domenica 28 luglio 2019

Dal Niger alle vacanze in Liguria di padre Mauro Armanino


                                  Ciò che mi manca. Assenze non programmate dal Sahel

Partivo e già cominciavano a mancarmi. Neppure entrato nel nuovo aeroporto di Niamey che iniziavo a sentirne la mancanza. Il poliziotto che mi aveva lasciato entrare nell’atrio della nuova aerostazione solo perchè l’aereo che attendevo era in ritardo. Mi ha chiesto se mi ricordavo di lui e gli ho detto di sì perchè era rimasto colpito dall’orologio tascabile di quelli antichi che solo aveva visto nei film. Gli ho promesso che, se possibile, gliene avrei portato uno al ritorno. Poi, una volta nel piano superiore, l’altro poliziotto che controllava i documenti mi ha giustamente fatto osservare che il mio permesso di soggiorno era scaduto da sette mesi. Alla mia promessa di farlo rinnovare in tempo prima del ritorno in Niger mi ha lasciato passare senza nulla chiedere in cambio. In aereo, poi, ero accanto ad un giovane eritreo che, con altri cinquanta come lui, stavano viaggiando per la Francia, dopo avec passato otto mesi a Niamey. Evacuati dalla Libia erano rimasti in paziente attesa di un Paese che li avrebbe accolti come rifugiati per rifarsi una vita. Seduti accanto in aereo abbiamo fatto entrambi il segno della croce prima di mangiare quanto la compagnia Air France ci ha messo a disposizione per la cena col menu a scelta. Ha preso una coca e mi ha mostrato la sua croce di legno dicendo che lui era cristiano. Al momento di separarci ha ritirato la mia borsa che si trovava nel portabagagli in alto rispetto al sedile 23 J del volo AF 0339, con destinazione Parigi Charles de Gaulle.

Mi mancava la confusione all’uscita dell’aeroporto. Le mani che insistono per prendere e poi portare i bagagli fino all’auto. In genere giusto quando tutto sembra pronto spunta un’altra mano per aiutare a mettere la valigia nel portabagagli. La difesa dell’occupazione passa anche da queste semplici operazioni di moltiplicazione. E poi mancano i semafori che non funzionano, i vigili che parlano in continuazione al cellulare  e poi salutano gli autisti che passano. Mi manca financo la signora sordomuta che chiede un ‘aiuto per l’amore di dio’alla rotonda che si affaccia al Palazzetto dello Sport di Niamey. La stessa che, dimenticando di essere muta, fa le rimostranze se quanto offerto non è all’altezza delle sue aspettative. Il tutto dopo l’ordinanza che vieta la mendicanza a partire dal primo maggio di quest’anno. Ma è passato il peggio, il grande ‘summit dei capi di stato’, che ha lasciato come eredità nuove strade, alberghi cinque stelle e l’accordo ratificato sul libero commercio per il continente africano che mai entrerà in vigore. Mi mancano i bambini che sanno e possono ancora giocare sulle strade spingendo i copertoni delle moto fingendosi al gran premio. La gente che, non conoscendosi, saluta sulla strada e, con aria di complicità, accelera il passo se si annuncia la pioggia. Mi mancano i dromedari che passano accanto alle macchine senza fare rumore e gli asini che, da veri signori della strada, cercano di rimanere fedeli alla corsia preferenziale a loro riservata. Mancano gli appelli alla preghiera che ritmano il tempo di ogni giorno.

Mi manca soprattutto lei. Seducente senza volerlo e onnipresente in tutte le circostanze. Protagonista indiscussa della vita sociale: la politica internazionale, l’economia e il governo attuale. Mi manca lei, la sabbia che si corica languidamente sulle strade e passa la notte coi pochi clienti che spariscono prima dell’alba, quando arriveranno i pulitori coi giubbetti verdi a spostarla da un’altra parte. Senza fissa dimora, forte della sua debolezza, si infiltra ovunque e tutto riveste del suo manto volutamente trascurato. Mi manca la sua precarietà, il suo senso delle proporzioni, la capacità di assunzione dei suoi limiti e la sua sconcertante umiltà. Passeranno i cieli e la terra, i cantieri che rinnovano la città, i regimi militari e le repubbliche marinare, passeranno gli eserciti e i capitani di ventura, passeranno i condottieri e i temibili pirati della nave di sabbia, passeranno le epopee, gli avventurieri e i grandi commercianti di schiavi, i predicatori e i dittatori. Passeranno tutti senza fermarsi. Rimarrà solo lei, la sabbia, per costruire castelli senza porte.



                                                                               Mauro Armanino, Casarza Ligure, luglio 2019


venerdì 26 luglio 2019

Dalle mille colline al lago Tanganica: il futuro del Carmelo africano passa per Bujumbura Notiziario dal Carmel di Bangui n° 25 – Kigali-Bujumbura, luglio 2019

Dalle mille colline al lago Tanganica: il futuro del Carmelo africano passa per Bujumbura


Notiziario dal Carmel di Bangui n° 25  – Kigali-Bujumbura, luglio 2019
Amahoro!

