lunedì 29 ottobre 2018

The Jackal - 10 Cose che NON SAPEVI sugli ITALIANI


Zewde, l’imperatrice senza armi, nuova guida dell’Etiopia di Michele Farina



Ha 68 anni ed è la maggiore di quattro sorelle che il padre funzionario del governo imperiale volle far studiare. A 17 anni lasciò Addis Abeba per i corsi di scienze naturali in Francia. Ha un marito e due figli maschi, per tutta la vita ha fatto la diplomatica in Africa da ultimo per l’Onu. Qualcuno l’ha paragonata all’imperatrice Zewditu, che governò un secolo fa. Con i capelli orgogliosamente grigi Sahle-Work Zewde è la prima donna presidente nella storia dell’Etiopia e l’ultimo simbolo della rapida rivoluzione che nel giro di dieci giorni ha «cambiato sesso» al governo di un Paese percepito come sinonimo di rassicurante (e maschile) immobilità.

«Le donne sono meno corrotte degli uomini e ci aiuteranno a portare pace e stabilità» ha spiegato Abiy Ahmed, il quarantaduenne primo ministro che qualcuno chiama «il messia» e qualcun altro vorrebbe fare fuori. Sei mesi fa, il giovane premier che ha chiuso la ventennale guerra con l’Eritrea aveva suscitato un certo scalpore nel discorso di insediamento, citando la moglie per riconoscerne il valore. La moglie? Non l’aveva fatto nessuno dei suoi predecessori nel secondo Paese più popoloso dell’Africa (104 milioni di abitanti). Se non sono campionesse di atletica di norma le donne non vengono «calcolate» in una società patriarcale come quella etiope (dove pure costituiscono la metà della forza lavoro, spesso non pagata, soprattutto in agricoltura), e più in generale in un continente che vanta molti presidenti maschi a vita, con relative first lady più o meno potenti, ma pochissime leader. Su 55 Paesi, ultimamente ne era rimasta soltanto una, a Mauritius, che però di recente si era dimessa proprio per uno scandalo di spese non contabilizzate.

Da zero donne al potere l’Africa è tornata almeno a una, anche se la carica di Sahle-Work Zewde, eletta all’unanimità dal Parlamento di Addis Abeba, è simbolica più che politica. Il potere è nelle mani del primo ministro, che comunque ha voluto portare la parità di genere nel suo governo (in Africa l’aveva fatto finora soltanto il Ruanda): venti ministri (erano 28 in precedenza), di cui dieci donne. Non era mai accaduto. E i dicasteri governati da donne sono tutt’altro che secondari. Responsabile della Difesa è l’ingegnere Aisha Mohammed, una delle due ministre «velate» del governo. L’altra (entrambe sono scelte significative per rappresentare il 30% della popolazione etiope di fede musulmana) è Muferit Kamil, ex speaker del Parlamento, a cui è stato affidato il nuovo ministero della Pace, che non è affatto uno scatolone vuoto. A lei faranno capo le forze di sicurezza, compresi i servizi segreti. È un settore delicatissimo, in un Paese che per tre anni è stato scosso da violente proteste e da ancora più violente repressioni.

Le tensioni a sfondo etnico non si sono ricomposte con l’arrivo del «messia» Ahmed: il primo Oromo (la maggioranza del popolo) a raggiungere il potere è sfuggito questa estate a un attentato in una piazza. Poco più di un mese fa ci sono stati oltre 30 morti nella capitale. Il nodo delle autonomie regionali è cruciale (anche se sotto traccia) in vista delle elezioni 2020. È stata la neo presidente Sahle-Work nel suo primo discorso a indicare la via, chiedendo a tutti di ripudiare la violenza per una ragione, come dire, femminile: «Vi imploro in nome delle madri, le prime a soffrire quando manca la pace».

26 ottobre 2018 (modifica il 26 ottobre 2018 | 21:25)

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sabato 27 ottobre 2018

I PROMESSI SPOSI nell'interpretazione delle signore del mio corso "Leggere la letteratura classica per divertimento"

Ogni quindici giorni, incontro delle signore, non proprio giovani, presso la Biblioteca di Quiliano.
In questi anni, abbiamo curiosato tra  vari soggetti e così, un bel giorno, abbiamo pensato, -perché no?- di leggere I PROMESSI SPOSI.
Le signore, che sono entusiaste della vita in genere e provano a fare lavori nuovi e stimolanti, si sono cimentate con vari personaggi del meraviglioso romanzo, facendoli diventare calligrammi.
Carla Saettone ha raccontato di Agnese.

