disturbo, ti ringrazio e saluto molto cordialmente
Furio Percovich

“Gli italiani autoctoni  di Venezia Giulia e Dalmazia; i diversi profili della tragedia dell’Esodo; Esuli e rimasti. Due modi di essere stranieri in patria.”

UNA FERITA ANCORA APERTA PERCHE’ IGNORATA
di Zarina Zargar 


Il sacrificio degli italiani di Venezia Giulia e Dalmazia è una delle questioni storiche del XX secolo di cui si è parlato meno, così come accaduto per il genocidio degli armeni nel 1915-16, e solo da pochi anni si è iniziato a prenderne coscienza.
Infatti, se, nel tempo, a partire specialmente dagli anni settanta, si è avviata l’informazione nelle scuole dell’orrore dei campi di sterminio, grazie all’importante opera dell’ANED (Associazione Nazionale ex Deportati) -ma quanto lamentano ancora giustamente gli ex deportati, specialmente non ebrei, del poco spazio concesso dai libri di testo e del poco tempo dedicato da molti insegnanti!-, fatti altrettanto gravi, invece, sono rimasti punti oscuri della storia.
Eppure, se è vero che i giovani rappresentano il futuro e l’unica speranza di un avvenire migliore, non si possono raggiungere tali obiettivi se non attraverso la conoscenza e l’accettazione dei pesanti errori commessi nel passato.
Per circa cinquant’anni, dunque, la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane e le violente azioni che hanno portato all’esodo, sono rimaste avvolte nel silenzio degli storici di partito, della classe politica e della scuola pubblica italiana. Perciò, afferma lo storico Sabatucci, questa  fase storica risulta essere una ferita ancora aperta, ignorata per troppo tempo!
Dal 2005, « La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. [...] ».
Ma cosa successe veramente? Quali furono le ragioni che portarono a una tragedia del genere, così difficile da capire al giorno d’oggi in cui ci convincono che avvenimenti di questo tipo non si potranno, fortunatamente, mai più ripetere?
Le vicende iniziano molto tempo addietro, i fatti sono molteplici e  alcuni risalgono all’Ottocento.
Infatti, alla metà di quel secolo, mentre Trieste aveva raggiunto lo splendore con le belle case e chiese, i significativi monumenti, le industrie, le scuole e le associazioni di prestigio, prospere e attive erano anche Pola e Fiume che, con le attività marittime, finanziarie e industriali, reggevano il confronto. Il sentimento nazionale, però, vivo fra i giovani di quelle regioni, le accomunava: molti ragazzi abbandonarono la famiglia per partecipare alle guerre d’indipendenza combattute per una comune patria tanto sognata, l’Italia, e molti tra essi vestirono la divisa dei garibaldini. Al termine dei conflitti, comunque, la Venezia Giulia restava ancora all’Austria.
Nel 1915, l’Italia entrò in guerra contro l’Austria, una contesa che all’interno delle terre giuliane e dalmate si trasformò anche in conflitto civile, perché, nelle famiglie, talvolta, i membri dovevano decidere se stare con l’Austria o con l’Italia.
Poi, negli anni venti e trenta, dopo l’annessione all’Italia dei territori della Slovenia e della Croazia con il trattato di Rapallo (1920), si ebbe una politica fascista di italianizzazione nei confronti delle comunità slave. Questa nazionalizzazione forzata era basata su un’ideologia razzista che vietava l’uso del serbo-croato obbligando all’uso dell’italiano nelle scuole e negli uffici, imponeva l’italianizzazione dei cognomi a loro tempo slavizzati dai funzionari croati, epurava nei posti di lavoro sostituendo alla manodopera locale quella di italiani immigrati e così via. In aggiunta a ciò, si cercava di spaventare la gente inducendola a non ribellarsi tramite scorribande delle squadracce nere che seminavano il terrore in villaggi e città. Ciononostante, le ribellioni slave ci furono lo stesso, come ci furono per risposta centinaia di processi e molte condanne a morte comminate dai tribunali speciali fascisti.
Nel 1938, infine, l’idiozia e la durezza delle leggi razziali colpirono la notevole comunità ebraica giuliana, alla quale, però, i concittadini si mostrarono solidali.
Nella vecchia zona industriale di Trieste, venne messo in funzione il campo di concentramento Risiera di San Sabba, unico anche di sterminio in Italia con forno crematorio, gestito dalle SS germaniche agli ordini del Gruppenfuhrer di etnia slovena, per il transito, la detenzione e l'eliminazione di un gran numero di detenuti, prevalentemente composti da prigionieri politici. Là, in quegli anni, transitarono circa 800 triestini di religione ebraica: una trentina morirono nella Risiera e, oltre ad essi, vennero uccisi molti altri civili con varie tecniche.