Questa volta il vostro corrispondente dal Centrafrica non vi scrive da Bangui, ma da Kigali e Bujumbura, rispettivamente le capitali del Ruanda e del Burundi, due piccoli ma popolatissimi stati africani situati nella celebre zona dei Grandi Laghi, appena sotto l’equatore. Ogni anno un paese dell’Africa francofona ospita il secondo noviziato, una formazione di tre mesi per i candidati alla professione solenne, cioè l’impegno definitivo nell’Ordine. Quest’anno è stato il turno del Burundi e sono stato invitato ad animare una sessione di una settimana. L’occasione mi ha quindi permesso di visitare una zona dell’Africa dove non ero mai stato.

La missione carmelitana in Burundi, fondata dai miei confratelli polacchi nel 1971 (lo stesso anno nel quale gli italiani arrivarono in Centrafrica), si è successivamente allargata al vicino Ruanda per il semplice motivo che il dittatore del momento, un certo Bagaza, cacciò dal paese tutti i missionari. I miei confratelli ripararono nel confinante Ruanda e ciò permise la nascita del Carmelo anche in quella terra. È quindi proprio il caso di dire che non tutto il male vien per nuocere e che Dio sa trarre del bene anche dalla prepotenza degli uomini.

Il Ruanda e il Burundi, entrambe ex-colonie dell’Impero tedesco e in seguito del Regno del Belgio, sono un po’ più grandi del Piemonte e della Lombardia insieme. Pur avendo una superficie venti volte più piccola del Centrafrica, hanno una popolazione superiore al doppio del paese in cui vivo. Siamo abituati a pensare che il continente nero sia identico dal Senegal al Kenya, fino al Botswana. In realtà ogni paese è ben diverso. Ed è diverso il modo di salutarsi o di suonare i tamburi, il modo in cui le donne intrecciano i capelli o si avvolgono in tessuti colorati.

A Kigali, situata a 1.600 metri di altezza e conosciuta come la capitale più pulita del continente, sono accolto da padre Gallican che, come suoi diversi confratelli, trascorse una parte della sua formazione in Centrafrica. Dopo una breve sosta presso le nostre consorelle in capitale, ci dirigiamo verso il nord del Ruanda. Sono immediatamente sorpreso dalla bellezza e dall’ordine che regna nel paese. Le colline, le mille colline de Ruanda, sono coltivate quasi centimetro per centimetro, come un puzzle di differenti colture: thè, fagioli, patate e, nelle valli, riso. Non ci sono manghi come in Centrafrica, ma soprattutto banani e poi varie specie di pini, cipressi ed eucalipti che emanano un intenso profumo. Ogni tanto gruppi di mucche bianche e nere al pascolo mi ricordano che il Ruanda è giustamente conosciuto come la Svizzera dell’Africa. In realtà, metti i banani al posto dei vigneti e aggiungi un po’ di bambini, alcuni paesaggi mi ricordano un po’ anche il mio Monferrato. La gente è laboriosa, quasi silenziosa, sempre disciplinata. Sembra incredibile pensare che questo paese abbia vissuto, solo venticinque anni fa, uno dei più sanguinosi genocidi che la storia abbia conosciuto e nel quale, in soli cento giorni, quasi un milione di persone vennero uccise e molte di più furono costrette a lasciare il paese. Tra queste anche i genitori di fra Léonce, uno dei miei giovani in formazione, e Révocat, un mio carissimo amico, che lasciarono il Ruanda nel 1994, attraversarono il Congo e arrivarono fino a Bangui, coprendo una distanza di circa 2.000 km. Léonce e Révocat nacquero nei campi profughi congolesi della regione del Kivu e non hanno mai visto la terra da cui scapparono i loro genitori. Raccolgo per loro due pietre del suolo del Ruanda, sperando che un giorno possano anche loro toccare e vedere la terra dei loro antenati. 

Arriviamo in serata a Gahunga, situata a 2.300 metri di altitudine, nella zona dei monti Virunga e a breve distanza dal confine con l’Uganda. La missione si trova ai piedi del grande vulcano Karisimbi, ormai spento, il cui cratere è nascosto tra le nubi, a ben 4.500 metri di altezza. Tra questi monti abitano i celebri gorilla di montagna e si trova una delle sorgenti del Nilo. Anche se l’accoglienza dei miei confratelli è calorosissima, non ho mai avuto così freddo in Africa.

L’indomani ci dirigiamo verso il sud e arriviamo a Butare, antica capitale del Ruanda, città universitaria e sede del nostro noviziato. Qui incontro padre Kamil, missionario in queste terre, insieme a padre Elie, dal 1971. Poi proseguiamo per Cyangugu dove, sulle sponde del lago Kivu, a due passi da Bukavu, nel Congo, si trova un monastero di carmelitane. Le monache mi raccontano che, durante la guerra, vennero evacuate in Francia, ma fecero un breve scalo a Bangui, dove dormirono una notte, a due passi dal Carmel. Giusto il tempo di gustare il clima caldo e umido della capitale del Centrafrica, ben diverso da quello dolce e temperato del Ruanda. Averlo saputo in tempo le avremmo bloccate a Bangui e avremmo già avuto un monastero delle nostre consorelle da queste parti.