Se cliccate sulla figura di ogni disegno, potrete leggere le parole.



Ecco, il don Rodrigo di Carla Robbiano e

la bella Lucia di Letizia Monti.



La simpatica Perpetua di Vittoria Sguerso:
"Dalla sagrestia esce una donna premurosa, straccio in mano a pulire le panche della chiesa. Si sposta sul sagrato per spazzarlo. Passa il parroco e lei gli impartisce le ultime raccomandazioni."
 Poi, il buon Renzo di Letizia Monti.


Non manca il Castello dell'Innominato raccontato da Carla Robbiano: "Questo è il castello dell'Innominato, uomo miscredente che aveva fatto del male a tanta gente. Ma il Cardinale Borromeo, nella sua bontà, riuscì a farlo tornare nella retta via e così liberò la povera Lucia."

Infine, torniamo all'inizio della storia, con Don Abbondio che passeggia e incontra i Bravi!!!!!
di Carla Saettone

Non vi sembrano lavori FANTASTICI? 

sabato 20 ottobre 2018

DOPO DI ME IL DILUVIO di Renata Rusca Zargar


 Sono andata, per la prima volta, a una riunione di condominio. Di solito, mio marito mi risparmia le incombenze più sgradite ma ho pensato, eccezionalmente, dopo tanti anni,  di fargli compagnia. Tra le altre grane di normale amministrazione, si è posta  la questione della luce nel portone, rotta o bruciata da tempo.

Quando era ancora funzionante, avevo cercato di sensibilizzare i condomini sul fatto che tenere una luce accesa tutta la notte, era un inutile spreco di denaro per i condomini, uno spreco per il nostro paese che compra le risorse dall’estero e una rovina per il Pianeta che sta aumentando la sua temperatura con le distruzioni climatiche e le tragedie che tutti stiamo subendo.

Devo precisare che il nostro portone è perfettamente illuminato da un enorme lampione che si trova a un paio di metri e che, naturalmente, la luce nelle scale, che si accende e spegne al bisogno, è assolutamente funzionante.

Né prima, né durante la riunione, sono riuscita a sensibilizzare qualcuno, anzi, mi hanno guardata  pensando “Ma vedi questa poverina!”

Non è la prima volta che mi succede.

Quando facevo l’insegnante, mi sono battuta strenuamente per la raccolta differenziata nella scuola  ma le bidelle non percepivano un incentivo per separare la carta dalle lattine, ad esempio, e, quindi, non la facevano.

Io, personalmente, invece, dato che avevo molta carta scritta solo da un lato (organizzavo un Concorso di poesia nazionale e mi rimanevano le molte copie anonime delle poesie), la usavo per far fare le verifiche scritte ai miei alunni, con grande orrore dei colleghi che richiedevano protocolli intonsi. Tali verifiche, dopo essere conservate per qualche anno negli scatoloni, poi, vengono avviate al macero. Nessuno ha mai guardato quei fogli, ormai già distrutti, mentre qualche albero in più è rimasto in vita. Come diceva  Emily Dickison, “Se potrò […] aiutare un Pettirosso caduto / A rientrare nel suo nido / Non avrò vissuto invano.”

Sono stata, in linea di massima, un'insegnante molto amata e stimata ma, anche se qualche mia mossa poteva provocarmi un brusco crollo nella classifica insegnanti top ten, non ho mai mancato ai miei doveri, ai miei principi morali e neppure alle mie conoscenze scientifiche, che ho approfondito nel tempo, perché tutto cambia e l'educazione di ognuno di noi è permanente.  

Ora, non penso che la piccola luce notturna in un misero portone di una vecchia casa possa salvare il mondo. Purtroppo, non lo penso affatto! Credo, però, che se ognuno di noi si impegnasse a fare piccole cose, tutte insieme sarebbero immense.