A partire dal 1941, con l’aggressione nazifascista all’appena nata Jugoslavia (1929) e con la costituzione dello Stato fantoccio di Croazia guidato dai sanguinari ustascia di Ante Pavelic, appartenenti al movimento nazionalista croato di estrema destra che si resero più tardi strumento degli spietati disegni di Hitler, la situazione si aggravò ulteriormente.
Nelle zone occupate dall’esercito italiano si moltiplicarono le repressioni, le stragi, gli incendi di villaggi e le deportazioni nei campi di concentramento.
In seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943, le province italiane di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana vennero sottoposte al diretto controllo del Terzo Reich con il nome di Zona di operazione dell'Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico).
Tale situazione, appesantita dai vecchi rancori storici, fu determinante nell’alimentare odio verso la popolazione italiana autoctona del territorio e il preludio alla vendetta titoista che avrebbe poi causato la tragedia dell’esodo.
Obiettivo del maresciallo jugoslavo Josip Broz Tito era, infatti, alla fine della seconda guerra mondiale, liberare l’Istria, il Quarnaro e la Dalmazia dai cittadini di lingua italiana e da coloro che, comunque, diffidavano del nuovo governo, per poter riprendere, così, pienamente il controllo di quelle terre. La presenza italiana era vista all’epoca come un corpo estraneo allo stato e perciò risultava intollerabile.
Il regime comunista di Tito procedette fin dal 1943 a eliminare gli elementi identificabili con il Fascismo e proseguì mano a mano instaurando un clima di terrore che coinvolse gran parte del gruppo etnico italiano.
Dopo l’armistizio del 1943, infatti, dalla popolazione insorta e dai partigiani jugoslavi, furono gettati nelle foibe, cavità carsiche di origine naturale, centinaia di fascisti, nazisti, slavi collaborazionisti, ustascia e cetnici colpevoli di gravi crimini di guerra contro la popolazione stessa.
Ciò portò a una prima fase di esodo che interessò molti collaboratori e funzionari del regime fascista, allarmati dai primi casi di infoibamenti per vendetta. Questo fu il cosiddetto esodo nero, considerando il colore simbolico del Fascismo.
Successivamente, iniziò una seconda fase di infoibamenti che, secondo gli studiosi, non ebbe più soltanto la funzione di pulizia etnica, ma anche quella di pulizia politica. Furono eliminati in modo apparentemente indiscriminato civili di ogni categoria e furono uccisi o rinchiusi tutti quelli che  avrebbero potuto opporsi alle rivendicazioni della Jugoslavia sulla Venezia-Giulia, compresi membri del movimento antifascista italiano.
La stessa sorte toccò anche ad alcuni “partigiani bianchi” utilizzati dai servizi segreti angloamericani per contrastare militarmente i partigiani jugoslavi nella ripresa del possesso delle terre annesse dal fascismo.
A partire dal maggio del 1945, ebbe così inizio l’esodo spontaneo, disorganizzato e massiccio degli italiani d’Istria e di Fiume. In casi particolari, come quello di Pola, invece, quando nel 1947 apparve chiaro che le speranze di ritorno della città all’Italia erano vane, iniziò l’esodo di massa organizzato  sotto gli occhi delle autorità. Da Pola, come da altri centri istriani, partì oltre il 90% della popolazione italiana, da altri ancora se ne andò una percentuale inferiore ma sempre molto elevata. Ciò portò anche, inevitabilmente, a una crisi economica delle città, ormai svuotate dall’esodo. Per risolvere questo problema, ad alcuni italiani, in generale medici, tecnici, eccetera, considerati utili dal regime titoista, fu negato il diritto all’esilio. Talvolta gli Jugoslavi, per ottenere i loro scopi, adottarono lo sleale accorgimento di autorizzare la partenza di tutti i membri di una famiglia eccetto un figlio o, preferibilmente, una figlia, inducendo così anche gli altri a rimanere.
Con la firma del trattato di pace di Parigi, il 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia, si intensificò ulteriormente l’esodo da quella zona.
Esso  prevedeva persino, per chi volesse mantenere la cittadinanza italiana, l’abbandono della terra che abitava. Chi rimaneva, invece, senza aderire pienamente al nuovo regime, doveva fare i conti con l’angoscia di restare in territori non più italiani, sotto una forma di governo repressiva o, addirittura, di essere apolide!
Chi emigrava, tuttavia, non era destinato a una sorte né di gran lunga migliore né tantomeno certa, non potendo portare con se né denaro né beni mobili. Gli immobili, inoltre, erano considerati parte delle riparazioni di guerra che l’Italia doveva alla Jugoslavia.
L’ultima fase migratoria si verificò dopo il 1954 quando il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio libero di Trieste all’Italia e la zona B alla Jugoslavia. L’esodo si concluse solo intorno al 1960.