Attraversiamo poi la foresta di Nyungwe che, se non è bella come quella del Centrafrica, è però abitata da diverse razze di scimmie, che spesso ci sorprendono in mezzo alla strada. Dopo aver contemplato colline ricoperte di piantagioni di thè, attraversiamo il confine e arriviamo in Burundi.

Il paesaggio è simile al Ruanda; anche qui la gente è laboriosa e si sposta a piedi e soprattutto in bicicletta. Il Burundi mi è subito simpatico. I colori della bandiera sono gli stessi del tricolore italiano e i mercatini che si affacciano sulle strade mi ricordano il Centrafrica. Bujumbura, capitale economica del Burundi, adagiata sulle rive del lago Tanganica, il più profondo e il più lungo dell’Africa, è la destinazione del mio viaggio. Qui mi fermo per una settimana.  

In Africa non ho mai visto un popolo così devoto come quello burundese. Gli africani sono naturalmente religiosi, ma i burundesi di più. Gli undici ‘novizi’ prevengono però dal Burkina Faso, Togo, Camerun, Congo, Madagascar e Centrafrica. Il tema della sessione è un’introduzione alla lettura del Cammino di perfezione, l’opera più pedagogica di santa Teresa d’Avila, una sorta di magna charta del Carmelo riformato. Qualcuno l’ha genialmente definito il Vangelo di Teresa. Insegna a volersi bene, a essere umili, a pregare, ad amare la Chiesa. Si tratta di un testo scritto nella Spagna del 1500 e destinato a delle monache di clausura. Raccolgo la sfida appassionante di rileggerlo, tra gli ippopotami del lago Tanganica, insieme ai miei confratelli africani, apostoli in un mondo in fiamme e in una Chiesa in tempesta nel XXI come nel XVI secolo. Forse neppure Teresa, che prima di morire desiderò ardentemente che i suoi frati arrivassero in Africa, avrebbe immaginato che quanto scriveva sarebbe stato letto, cinque secoli dopo, anche da queste parti.

Prima di prendere l’aereo per Bangui, ho giusto il tempo per una visita a Gitega, da pochi mesi promossa capitale politica del paese. Il breve viaggio mi permette di conoscere quello che è considerato un paese povero, ma che mostra indubbiamente alcuni segni di sviluppo che vorrei tanto vedere nel mio amato Centrafrica. A Gitega, ospite dei miei confratelli, ho la fortuna d’incontrare anche una trentina di mie consorelle, riunite per una formazione, provenienti da undici monasteri dell’Africa. Quale occasione migliore, e non prevista, per perorare, nel breve ma intenso incontro con loro, la fondazione di un monastero in Centrafrica che da tanti anni attendiamo! Coraggio, sorelle: vi aspettiamo a Bangui! La capitale spirituale del mondo – così come l’ha battezzata Papa Francesco – non può restare senza di voi!

In Burundi, quando una donna viene chiesta in sposa, la prima domanda che questa pone all’aspirante sposo è se possieda almeno una bicicletta. Se la risposta è affermativa il matrimonio si può fare. Le donne occidentali sono sicuramente più esigenti, mi ha informato mia madre, che nel 1969 si accontentò comunque di una Fiat Cinquecento. In Burundi, però, mi sono presto accorto di quanto questo elemento sia importante, per l’equilibrio della coppia, osservando decine di uomini che, in bicicletta sulle strade, pedalano trasportando la propria moglie seduta di dietro, con le gambe unite da un lato (un po’ come Gregory Peck e Audrey Hepburn, mi sia permessa la divagazione cinematografica, sulla Vespa nel film Vacanze Romane). Le biciclette dei Burundesi sono sicuramente più cariche rispetto alla Vespa delle star hollywoodiane. Non vanno a benzina e spesso le salite sono così ripide, e il carico così pesante, che è necessario scendere e spingere insieme, a piedi, il veicolo. Guardandoli mi sono venuti in mente i miei genitori che, non sulle colline del Burundi, ma del Monferrato, spingono da ormai cinquant’anni la bicicletta del loro matrimonio, sulla quale nel frattempo sono saliti figli e nipoti.

E forse è così anche per tutti noi. Tra salite e discese, panorami più o meno belli, carichi leggeri e carichi imprevisti, spingiamo la nostra bicicletta, felici e spesso un po’ stanchi, chissà da quanti anni.

Amahoro! Pace!