Sicuramente, ricordiamo, ad esempio, “L’ora della Terra” (quest’anno è stata il 24 marzo), che  è un appello planetario contro il cambiamento climatico e per la difesa del Pianeta. Certamente, non si immagina che si cambierà il mondo in quell’ora ma che tanta gente rifletterà sui cambiamenti climatici dati dal surriscaldamento della Terra.

Anche noi, in Italia, lo stiamo vedendo con estati sempre più calde, alluvioni, inverni più freddi, siccità, desertificazione, tropicalizzazione (chiedete ai pescatori). Tante persone muoiono anche qui, per questi disastri! E molte di più muoiono in altri paesi, quando le loro case-baracca vengono trascinate via come fuscelli da eventi climatici di straordinaria violenza.

Allora, cosa ci costa usare le nostre conquiste e i nostri privilegi con meno consumismo e più oculatezza? Magari, chiudendo la luce nelle stanze dove non siamo, indossando una maglia in più, invece del riscaldamento a tutta birra, e tanti altri piccoli accorgimenti che non renderanno più brutta la nostra vita ma molto più consapevole. In Liguria, poi, raccogliere l’umido con impegno significa che verrà prodotta energia e di questo dobbiamo essere molto orgogliosi.

Luigi XV diceva: “Dopo di me il diluvio”, ma lui, appunto, era un re francese e si preoccupava solo di se stesso.

Io trovo molto strano che possa fare un pensiero simile chi ha figli e nipoti.

Infatti, se la nostra vita è, ormai, in conclusione, con la nostra indifferenza, quanto dolore e disastri siamo disposti a lasciare loro?



sabato 13 ottobre 2018

Margherita Levo Rosenberg, IO SONO QUEL CHE SONO, Palazzo Imperiale, Piazza Campetto, Genova, dal 19 ottobre

Margherita Levo Rosenberg
Io sono quel che sono   - Post_reality test
Palazzo Imperiale -Piazza Campetto 8 Genova
dal 19 ottobre al 6 novembre
Inaugurazione venerdi 19 ottobre ore 18.00
Acura di Viana Conti

Io sono come l'albero che perde le sue foglie
Se fossi la Pittura le ridipingerei
Io sono come il tronco che affonda le radici
Se fossi la Scultura forse le taglierei
Dei fiori sono l'ape che sugge il biondo miele
Se fossi Madre Terra gli odori spargerei
Dei rami sono il frutto e pure la farfalla
Se fossi la Poesia gli amori scriverei
Ma sono solo il vento che soffia nei colori
E poi raggiunge Il mare e increspa le sue onde
Sparisco all'orizzonte e non ritorno mai
Semmai mi ripresento con un vestito nuovo
Io sono quel che sono, mi riconoscerai?