Una piccola parte della comunità italiana scelse, per motivi ideologici o per motivi fisici (età, salute), di non affrontare l’esilio e il viaggio che comportava integrandosi nella società jugoslava e ottenendo, negli anni seguenti, il riconoscimento di alcuni diritti, anche se più formali che sostanziali.
Di tutti coloro che si trasferirono, la maggior parte dopo aver dimorato in uno dei 109 campi profughi allestiti dal governo italiano, si disperse per l’Italia, soprattutto a Trieste e nel nord-est. Il più industrializzato nord, infatti, poté assorbire il maggior numero di esuli divisi fra Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. I profughi scelsero i nuovi territori di residenza sia per ragioni economiche che per ragioni di costume e dialetto, ma molti non si allontanarono dal confine, forse sperando in un possibile ritorno che mai si verificò.
Nei confronti degli esuli ebbero spesso luogo episodi di comportamento crudele come accadde, per fare un esempio, con il treno carico di profughi italiani provenienti da Pola. Il mezzo, prima diretto verso Ancona e successivamente verso Bologna, fu fatto ripartire in direzione Parma per evitare il blocco del più importante snodo ferroviario, minacciato da certi ferrovieri sindacalisti contrari all’arrivo degli esuli stessi perché troppo coinvolti con il fascismo.
Ci furono enti, comunque, come l’Opera profughi, che non mancarono di appoggiare le comunità che si stabilirono nel paese. L’Opera profughi agì lungo tutta la penisola, compreso il sud, e i suoi sforzi vennero concentrati dove era auspicabile una reintegrazione più completa possibile del profugo, cioè dove era più gradito il suo domicilio per ragioni economiche. I programmi edilizi più importanti sul territorio nazionale italiano furono varati a Roma, nel villaggio Giuliano-Dalmata, Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese e Venezia. Il programma alloggiativo ebbe maggior sviluppo in quelle località in cui risultava più consistente l’influenza degli esuli, come Pescara, Taranto, Sassari, Messina, Napoli, Brindisi. L’Opera si prodigò anche molto nell’assistenza degli anziani e soprattutto dei fanciulli appartenenti a famiglie disagiate, istituendo diversi istituti scolastici e organizzando soggiorni estivi. Nel collocamento al lavoro l’Opera, dal 1960 al 1964, provvide alla sistemazione di circa 34.500 disoccupati.
Circa 80.000 profughi, a ogni modo, preferirono stabilirsi in altre nazioni europee o del resto del mondo.
Tra gli esuli, insieme agli italiani, vi furono anche Sloveni e Croati, che non volevano o non potevano vivere sottomessi alla dittatura di ideologia comunista che si stava sviluppando in Jugoslavia. Il loro numero è, però, difficile da quantificare dato che la maggioranza di loro possedeva al momento dell’esodo la nazionalità italiana.
In totale, comunque, le persone costrette ad abbandonare i luoghi di residenza e le relative proprietà a causa della discriminazione etnica e l’impossibilità, quindi, di continuare una vita dignitosa lontano, almeno, da sofferenze che si sarebbero potute evitare, furono intorno alle 250.000 o 270.000 unità. E’ questo il numero tanto elevato di gente che si sentiva, ormai, straniera in patria e straniera altrove, senza un posto dove andare, senza qualcuno ad accoglierla, proteggerla,  a gridarne le sorti a un mondo sordo.
Ma tutti sappiamo che le persecuzioni, le dittature, le guerre generano odio, persecuzioni, dittature e altre guerre. E, purtroppo, pagano tutto questo anche persone che non hanno colpa alcuna o addirittura, hanno lottato per sconfiggere la sopraffazione.
Di seguito, ho copiato i versi di una poetessa savonese, Rita Muscardin, i cui genitori sono stati, appunto, tra quegli esuli.

“Dal mare si levano
i canti dell’esilio
melodie struggenti
di anime precipitate
negli abissi del silenzio
e condannate all’oblio
in sepolcri dimenticati,
dove nessuna mano pietosa deporrà mai
corone di fiori e lacrime.

Solo bianca schiuma di onde,
in corsa verso infiniti tramonti,
accarezzerà gli antichi sacelli
mentre cielo e mare
costruiranno il tempio
dove conservare rinnegate memorie.”[1]

Ovunque siano andati, però, gli esuli hanno organizzato associazioni che si sono dedicate alla conservazione della propria identità culturale, pubblicando numerosi testi sui fatti loro accaduti.
Oggi, infatti, in un periodo così difficile in cui discriminazione e odio si stanno diffondendo sempre più largamente e senza pietà all’interno della società moderna, conservare la memoria di quanto già dolorosamente verificatosi come esempio da non seguire, dovrebbe essere una fra le preoccupazioni maggiori.
Come disse Bertold Brecht riferendosi a Hitler: "Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancora fecondo."



[1] LA MEMORIA DEL MARE di Rita Muscardin

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