Padre Federico
























PERSONA NON GRATA. UNA BORSA PIENA DI FRONTIERE. di Padre Mauro Armanino

Persona non grata. Una borsa piena di frontiere
Torno a casa per un tempo di restituzione dopo tre anni vissuti nel Paese di Sabbia, il Niger. Per alcuni il viaggio dal Sud al Nord del mondo è facile. Denaro e documenti in regola che, come l’identità ormai assodata e riconosciuta, permettono di trasgredire le frontiere senza problemi. In questi anni ho incontrato soprattutto ‘persone non grate’ e cioè persone  alle quali è stato imposto di capire che non sarebbero state le benvenute nel Paese che io sto per raggiungere. Persona non grata è un titolo giuridico che suona come un’offesa al primo patrimonio comune dell’umanità che è la dignità. Esclusi dall’ingresso in un Paese prima ancora di farne parte non è che la conferma del sistema di esclusione globale che caratterizza il nostro tempo. C’è una porzione del mondo, numericamente insignificante, che dichiara ‘persone non grate’ chi non risponde alla definizione di ‘buon consumatore’, e cioè la maggior parte abitata del pianeta terra.
Torno con la grati-tudine di quanto vissuto e condiviso in un Paese che mai mi ha considerato ‘persona non grata’ malgrado la diversità di opinioni, di religione, di colore e di cultura. Mi ha reso ancora più consapevole che, in ultimo, è la sabbia che salverà il mondo. Quella di cui siamo fatti e che ci accompagna, fedelmente, ad ogni tappa della nostra vita. Parole, scritti, programmi, sogni, incontri, promesse, religioni, amicizie, accordi e ideologie non sono altro che sabbia che il vento si diverte a cucire assieme. La sabbia è paziente, rende servizio, non è gelosa, non si vanta e non si gonfia di orgoglio. Non cerca il proprio interesse, non si mette in collera e non si ricorda del male subito. Non si rallegra per l’ingiustia ma della verità. La sabbia scusa tutto, crede tutto e sopporta tutto. La sabbia è paziente e ha imparato come resistere alle dittature, ai colpi di stato e alla democrazia tropicale. Alla fine è lei che avrà l’ultima parola.  
Torno con una borsa piena di volti. Sono coloro che hanno attraversato la grande prova e hanno dato un nome e una storia al rischio di vivere da un’altra parte come ‘persone non grate’. Una borsa piena di frontiere disegnate a forma di fili spinati, barche affondate e detenzioni preventive. Volti scolpiti da attese mai pervenute a destinazione e espulsioni senza motivo apparente. Anni di lavoro buttati via dalle forze dell’ordine che, col pretesto di eseguire ordini, rubano quanto era stato messo da parte per una vita decente al proprio Paese. Torno con la tenacia dei contadini che ogni giorno scrutano il cielo per indovinare dov’è andato a nascondersi il dio della pioggia. Loro che sanno come contemplare la pianta di miglio che cresce e portano dietro le spalle il granaio vuoto della stagione passata. Torno coi crocevia arredati per la festa e i carri tirati da asini che passano trionfalmente poco lontano dal Palazzo dei Congressi di Niamey. 
Torno con le mani libere perchè piene di assenze. Quella di Pierluigi Maccalli, scomparso una notte di settembre e da allora prigioniero del nulla. Da oltre dieci mesi ormai è il silenzio che attraversa questa porzione armata del Sahel. Un’ingiustizia che rivela la crudele insipienza del male e di cui lui, ingenuo e incauto seminatore di pace, è solitaria vittima. Come se tra lui, assente, e chi ha il privilegio di tornare, ci fosse una complicità di destino. Portarne la voce e l’eredità mai scritta è come assumerne il rischio di portarla a compimento. L’altra assenza è costituita proprio da loro, le ‘persone non grate’ all’altre parte del mondo che si impegnano a disegnare passerelle sulla sabbia che, subito, il vento si porta via.

                                                                                 Mauro Armanino, Niamey, luglio 2019   

lunedì 22 luglio 2019

IO L'HO VISTO di Federico Sollazzo, da https://costruttiva-mente.blogspot.com/


domenica 14 luglio 2019

Io l’ho visto

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Ho visto un uomo, da solo, in un parco soleggiato, su una panchina all’ombra, che leggeva un libro, cartaceo.

Certamente, si potrebbero pensare tante cose paragonando questa immagine a quella che ho visto qualche sera prima, di un gruppo di adolescenti, insieme, di notte, su una panchina, ciascuno in silenzio ricurvo sul proprio smartphone. E le due cose non sono equivalenti, come vuole suggerire quell’immagine che gira su internet di persone silenziose ricurve sullo smartphone e persone silenziose ricurve sul giornale; non è la stessa cosa perché le prime sono assorbite, le seconde sono assorte, perché il cartaceo comunica più sensazioni ai cinque sensi, quindi stimola la sensibilità e quindi la comprensione del mondo che ci circonda, non la mera logica formale razionale che ci porta ad essere stupidi come delle macchine, che però si credono sensibili come persone, perché il cartaceo non isola, il virtuale, apparentemente connettendo, sì, e per tanti altri motivi che però ora non mi interessano.