Margherita Levo Rosenberg, artista contemporanea,  presenta a Genova nei
saloni del cinquecentesco Palazzo Imperiale, nel contesto del Festival della
Scienza con parola chiave Cambiamenti e Paese ospite Israele, la personale
dal significativo titolo Io sono quel che sono, con il sottotitolo
Post-reality test, ambito in cui si riconosce operante e termine con cui ama
autodefinirsi. La sua opera d'artista, psichiatra, arte-terapeuta, saggista
in prosa poetica, ideatrice di filastrocche ritmate su assonanze, rime,
allitterazioni, oscillanti tra il cult e il pop, si riflette nella forma,
nel pensiero che la sottende, nella fluidità dei riferimenti che la
connotano.
Io sono quel che sono intitola una mostra che sottoscrive, su un versante,
una messa in crisi della stabilità delle certezze, siano esse etiche,
estetiche, identitarie, percettive, fenomenologiche, scientifiche,
confessionali, filosofiche, e sull'altro versante sottoscrive un atto di
fede, paradossale, nell'impermanenza delle cose  e nell'indeterminatezza
delle realtà.  L'affermazione apodittica Io sono quel che sono detiene una
potenzialità tautologica per cui potrebbe essere ribaltata nell'enunciato Io
non sono quel che non sono, senza perdere né accrescere il suo portato di
senso. Ecco da dove scaturisce la fluidità della sua Pittura fluttuante che
scorre, corre fuori dal quadro, dalla cornice, per farsi cespuglio di
filamenti vibratili, viluppo di steli e di pensieri che si imprimono sulla
verginità di pellicole radiografiche trasparenti, di colorazioni a dominante
azzurra, per corpi frammentati, per organi della mente, della poesia,
dell'immaginario. Il ciclo di questi grovigli esplosivi e cangianti si
dissemina sulle pareti o si assembla in cerchio nello spazio, per immergere
lo spettatore in un paesaggio reale e metaforico insieme che, per un effetto
cinematografico, voluto dall'artista tramite la sovra-proiezione di un
video, riporta chi guarda subito nello scenario vibrante della Natura, Nella
Sala degli affreschi di Bernardo Castello entra magicamente la prima
edizione illustrata, stampata a Genova nel 1590, del poema eroico di
Torquato Tasso La Gerusalemme Liberata. Con gesto poetico-letterario,
Margherita Levo Rosenberg esprime il suo omaggio, a testo e contesto,
ideando un'installazione aerea, site-specific, intitolata Pensieri migranti,
esposta nel salone come un volo alto di rondini. Si tratta di frammenti del
Poema tassiano stampati su pellicole radiografiche celesti, colore rinviante
alla bandiera d'Israele, da riavvolgere manualmente su se stessi.
Ma non è tutto.L'autrice ha altresì pensato a un work in progress, di ordine
relazionale, intitolato Cl-amore, invitando i partecipanti al festival e il
pubblico a trascrivere, lapidariamente, su pellicola radiografica
trasparente, già ritagliata allo scopo, un pensiero, un aforisma, una
riflessione, sul concetto di cambiamento oggi, tematica del Festival in
corso, facendole poi dono di questi pensieri che l'artista trasformerà in un
"cespuglio scritturale" di messaggi, come esito di una partecipata opera
collettiva.
Dall'introduzione alla mostra di  Viana Conti

Coordinamento
Luciana Giudici
Fotografia
Daria Cipriani
Traduzioni
Gaia Rosenberg

venerdì 12 ottobre 2018

NOTIZIE DAL CENTRAFRICA


Mattoni più forti della guerra e frati forti come mattoni

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 22  – 9 Ottobre 2018



Che il Centrafrica, dopo ormai cinque anni di guerra e molti di più di malgoverno, sia un paese da ricostruire – o, più onestamente, da costruire per la prima volta – lo dicono tutti. Sul come questa ricostruzione debba iniziare, e da dove sia meglio partire, le opinioni si sprecano. C’è poi chi si ostina a continuare la guerra, distruggendo quel poco che si era costruito in quasi sessant’anni d’indipendenza. Per fortuna c’è anche chi si ostina a credere che il paese non sia condannato alla guerra e che sia possibile, discretamente e con determinazione, costruire piccoli cantieri di pace e di speranza.

Uno di questi cantieri è nato, diversi mesi fa, proprio qui al Carmel di Bangui. Si tratta di un piccolo sogno che coltivavamo da anni e che, grazie ad alcune fortunate coincidenze, e all’aiuto di diverse persone, siamo finalmente riusciti a realizzare. Se c’è un paese da costruire – ci siamo chiesti – perché non provare a produrre mattoni? Mattoni veri, mattoni nuovi, mattoni forti, più forti della guerra.

L’acquisto dei macchinari – e l’avvio della produzione – è stato possibile grazie al contributo dell’associazione francese “Un P.A.S. avec les Frères Jaccard” (fondata da due fratelli sacerdoti, uno dei quali scomparso recentemente, ex-missionari tra i lebbrosi del Camerun) e ad un finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana, grazie ai fondi donati tramite l’8xmille alla Chiesa Cattolica.

I macchinari sono arrivati direttamente dal Sudafrica e dal Congo è arrivato James, un ingegnere-formatore, che ha insegnato a una trentina di operai come produrre i mattoni. Non si tratta, infatti, di mattoni comuni, ma di nuova concezione. In Centrafrica i mattoni sono normalmente di argilla (seccati al sole o cotti in forni artigianali) oppure in cemento e sabbia. I mattoni del Carmel sono invece ‘hydraform’. Si tratta di mattoni composti al 46% di argilla, un altro 46% di sabbia e infine un piccolo 8% di cemento e un po’ d’acqua. I mattoni sono semplicemente pressati da due pistoni, poi innaffiati per una settimana e, senza essere cotti in nessun forno, sono pronti all’uso. Questi mattoni sono resistenti all’acqua e particolarmente forti: possono sopportare una pressione di cinque atmosfere e mezzo. Sono inoltre autobloccanti e quindi, in fase di costruzione, non richiedono malta. Neppure i pilastri sono necessari. E sono così belli da vedere che si può evitare l’intonaco. Insomma: una sorta di Lego di argilla rossa e sabbia di fiume! Nelle foto in allegato potete vedere alcune immagini della produzione e della prima costruzione che stiamo realizzando, una scuola agricola (un altro sogno del quale vi parlerò più in dettaglio un’altra vota). Questi mattoni sono destinati alle costruzioni delle nostre missioni, ma anche alla vendita. Forse non ci crederete, ma il nostro primo cliente è stato niente poco di meno che Papa Francesco. Da alcuni mesi – in seguito ad un esplicito desiderio del Papa, dopo la sua visita in Centrafrica nel 2015– è in corso a Bangui la costruzione di un centro per i malnutriti. I lavori sono seguiti dalla Nunziatura Apostolica e un piccolo edificio è stato realizzato proprio con i mattoni prodotti al Carmel. Come primo cliente, quindi, non c’è male!

Quest’attività ha per noi un doppio valore simbolico. Innanzitutto è per noi un piccolo e concreto contributo nell’opera di ricostruzione del paese. Tale ricostruzione passa, anche se non solo, attraverso la creazione di luoghi di formazione come appunto vorrebbero essere il cantiere della produzione dei mattoni e la scuola agricola. Inoltre, la maggior parte degli operai che hanno partecipato alla formazione – e ora producono mattoni o lavorano sul cantiere – sono ex-profughi del Carmel. Un giorno, mentre facevo alcune foto agli operai, durante la produzione, si avvicina Bodelò, un giovane di vent’anni, con già due figli da mantenere. Tutto fiero solleva tra le sue mani un mattone appena nato tra le sue mani. Quasi non crede che sia stato capace di produrre qualcosa di così bello e così forte. E, ben consapevole che non le armi, ma solo la buona volontà sradicherà miseria e guerra dal suo paese, m’informa del suo grande progetto per il futuro: “Mbi ye ti ga maçon! Voglio diventare muratore!”. L’ora della costruzione di un nuovo Centrafrica, al Carmel, è ormai suonata.

C’è poi un secondo valore simbolico. Quando i primi missionari francesi arrivarono in Centrafrica, a fine ‘800, una delle prime attività installate nelle missioni erano delle fornaci per la cottura dei mattoni con i quali costruirono chiese, case, scuole, dispensari e cattedrali… Dopo più di un secolo la nostra comunità riprende discretamente quest’attività, collegandoci simbolicamente a questi antichi missionari.

Nel frattempo il sottoscritto ha raggiunto la vetta dei quarant’anni, venti dei quali vestito da frate e dieci di questi venti in quest’angolo di paradiso situato, più o meno, all’incrocio tra il 4° parallelo a nord dell’equatore e il 18° meridiano ad est di Greenwich. Pare che la crisi dei quarant’anni non risparmi neppure i frati e che il bisogno di paternità, anche per chi ha liberamente scelto di non avere figli, si faccia prepotente. Una leggenda conventuale, che mi è stata trasmessa da un carissimo amico francescano, narra che questa crisi possa essere risolta in quattro modi. C’è chi inizia ad avere veramente dei figli, chi scrive libri, chi costruisce chiese o cose del genere. Oppure (e questa è la quarta e la migliore soluzione) chi scopre tutta la bellezza e la responsabilità della paternità spirituale. Per quanto riguarda i figli, posso dire di esserci andato molto vicino quando in convento, durante la guerra, nascevano bambini quasi a decine. Quanto a libri – a parte questi notiziari tanto attesi dai miei venticinque lettori – non ne ho scritti. Quanto a costruzioni, se Dio e voi mi aiuterete, confesso che una chiesa mi piacerebbe tanto costruirla, dal momento che le nostre affollate celebrazioni domenicali si svolgono sotto un hangar con un tetto in lamiera e un pavimento di terra battuta.