Quello che quell’immagine, di quell’uomo in lettura riflessiva in un posto pacifico, mi ha stimolato è invece un altro pensiero, o forse visione.

Mi immagino una persona che, per una qualsiasi circostanza fortuita, una pensione, una vincita, un’eredità… possa sfuggire a quell’incubo ad occhi aperti che noi moderni chiamiamo lavoro (e sia chiaro che chi soffre per la sua mancanza, non soffre perché non ha un lavoro, ma perché non ha i “benefici” che dipendono da esso, come lo stipendio; bisogna mettere i puntini sulle i perché altrimenti da premesse sbagliate non possono che derivare ragionamenti sbagliati) e che impieghi il proprio tempo dedicandosi a ciò che le piace (e qui il pensiero corre alla differenza essenziale tra gratificazione e soddisfazione: la prima dipende da quelle cose che non avranno più significato una volta passate e quindi, fondamentalmente, una volta che noi saremo passati, la seconda viene dalla consapevolezza, dallo stupore, dall’emozione di comprendere di far parte di un senso di cui siamo figli, che non inizia né finisce con noi) e questo piacere, questa soddisfazione, questa gioia, non può che essere non competitiva e indirizzata a nessun altri che a se stesso (l’unico tribunale con cui fare i conti al momento della morte, probabilmente, nell’intera vita di un uomo, l’unico istante di autentica e inevitabile sincerità).

Bene, una persona del genere trascorrerebbe la sua giornata in una tranquillità figlia di tutta la scena di cui sopra. Magari si alzerebbe con calma, sbrigherebbe alcune commissioni e poi andrebbe in un posto sereno a leggere, poi farebbe una pausa a metà giornata, tornerebbe poi nel suo posto sereno che concilia il pensiero, sbrigherebbe poi, forse, le ultime commissioni e si riposerebbe per la notte, magari dopo aver visto uno di quei rari film che equivalgono ad uno di quei rari veri libri.

Una persona del genere, e sono sicuro che esistono, penserebbe pensieri profondi, semplicemente perché sensibili, infinitamente più sensibili e perciò più profondi di quelli di un qualsiasi odierno “professionista” del pensare, che proprio per questa ipotetica soglia tra professionismo e amatorialismo non è già più un sincero pensare, ma un mero operare funzionale in ossequio a criteri, circostanze e situazioni diametralmente opposte a quelle qui immaginate.

Ecco, darei tutto quello che ho per conoscere questi pensieri, estremamente, completamente più profondi e sconosciuti degli pseudopensieri di chi “pensa” per lavoro e per essere diffuso dal circo massmediatico. Pensieri che nascono solo per soddisfare se stessi, destinati ad essere saputi solo da se stessi, per questo così delicati e preziosi. Pensieri che l’umanità non è destinata a sapere, che nascono con un soffio e se ne vanno in un soffio, eppure così eterni. Eppure, se li conoscessi, non sarebbero più quello che sono. Non solo non ne ho la possibilità, ma non sarebbe neanche giusto che io li conoscessi, solo per questo li distruggerei. Si gode sapendo che questi pensieri, da qualche parte, ci sono e che si possono incontrare i propri, quelli che nessun altro mai saprà, ma che, in fondo, tutti sappiamo che ci sono.


venerdì 19 luglio 2019



Stupro. La ragazza sporca


Prezzo al Pubblico € 12.00



  • Data di Pubblicazione: LUGLIO 2019
  • ISBN:9788897409793
  • Pagine:232
  • Formato: brossura Cm. 15 x 21
Questo libro è acquistabile oltre che in tutte le librerie fisiche e online, anche presso lo shop dell’editore al prezzo scontato di € 10,20 all’indirizzo:

 Trama del libro
Una ragazza di sedici anni viene aggredita e violentata da un gruppo di ragazzi. La giovane verrà costretta dalla famiglia a nascondere l'accaduto, in ragione di una paura recondita e radicata in seno da generazioni, di gettare la famiglia nell'ignominia. Monica troverà sfogo al suo malessere nella musica, esibendosi in sensuali danze, lavorando in un locale notturno, senza mai permettere a nessuno di avvicinarla. Sarà lì che incontrerà un giovane, bello e con gli occhi dolcissimi. Nascerà un amore casto e sincero che aiuterà entrambi a riscattarsi da un passato di dolore, fino a quando …. 