Quanto a paternità spirituale il Signore ha invece superato ogni mia previsione regalandomi la gioia e l’opportunità di accompagnare i primi passi nella via religiosa di ormai decine di giovani. Mettere al mondo un frate è tanto bello e complicato come mettere al mondo un uomo. Per fortuna non si tratta dell’opera di una sola persona, ma di un vero lavoro di squadra che condivido con i miei confratelli. E, se permettete l’ardito confronto, mettere al mondo un frate è un po’ come fare un mattone.

Ogni frate, infatti, è l’incontro tra la terra del proprio entusiasmo e delle proprie fragilità e la sabbia dei sogni e della misericordia di Dio. Poi ci vuole necessariamente il cemento della compagnia dei fratelli, senza dimenticare l’acqua della vostra generosa amicizia e delle vostre preghiere. L’intero composto viene poi pressato – con moderazione, ma anche determinazione – tra i due pistoni del Vangelo e della Regola. Al capo cantiere l’onore e l’onere di vegliare – con il proprio esempio, molto buon senso e tanta pazienza – a che le dosi non siano sbagliate e che non manchi nessun ingrediente. Con la consapevolezza che quel mattone – cioè, volevo dire quel frate! – non gli appartiene. Con l’unica differenza che per fare un mattone basta una settimana, mentre per fare un frate non basta una vita. E se i mattoni sono praticamente tutti uguali, i frati sono invece molto diversi gli uni dagli altri. Non ce n’è uno che assomigli all’altro.

A me, e a miei confratelli missionari, antichi e nuovi, la gioia e la responsabilità di essere le fondamenta nella costruzione – giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, frate dopo frate – di questo piccolo Carmelo, in questa giovane chiesa, in questo grande paese.

Un abbraccio

Padre Federico… e dodici mattoni in fase di costruzione



Qui sotto alcuni video e altri link:

1. Centrafrica: centro Bambino Gesù contro malnutrizione a Bangui: https://youtu.be/CfVc-2STVMw

2. Mattone dopo mattone rinasce il Centrafrica: https://youtu.be/X2YMg3ZDFUE



venerdì 5 ottobre 2018

IL SENTIMENTO DELLA PRECARIETA' di Angela Fabbri


IL  SENTIMENTO  della  PRECARIETA’ 


Questa notte a Sottovoce ho sentito Tommaso Labate esprimere il sentimento della precarietà in modo netto, chiaro, preciso (anche se non era di questo che stava parlando):

<< Mi chiedo, se succede qualcosa che scombina me o il mio lavoro, avrò la capacità di sopravvivere e bastare a me stesso per almeno dieci anni? E essere di aiuto ai miei due fratelli più giovani? E di sostegno ai miei genitori quando avranno bisogno di me? >>

Ho riportato le parole a memoria, a trasmissione finita, dunque non pretendo siano testuali: non le ho registrate come farebbe un giornalista. Ma mi hanno colpito e ho risposto mentalmente sempre mentre seguivo la trasmissione:

“ Ai miei tempi no. Mentre cominciavo a lavorare lontano (Torino), i miei genitori andavano in pensione e li sapevo a casa a Ferrara. Ero tranquilla, mentre andavo avanti a lavorare in giro per l’Italia.

Non mi facevo pensieri sul fatto che invecchiavano e potevano ammalarsi e avere bisogno di me: alla mia epoca i genitori erano non solo sempre in salute con qualche acciacco d’età, ma soprattutto immortali.

E avevo fatto tanta fatica a conquistarmi un lavoro, cominciandolo a 400 km da casa, che non pensavo certo di perderlo. “

Noi di quell’epoca, fine anni settanta del Novecento (che fu davvero avara di lavoro, così avara da dover andare a cercarlo e a impararlo ben + lontano dei 51 km riservati oggi ai cercatori d’impiego oggetto del  ‘Reddito di Cittadinanza’ promulgato dall’attuale governo), vivevamo nel presente e nel futuro vedevamo solo quello che desideravamo raggiungere.