Autore
Stefania de Girolamo nasce a Genova da padre di origini pugliesi e madre ligure. Si diploma come perito turistico e studia privatamente la lingua russa, compiendo poi un lungo e istruttivo viaggio nell’Unione Sovietica. Dopo avere abbandonato gli studi in giurisprudenza, per alcuni anni lavora in diversi settori. A ventitré si sposa e si trasferisce nell’entroterra, dove tuttora vive e coltiva la passione per la campagna e per la lettura. lascia il lavoro per dedicarsi interamente alla famiglia. Cresce i figli e accudisce gli anziani genitori, senza mai abbandonare la passione per la scrittura. Pubblica alcuni racconti, poesie e un romanzo dal titolo “Insieme ce la faremo”.
Non si può cancellare o dimenticare il male che abbiamo fatto, né quello che ci ha sconvolti, sfregiati, vilipesi, mortificati. Il dolore di chi ha subito il crimine resterà incomprensibile per molti, ma non per tutti: ogni vittima avrà reazioni diverse, nessuna che possa in alcun modo essere giudicata dalla società, né tanto meno da giudici o avvocati. Nessun essere umano dovrebbe mai esprimere giudizi di alcun genere sui comportamenti delle donne prima, durante o dopo la violenza. Ognuno di noi si dovrebbe inchinare davanti ad ogni vittima proprio come davanti a una “Dea”, e su questo “Marco” ha pienamente ragione, perché a qualunque livello possa stare lui, la sua Vittima sarà sempre migliaia di scalini più in alto, lassù, su un altare, a ricordargli quanto poco vale.
Irrimediabile è il danno che il criminale perpetua ad altri, ma in primo luogo a se stesso, alla propria anima, all’umanità tutta che egli sfregia con la propria indifferenza e con lo spregio verso il prossimo, verso la vita e verso colei che è unica a poter creare vita, condannandosi per sempre nel punto più infimo, in quel piccolo punto dove si inizia a fare distinzione fra uomo e bestia.
Irrimediabile è il danno che l’opinione pubblica arreca ogni giorno alle donne vittime di violenza, non solo sessuale, nonché quello recato da togati che assolvono, “la ragazza non era stuprabile perché indossava i jeans” (concetto ampiamente discusso negli anni ottanta); giustificano, il poveretto era “in preda ad una tempesta emotiva” (Italia 2019), oppure, la ragazza non era “sufficientemente bella”, (Italia 2019), la ragazza ripresa dalle telecamere subito dopo la violenza si mostrava “tranquilla”, (Italia 2019); giudici che declassano il reato di stupro a semplice abuso di una ragazza di diciotto anni ad opera di tre ragazzi trentenni, perché dopo avere analizzato il video girato dagli stessi, valutano che la giovane “non è stata sufficientemente decisa a dire di no”, quindi i poveretti non potevano capire (Spagna 2016-2018); o ancora, la ragazza “indossava un tanga”, tanga che viene mostrato in aula durante il processo (Irlanda 2018).
La donna. Solo lei, giovane o meno giovane che sia può fare la differenza, deve impedire che venga ulteriormente mortificata, schiacciata, abusata dalle parole, dalle opinioni e dall’ignoranza della gente, deve trovare rifugio e aiuto innanzi tutto in se stessa prima cha negli altri, mettere all’angolo chi ha ancora voglia di giudicare e circondarsi soltanto di chi vuole capire o almeno tentare di capire. Nessuno potrà mai comprendere fino in fondo il dramma intimo, personale e soggettivo di ogni vittima. E allora facciamo silenzio. Inchiniamoci davanti a loro, ascoltiamo quello che hanno da dire con il massimo rispetto e impediamo allo stesso momento che siano costrette a spiegare, a giustificarsi, a implorare di essere credute.
Ancora oggi, noi che ci consideriamo moderni, noi del ventunesimo secolo, ancora non siamo in grado di far cadere taluni deleteri retaggi, che insistono nel nostro inconscio con tutta la forza di secoli di sottomissione, di prevaricazione, di assurda e inutile, ma anche nociva insistenza con le figlie femmine che tuttora vengono, fino dall’infanzia, diffidate dal fare le “cose sporche”, sgridate ancor prima che possano capire di cosa stiano mai parlando “i grandi”, per atteggiamenti o posizioni “scomposte”.  
No. Monica non si suiciderà, perché finalmente avrà guardato dritta in faccia la realtà e la verità, si spoglierà infine di tutto il male e il dolore recatole non solo da quattro ragazzi-bestie, ma dalla società intera che chiude gli occhi ancor prima di lei, obbligandola a chiuderli a sua volta, una società che ancora oggi cresce le ragazze con il tacito insegnamento a subire e tacere, a sottovalutare inequivocabili comportamenti, a voltarsi dall’altra parte per non vedere, non ascoltare, per non affrontare il discorso, perché nonostante sia tanta la libertà nel vestiario, è sempre bene che ad essa non corrisponda mai altrettanta libertà di pensiero e soprattutto non sia concessa la libertà di dire le cose nella maniera più semplice possibile, quella vera. Resta ammesso, seppure deprecato e giudicato ad alta voce il succinto stile delle vesti, ma continua, insistente, ineluttabile a scendere il silenzio omertoso su una mano che cade dove non deve cadere, quello non si può dire, non certo ad alta voce, si può sussurrare, a patto che si dimentichi subito dopo.
Monica, con tutta la forza della sua innocenza, chiuderà tutta la verità in quella stanza e aprirà una grande finestra sul futuro, finalmente capirà che quell’amore che tanto cercava e desiderava, l’aveva proprio dentro di sé, lei saprà amarsi come nessun altro, e da quell’amore potrà rigenerarsi altro amore e altra vita. Prenderà coscienza di essere stata soltanto una vittima, vittima di un crimine, che se diminuisce chi l’ha compiuto, opera il contrario su chi lo subisce, che sarà una persona migliore, capace di amare come altri non sanno fare, capace di comprendere come in pochi sanno fare, capace di sentire ciò che altri non sanno sentire, capace di essere una “Dea” sull’alto altare eretto dall’ignoranza.



sabato 13 luglio 2019

AFRICA ADDIO da Padre Armanino, Niamey

 Africa addio. Le disuguaglianze del Sahel e le resistenze
Il capitalismo ha vinto dappertutto. Anche l’Africa nel suo complesso ha scelto di adeguarsi alla dittatura del capitale. Questo a una settimana dalla dodicesima sessione straordinaria della Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana celebrata a Niamey. Quel giorno c’è stata la ratifica dell’accordo e il varo degli strumenti operativi della Zona di Libero Scambio che era già stato adottato a Kigali, la capitale del Rwanda, il 21 marzo dell’anno scorso. Praticamente tutti i paesi del continente hanno firmato l’accordo meno l’Eritrea che ha comunque lasciato intendere una sua prossima adesione. Una grande zona commerciale, il più grande mercato del mondo secondo le ultime proiezioni. In Africa, con l’attuale incremento demografico, si  passerebbe dall’attuale popolazione stimata ad un miliardo e 270  milioni a due miliardi e mezzo di persone nel 2050. I cittadini si sono trasformati in consumatori, il continente africano in un grande fiera commerciale e il panafricanismo delle indipendenze politiche in una società per azioni. Il tutto sotto i riflettori indifferenti dei popoli del continente, da subito esclusi da ogni dibattito e partecipazione alle scelte. Africa addio.
Il recente rapporto di Oxfam, nota ONG umanitaria che opera in oltre 90 Paesi del mondo, non lascia dubbi a proposito. In Africa Occidentale e in particolare nel Sahel, le disuguaglianze hanno raggiunto un livello critico. Mentre un esiguo e crescente numero di persone si arricchisce in modo inaudito, l’immensa maggioranza della popolazione è privata degli elementi essenziali di una vita degna di questo nome. Il cibo, l’acqua, i servizi come l’educazione, la salute, il lavoro e dunque l’assenza alla vita politica, sono stati presi in ostaggio da un sistema che prima esclude e poi cancella gli indesiderati. L’indice scelto da Oxfam per determinare il grado di disuguaglianza dei Paesi in questioni si basa su tre elementi: le spese pubbliche, la fiscalità e il mercato del lavoro. Il rapporto considera anche un’analisi regionale nell’ambito agricolo e del diritto fondiario. La Nigeria, la Sierra Leone e il Niger figurano tra gli ultimi della classifica mentre la Mauritania e il Senegal primeggiano. In Nigeria, ad esempio, 5 persone possiedono una fortuna combinata più importante che il bilancio dello stato. L’Africa, un continente tra i più poveri è anche tra i continenti con più disuguaglianze. Africa addio.
Peccato davvero. Sarà stato il colonialismo, poi il neoliberismo e infine la Zona di Libero Mercato Africano per chiudere il cerchio e confermare la scelta capitalista. Non l’inclusione ma l’esclusione ne sono la filosofia portante che grazie alla globalizazione trasforma i cittadini in mercanzie e le mercanzie in veri e unici cittadini liberi di circolare. Si bloccano i pochi migranti in legittimo transito verso il nord del continente e nel contempo si rivendicano mercati per tutti e a giusta misura dei vincitori. Quanto ai vinti, confiscati della parola e della visibilità, si troveranno confinati in riserve gestite dalla Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e affidati alle mani prodighe delle Agenzie Umanitarie. Finirà così il la Zona di Libero Mercato e cioè, com’è noto, di libere volpi in liberi pollai, che fin dall’inizio della storia capitalista ha caratterizzato l’economia politica dello sfruttamento. Nel sistema così organizzato non c’è fatalità e neppure destino manifesto, solo piccole o grandi scelte di una classe ben visibile che forma l’élite che organizza, governa e perpetua la guerra contro i poveri. Il capitalismo ha vinto dappertutto. Non in Africa.
E’ proprie lei che si è messa all’avanguardia delle resistenze. A Niamey, malgrado i nuovi alberghi a 5 stelle, I semafori in genere non funzionano e si arriva puntualmente in ritardo agli appuntamenti decisivi. Tutto si ferma per un funerale e per i battesimi del sabato mattina non c’è ordinanza municipale che tenga. Le tende e le sedie per gli invitati occuperanno la strada e all’ora della preghiera l’autista del bus scende e con lui tutti i passeggeri. I contratti di lavoro sono orali oppure scritti e poi abbandonati nelle mani dei sindacalisti nel frattempo partiti in viaggio o in ferie non retribuite. Quando piove si allaga l’unico sottopassaggio de Paese e malgrado gli avvisi e le ingiunzioni c’è gente che abita vicino al fiume che prima o poi strariperà. Si possono demolire i negozi vicino alla strada e dopo una settimana rispuntano poco lontano con altri materiali di scarto. Azzardatevi poi a pulire le strade dalla sabbia e tornate dopo una mezzora. La sabbia vi guarderà sorridendo.             
                                                                                     Mauro Armanino, Niamey, luglio 019