E tantomeno ci sfiorava il pensiero di essere noi, un giorno, bisognosi di cure, di assistenza domiciliare e se avremmo potuto sopperire da soli a queste necessità.

Eravamo ancora avvolti nella bambagia, che ci riempiva soprattutto le orecchie, infatti non sentivamo alcun bombardamento mediatico. Proprio come bambini, eravamo. Pieni di fiducia nella vita.

O forse, + semplicemente, il bombardamento mediatico non era ancora incominciato.

Questo bombardamento mediatico, che ci fa sentire malati e morti prima del tempo. Ma sicuramente INFORMATI, della nostra PRECARIETA’, in ogni dettaglio.

Angela Fabbri

(Ferrara, 3 ottobre 2018, notte del mio 67° compleanno)

VIAGGIANDO SOLTANTO DI NOTTE di Angela Fabbri


Viaggiando soltanto di notte   


Viaggiando soltanto di notte
ho scoperto quanto è solo il mondo
quanto è solo l'uomo
e l'universo.
Ho scoperto che la vita è un deserto
che la vita è una valle buia
che l'uomo è un fantasma.

Mi sono fermata
in mezzo a una grande campagna
a masticare fili d'erba nel buio
Non c'era una voce
né un animale
e nemmeno il vento provò a parlare
Il profumo della terra era sparito
e il sapore del fieno era finito.
Finchè la luna oltrepassò le nubi
lentamente
e prese a illuminare la pianura.

Che pazzia
credere il mondo un deserto buio
e l'uomo un pensiero vagabondo:
Furono i sensi a dirmi questo.
 

(Angela Fabbri, Ferrara febbraio 1972)

martedì 2 ottobre 2018

IL SOGNO di Carla Saettone e PENSIERI NOTTURNI di Letizia Monti

Come ho pubblicizzato in passato, tengo da alcuni anni dei corsi (incontri amichevoli, più che altro) di letteratura presso la Biblioteca di Quiliano.
Abbiamo letto, insieme, moltissimi brani ma anche l'Inferno di Dante, i Promessi Sposi ecc. ecc.
Le mie alunne che, come me, non sono giovanissime, hanno anche scritto molto e stiamo lavorando a un libretto che raccolga testi e calligrammi (sono fenomenali in  questo!).
Qualcosa, però, voglio mettere anche qui, magari quello che non potrà essere inserito nel libretto per mancanza di spazio. 
Ma voi, lettori, non perdetevi il libretto, quando uscirà, perché sarà fantastico e rimarrete molto sorpresi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

IL SOGNO 

Pace, amore, felicità, salute
Comprensione, solidarietà, amicizia
Figli amati desiderati.
Infanzie serene non rubate
Esperienze positive
Unione tra i popoli
Senza più guerre.
Capi di stato che veramente
Uniti lavorino per il Paese,
dandoci lavoro, dignità, fiducia
e un futuro per i nostri
giovani uomini di domani,
perché essi siano migliori di noi.
Ma è solo un sogno
Forse raggiungibile. 

Carla Saettone


PENSIERI NOTTURNI 

Ci sono delle notti che non riesco a prendere sonno, allora penso a come noi donne, in quest’epoca, siamo fortunate perché, con molte lotte e sacrifici, abbiamo raggiunto la parità di diritti come gli uomini. Anni fa la donna era considerata quasi come una schiava, doveva ubbidire al marito padrone, allevare i figli e accudire la casa senza mai lamentarsi. Vi racconto un fatto successo a mia nonna quando era ragazza. C’era un ragazzo che voleva sposarla e alla sera andava a farle visita, lei doveva farsi vedere operosa e prendeva aghi e lana e si metteva a sferruzzare per fare una calza. Dopo un po’ però finiva la lana e lei, per continuare a lavorare, usciva e disfaceva il suo lavoro in modo che, rientrando, aveva ancora lana per continuare a lavorare perché, se fosse stata con le mani in mano, lui non l’avrebbe sposata. Per noi, suoi discendenti, la vita è più facile e si hanno molte soddisfazioni in più. 