domenica 7 luglio 2019

LE TECNOLOGIE ITALIANE IN KASHMIR


INAUGURATO IL PRIMO FRUTTETO ITALIANO IN INDIA NELLO STATO DEL KASHMIR

ROMA\ aise\ - La IICCI - Indo-Italian Chamber of Commerce and Industry ha inaugurato il primo frutteto italiano in India nella città di Srinagar, nello Stato indiano di Jammu & Kashmir, una delle principali aree di produzione di frutta.
L’iniziativa fa parte di un progetto più ampio, il Frutteto – The Italian Orchard in India promosso dalla Camera di Commercio Italiana in India e realizzato con il supporto della Regione Emilia Romagna per promuovere in India i prodotti, le tecnologie e i servizi delle imprese italiane nell’intera filiera dell’agroindustria: dai prodotti agricoli alle tecnologie per la meccanizzazione, conservazione, trasformazione e packaging dei prodotti agroalimentari.
Il Frutteto – The Italian Orchard in Jammu & Kashmir è stato realizzato in collaborazione con SKUAST, l’università agricola di Jammu & Kashmir, che ha messo a disposizione 2500 mq di superficie e un operatore locale, e con HN Agriserve – Farm2U, che garantirà il coinvolgimento dei produttori locali nelle attività previste: sourcing di piante da frutto ad alta densità dall’Italia, di materiali e strumenti per la preparazione e lavorazione del terreno, di prodotti per la protezione e la manutenzione delle coltivazioni. Saranno inoltre realizzate una serie di attività di formazione sulle tecniche di gestione di frutteti per i produttori locali.
"Oggi, con la piantumazione dei primi meli italiani nel Frutteto presso l’Università SKUAST, abbiamo avviato un progetto che ha grandi ambizioni: portare i prodotti, la tecnologia e il know-how italiano in India, per soddisfare la crescente domanda indiana di prodotti agroalimentari di qualità che la produzione locale non è in grado di soddisfare", ha commentato il direttore e segretario generale della IICCI, Claudio Maffioletti. "Le caratteristiche climatiche e dei terreni degli Stati settentrionali dell’India sono ottimali per la coltivazione di piante da frutta. Abbiamo fatto arrivare dai Vivai F.lli Zanzi, leader emiliano-romagnolo nel settore della vivaistica, 200.000 piante da frutta ad alta densità, che saranno piantate nei frutteti della regione. Assieme alle piante, porteremo in India reti di protezione dalla grandine, sistemi di irrigazione, trattori, motozappe, dissodatrici e cesoie per la preparazione e manutenzione delle coltivazioni. Ma andremo anche oltre", ha annunciato Maffioletti: "ci sono grandissime opportunità per le imprese italiane della cold-chain e trasformatrici di collaborare con partner indiani per produrre succhi di frutta, concentrati, conserve e marmellate. Il progetto guarda lontano: vogliamo incrementare le esportazioni italiane di prodotti e tecnologia in India, ma prepariamo anche il terreno per facilitare l’avvio di una presenza produttiva delle imprese italiane nel mercato".
Nei giorni successivi, è stato anche siglato un accordo di collaborazione tra la IICCI e PGA – Progressive Growers Association dello Stato dell’Himachal Pradesh, per costituire un altro frutteto nello stato e realizzare attività di promozione, business scouting / matchmaking e formazione degli operatori.
Nel prossimo autunno è in programma l’inaugurazione di due nuovi Frutteti Italiani in Himachal Pradesh e in Uttarakhand, insieme con l’organizzazione di una missione con imprese italiane dell’agroindustria per avviare collaborazioni commerciali e industriali con controparti locali. (aise)

giovedì 4 luglio 2019

LA LETTURA NEL MONDO da Writer's Dream

Ecco un panoramica dei paesi in cui si dedica buona parte del tempo libero alla lettura. L’India, dove le persone spendono in media 10.43 ore della loro settimana a leggere, domina la mappa, seguita da Thailandia, Cina, Filippine, Egitto e Russia. Per l’Europa, è la Repubblica Ceca a tenere alta la media delle ore trascorse a leggere – 7.42 settimanali a persona – Italia, invece, non pervenuta, ma di certo si dedicano meno delle 5.18 ore settimanali assegnate all’Inghilterra, il paese in cui si legge di meno secondo i dati raccolti.