Letizia Monti

lunedì 1 ottobre 2018

30 Settembre 2018: un nuovo inizio? di Renata Rusca Zargar

30 Settembre 2018: un nuovo inizio?

È quel faccione tondo, che mi campeggia sullo schermo della tivù,  blaterando,  a chi è stato stuprato e torturato, che "È finita la pacchia", che mi ha fatto  scendere a Roma per la manifestazione del PD. 

Ho dovuto superare il viaggio in un bus pieno zeppo, con i compagni del PD, partenza 5,30 del mattino, cercando di non socializzare per dormire un po’.

E, poi, Roma la bella (per noi che non ci viviamo), la metropolitana, e, finalmente, la Piazza! 
Sono venuta qui, anni fa, per la manifestazione “Se non ora quando”, con le mie figlie. Allora, ero speranzosa che si potesse cambiare, che ci saremmo liberati di tante brutture e  avevo anche appena presentato a Roma un mio libro di racconti contro la violenza sulle donne.  Allora, si  entrava con difficoltà nella piazza, affollatissima.  



E, oggi, forse, di più! 50000 o70000, dicono,  io non so, ma certo che c'è gente arrampicata dappertutto! Gente che sventola bandiere del Partito, del nostro Paese, di quell'Europa sfatta che presto, forse, non esisterà più. 



Gente che ha mantenuto con onestà i propri valori, che non ha ceduto alle promesse di un improbabile Eden, che non ha barattato l'amore con l'odio, gente che ricorda la storia e che ha paura per un paese tanto debole. Ci sarà anche qualcuno, come me, che non si muove mai ma che ha deciso che non si può non fare niente.

Mi hanno educata a pensare (altri tempi!) che si deve sacrificare anche la propria vita,  se necessario.

Forse, le parole del nostro inno nazionale, che ho considerato sempre sorpassate, tornano, invece, vive. "Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò". Forse,  dobbiamo essere pronti, non dico alla morte ma all’impegno, perché l'Italia ha fame di persone che provino ad affrontare i problemi con realtà e passione. 

Non parlo dei politici, di qualsiasi partito, che, alle volte, in una campagna elettorale permanente, non hanno paura a mentire per vincere, a sacrificare la gente, blandendola con  illusioni e  bugie. Magari, perché questi politici hanno, finalmente, trovato un lavoro che mai avevano avuto  e non vogliono perderlo.

Parlo, invece, della gente, la gente che mantiene la sua parola e che è qui, a Roma, a far sapere che esiste ancora.

Sul palco, a parlare, oltre al Segretario Martina, sono salite persone comuni che si confrontano con i tanti problemi complessi di questo paese, difficilmente risolvibili a colpi di face book e decreti. Come ad esempio, il caporalato, il lavoro, la libertà di stampa, i diritti dei figli di  genitori separati, il diritto alla salute dei bambini, l’integrazione…

Importante è stato anche l’intervento relativo a Genova che i liguri, come me, possono ben intendere. Oltre al grandissimo dolore per gli innocenti che hanno perso la vita nel crollo del ponte,  per gli sfollati, per chi è rimasto senza  casa con tutto il suo contenuto di affetti, noi, in Liguria, eravamo già tagliati fuori dalle comunicazioni. Da anni, senza gronda (bretella autostradale per smaltire il traffico), senza terzo valico (miglioramento della rete ferroviaria), con i tir che ci ossessionano ovunque ammorbando l’aria, comprendiamo bene cosa sia la mancanza di un ponte tanto importante. E tutti speriamo che si faccia presto, per non uccidere definitivamente la Liguria tutta!

Moltissimi erano i giovani, tra il pubblico, mentre, sul palco, un ragazzo di 20 anni, Bernard Dika,   ribadiva che  l'avversario non è nella piazza, ma fuori.

Infatti, la gente gridava “Unità, Unità”, sperando che i capi la smettano con le correnti, con la denigrazione di altri del proprio stesso partito, con il massacro di tutti i nostri leader.

Perché quando si  uccide un proprio leader, a vincere è sempre la destra e, in questo  caso, addirittura, una destra doppia!

http://www.liguria2000news.com/pd-30-settembre-2018-un-nuovo-inizio.html
http://www.oggi.it/posta/2018/10/01/pd-in-piazza-suicidio-o-rinascita-due-punti-di-vista/